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Etica del virtuale, Annuario di Etica 4/2007

a cura di Adriano Fabris Vita e Pensiero, Milano 2007
pp. 214
ISBN:
9788834315682

Il veloce progresso negli ambiti dell’intelligenza artificiale e della robotica hanno originato importanti cambiamenti nel modo di vivere, pensare e rapportarsi nella società odierna e la conseguente riflessione etica.

Il gruppo di scritti, che costituiscono l’opera, è organizzato in quattro sezioni: saggi (più teoretici), interventi (sulle applicazioni pratiche e problemi etici), interviste con ricercatori nell’ambito delle nuove tecnologie e una utile raccolta di rassegne bibliografiche delle pubblicazioni più rilevanti a livello internazionali sugli argomenti dell’etica del virtuale e del cyberspazio. La varietà di tematiche trattate, da un lato, rende difficile la lettura perché esige conoscenze filosofiche in diversi ambiti e autori e, dall’altro, stimola la riflessione personale con prospettive estetiche, etiche, sociologiche, antropologiche, etc. Di seguito offriamo una sintesi degli aspetti centrali trattati.

Le nuove tecnologie hanno aperto un nuovo spazio individuale e sociale denominato cyberspazio, caratterizzato da un certo superamento dei limiti spazio-temporali e materiali. Il fascino di questo mondo spinge a cercare un ulteriore chiarimento del concetto di “virtuale”. Com’è noto, virtualis nella sua concezione classica designa una potenza attiva in grado di passare all’atto. Con lo sviluppo delle nuove tecnologie, il termine ha subito un chiaro spostamento di significato, indicando attualmente una nozione sintetica che include il reale, il possibile e il potenziale. Di conseguenza, nella realtà virtuale sono simultáneamente presenti elementi che erano distinti e contrapposti nella riflessione filosofica precedente. 

Risultato di tale coesistenza è la tendenza dell’identità virtuale a configurarsi come mera indifferenza dei tre concetti (reale, possibile, potenziale) e, a livello etico, si presenta come autoregolata e intrinsecamente virtuosa. Autoregolata perché assorbe con il reale anche i criteri esterni che servirebbero a controllarla. Intrinsecamente virtuosa, perché si assume che tutto ciò che procede dal progresso tecnologico è buono. Tuttavia la stessa realtà degli usi indiscriminati e abusi di certe possibilità nella rete hanno fatto nascere un’etica nel virtuale: norme di comportamento a diversi livelli (giuridico, deontologico, morale, etc.) che consentono di rapportarsi con gli altri utenti in un modo corretto e rispettoso oppure che proteggono i diritti di certi gruppi (per esempio, i minorenni). Il tentativo di fondazione di queste norme spinge oltre la rete, verso i principi presupposti dalle norme e che si trovano in una dimensione dove non c’è indifferenza e unilateralità. Adottare una posizione che si stacca dalla dimensione virtuale, ci fa ritrovare la prospettiva reale, mantenendo la distinzione tra virtuale e quotidiano: è l’etica del virtuale, che sarà un’applicazione dell’etica generale e fornirà l’opportuno sfondo di legittimazione.

In modo quasi unanime tutti percepiamo le possibilità che ci offre il virtuale come un potenziamento positivo dell’esperienza umana. Certamente è così dal punto di vista oggettivo poiché le nostre capacità sensoriali sono ampliate. Tuttavia, una riflessione più attenta permette di vedere che dal punto di vista etico e umano (esistenziale, psicologico, educativo, sociale, etc.) tale esperienza è soltanto potenziale e inferiore perché il rapporto con le altre persone è altamente mediato, benché più sicuro. Basta pensare a Second Life, spazio nel mondo virtuale dove le persone possono costruire una nuova identità e una seconda vita libera dei condizionamenti della vita reale, dove si promette di trovare soddisfazione a tutti i bisogni, specialmente di interazione sociale.

Dentro Second Life ognuno scrive infinità di storie che si incrociano con quelle altrui, con l’unico limite di non interferire nella soddisfazione degli altri. Probabilmente è questa “funzione terapeutica” del virtuale una delle chiavi del suo successo, ma non si può dimenticare che il virtuale deve questa funzione al suo intreccio con la realtà. 

Dalla prospettiva antropologica, la società di rete si presenta come spazio dell’intelligenza collettiva, di cooperazione delle intelligenze e delle esperienze dei soggetti che contribuiscono alla realizzazione del mondo virtuale. Questo spazio collettivo si caratterizza per essere un posto di condivisione e scambio delle conoscenze, in maniera scorrevole, veloce e continuamente rinnovata. Ciò manifesta, dal punto di vista etico, l’importanza di nozioni come relazionalità, incontro e ospitalità e perciò alcuni autori vedono nel cyberspazio la possibilità di creare una società di giusti, dove si valutano e integrano le differenze, dove si realizza l’ideale dell’etica come obbligo verso l’altro (in linea con Lévinas e Derrida). D’altra parte, bisogna sottolineare l’artificialità dei rapporti e il suo fondamento edonista.

Sul piano socio-politico, alcuni entusiasti hanno visto nella rete la base tecnica per una effettiva e totale realizzazione della democrazia cibernetica. Certamente è diventato uno strumento di globalizzazione e comunicazione efficace, però non si può perdere di vista che l’apparente uguaglianza che la rete crea non è reale a livello sociologico (basta pensare alle milioni di persone che non hanno mai visto un computer) ed è anche condizionata dagli interessi particolari, che manipolano l’informazione circolante.

Le ricerche verso l’integrazione uomo-macchina sono un’altra fonte di problemi etici rilevanti, che hanno dato luogo alla roboetica. Tali ricerche tentano la connessione diretta del sistema nervoso di un essere biologico con un dispositivo esterno (calcolatore o robot) in modo tale che quest’ultimo sia controllato dal sistema nervoso dell’utente, non attraverso una periferica. Le problematiche che appaiono sono molto diverse e  perciò conviene distinguere tra quelle più pressanti e quelle non imminenti e nemmeno plausibili alla luce delle nostre conoscenze odierne (per esempio, il problema dei diritti e doveri dei robot). Alcune delle questioni rilevanti sono: l’integrità fisica e mentale dell’essere umano nella interazione uomo-robot, l’accesso equo alle risorse tecnologiche, l’uso bellico della tecnologia e l’attribuzione di responsabilità morale all’uomo in situazioni di integrazione con la macchina.

Questa riflessione etica applicata si presenta per la sua stessa natura come interdisciplinare -si confrontano conoscenze tecniche e scientifiche, giuridiche e politiche, psicologiche e sociologiche, filosofiche e teologiche- ed è anche percepita come uno slancio per la ricerca scientifica, come succede nel caso dello sviluppo dei robot in grado di imparare.

Le possibilità che le nuove tecnologie offrono per il miglioramento della vita umana nella sua condizione biologica hanno dato luogo al programma del longevismo. Con questo termine si indicano le crescenti possibilità di spostamento significativo della vecchiaia. Questa non si concepisce qui come un dato naturale, nel senso di inalterabile, bensì come qualcosa di sottoposto al controllo e alla manipolazione umana. Oltre alla mentalità meccanicista, soggiace al programma longevista anche un altro approccio: il trasumanesimo o potenziamento umano. Il desiderio di sviluppare tutte le potenzialità umane è trasformato nel diritto dei singoli alla libertà di configurare la propria personalità e a disporre del proprio corpo secondo i propri piani, tempi, contenuti e modalità del vivere e del morire. La prospettiva e nettamente edonista e utilitarista: l’unico limite intrinseco ammesso è la libertà dell’individuo mentre quello estrinseco viene dato dal principio di non danneggiare gli altri. Eliminare il dolore di qualsiasi tipo è considerato un dovere morale e non si cerca la prolungazione di qualsiasi vita umana, ma soltanto di quella degna di essere vissuta perché vigorosa, libera da sofferenze e da privazioni. Non è difficile immaginare il modo di comportarsi del longevista di fronte al malato terminale oppure all’handicappato.

Il problema della coscienza artificiale è un’altra questione centrale della roboetica. Si definisce come lo stato interno di un sistema artificiale che simula il comportamento di un agente umano cosciente. Il problema è l’equivalenza o meno tra coscienza umana e artificiale.

 Il dominio delle posizioni materialiste e riduzioniste dentro la filosofia della mente porta ai modelli computazionali della coscienza, che la pensano come generabile, in principio, da una certa struttura computazionale implementata in un supporto materiale.  Le difficoltà reali per farlo nella pratica si attribuiscono alla mancanza di conoscenza dei meccanismi che stanno alla base della coscienza. Tali teorie sono deterministe rispetto alla libertà: abbiamo l’illusione delle scelte libere, ma è il nostro sistema nervoso a decidere.

Non mancano le critiche al riduzionismo, sia come negazione della possibilità di simulare computazionalmente l’attività complessiva di una coscienza sia come affermazione, se ci fosse la simulazione, dell’insufficienza di questa condizione per avere coscienza. Per mostrare l’irriducibilità basta considerare uno stato cosciente umano: l’intuizione della verità di una proposizione. Si tratta di un’intuizione di un fatto semantico che coincide con il cogliere lo stato di cose che verificano la veridicità della proposizione. Ció è fuori dalla portata dello stato computazionale che al massimo può derivare proposizioni all’interno di una teoria in modo logicamente coerente (un mero fatto sintattico).

La distinzione fra emozioni e sentimenti porta alcuni autori a parlare di sistemi artificiali dotati di emozioni, mentre non è stato ancora possibile realizzare sistemi con sentimenti. Le emozioni si riferiscono all’insieme delle modificazioni corporee e di condotta che hanno luogo in una situazione particolare, indipendentemente da qualsiasi esperienza interna vissuta coscientemente dalla persona umana. Tale esperienza è il sentimento che, per ora, è prerogativa umana. In questa visione, è possibile dotare le macchine di un’etica perché questa è ridotta a norme di comportamento.

I contributi raccolti nell’opera non hanno tutte lo stesso valore né dal punto di vista della fondatezza né della validità dei presupposti né della responsabilità morale delle sue conseguenze. Manca una valutazione conclusiva da parte dell’editore che non presenta una critica alle varie posizioni comparse lungo il libro. D’altra parte, secondo quanto detto nell’introduzione, l’oggetto della presente pubblicazione è soltanto mostrare diversi approcci senza volontà di valutarli. Perciò mi sembra interessante indicare che alcune delle proposte di elaborazione di un’etica del virtuale (pensiero debole o decostruzionismo) presentate, si orientano nella direzione sbagliata.

Susana López Palomo