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Ragione e verità. L’alleanza socratico-mosaica

a cura di Vittorio Possenti Armando, Roma 2005
ISBN:
8883586786

Che cos'è la verità? Quali sono i suoi criteri fondativi ed in che termini è possibile conoscerla e definirla? Il volume collettaneo curato da Vittorio Possenti, che nasce da una giornata di studio tenutasi a Bologna il 15 novembre 2003, si propone di rispondere a varie questioni che riguardano il ‘vero', sollevate dagli studiosi appartenenti alle diverse discipline teologiche, scientifiche e filosofiche.

Il libro si divide in due parti: la prima, dal titolo Interrogativi sulla verità in filosofia e nelle scienze , comprende quattro interventi riguardanti le materie e le problematiche di ordine filosofico (Enrico Berti con Verità e filosofia e Vittorio Possenti con Aspetti metafisici del dialogo fra scienza e fede) e scientifico (Giovanni Federspil con Verità e medicina e Paolo Blasi con La ricerca del vero e il metodo sperimentale ); la seconda, invece, intitolata Il versante teologico , comprende tre interventi di matrice teologica (Giuseppe Tanzella-Nitti con La dimensione personalistica della verità e il sapere scientifico , Antonio Staglianò con L'inevitabile carattere teologico della quaestio de veritate e Roberto Di Ceglie con Cristocentrismo e “terza navigazione”. Sull'ipotesi di un ricentramento cristologico della questione della verità).

L'intento del volume, come dice lo stesso curatore nella sua introduzione (L'alleanza fra Mosè e Socrate, e il fallibilismo) è quello «di far interagire fecondamente scienze, filosofia, teologia, proseguendo un dialogo in cui tutte e tre queste grandi forme del sapere siano presenti, quando […] il dialogo non c'è e molti sembrano non volere che ci sia, oppure si riduce ad un dialogo a due termini» (p.19), ove la risposta data alla domanda sulla verità escluderebbe di fatto, come spesso è accaduto in passato, la possibilità partecipativa e contributiva di uno dei tre approcci conoscitivi. In tutti gli interventi gli studiosi, infatti (pur se condotti nel proprio ambito speculativo attraverso gli appropriati strumenti linguistici e concettuali), cercando di interrogarsi sulla verità nei suoi molteplici quesiti implicativi, rilevano non solo i personali criteri di verità ed i principi che eventualmente possano conoscerla e definirla entro il singolo sapere, ma anche le affinità speculative in grado di effettuare la conoscenza ultima della verità in sé, che si costituisce di tutti quei termini riguardanti le verità raggiunte da ciascuna disciplina.

Nell'evidenziarne i ‘molteplici volti' ma soprattutto nel percepirli come tali, gli studiosi hanno quindi la possibilità di ‘aprirsi' alla conoscenza ed al confronto dialogico con le altre discipline: il pregio del libro consiste proprio in questo arricchimento ‘plurivocale' della nozione di verità, presentandoci le tre materie non più in ‘escludente opposizione' tra loro ma in ‘includente complementarietà'. Il titolo dell'opera,Ragione e verità , appare allora subito chiaro al lettore che, man mano, si rende perfettamente conto non solo dei differenti modi attraverso cui la singola ‘ragione' (filosofica, teologica o scientifica) arriva a conoscere ‘la verità', ma anche dei differenti modi attraverso cui la ‘ragione umana' arriva a percepirla, almeno problematicamente, nella sua interezza, come analogamente faceva notare Emone a Creonte nell' Antigone , quando asseriva che «anche altri potrebbero avere ragione […]. Non portare dentro di te un solo pensiero, non credere che soltanto quello che tu dici è giusto e nient'altro. Chi crede di essere l'unico a pensare, di avere animo e parola impareggiabili, si rivela vuoto quando gli si guarda dentro. Per quanto un uomo sia saggio, non è vergogna imparare molte cose, ed essere flessibili. […] è giusto anche imparare dalle parole degli altri, quando dicono cose giuste» (Sofocle, Antigone , 683- 723, in G. Paduano, a cura di, UTET, Torino 1982, pp. 301-303).

Ciò che però incuriosisce maggiormente il lettore è il sottotitolo del volume, ossia L'alleanza socratico-mosaica , espressione di come per l'uomo sia sempre possibile rispondere, proprio com'è accaduto a Socrate o a Mosè, «alle domande su Dio, l'uomo, la verità, il bene e che questa ricerca non sia votata al fallimento» (p.11). Quest' “allenza” tra Socrate e Mosè, in altri termini tra filosofia e teologia, rileva allo stesso tempo l'unità d'intenti auspicata dagli autori del volume, volti alla conoscenza delle verità o della Verità e schierati contro il “fallibilismo” moderno e contemporaneo, secondo cui «”la scienza non ha certezze”, “l'etica è senza verità”, “la metafisica non ha fondamenti assoluti”» (p.10). I fallibilisti, come osserva Possenti nel suo lavoro introduttivo, partono da un dato di fatto innegabile (riconosciuto ragionevolmente dagli stessi studiosi del volume), e cioè che qualsiasi verità è sempre e comunque ‘provvisoria', ‘rivedibile' e ‘relativa', sia perché essa è legata al singolo sapere conoscitivo di riferimento sia perché essa rispecchia le conoscenze storiche e temporanee del pensiero umano che, in quanto tale, è sempre in fieri e dunque sempre soggetto al disvelamento di nuovi nessi, nuove conoscenze, nuove ‘scoperte', nuovi ‘spicchi' di verità che via via ne arricchiscono la conoscenza e la definizione. I fallibilisti, però, con il loro procedere decostruttivo e allo stesso tempo, nella sua esasperazione, ‘distruttivo', estremizzano i termini e le condizioni possibili di conoscenza della verità legati allo spazio ed al tempo, impedendo, con il loro atteggiamento assolutistico, non solo la possibilità della stessa indagine conoscitiva e l'interdisciplinarità della ricerca, ma soprattutto la possibilità di porre le domande adeguate sulla verità. Per Possenti, scienziati, «filosofi e credenti possono procedere nel complesso affiancati, se riconoscono e accolgono come normativo un impegno comune: quello che vi sia una verità da trovare o a cui avvicinarsi, in un incontro velato e difficile ma in linea di principio possibile» (p. 37). Questo perché la verità, per sua essenza, è “essoterica”, come ci dice Enrico Berti, «cioè non specifica di una disciplina», poiché essa «non è di nessuno, è semplicemente una qualità che un discorso, un'opinione, un pensiero, può avere o non avere, a chiunque esso appartenga» (p. 32). Per questo motivo, la nozione ‘filosofica' della verità, lettura parziale della stessa, può anche essere arricchita e a sua volta arricchire quella scientifica, come tentano di dimostrare, in modo diverso, Paolo Blasi e Giovanni Federspil nel volume. Allo stesso tempo, in questa ricerca fenomenica della verità, la teologia cristiana (pur nella sua novità determinata soprattutto dalla “personificazione” della verità nella figura del Cristo che ‘rivelandosi' dirà metaforicamente “io sono la Via , la Verità , la Vita ”), nell'intenzione degli autori del volume, vuole porsi non in contrapposizione, ma in ‘correlazione' con il sapere scientifico. Essa viene presentata, infatti, come espressione di quel Logos che in origine ha ordinato razionalmente il mondo e reso intelligibile la natura, collegandosi, come osserva Giuseppe Tanzella-Nitti, alla «riscoperta di una dimensione “umanistica” della scienza, volendo con questa espressione significare non tanto le implicazioni etiche che il progresso scientifico porta con sé, quanto quel corredo di convinzioni, aspirazioni e talvolta […] emozioni, con cui ogni scienziato si pone di fronte alla ricerca della verità» (pp. 109-110).

Questa ‘umanizzazione' del sapere scientifico, proveniente sia dagli scienziati sia dai filosofi che dai teologi che con essi si confrontano nel volume, fa sì che la scienza venga considerata non più soltanto nei suoi caratteri certi, calcolabili, descrittivi ed a-valutativi, ma che si apra ad una conoscenza scientifica più induttiva, in grado di esprimere i caratteri individuali, probabilistici, possibilistici, dialettici ma anche valutativi, dell'essere umano. Dalla lettura del testo, sembra cioè che, in qualche modo, di fronte alla tendenza moderna di comprendere, attraverso il fenomeno della ‘matematizzazione universale del sapere', ogni altra conoscenza entro il sapere ‘poietico' (con il suo paradigma tecnico-scientifico), lo studioso contemporaneo si stia orientando, invece, verso l'‘umanizzazione' delle discipline scientifiche, quasi sicuramente ausiliato, in questo, dalla ‘riabilitazione del sapere pratico', di matrice aristotelica e kantiana. Il volume, inoltre, testimonia come questo sforzo di ‘umanizzare' la scienza sia proposto non solo dai filosofi e dai teologi, ma anche dagli scienziati e che, quindi, il disvelamento della verità li costringa ad una revisione delle vecchie posizioni più positivistiche e formalistiche, spingendoli necessariamente al confronto dialettico con le altre discipline.

Come non manca di evidenziare il teologo Antonio Staglianò, la questione della verità implica, più profondamente, una domanda sul senso della vita e l'analisi della realtà dei fenomeni (volta a disvelare con la ragione umana l' “essenza delle cose”) rimanda inevitabilmente al trascendente. La ricerca della verità è, secondo lui, una «questione non solo gnoseologica e ontologica, ma è ineliminabilmente etica, ultimamente e fondamentalmente teologica» (p.143), e attraverso la percezione del Logos creatore ed ordinatore trova nel divino il suo fondamento e nella figura di Cristo il suo tramite, come ci evidenzia Roberto Di Ceglie (cfr. p.158). In questo senso, sembra allora che non sia più possibile distinguere nettamente, come invece auspicava Hume, “i fatti dai valori”, non sia cioè più possibile evitare di dedurre causalmente le considerazioni prescrittive da quelle descrittive, come del resto sottolineano molti studiosi contemporanei, perché la ricerca della verità, anche in campo scientifico, implica essenzialmente valutazioni di più ampio respiro riguardanti, necessariamente, la dimensione politica, morale e giuridica dell'esistere.

Dalla lettura del testo si evince che, nella speculazione della verità, gli studiosi della primissima parte del volume sembrano indicarci la filosofia come mediazione tra scienza e teologia, mentre gli autori della seconda parte del volume sembrano indicarci la teologia come mediazione tra scienza e filosofia: non ci sembra allora un caso che il sottotitolo del libro parli proprio di un' “alleanza” filosofico-teologica, raffigurata da Socrate e Mosè, trascurando di menzionare, per la scienza, il nome rappresentativo di un qualche suo illustre personaggio. Forse, quindi, l'“alleanza” esprime proprio l'idea di mediazione che filosofia e teologia offrono l'una all'altra quando, nella ricerca sulla verità, ciascuna di esse si ritrova ad avere a che fare con le discipline scientifiche.

Gli studiosi del pensiero filosofico rilevano nel testo, in particolare, alcune specifiche metodologie speculative della filosofia, quali la metafora e l'analogia, come ‘mediazioni' tra il sapere scientifico e quello teologico: attraverso un'associazione analogica e l'uso figurativo di una metafora è infatti possibile pensare assieme e correlare termini tra di loro opposti (di fatto o solo in apparenza); è cioè possibile stabilire una relazione comunicativa tra l'essenza e l' esistenza. D'altro canto, gli studiosi del pensiero teologico sembrano indicarci nel volume la figura particolare di Cristo (e quella generale della teologia) come ‘mediazione' possibile tra il sapere scientifico e quello filosofico. Da questi numerosi inputs , come non pensare a Simone Weil e alla sua idea di ‘ metaxù ', mediazione fenomenica o mentale che, secondo lei, dovrebbe sottendere tutto il pensiero filosofico, teologico e scientifico contemporaneo? Come noto, la scrittrice francese parte da un'analisi del pensiero greco sottolineando come esso, volgendosi in tutte le sue espressioni alla ricerca di un dialogo metafisico con l'Essente, contenga in sé i germi del futuro ‘sentire' cristiano (Cfr. in particolare S. Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, Rusconi, Milano 1974, ma anche Id., Sulla scienza, Borla, Torino 1971 e Id., L'ombra e la grazia, Rusconi, Milano 1985). Nel pensiero greco dunque, filosofia e scienza, ciascuna a suo modo, sono per la Weil accomunate dall'esigenza di conoscere il divino: le intuizioni “aritmo-geometriche” dei Pitagorici, le formulazioni matematiche di Euclide o di Eudosso, la “coincidentia oppositorum” di Eraclito o il “duplice mondo” del pensiero platonico, presentato con i suoi Miti, esprimerebbero allora quest'umana unità di intenti, portata avanti attraverso l'uso dell'analogia, che permette all'uomo di individuare le metaxù e, correlandole, di «uscire dal punto di vista» (S. Weil, Quaderno III, in Id., Quaderni. Volume primo, Adelphi, Milano 1982, 261). L'idea di metaxù quindi, ieri come oggi, sembra essere essenziale per un'indagine speculativa sulla verità in grado di farsi, almeno nell'intento della ricerca, il più possibile completa ed esaustiva; e la metaxù stessa si offre come possibilità di interscambio e comunicazione per le materie più diverse e disparate.

La domanda sull'essenza della verità e sui suoi modi di conoscenza che il libro propone ci spinge anche verso una maggiore speculazione sull'individuo che, essenzialmente, sente l'esigenza di volgersi alla sua ricerca: ci chiediamo, in particolare, che cosa sia egli disposto spiritualmente o materialmente a fare per arrivare, per quanto possibile, a conoscere la verità. A ben riflettere, partendo dalle esperienze di tanti filosofi, scienziati e teologi che si sono volti alla sua ricerca, sembra infatti che essa comporti innanzitutto l'idea di un ricercare sempre ‘aperto' alla possibilità di revisionare le proprie teorie ed opinioni, di un pensare che, cioè, in suo nome si disponga sempre al confronto dialettico-dialogico con gli altri punti di vista, ove le definizioni date non siano limitanti ed assolute ma flessibili e suscettibili al cambiamento. Proprio per questo, però, tale ricerca sembra richiedere uno sforzo particolare di ‘attenzione' verso se stessi, gli altri o il mondo circostante e quasi sempre si caratterizza con uno spiccato spirito personale di sacrificio e sofferenza (penso ad esempio alle figure mitologiche di Antigone, Prometeo o Elettra, accomunate dal detto di Georges “chi cerca la verità deve farsi padrone del suo dolore” o alle stesse esperienze personali di Mosè e Socrate). Cosa spinge dunque l'uomo alla sua ‘sofferente' conoscenza? Mai esaustiva, la verità gli offre la possibilità di rendersi “libero dalla necessità” fenomenica e, così facendo, di volgersi liberamente alla conoscenza ed alla significazione della sua esistenza (materiale o spirituale), dialogando criticamente con la propria coscienza: è proprio per questo che, in suo nome, come diceva Socrate, “è preferibile morire anziché vivere senza”.

  

Fonte: Portale della Società Italiana di Filosofia Politica: www.sifp.it

Graziella Di Salvatore