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Dio, la scimmia e il big bang. Alcune sfide lanciate ai cristiani dalla scienza

Jacques Arnould
Trad. di Pietro Crespi
Queriniana, Brescia 2001
pp. 160
ISBN:
8839907823

Questo libro di Jacques Arnould, religioso domenicano, può essere suddiviso in due parti: la prima, in cui viene presentata la problematica riguardante il rapporto ormai ampiamente discusso tra scienza e religione in materia di evoluzionismo e creazione; e una seconda che affronta in modo problematico gli stessi argomenti distinguendo la posizione del credente nei confronti di chi sostiene la casualità e l'indeterminatezza nello sviluppo cosmico.

L'autore non è nuovo a questa tematica, avendola già affrontata, ad esempio, in un'altra pubblicazion e con la stessa Casa Editrice, La teologia dopo Darwin (2000); ma è un argomento di cui la Queriniana nel suo "Giornale di teologia" è promotrice con diverse pubblicazioni, tra cui Il futuro d ell'universo - Caso, caos, Dio? (1999) di Arnold Benz.

Ciò che Arnould propone nella prima parte del suo lavoro non è solo il superamento della classica contrapposizione tra scienza e fede, ma i tanti punti di contatto e di reciproco completamento tra la visione scientifica e quella religiosa del mondo, pur senza sottovalutarne la diversità; c'è infatti una frase di Darwin che non a caso l'autore riporta da "L'origine delle specie" e che, pur affermando il concetto di evoluzione, non rinuncia a quello dell'intervento divino: « Non vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita con le sue molteplici capacità, che inizialmente furono date dal Creat ore a poche forme o a una sola?» (p. 20).

Affermazione in certa sintonia con il pensiero di Pierre Teilhard De Chardin, del resto citato più volte nel libro, che vede va nell'evoluzione la realizzazione storica del piano provvidenziale divino . L'autore non manca di commentare al riguardo la più nota fra le ultime dichiarazioni della Chiesa cattolica in tema di evoluzione, ovvero il messaggio di Paolo Giovanni II alla Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996. « Giovanni Paolo II considera come acquisiti i fatti dell'evoluzione: il nostro mondo è effettivamente inscritto in una storia, il cui inizio si collocherebbe parecchi miliardi di anni fa; le forme viventi che popolano oggi il nostro pianeta (compresa la specie umana) sono nate da processi biologici di tipo evolutivo. Tuttavia, aggiunge il Papa, la scienza non si accontenta di osservare, essa propone anche delle teorie» (pp. 40-41). E, ovviamente, ogni teoria è una elaboraz ione metafisica, un "a priori". Un concetto, questo, difficile da accettare dal metodo empirico, basato sull'osservazione oggettiva della realtà e sulla concrete zza dell'esperimento. Tuttavia « questo principio di oggettività, sotto qualsiasi forma, è stato a volte considerato come una pretesa eccessiva, quella cioè di voler spiegare tutto graz ie alla sola intelligenza umana» (p. 38), mentre necessiterebbe di una certa prudenza.

E proprio su questo termine, "prudenza", inizia a delinearsi il secondo percorso del lavoro di Arnould: si può veramente fare a meno di un "a priori" nel ripensare l'evoluzione, cioè si può rinunciare al concetto di "progetto" nell'evoluzione? In effetti, è lo stesso Jacques Monod ad affermare ne Il caso e la necessità : «È indispensabile riconoscere questa nozione come essenziale alla definizione stessa degli esseri viventi invece di rifiutarla (come hanno tentato di fare alcuni biologi). Anzi, diremo che gli esseri viventi si differenziano da tutte le strutture di qualsiasi altro sistema presente nell'universo proprio grazie a questa proprietà, alla quale daremo il nome di "teleonomia"» (p. 38).

Ciò che si ricava quindi è il superamento della inconciliabilità tra evoluzione e creazione, in quanto la prima non è automaticamente in contrapposizione con la seconda: si tratta di una continua ricerca del sapere, senza chiudere alcuna porta o escludere alcuna via di indagine. Basti una riflessione proposta dall'autore: quale signific ato dare al termine "origine"? « La sintesi di due idee: quella di originario (nel senso di ciò che viene posto come il punto di partenza di un processo storico) e quella di originale (nel senso di ciò che conferisce una singola rità, una identità particolare)» (p. 91). Nel primo caso si tratta di ricercare dei dati sociologico-ambientali, nel secondo di riconoscere una singolarità, una individualità, una specificità irripetibile: è evidente che l'originario appartiene alla storia, al divenire, al mutamento, cioè alla ricerca empirica, mentre l'originalità pone domande esistenziali sul senso della vita . « Pensare l'origine nella sua contemporaneità significa innanzitutto riconoscere la nostra esistenza e quella degli esseri che ci circondano come un fatto che si impone a noi, attraverso l'oggettività delle cose, nella loro immediatezza. Questa esistenza diventa evento, quando viene riconosciuta, fin nella sua contingenza, dall'interrogarsi dell'uomo: perché le cose esistono? Perché io esisto? Preferire l'origine all'inizio significa accettare di lasci are aperta la domanda del senso» (p. 92).

Ora, è possibile separare i due ambiti senza provocare una reciproca riduzione? La risposta non è semplice, anche perché è Arnould stesso a non facilitarla, introducendo elementi di forte distinzione teoretica che sembrano, ad un primo approccio, allontanare le due posizioni presentate, finora, in sintonia: da cattolico non può accettare una visione del mondo legata al caso e alla contingenza. Anzi è proprio questo aspetto che lo induce a considerare la n ecessità di Dio come Creatore. « Detto in altre parole, l'esperienza della contingenza è l'esperienza di una presa in carico del fatto, di una appropriazione di se stessi e della realtà e, nello stesso tempo, una ricerca di sen so, una tensione verso il senso» (p. 121).

Una chiusura nei confronti della scienza? Un misconoscimento di quanto affermato nella prima parte del libro? Affatto, proprio perché è dalla chiarezza della propria convinzione che può nascere il confronto costruttivo con chi ha posizioni diverse. Arnould infatti è fermamente convinto che è dall'esperienza mondana della contingenza che appare come la realtà non abbia raggiunto alcun limite nel suo processo di sviluppo. « Accettando la contingenza, il credente è invitato ad abbandonare il mondo chiuso nel quale una certa comprensione della tradizione lo ha spesso mantenuto. Niente autorizza a dire che la realtà, tanto cosmica quanto biologica o psicologica, abbia raggiunto un qu alsiasi limite del suo sviluppo» (p. 122). Dunque, seppur rivisitato, è ancora il concetto di evoluzione che ritorna, ancorato però a quello di "elezione".

L'evoluzione, commenta l'autore, come viene presentata dalla scienza non è antropocentrica, non si evolve cioè in funzione umana, la cui attuale presenza risulta quindi del tutto casuale: è solo il risultato di un collegamento accidentale degli eventi che hanno portato a questa situazione (s i può vedere al r iguardo, la sintesi di Stochos . Darwin filosofo della scienza , nel trimestrale "Prometeo", Arnoldo Mondadori, giugno 2003, pp. 121-128).

Il concetto di "elezione" invece richiama un piano, un progetto che non ha nulla di me ccanicistico e di predefinito: « Dio elegge perché non ha tutto determinato in anticipo, perché il suo progetto nei confronti dell'umanità non è un piano prestabilito che si svolgerebbe tappa dopo tappa» (p. 125): la contingenza riscontrata dalla scienza allora non è la casualità dell'accadere, ma un lasciare aperta la porta a una interpretazione "elettiva" del progetto creat ivo. Quindi, conclude Arnould, « comunque stiano le cose circa il carattere contingente dei processi biologici che hanno presieduto alla sua apparizione, l'uomo è un essere voluto, eletto, chiamato da Dio» (p. 142). Si confrontino, al riguardo, le posizioni espresse dal Premio Nobel Ilya Prigogine e da Teilhard de Chardin: mentre il primo non prende posizione in quanto «è un campo che mi supera» (I. Prigogine, Dall'essere al divenire, in Tempo, Determinismo, Divenire , Edizioni Centro, Brugine (PD ), 1999, p. 47), il gesuita francese è convinto che l'umanità , giunta alla "Noosfera" , si dirigerà verso la sua pienezza nel punto "Omega", cioè il punto del suo massimo sviluppo in Cristo (c fr. "Un futuro per l'uomo", periodico s emestrale, n. 1/03, Nogarine (VR ), pp. 49-56).

Chiar ezza dunque, nella affermazione-comprensione delle due posizioni, scientifica e religiosa: chiarezza che significa dialogo aperto, senza sovrapposizioni interpretative, ma proprio per questo fautrici di un confronto sincero e costruttivo nel rispetto dell'autonomia dei due campi di indagine.

Paolo Leandri