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Da Aristotele a Darwin e ritorno. Saggio su alcune costanti della biofilosofia

Etienne Gilson
Marietti 1820, Torino 2003
pp. 247
ISBN:
8821185508-

Con l’opera Biofilosofia da Aristotele a Darwin e ritorno che reca come sottotitolo Saggio su alcune costanti della biofilosofia, il filosofo Etienne Gilson si occupa di una tematica apparentemente nuova rispetto alle sue precedenti riflessioni intorno ai maestri del pensiero cristiano e medievale, come sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino. In realtà, siamo di fronte ad un testo di filosofia della natura che affronta temi nuovi ricorrendo all’inquadramento concettuale offerto da una “filosofia perenne”.

Gilson disegna un arco molto ampio, insieme temerario e necessario, da Aristotele a Charles Darwin, per parlarci della filosofia della vita, la biofilosofia del titolo, che lega, pur con le dovute misurazioni di campo, delle differenze temporali e culturali, due autori che hanno svolto il ruolo di capisaldi per la comprensione della scienza del loro tempo. Diversissimi, eppure uniti da un’idea costante: la ricerca della verità nella vita e nello sviluppo degli esseri viventi. Il primo attraverso il concetto di finalismo, il secondo attraverso quello di evoluzionismo (pur non nominando mai apertamente tale termine). E questo «significa forse e soprattutto scoprire una pratica del sapere, in particolare di quello filosofico, che si offre a noi come una sorta di esemplare da troppo tempo dimenticato», leggiamo dalla prefazione di Emmanuele Morandi. Il testo, che inaugura la nuova collana della Marietti, I Kaladri, è un’opera scritta nel 1971, periodo di grandi rivoluzioni sociali di un Occidente. Una pratica, un esercizio del sapere filosofico da tempo dimenticato, lamenta il condirettore della Collana, che in particolare si interroga su «quali sono le condizioni perché quel sapere “pesi” e torni a pesare». Morandi si esprime in termini di “dolce e profonda testimonianza” del Gilson, rilevando giustamente nell’intera sua opera ma, soprattutto, in questo viaggio da Aristotele a Darwin, una passione per la verità che ha nutrito le osservazioni naturalistiche, si direbbe oggi, dell’uno con le ricerche scientifiche dell’altro.

Prendendo il concetto di causa finale, così sostanziale in Aristotele, già nella prefazione Gilson prudentemente avverte che «la nozione del finalismo non incontra molti consensi» e ancora che lo scopo del saggio «non è di fare del finalismo una nozione scientifica», ma quella di «mostrare che è un’inevitabilità filosofica e, proprio per questo, una costante della biofilosofia, o filosofia della vita». Già, la vita... La filosofia, di fronte a tale complesso problema, secondo Gilson sarebbe «consapevole della propria incompetenza scientifica», mentre, appropriatamente, quando nel Cahier de notes di Claude Bernard leggiamo che «la scienza è rivoluzionaria», citandolo Gilson si dichiara invece «profondamente convinto che la filosofia non lo sia».

Già nel prologo e poi nel primo capitolo, intitolato espressamente “Prologo aristotelico”, l’Autore si concentra su una delle opere probabilmente meno lette di Aristotele: la Storia degli animali, laddove scienza e filosofia non sono chiaramente intese come le hanno distinte filosofi e scienziati del XX secolo. Ma anche se, come precisa Gilson «oggi zoologi e filosofi non si parlano più», tuttavia la nostra ragione non dovrebbe fare mai a meno di tornare a cercare punti di incontro fra categorie intellettuali, per non dire ambiti, apparentemente inconciliabili.

Così, superato Cartesio senza disdegnarlo — nel secondo capitolo dove si pone urgente “L'obiezione meccanicista” —, alterato appunto il meccanicismo che, da solo, non basta a “spiegare” il senso della finalità di un organismo vivente e di un’azione sciente, Gilson crea una fitta trama di citazioni storico-filosofiche all’interno della quale, sono le sue parole «il vivente si distingue perché cambia». E la metafisica lascia il posto a riflessioni più metodologicamente scientifiche, per sfociare in un terzo capitolo centrato sulla presunta dicotomia “Finalismo/Evoluzione”. Presunta poiché, in due sottocapitoli, il superamento dell’obiezione meccanicistica di Bacone e Cartesio, eredità del XVII secolo, permetterà al nostro io senziente, ma anche credente, di penetrare più a fondo lo specchio entro il quale si rimbalzavano i concetti di Fissismo (ciò che non muta mai) e Trasformismo (ciò che sempre diviene). E qui Gilson non ha dubbi: dobbiamo “disturbare” Lamarck, il tassonomico Linneo e poi, necessariamente, Buffon, per approdare a quel Charles Darwin e alla sua monumentale opera L’origine delle specie, i cui primi appunti furono redatti nel luglio del 1837, circa un anno dopo il ritorno a casa dalla crociera sulla nave Beagle a caccia di piante, animali, uomini e società. Il naturalista Darwin, l'uomo nuovo che, quasi ancora senza saperlo, tendeva la mano all'ormai lontanissimo Aristotele (l'eco del primo capitolo dell'opera del Gilson emana un forte sottotraccia). Occorsero vent’anni, a Darwin, per completare il suo testo fondamentale ma anche per arrivare a scoprire, con stupore, che pure Wallace, nel 1855, negli Annali di storia naturale (e, precisamente, con il testo Sulla legge che ha determinato l’introduzione di nuove specie) era giunto ad analoghe riflessioni e conclusioni.

Ampio e doveroso spazio è quindi dedicato al cuore del problema, cioè al rapporto che intercorre tra finalismo ed evoluzione. Opportunamente, dopo aver trattato l'idea in sé dal punto di vista della scuola bergsoniana, Gilson ci riporta a Darwin, apre il quinto capitolo per archiviare, potremmo dire, definitivamente i “Limiti del meccanicismo”, rischi sempre presenti dietro l'angolo del pensiero umano, per parlare di un Darwin che, peraltro, non nomina mai il termine Evoluzione, mentre lo si considera progenitore del concetto e di una sua conseguente, è proprio il caso di dire, dottrina.  Darwin «evitò la parola» sottolinea l’Autore «il cui significato doveva apparirgli piuttosto vago; era solamente d’accordo con l’anticreazionismo di coloro che l’utilizzavano». Si noti pertanto la complessità del saggio qui analizzato, che ci porta ancora a scoprire quanto annotava la figlia di Darwin, Francis. Nella Autobiografia di Darwin, ella afferma che il padre fosse più interessato, anche solo emozionalmente, dal concetto di evoluzione che da quello di selezione naturale, concetto che avrebbe portato, tra l’altro, verso il primo trentennio del XX secolo, perfino alle sconcertanti aberrazioni naziste del cosiddetto darwinismo sociale.

Nella sua articolata trattazione del tema bioetico, Gilson sembra giocare con i termini del confronto e parla di “evoluzione senza Darwin” (come sarebbe?) e “Darwin senza l’evoluzione” (paradosso provocatorio). L’evoluzione di ogni essere vivente sarebbe andata avanti comunque da sola, come l’Umanità in cammino che non s’arresta per suo proprio moto? Davvero, a questo punto, parrebbe superata l’asserzione spenceriana? Leggendo il caposaldo di Darwin sembrerebbe di no. E infatti Gilson promuove un nuovo, appassionante confronto tra Darwin e Spencer. Quest’ultimo prenderà le distanze da colui che aveva ispirato, ma la Storia si schiererà dalla parte di Darwin e del principio di selezione naturale. In effetti, si trova a sottolineare Gilson «fu Darwin, non Spencer, ad avere l’onore dei funerali nazionali a Westminster». Per la figlia Francis, il padre è il nume tutelare, colui che darà l’imprimatur scientifico al XIX secolo, nominandolo “il Newton” di tale epoca e rapportando, dunque, la portata della legge di gravitazione universale alla “grande legge dell’evoluzionismo”.

È quindi nella parte dedicata alla teleologia che Gilson chiude il cerchio in certo modo ovalizzato della sua ampia dissertazione, tornando infine a quell’Aristotele con cui aveva iniziato a “fare i conti”. «Darwin, ricordiamolo, lavora sempre su specie già date» scrive Gilson. «Non si chiede come possano essere sorte delle specie...». E aggiunge: «L’atteggiamento di Darwin [...] assomiglia molto a quello di Aristotele; in maniera più discreta di Lamarck [...] egli porta il lettore verso adattamenti talmente meravigliosi che equivalgono a rapporti di finalità. Come Aristotele, e non solo senza falso pudore, Darwin ammira la bellezza della natura. [...] Darwin ne sa più di Aristotele, i motivi che lo spingono all’osservazione hanno un miglior fondamento, ma si tratta della stessa ammirazione». E chiamando in gioco Linneo, parlando del regno animale l’Autore ci sottopone anche una sorta di filosofia zoologica — ma non si diceva che zoologi e filosofi non si parlavano più da tempo? —, tale da fondere il creazionismo biblico e il trasformismo scientifico.

Leggere il saggio di Etienne Gilson ci va venire voglia di salire a bordo del Beagle a patto che se ne faccia, come invita l’Autore, ritorno. Coinvolgendo il Grande Demiurgo del Timeo platonico e il Dio Creatore della tradizione giudaico-cristiana, nel rinsaldato rapporto fra teologia e filosofia della scienza, Gilson approda a biofilosofiche costanti. Siamo nel sesto ed ultimo capitolo, nel quale riassume i fondamenti presenti in ognuna delle teorie esposte nel corso dei secoli da filosofi che, gradualmente, si sono, in un certo senso, trasformati in scienziati, pur senza smarrire la strada del dialogo appassionato. E termina la sua opera, compendiata, al riguardo, da due valide appendici, la seconda dedicata a “Darwin in cerca della specie”.

Silvia Pompei