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La chiusura della mente americana

Alan Bloom

Frassinelli,
Milano 1988
pp. 373
Anno di edizione originale: 1987
ISBN: 9788871807980

Saggio controcorrente, espressione di una severa autocritica alla formazione illuminista e pragmatica, che ha condotto ad una perdita di unità della cultura, ad una frammentazione della persona e ad una relativa, diffusa ignoranza circa l’eredità della filosofia classica e delle grandi riflessioni spirituali sull’uomo. Leggiamo nell’introduzione: «Vogliono renderci uomini di cultura con gli strumenti inventati per liberarci dalla cultura. Di solito l’apertura mentale era la virtù che ci permetteva di ricercare il bene usando la ragione. Adesso significa accettare tutto e negare la forza della ragione. La sfrenata e sconsiderata ricerca di apertura, senza tener conto dell’inerente problema politico, sociale o culturale dell’apertura come scopo della natura, le ha tolto significato. Il relativismo culturale distrugge tanto ciò che è proprio, quanto il bene» (pp. 28-29).

Alan Bloom ha lavorato nelle università di Yale, Cornell, Toronto, Tel Aviv e Parigi. Il contesto delle sue riflessioni in quest’opera è l’università statunitense, nella quale egli ha insegnato per molti anni presenziandone da vicino la lenta evoluzione verso la situazione descritta. Si mette in luce il legame fra l’affermazione della società liberale e la corrispondente trasformazione sofferta dalla cultura e dall’educazione, rintracciandone le radici soprattutto nel pensiero di Rousseau.

Nel capitolo finale del volume (Lo Studente e l’Università) l’A. scrive: «Oggi l’università non offre un volto preciso al giovane […] Non c’è visione, non c’è un insieme di visioni concorrenziali, di ciò che è un uomo colto. Il problema si è dileguato, perché ponendosi mina la pace. Non c’è organizzazione delle scienze, non c’è un albero della conoscenza. Dal caos emerge lo scoraggiamento, perché è impossibile fare una scelta ragionevole. Meglio rinunciare a un’educazione liberale e proseguire con una specializzazione, nella quale almeno esistono un programma stabilito e possibilità di carriera» (p.327).

Il saggio non giunge a tematizzare quale debba essere il ruolo della religione nel recupero di una visione unitaria del sapere, né affronta in modo convincente i rapporti fra fede e ragione. La fonte ed il contesto dai quali sorge l’autocritica, insieme con il dibattito seguito alla sua pubblicazione, ne fanno tuttavia un’opera di particolare interesse.