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Una lettura filosofica dell’evoluzionismo

Maurice Blondel
1893

dalla parte III della I ed. de L’Action, "Il fenomeno dell’Azione"

Nella Parte III de L’Azione, Blondel si interroga sulla possibilità che la scienza abbia, dal suo interno, la capacità di giustificare il senso dell’azione umana, in questo caso l’intenzionalità dell’azione tesa a conoscere e capire la natura. In tale contesto egli riflette sul senso dell’evoluzione biologica, ovvero se essa sia in grado, sul piano fenomenologico, di dar ragion di tale tensione conoscitiva. Ne risulta una interessante analisi circa la “filosofia” dell’evoluzione, nella quale il pensatore francese mette in luce i necessari aspetti interpretativi e metaforici – e pertanto introdotti in modo libero e intenzionale dal soggetto – della nozione stessa di evoluzione. Ciò lo conduce a parlare dell’evoluzione come “alchimia della natura”, ovvero come interpretazione fortemente debitrice alle intuizioni e ai modelli filosofici del soggetto.

L'evoluzionismo è un'alchimia della natura. Ecco indicato con una sola parola ciò che esso ha di utile e fecondo, e ciò che ha di transitorio e incompleto. Vediamo in primo luogo l'utilità che ha. È quella di supporre un legame continuo sotto la bruta diversità e l’apparente indipendenza degli esseri che coesistono e che si succedono; quella di preparare così il terreno a una nuova estensione del determinismo matematico, e di percepire che anche negli organismi più flessibili si dovrà trovare la legge del numero, mensura et pondere. L'evoluzionismo congettura che i rapporti viventi formanti l'unita del mondo hanno i loro equivalenti in altri rapporti astratti, che spetta alla deduzione fissare net suo linguaggio tecnico. Le azioni cosmiche, fisiche, biologiche, sociali, passando dall'omogeneo all'eterogeneo, risultano da un adattamento all'ambiente universale. In tal modo ogni fatto, così come ogni essere, è un'espressione delta continuità, della solidarietà, dell'unità totale, un prodotto della storia comune, una soluzione particolare e transitoria del problema generale del mondo. E questo problema si complica man mano che le soluzioni successive lo arricchiscono di nuovi dati attraverso la costante ricerca di un equilibrio rotto incessantemente. È una grande e feconda idea quella di questa solidarietà simpatetica tra tutti gli esseri che si costruiscono in qualche modo gli uni gli altri, così come i membri di un organismo in perenne crescita si corrispondono; ipotesi divinatoria, la quale simbolizza, ma senza rigore scientifico, la formula esatta del concerto composto dall'universo; intuizione di verità, che una scienza più avanzata dovrà precisare e limitare completandole.

Ecco adesso quello che di fatto manca all'evoluzionismo, quello che ne fa un romanzo, più che una scienza della natura. Come l'alchimista, fondandosi suite trasmutazioni che vedeva operarsi misteriosamente sotto i suoi occhi, aveva la pretesa di estrarre alla fine l'oro da tutti i corpi che riteneva di indirizzare alla loro perfezione, così l'evoluzionista e persuaso di scoprire l'avviamento degli embrioni elementari della vita verso forme superiori e verso l’umanità. Non si deve forse applicare al secondo per analogia ciò che rimprovera al primo? Per quale ragione allora l’alchimia merita la qualifica negativa di falsa scienza annessa al suo nome? Accontentandosi di solito di somiglianze o di verosimiglianze superficiali, essa mischiava alle sue esperienze positive le ipotesi più ardite, senza distinguere la parte dell’immaginazione nella percezione del reale. Mancando di un metodo atto a eliminare le possibilità di errore e di determinare l’oggetto preciso delle sue ricerche, essa con la sua curiosità perseguiva un fine esterno alla scienza medesima. E astraendo da tutte le qualità irriducibili dei corpi che l’esperienza diretta gli esibiva, cercava in ogni caso di ridurli tutti a una stessa qualità, con un’incoseguenza inavvertita.

Così l’evoluzionista: egli sembra attestarsi, con tutte le debite differenze, al punto in cui, ignorando le leggi positive della combinazione chimica, si credeva ancora alla trasmutazione degli elementi. Quindi invoca la lotta per l’esistenza o la selezione naturale, quando coglie attraverso le anomalie dell’eredità certe trasformazioni visibili per suffragare una tesi che si affretta a dichiarazione scientifica, non significa che ancora una volta gioca la convinzione secondo cui nella scienza sono sufficienti verosimiglianze e approssimazioni descrittive? Non significa procedere con pressappochismi, senza avere prima la cura di definire e delimitare le affermazioni tramite questo metodo negativo della controprova che, essendo in grado di eliminare le cause di illusione e di imporre conclusioni rigorose, conferisce loro un valore dimostrativo? Se, in base alla semplice osservazioni di apparenze favorevoli, egli ritiene che le specie viventi sono derivate le une dalle altre attraverso trasformazioni insensibili, si comporta se non come l’alchimista che chiama argento vivo il mercurio, almeno come quel chimico che immaginasse tra l’ossido di carbonio e l’acido carbonico una gradualità di stati con tasso di ossigeno più o meno elevato attraverso cui si passerebbe dall’uno all’altro.

Ma dare un giudizio sommario delle modificazioni o delle somiglianze organiche, ipotizzare transizioni impercettibili, sperare che avvicinando all’infinito le tappe della metamorfosi universale si faccia svanire ogni difficoltà e ogni discontinuità, come una domestica che sparpaglia un mucchio di polvere per renderlo invisibile a uno sguardo poco attento, significa abusare della analogie matematiche e del prestigio dell'immaginazione contro il metodo e l’originalità delle scienze naturali. Tanto e legittimo e scientifico stabilire la stretta dipendenza di parti che si sostengono a vicenda, e far circolare da un capo all'altro del mondo gli stessi elementi e le stesse leggi di composizione, altrettanto temerario e inconseguente risulta non riconoscere in seno all'omogeneità certa l’eterogeneità altrettanto certa.

Perché anche supponendo che nel laboratorio della natura si vedesse nascere da una specie determinata una nuova specie sotto l'influsso di cause complesse, come in un alambicco in cui sono presenti parecchi corpi si formano combinazioni impreviste, non per questo risulterebbe risolto il problema della trasmissione e della trasformazione dell'organismo. Se l'alchimista era incoerente eliminando tutte le qualità specifiche dei corpi per ricercare una qualità finale, l'evoluzionista lo e ugualmente quando fa astrazione dalla specie derivata come se questa non avesse la sua irriducibile originalità, polarizzandosi sulla specie originale, sulla cellula primitiva considerata come un dato fisso. Quello non credeva alla specificità dei metalli, e tuttavia voleva ottenere una specie fissa, l'oro; questo non crede alla specificità degli organismi, e vuole ricondurre tutti gii esseri a uno stesso tipo. In altri termini, astraendo dalla qualità eterogenea, forza la continuità omogenea per restaurare in definitiva una qualità iniziale o finale, come se ci potesse essere un tipo unico da cui gli altri derivano per composizione, allo stesso modo in cui le quantità nascono dalle unita numeriche.

Dunque bisogna ammettere sempre, fin dal punto di partenza, dal primo germe di vita, un coordinamento infinitesimale delle parti, un sistema specifico, una combinazione del tutto sui generis degli elementi organizzati. Altrimenti non vi sarebbe né chimica biologica né scienza della vita possibile, perche tutto sarebbe amorfo. Se una sintesi definita cambia, non può formare che un'altra sintesi definita, come un individuo distinto nasce da un individuo distinto. Quindi qualunque sia l'origine delle specie viventi, rimane intatta la questione della loro differenza fondamentale: distinzione essenziale da cui dipende il carattere positivo delle scienze della natura. Il problema dell'origine reale e della costituzione degli esseri è totalmente differente dal problema della discendenza storica e della composizione organica delle forme viventi. E per non fare della metafisica senza saperlo occorre separare i due problemi, perché la scienza è assolutamente incompetente sul primo.

A quali condizioni le teorie della filogenesi e dell’ontogenesi investiranno un carattere propriamente scientifico? E che resterà dell'evoluzionismo quando, cessando di essere una dottrina è di aspirare a possedere l'ultima parola e il grande segreto delle cose, avrà preso posto nel sistema delle scienze sperimentali, le quali conserveranno e supereranno la verità di questa ipotesi, come di tante altre dopo averne evitato e condannato l'eccesso?

Se è consentito fare una previsione, resterà senz'altro questo: si saprà scientificamente che dall'ultimo elemento sempre provvisorio cui l'analisi perverrà fino alle sintesi più complesse della vita circolano, per così dire, una stessa linfa e una stessa formula di composizione. Già la cristallografia studia la struttura architettonica degli atomi nella molecola. Aspettiamo che essa determini come gli elementi si combinano e si compongono, come si giustappongono cristallizzando secondo leggi meccaniche sulle quali il calcolo avrà presa, e allora anche i composti organici potranno essere definiti rigorosamente in funzione della loro struttura istologica; allora si conoscerà senza dubbio come la connessione degli organi e la correlazione delle forme, la cui armonia negli esseri superiori sembra obbedire più a una legge di finalità estetica che a un ordine geometrico, dipende dalla natura specifica delle combinazione elementari che si esprime nell'insieme dell'essere vivente; allora si saprà come la sintesi organica è soggetta alle leggi precise di una sorta di cristallizzazione, e come persino la varietà delle razze secondo l'ambiente è un caso di polimorfismo. In tal modo l’unità di composizione nella natura e il concatenamento universale dei fatti delle forme e degli esseri non sarebbe più un'ipotesi determinata o una vaga approssimazione basata su verosimiglianze o generalità. Sarebbe una formula che la deduzione potrebbe sfruttare e che confermerebbe fin nel minimo particolare l’antico adagio: Homo de limo terrae.

M. Blondel, L’Azione, tr. it. San Paolo, Cinisello Balsamo (1993), pp. 163-166.