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Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente

Richard Dawkins
Mondadori , Milano 1995
pp. 352
ISBN:
9788804393184

The Selfish Gene, Oxford University Press, Oxford 1976 (seconda ed. aumentata Oxford 1989)


Richard Dawkins è nato a Nairobi nel 1941, ha conseguito la laurea e il dottorato ad Oxford, sotto la guida di Nikolaas Tinbergen, il grande etologo olandese, che vinse insieme a Lorenz e von Frish il premio Nobel per la medicina, nel 1973. Dal 1970 è titolare della cattedra di zoologia alla Oxford University. La sua intensa attività di divulgatore scientifico inizia nel 1976, con la pubblicazione di The Selfish Gene (Il gene egoista), che viene tradotto in molte lingue e diventa un best seller internazionale. A questo primo notevole successo seguiranno The extended Phenotype (Il fenotipo esteso, 1982), The Blind Watchmaker (L’orologiaio cieco, 1986), River Out of Eden (1995), Climbing Mount Improbable (Alla conquista del monte improbabile, 1996), e Unweaving the Rainbow (L’arcobaleno della vita, 1998). Dawkins ha lavorato anche per la BBC, presentando il programma televisivo Horizon, in cui divulga alcune delle sue tematiche preferite, come l’applicazione della teoria dei giochi all’etologia. Scrittore di talento, unisce alla competenza scientifica una notevole chiarezza espositiva e uno stile talvolta ironico e perfino sarcastico. Per la sua opera di divulgazione scientifica ha ricevuto numerosi riconoscimenti: perL’Orologiaio Cieco si è aggiudicato, nel 1987, sia il premio della Royal Society of Literature sia quello del Los Angeles Times, e nel 1996 il premio Humanist of the Year. Inoltre, dal 1995, è titolare ad Oxford della nuova cattedra di Public Understanding of Science, istituita con il finanziamento di Charles Simonyi, manager della Microsoft.

La prima edizione di Il gene egoista vede la luce nel 1976, a questa ne seguirà una seconda (quella a cui facciamo qui riferimento) nel 1989, in cui l’autore non interviene però sul testo originale, ma aggiunge due nuovi capitoli e numerose note di approfondimento, specie in riferimento ai punti che erano stati oggetto di maggiori critiche. Utilizzando un linguaggio accessibile anche ai non specialisti, ma senza con questo semplificare all’estremo i concetti, l’A. intende rivolgersi, secondo quanto egli stesso dichiara, a tre categorie di lettori: i profani della materia innanzitutto, ma anche gli specialisti, cui si vuole comunicare un nuovo modo di pensare la materia di cui si occupano, e infine gli studenti di scienze naturali, cui si vuole fornire uno sguardo introduttivo di sintesi. L’argomento centrale, intorno a cui ruota tutto il libro, è così riassunto dall’A.: «Noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni. Questa è una verità che non cessa mai di stupirmi e, anche se la conosco da anni, non riesco mai ad abituarmici del tutto»( p. VIII). Come si può vedere da questa frase di apertura, anche se il libro intende esporre contenuti essenzialmente scientifici, e non vuole entrare esplicitamente nell’ambito filosofico, si intende chiaramente che le convinzioni dell’A. esprimono una visione materialista e meccanicista dell’intera natura e dell’uomo stesso. Per questo motivo le opere di Dawkins hanno riscosso molto successo presso intellettuali e circoli culturali di orientamento ateistico.

Il riduzionismo genetico

La tesi di Dawkins è stata da molti definita “riduzionismo genetico”, ma viene presentata dall’autore come un nuovo modo di spiegare la teoria dell’evoluzione; vediamo meglio di cosa si tratta.

Secondo il darwinismo “ortodosso”, l’oggetto su cui agisce la selezione naturale è l’individuo, il singolo essere vivente; questi è dotato di caratteri che ha ereditato dai propri antenati o che si manifestano in lui per la prima volta, in seguito a mutazione casuale. L’evoluzione di una specie avviene quando un individuo, che ha subito una mutazione casuale, trae da essa un vantaggio sui suoi compagni nella lotta per la sopravvivenza, ciò decreta il suo maggior successo riproduttivo e dunque aumenta le probabilità che il nuovo carattere ereditario si trasmetta alle generazioni successive, fino a modificare l’intera specie. Dawkins propone di spostare l’attenzione dall’individuo all’elemento che rende possibile la trasmissione dei caratteri ereditari, che oggi sappiamo essere il gene. Si parte dall’assunto che ad ogni particolare carattere somatico o attitudine comportamentale dell’individuo corrisponda un particolare gene o una combinazione di geni. Un singolo carattere dell’individuo può rivelarsi più o meno vantaggioso per la replicazione dei suoi geni attraverso i discendenti: da questo deriva la maggiore o minore diffusione di tali geni nelle generazioni successive. Non sono dunque tanto gli individui quanto i geni a lottare per la sopravvivenza, ossia per garantirsi il maggior numero di replicazioni possibile. I geni programmano la costruzione degli organismi, che sono le “macchine da sopravvivenza” di cui essi si servono per aumentare le probabilità di riprodursi invariabilmente nel tempo, mantenendo così la stabilità. Questo mutamento di prospettiva nella teoria dell’evoluzione, dall’individuo al gene, permette, secondo Dawkins, di rendere conto di alcuni fenomeni osservati nel mondo animale, e che sembrano andare contro la legge della sopravvivenza del più adatto. Attività di cooperazione, solidarietà familiare, comportamenti altruistici fino al punto che un animale mette a repentaglio la propria vita a favore di altri individui della sua specie, hanno portato alcuni a ritenere che, almeno in certi casi, l’evoluzione operi per il bene della specie, e non dei singoli individui che la compongono. È proprio contro questa interpretazione dell’evoluzione che si indirizzano le argomentazioni dell’A., volte a dimostrare come le manifestazioni di altruismo osservate negli animali, trovino una spiegazione diversa se si sposta l’attenzione sui geni anziché sugli individui. In tal modo possiamo comprendere, ad esempio, il vero motivo per cui l’ape può sacrificarsi attaccando col proprio pungiglione gli animali che minacciano di razziare il miele: questo comportamento appare difficile da spiegare nell’ottica del bene dell’individuo, poiché l’ape dà la vita per una risorsa di cui potranno usufruire solo le altre componenti del suo gruppo, e si potrebbe pensare che essa stia operando per il bene dell’alveare. In realtà ciò avviene perchè il gene che ha predisposto tale comportamento ha maggiore probabilità di propagarsi nelle generazioni rispetto ad un eventuale gene che la invitasse ad evitare l’atto suicida. L’ape infatti è sterile, e l’unico modo che ha per trasmettere i propri geni è quello di preservare a tutti i costi la vita delle figlie dell’ape regina, ciascuna delle quali ha nei propri cromosomi i 3/4 dei geni dell’ape “kamikaze”. Il principio bellum omnium contra omnes, che domina la visione darwiniana della natura, è così mantenuto intatto, spostando il riferimento dagli individui verso i geni che ne programmano il comportamento.

Vogliamo ora tornare al termine “riduzionismo genetico” che è stato attribuito da molti alla teoria di Dawkins. Per comprendere correttamente questo concetto è necessario chiarire bene cosa si intende per riduzionismo. In linea generale si chiama “riduzionismo” la prospettiva che considera il tutto come la somma delle parti che lo compongono, ad esso si suole contrapporre il termine “olismo”, che designa la concezione del tutto come entità emergente, non riconducibile soltanto alla somma delle sue parti. Per il nostro scopo possiamo limitarci a considerare due tipi di riduzionismo: uno che definiamometodologico, e un altro che chiameremo ontologico.

Il riduzionismo metodologico consiste nello studiare un oggetto scomponendolo idealmente nelle sue parti che si considerano elementari, e nel dedurre le proprietà dell’insieme dalle proprietà dei suoi elementi. Si tratta di un procedimento che ha dato grandi frutti nella ricerca scientifica, e può essere impiegato con successo, ad esempio, in molti ambiti della fisica, ma non in tutti, come dimostra la scoperta dei sistemi dinamici complessi, caratterizzati dalla non-linearità. Ricordiamo che, in ambito biologico, il paradigma riduzionista è stato utilizzato da Gregor Mendel, nei suoi studi pionieristici sui meccanismi dell’ereditarietà. L’idea di Mendel fu di considerare alcuni caratteri fenotipici delle piante di pisello, riconducendoli ciascuno all’esistenza di due unità discrete (gli alleli), provenienti da ciascuno dei genitori della pianta; tali unità, sommandosi in maniera lineare, determinano le caratteristiche dell’intero organismo.

Parlando di riduzionismo ontologico invece non ci riferiamo soltanto ad una metodologia di lavoro scientifico, ma ad una concezione di carattere metafisico, secondo cui il tutto è solamente la somma dei suoi costituenti fondamentali, per cui, in ultima analisi, tutte le proprietà di qualunque oggetto dell’universo (compresa la coscienza umana) sarebbero riconducibili alle proprietà delle particelle elementari che lo costituiscono, senza che si possa parlare di alcuna qualità emergente, non deducibile cioè dalla pura somma degli elementi. In tale prospettiva tutte le scienze, dalla chimica fino alla psicologia e alla sociologia, non sarebbero altro che corollari della fisica delle particelle elementari. Ciò che qui ci preme sottolineare è che si tratta di una posizione che non può essere dimostrata rimanendo nell’ambito dei soli argomenti scientifici, e dunque può essere sostenuta o rifiutata solo in relazione al particolare sistema filosofico cui si fa riferimento.

L’interpretazione che Dawkins dà dell’evoluzionismo darwiniano, come l’abbiamo molto sinteticamente presentata, presuppone, com’è chiaro, uno spiccato riduzionismo, che riconduce tutte le proprietà di un organismo all’informazione contenuta nei geni, facendo di questi le componenti fondamentali del corpo vivente. È bene osservare che ipotesi di questo tipo non sono accettate da tutti gli scienziati con la stessa radicalità con cui le utilizza Dawkins. Critici del riduzionismo genetico si sono dichiarati, tra gli altri, il celebre paleontologo Stephen Jay Gould e il microbiologo Richard Lewontin. Questi scienziati naturalmente non negano l’importante ruolo che svolgono i geni nel determinare i caratteri dell’organismo, ma ritengono necessario considerare anche l’apporto di altri fattori importanti, quali l’interazione con l’ambiente, o i meccanismi, in parte ancora sconosciuti, di sviluppo dell’embrione. Ma ancora più importante ci pare sottolineare l’insufficienza dell’approccio riduzionista nello spiegare alcune proprietà emergenti degli organismi complessi, in particolare il sorgere della coscienza umana, che si rivela qualcosa di qualitativamente diverso rispetto alle proprietà delle singole parti del sistema nervoso centrale. L’interpretazione dell’evoluzione proposta da Dawkins tuttavia rimane sempre un riduzionismo di tipo metodologico, usato come ipotesi di lavoro, e che, come tale, può rivelarsi, e certamente si rivela, in molti casi utile nell’attività scientifica, mentre in altri casi dimostra la sua inadeguatezza. Lo stesso Dawkins, considerando l’emergere della coscienza soggettiva, ammette la difficoltà di ricondurla ad una spiegazione di tipo riduzionista, giudicandola «il mistero più profondo della biologia moderna» (p. 64). Quando Dawkins spiega un determinato comportamento animale, ipotizzando l’esistenza di un pool genetico che lo abbia programmato, e ipotizzando un modello che mostri come tale comportamento si rivela vantaggioso per la stabilità dei geni dell’organismo, egli applica un riduzionismo di tipo metodologico, ossia formula una teoria che può essere scientificamente plausibile, e può essere confermata o smentita da altre argomentazioni di carattere scientifico. Diverso è invece il caso di altre affermazioni che veicolano una precisa visione filosofica, quasi volendola dedurre dalle interpretazioni proposte in ambito biologico, e che hanno probabilmente decretato il successo del libro presso gruppi di posizione atea e materialista: «noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai nostri geni» (p. 4), «[i geni] ci hanno creato, corpo e mente, e la loro conservazione è lo scopo ultimo della nostra esistenza» (p. 23). Si afferma qui che la totalità della persona umana si riduce all’informazione contenuta nella sequenza di basi del DNA, ma questa affermazione non trova, e non può trovare, alcun riscontro nell’ambito dei dati empirici. Alla datità materiale ed empiricamente rilevabile del codice genetico viene ricondotto lo “scopo della nostra esistenza”, che per sua natura è invece trascendente il livello puramente materiale.

Nei casi appena citati ci troviamo di fronte ad un riduzionismo di tipo ontologico, che deriva dalle personali convinzioni filosofiche dell’autore, ossia quelle del materialismo ateo, e non va dunque confuso con ipotesi di carattere scientifico.

Teoria dei giochi e sociobiologia

Possiamo appena accennare ai numerosi aspetti del mondo animale che l’A. prende in considerazione, per interpretarli alla luce della “teoria del gene egoista”. Dawkins dimostra un notevole talento nel rendere sufficientemente chiari, anche al lettore non specialista, gli argomenti più complessi, in particolare quando nelle spiegazioni entrano in gioco argomenti matematici, quali la teoria delle probabilità e la teoria dei giochi. Gli esempi raccolti nel libro sono moltissimi e rendono stimolante la lettura.

Il celebre etologo Konrad Lorenz aveva notato come i combattimenti che gli animali instaurano tra di loro, per assicurarsi la riproduzione, non sono quasi mai scontri all’ultimo sangue, ma assumono più spesso l’aspetto di duelli rituali, in cui si stabilisce un vincitore senza che il perdente subisca ferite gravi. Dawkins intende dimostrare che tali fenomeni non devono essere letti come prove di una moralità nel mondo animale, o di una evoluzione che premia il bene della specie, ma sono anch’esse conseguenze della selezione dei geni, correttamente compresa. Se un animale rinuncia ad attaccare l’avversario con troppa violenza, è perché ciò gli conviene in termini di dispendio energetico, e perché, così facendo, si espone in misura minima al rischio di pesanti ritorsioni: tutto questo può essere reso in maniera matematicamente rigorosa attraverso la teoria dei giochi, come ha dimostrato Maynard Smith. Questo ramo della matematica cerca di costruire dei modelli teorici, che simulano la realtà di elementi messi in competizione tra loro; lo scopo è stabilire quali strategie di gioco si rivelano più vantaggiose e fare previsioni sull’andamento dei conflitti. La teoria dei giochi trova applicazioni in ambito militare e in economia, e ora anche nella sociologia e nell’etologia, come si può vedere dal saggio di Dawkins: si possono creare infatti dei modelli che simulano, con una certa approssimazione, i combattimenti degli animali. Si stabiliscono un certo numero di mosse, come, ad esempio, “attaccare”, “minacciare”, “scappare”, e con esse si compongono varie strategie (come può essere quella del “falco”, che attacca sempre e non scappa finché non ha vinto o non viene ferito gravemente, oppure quella della “colomba”, che si limita a minacciare, ma fugge se viene attaccata, e così via). Ad ogni esito si assegna un punteggio in termini di fitness, ossia energia spendibile per mantenersi in vita (ad esempio –100 punti per un ferimento grave, +50 punti per la vittoria, ecc.), infine si mettono a confronto le varie strategie compiendo simulazioni al calcolatore. Convertendo i punti di fitness in “buoni” per la riproduzione, è possibile anche osservare come si evolve la popolazione virtuale nel corso delle generazioni. L’aspetto interessante è scoprire l’esistenza di strategie evolutivamente stabili o ESS (Evolutionary Stable Strategy), cioè strategie che, se vengono adottate dalla maggior parte della popolazione, non possono essere migliorate, ossia impediscono che la popolazione venga invasa da individui mutanti che utilizzano strategie diverse. Nel caso del modello astratto sulle modalità di combattimento, si dimostra che le ESS sono rappresentate da comportamenti non eccessivamente aggressivi, che prevedono di colpire duramente solo in risposta ad un attacco violento, mentre negli altri casi si limitano ad un atteggiamento da “colomba”.

Questi metodi di ricerca possono dare interessanti risultati anche nell’analisi dei “comportamenti cooperativi” tra gli animali. Attraverso simulazioni al computer, Axelrod e Hamilton, ai cui studi Dawkins fa più volte riferimento, hanno dimostrato che alcuni comportamenti che definiremmo, in maniera antropocentrica, “buoni”, ossia che prevedono, ad esempio, di non tradire mai per primi e dimenticare in fretta i torti subiti, si possono tradurre in modelli di strategie che si rivelano ESS. Così i fenomeni di cooperazione che si osservano tra animali della stessa specie, non vanno visti come espressione di solidarietà, ma come strategie, programmate geneticamente, che si sono stabilizzate nel corso dell’evoluzione, perché permettono di massimizzare il bilancio perdita-guadagno. La solidarietà conviene mediamente ai singoli soggetti, e dunque non rivela una tendenza evolutiva verso il bene della specie. Se un animale rifiuta di cooperare con un compagno, ha maggiori probabilità di non ricevere a sua volta aiuto, nel caso in cui, un domani, dovesse essere lui ad averne bisogno: la cooperazione può essere così interpretata, egoisticamente, come un conveniente investimento per il futuro.

Un altro aspetto del comportamento animale analizzato da Dawkins è quello dell’altruismo familiare, il cui esempio più noto è l’abnegazione con cui le madri si dedicano alla tutela e al nutrimento dei loro cuccioli, spendendo notevoli energie ed esponendosi spesso a gravi pericoli. Abbiamo già citato il caso delle api operaie, che non si riproducono e investono tutte le loro risorse nella cura delle sorelle, figlie dell’ape regina. La spiegazione è naturalmente che la selezione naturale ha favorito quei geni che predispongono ad un comportamento altruistico nei confronti dei propri parenti stretti, perché tali geni hanno maggiore probabilità di replicarsi: aiutando un parente infatti aiutiamo un individuo che possiede buona parte dei nostri geni, ed è in grado di trasmetterli ai propri discendenti. Tutto ciò si può dimostrare con rigoroso ragionamento matematico. Su questo punto l’A. si rifà soprattutto ai lavori di Hamilton, e ai risultati di una disciplina nota col nome di sociobiologia. Possiamo dire, per sommi capi, che questa teoria si basa sulla definizione di un “indice di parentela”, inteso come la probabilità che un qualunque gene di un individuo si possa trovare anche nel patrimonio genetico di un suo parente (tra fratelli è 1/2, tra cugini primi è 1/8 e così via). In base a tale criterio si possono facilmente dimostrare alcuni bizzarri risultati: ad esempio, un ipotetico gene che induca l’individuo a sacrificarsi per salvare la vita di almeno tre fratelli, ha più probabilità di diffondersi rispetto ad un altro ipotetico gene, che induca invece a portarsi in salvo e abbandonare i fratelli al loro destino. Queste semplificazioni un po’ brutali possono, forse, gettare luce sui misteri dell’altruismo familiare, inducendo a considerarlo, ancora una volta, manifestazione dell’“egoismo del gene”.

Non è possibile, in questa sede, approfondire le molteplici applicazioni, proposte da Dawkins, delle teorie a cui abbiamo fatto cenno, molte delle quali sono interessanti e meritano certamente considerazione; com’è chiaro tali ipotesi sono basate sul riduzionismo metodologico di cui abbiamo parlato sopra, quindi su di esse valgono le considerazioni già fatte. La conclusione delle argomentazioni di Dawkins pare andare però al di là dell’osservazione fenomenica e proporsi come interpretazione esaustiva della vita: in natura non esiste l’altruismo, tutto è governato dall’“egoismo” dei geni.

Importante, a questo punto, è considerare criticamente la validità di queste spiegazioni applicate alla persona umana, alla legge morale, alla cultura: alcuni sociobiologi infatti si sono spinti in questa direzione, come il fondatore della disciplina Edward Wilson. Dawkins, da parte sua, prende le distanze da una rigida applicazione di queste teorie alla società umana, limitandosi ad affermare una influenza statistica dei geni sul pensiero e sul comportamento umano: «i geni determinano il comportamento soltanto in senso statistico» (p. 297), «è perfettamente possibile sostenere che i geni esercitano un’influenza statistica sul comportamento umano mentre allo stesso tempo si crede che questa influenza può essere modificata, superata o invertita da altre influenze» (p. 334). Si ammette dunque che nell’uomo l’evoluzione abbia portato anche alla possibilità di una certa autonomia dell’individuo dalle tendenze indotte dai geni che lo hanno costituito, così la società umana ha forse la possibilità di sollevarsi al di sopra della rigida guerra di tutti contro tutti, che caratterizzerebbe la legge biologica fondamentale: «se desiderate, come me, costruire una società dove i singoli cooperino generosamente e senza egoismo al bene comune, dovete aspettarvi poco aiuto dalla natura biologica. Bisogna cercare di insegnare generosità e altruismo perché siamo nati egoisti» (p. 5). Ma, se così stanno le cose, quale fondamento attribuire all’interesse per il bene del prossimo? Che cosa dovrebbe spingerci ad insegnare l’altruismo? Se l’unico piano della realtà è quello della materia, come vuole la filosofia che affiora dalle pagine del libro, in che modo spiegare il sorgere di una tendenza a trascendere la legge biologica? Questa è, a nostro parere, la principale questione che viene lasciata aperta. Quel che l’A. fa è limitarsi a proporre una ipotesi riduzionista per spiegare l’emergere nell’uomo della cultura, fenomeno unico nel mondo animale: è questo il contenuto del capitolo undicesimo, intitolato “Memi: i nuovi replicatori”.

La teoria del “meme”

Questa teoria è il tentativo di applicare il paradigma riduzionista e i meccanismi darwiniani dell’evoluzione alla cultura umana. La proposta di Dawkins ha ottenuto una certa popolarità, e si trova citata in svariati contesti, talvolta anche con una certa imprecisione; a circa trent’anni dalla pubblicazione del libro, una ricerca sul web della parola “meme” fornisce più di due milioni di risultati. Vediamo dunque di esporre in sintesi la tesi dell’A.

Se nell’evoluzione delle specie l’unità di selezione, secondo Dawkins, è il gene, nel caso della cultura si può ipotizzare un diverso elemento, per chiamare il quale l’A. conia il termine «meme» (abbreviativo di “mimene”, cioè “unità di imitazione”). Meme può essere qualunque elemento della cultura, una idea, una frase, un motivo musicale e una qualunque creazione artistica, una teoria scientifica, una filosofia, una religione. Nella visione materialista di Dawkins i memi si identificano con «schemi reali di connessioni neuronali che si ricostituiscono in un cervello dopo l’altro» (p. 326), ma per comprendere la teoria è sufficiente pensarli come semplici entità mentali. Come il gene ha la capacità di creare copie di se stesso e diffondersi in altri corpi attraverso la riproduzione degli organismi, così il meme, che abita un cervello, si diffonde in altri cervelli attraverso la comunicazione, i cui livelli di efficienza nel mondo umano gli permettono di sopravvivere anche per secoli. Ma come il gene può, di tanto in tanto, andare soggetto a errori di copiatura, subendo una mutazione, così il meme va soggetto a modifiche, le quali possono ottenere successo nella trasmissione da un cervello a un altro, oppure trovare scarsa diffusione ed “estinguersi”. Così la cultura si ridurrebbe ad un universo di elementi, in competizione per la sopravvivenza. I memi seguono una evoluzione che si rivela molto simile a quella degli esseri viventi, ma si mantiene indipendente da essa.

Pare evidente che questa tesi sia piuttosto riduttiva, perché incapace di rendere ragione della infinita complessità e varietà di ciò che definiamo “cultura”; ci limitiamo perciò a sollevare due sole obiezioni. Anzitutto, facendo risalire l’origine di tutti i “memi” ad errori di copiatura e mutazioni casuali, si ignora il ruolo della creatività e della genialità umane, attraverso cui nuove idee e soluzioni scaturiscono in maniera quasi improvvisa, non per piccole variazioni graduali ma apparendo subito in tutta la loro complessità, che segna una radicale novità rispetto a quanto si poteva prima trovare. L’approccio di Dawkins può valere per le trasformazioni subite, nel corso dei secoli, dai testi antichi, o per la varietà di versioni di un canto popolare (infatti l’A. porta esempi di questo tipo), ma non spiega in nessun modo il sorgere di creazioni totalmente nuove. Sarebbe assurdo considerare una sinfonia di Beethoven come una mutazione delle partiture precedentemente esistenti! Ma ancora più importante ci sembra il fatto che tale teoria non dice nulla delle ragioni per cui certi memi si affermano e altri no. Alcuni studiosi, spiega l’A., vorrebbero a questo proposito cercare delle ragioni biologiche che spieghino il successo di certi elementi della cultura, come quando si spiega il tabù dell’incesto facendo riferimento ai meccanismi di trasmissione delle malattie genetiche. Ma Dawkins non ritiene necessario richiamarsi in tutti i casi alle esigenze biologiche dei corpi su cui i memi transitano, poiché quel che vuole affermare, è proprio il fatto che l’evoluzione culturale ha acquistato una sua autonomia dalla natura, pur seguendo leggi analoghe. Dunque la questione rimane aperta: i memi vengono selezionati, ma che cosa opera tale selezione? La domanda a questo punto diventerebbe di carattere filosofico, e una risposta potrebbe chiamare in causa nozioni quali “verità”, intesa come adeguazione dell’intelletto ad una realtà che si dà, l’esistenza di una “natura umana” che suscita la ricerca di verità e bellezza, o la domanda sul senso dell’esistenze stessa. La cultura trova spiegazione solo nell’ipotesi di una identità umana che trascende l’essere biologico, pur senza negarlo. La cultura diviene, in questa prospettiva, espressione di tale identità trascendente; essa si attua attraverso forme storicamente contingenti, ma facenti capo, in qualche modo, ad una irriducibile natura spirituale. Ma una visione come questa non è naturalmente compatibile con le posizioni filosofiche dell’A., e dunque la sua teoria evoluzionista dei memi appare fortemente incompleta.

Per concludere, ci sembra importante accennare alle idee che l’A. esprime riguardo alla fede religiosa, considerazioni che, com’è evidente, escono dall’ambito della divulgazione scientifica. Dawkins afferma che l’idea di Dio è al pari di tutte le altre, un meme, che ha dimostrato enorme diffusione e longevità nel corso della storia. Come i geni riescono ad aumentare la loro diffusione se riuniti in gruppi in cui possono favorirsi vicendevolmente, così anche il meme di Dio ha trovato vantaggioso “stringere alleanze” con altri memi, quali l’idea dell’inferno, il celibato ecclesiastico, e soprattutto il concetto di fede, che viene definita «fiducia cieca, senza prove, anche contro le prove» (p. 207) o «uno stato mentale che porta la gente a credere in qualcosa — non importa cosa — in assenza totale di prove a favore» (p. 333). Infatti la fede «assicura la propria esistenza perpetua con il semplice espediente inconscio di scoraggiare le indagini razionali» (p. 207). Quella di Dawkins è una visione della “fede” che, oltre a non distinguerla da ciò che il cristianesimo chiama “fideismo”, non potrebbe essere plausibilmente applicata a nessuna religione in sincera ricerca di Dio. La fede, quale viene proposta dall’esperienza cristiana e dalla riflessione teologica, è un obsequium rationale, che non rifiuta, anzi ricerca le ragioni per credere, le quali non sono mai necessitanti, ma sono richieste affinché la fede sia un atto libero della persona nella sua integrità, senza rinunciare dunque all’esigenza di razionalità che caratterizza la natura umana. Nella prospettiva cristiana, fede e ragione non si contrappongono ma si compenetrano. Una fede che invita a credere “contro le prove” e a “scoraggiare le indagini razionali” non è certamente una fede cristiana, come ricordato dall’enciclica Fides et ratio: «La ragione e la fede non possono essere separate senza che venga meno per l’uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il mondo e Dio» (n. 16).

Per una conoscenza adeguata dell’uomo non è possibile limitarsi alla sola indagine scientifica, perché nessuna teoria scientifica può rispondere alla domanda sul senso della vita umana. Per questo non si può accettare l’affermazione di Dawkins che tutte le risposte alle domande “che cos’è l’uomo?”, o “la vita ha un significato?”, date prima del 1859 (data della pubblicazione di L’origine delle specie di Charles Darwin) sono da rigettare perché sbagliate e prive di valore (pp. 3 e 279). La scienza può spiegare i meccanismi biochimici che costituiscono la vita, può elaborare teorie attendibili sui processi che hanno portato alla comparsa dell’uomo sulla terra, ma non può, con questo, esaurire il motivo ultimo della vita umana, in definitiva lo spessore del suo mistero. La macchina da sopravvivenza dei geni”, come la chiama Dawkins, ha cominciato a porsi la domanda sul perché della propria esistenza, a ricercare il bene, la giustizia, la bellezza, a rivelare una tensione verso l’infinito: classificare queste realtà come effetticollaterali dell’evoluzione significa trascurare l’aspetto più importante della natura umana, ciò che caratterizza la sua singolarità.

Luca Tampellini
Dottore in filosofia