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L’ordine della complessità

Joseph P. Zbilut, Alessandro Giuliani
Jaca Book, Milano 2009
pp. 165
ISBN:
9788816408982

“La scienza è tutto ciò che capiamo abbastanza per spiegarlo ad un computer. Tutto il resto è arte”. Questa frase di Donald Knuth, proposta come esergo in apertura di uno dei nove capitoli che compongono il bel volume di Joseph Zbilut e Alessandro Giuliani, L’ordine della complessità (Jaca Book, Milano 2009), riassume in buona parte l’intento avuto dai due autori al proporci le loro riflessioni. Entrambi ricercatori di punta nell’ambito della fisica matematica e della statistica applicata alla biologia, Zbilut e Giuliani presentano al lettore un’immagine dell’impresa scientifica fuori dal coro, quella di un’attività umana ove accanto al rigore c’è bisogno dell’ispirazione, ove l’errore e l’esperienza che se ne fa valgono tanto quanto il successo del risultato finale, ove la semplicità e la bellezza sono più importanti della complicazione e delle (brutte) generalizzazioni. Gli strumenti dello scienziato non sono soltanto il computer o la ricerca di modelli che approssimino sempre meglio il comportamento dei fenomeni. Il suo lavoro, in realtà, lo riconosca o no, assomiglia di più a quello di un artigiano che deve saper scegliere i pezzi giusti da mettere al posto giusto. Questi deve essere disposto ad accostarsi alla natura in modo creativo, spesso non conformista, con una sufficiente dose di umiltà che lo spinga a lasciare procedure e rappresentazioni anche assai ben collaudate, se queste corrono inconsapevolmente il rischio di allontanarsi dalla realtà per proporci un modello sì perfettamnte funzionante, ma ormai troppo complicato per essere vero. La vera scienza, essi affermano, deve essere semplice; la si deve poter trasmettere da maestro a discepolo come si fa con l’arte, anzi secondo le migliori regole di un mestiere depositario di esperienza e di saggezza secolari.

Anche se a tratti le pagine di questo volume, divertente ma profondo, possono sembrare provocanti, e lo sembreranno soprattutto ai fisici e a tutti coloro che si occupano di discipline scientifiche con un alto grado di formalismo e di astrazione, esse sottendono una tesi piuttosto seria: la vera immagine della scienza, spesso, non è quella che ci viene trasmessa dal linguaggio e dalle logiche degli “addetti ai lavori”, specie quanto questi sono impegnati a conservare l’influenza del loro ruolo nella società e nella comunicazione. La vera immagine della scienza è quella che corrisponde al lavoro quotidiano del ricercatore, teso piuttosto a valorizzare la semplicità e l’esperienza, la fallibilità e l’intuizione, la retorica e la passione, il desiderio e l’ispirazione artistica, tutte cose assai poco “formali” che, se riconosciute pubblicamente, potrebbero far perdere alla scienza e agli scienziati un’aurea di rigore e di precisione che, nell’immaginario popolare, costituiscono le loro maggiori credenziali. Lo scienziato, insomma, che appare un po’ troppo spesso come sacerdote, dovrebbe riconoscere di essere, in realtà, solo un artista. E non è assolutamente poco.

Come mettono bene in luce gli autori (uno dei due, Joseph Zbilut, è prematuramente scomparso poco prima della pubblicazione italiana del volume ed a lui Alessandro Giuliani dedica un ricordo finale), questa chiarificazione di ruoli non è questione da poco. Essa reca delle importanti conseguenze non solo sul piano epistemologico, ma anche su quello, non meno importante, del rapporto fra scienza e società. Nel primo campo, quello epistemologico, ciò implica la consapevolezza di avere a che fare sempre con “traduzioni” e con “misure”, che costituiscono una mediazione non sempre esplicitata al momento di tornare dal modello alla realtà dei fatti, ma anche la rivalutazione di procedure che vanno al di là del rigore formale e sanno pescare, non con meno successo, nella sfera umana e personalista. La ricerca della generalità, ad esempio, non è sempre la strada migliore. Anche se essa consente la matematizzazione e la rappresentazione mediante modelli efficienti e pragmatici, il prezzo da pagare è la complicazione e la progressiva fuga dal reale. Esistono approcci alternativi alla generalizzazione come la ricerca di criteri descrittivi relazionali o comunque aperti a valorizzare le proprietà “poco generali” del caso singolare, cercandone una spiegazione in luogo di assorbirne le deviazioni dalla media attesa. Nel secondo campo, quello antropologico e della comunicazione, la scienza dovrebbe essere maggiormente fedele alla sua immagine di impresa umana, fatta anche di insuccessi e di complicazioni (spesso innecessarie), e lo scienziato non assumersi il compito di fornire (anche se su richiesta della maggioranza) soluzioni esatte a problemi morali o esistenziali.

Con alcune delle tesi di Zbilut e Giuliani si può non essere d’accordo, come ad esempio con l’idea che assegnare la verifica di un articolo scientifico ad un peer review potrebbe contribuire ad un certo conservatorismo nelle scienze, specie se il referee è scelto proprio fra quei ricercatori che si occupano delle medesime ricerche; oppure con quella che la matematizzazione delle scienze sia stata in definitiva una perdita (almeno quando non affiancata con altri approcci). Eppure l’analisi degli Autori mantiene la sua validità, perché volta a rivalutare l’umano nella scienza, cosa oggi quanto mai opportuna. “Dobbiamo insomma cercare dove si nascondono i ‘valori duraturi’ dell’attività scientifica – essi affermano – che ci faranno comprendere il ruolo giocato dalla scienza nella promozione della dignità umana”. L’obiettivo non è certo quello di togliere prestigio all’attività scientifica, ma, al contrario, di saper riconoscere tale prestigio là dove esso è davvero presente, nella dimensione pienamente umana, e per questo anche artigianale, semplice e comunicabile, del nostro sforzo di capire e di contemplare la realtà. E i due verbi sono entrambi necessari.

Giuseppe Tanzella-Nitti