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Critica della ragion pura

Immanuel Kant
a cura di V. Mathieu, tr. it. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice
Laterza, Roma-Bari 2010
pp. 629
ISBN:
9788842075493

Kant’s gesammelte Schriften, a cura dell’Accademia delle Scienze di Berlino, 29 in 37 voll., W. de Gruyter, Berlin 1910-1983, Kritik der reinen Vernunft, Band III (II edizione della Kritik, 1787), Band IV, pp. 1-252 (I edizione).


Immanuel Kant (1724-1804) pubblicò il primo dei suoi più famosi capolavori, la Critica della ragion pura, nel 1781, quando aveva già cinquantasette anni. Da una sua lettera sappiamo che essa era il frutto di circa dodici anni di accurate riflessioni, raccolte e messe per iscritto in un tempo assai breve, quattro o cinque mesi. Vivente l’autore, l’opera conobbe ben cinque edizioni, tra le quali spicca, per l’importanza delle novità contenute, la seconda, pubblicata nel 1787 e preceduta, nel 1783, dalla stampa di un significativo lavoro intitolato Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà come scienza, con il quale Kant intendeva fugare i non pochi dubbi e fraintendimenti suscitati in molti studiosi dalla lettura della Critica, che era stata accolta con una certa freddezza, forse anche a motivo della complessità e della tortuosità di alcune sue pagine, difetti riconosciuti per altro dall’autore stesso e da lui attribuiti proprio alla rapidità con la quale lo scritto era stato redatto.

La Critica della ragion pura è una grande opera di filosofia teoretica, destinata a rispondere alla prima delle fondamentali domande che furono al centro degli interessi speculativi di Kant: “Che cosa posso conoscere?”. In essa l’autore si dimostra preoccupato di stabilire con chiarezza quali siano le possibilità e i limiti della ragione umana, la quale, al termine dell’epoca dell’Illuminismo, era venuta a trovarsi a una specie di bivio: da una parte, il razionalismo, figlio del pensiero di Cartesio (1596-1650), ne aveva dogmaticamente ed eccessivamente esaltato le capacità; dall’altra, un risorgente scetticismo, di cui lo scozzese David Hume (1711-1776) era stato il più geniale esponente, ne aveva minato le basi fino quasi a dissolverla. Collocandosi in questo contesto, Kant si prefisse dunque lo scopo di valutare (questo è il significato del “criticare” kantiano) le possibilità e l’estensione della conoscenza, cercando di evitare le due opposte concezioni a cui si è fatto cenno, da lui giudicate insoddisfacenti.

Al centro dello scritto kantiano stanno alcuni concetti-chiave, mediante l’illustrazione dei quali è possibile comprendere il contenuto complessivo dell’opera e le sue più importanti indicazioni filosofiche: impossibile sarebbe, invece, in questa sede, seguirne passo passo l’intero svolgimento a causa della sua indiscutibile ampiezza e complessa articolazione.

Innanzitutto è opportuno prendere in attenta considerazione il mutamento di prospettiva operato da Kant nell’affrontare il problema della conoscenza, mutamento che è passato alla storia come la “rivoluzione copernicana”. Come l’astronomo polacco era riuscito a spiegare meglio il moto degli astri invertendo la loro posizione e collocando al centro ciò che prima era alla periferia (dal geocentrismo tolemaico si passa appunto all’eliocentrismo copernicano), così Kant ritiene che per comprendere il meccanismo della conoscenza sia necessario mettere al centro il soggetto e non più l’oggetto: se, fino ad allora, si era pensato che l’uomo conoscesse la realtà intorno a lui, rispecchiandola, il filosofo tedesco, al contrario, sostiene che è il soggetto conoscente a improntare con la propria mente l’oggetto conosciuto. Secondo Kant, la conoscenza non è una sorta di passiva registrazione di dati, ma piuttosto un’attiva imposizione di leggi: il soggetto kantiano è ordinatore e legislatore della natura, nel senso che egli la conosce inquadrandola entro le strutture della propria ragione. Tali strutture garantiscono l’universalità e la validità della conoscenza, perché non dipendono dai contenuti empirici di essa: sono, per usare la celebre terminologia kantiana, a priori, ovvero precedono ogni esperienza e risultano universali e necessarie. In questo modo, Kant pensa di aver garantito l’esistenza di un sapere valido: in particolare egli si dimostra un convinto estimatore della conoscenza scientifica, alla quale è certo di aver conferito un’indubitabile legittimità e un sicuro valore.

Bisogna tuttavia ricordare che Kant definisce “fenomenico” questo genere di conoscenza: egli pensa infatti che l’uomo non sia in grado con le sue capacità conoscitive di cogliere la realtà così come essa è, ma soltanto come gli appare, conosciuta cioè attraverso le forme pure a priori, che sono, come si è detto, quelle strutture della mente attraverso le quali egli organizza le informazioni che gli provengono dai sensi. Conoscenza fenomenica significa, pertanto, conoscenza di ciò che appare (la parola fenomeno deriva dal verbo greco phainomai, che vuol dire “apparisco”, “mi mostro”), e la scienza kantianamente intesa, la cui validità resta comunque assicurata, si presenta come scienza di fenomeni: all’uomo non è dato di conoscere il noumeno (anche in questo caso il termine si collega al greco noein, che significa “percepire con la mente”), ovvero la “cosa in sé”. Con ciò Kant fa un’affermazione di estrema importanza e offre una prima chiara risposta alla questione che è al cuore della Critica della ragion pura, ovvero quella che riguarda le possibilità e i limiti della ragione: all’uomo è dato di conoscere in modo valido e oggettivo, ma decisamente limitato; falsa e vana è la pretesa di voler conoscere la realtà prescindendo dal punto di vista del soggetto conoscente: la conoscenza della realtà in sé, del noumeno, risulta dunque preclusa. Facendo uso della razionalità scientifica, l’uomo è impossibilito ad andare oltre la dimensione fenomenica degli oggetti: su questo Kant si dimostra inflessibile e condanna come illusori tutti i tentativi di superare questo limite strutturale della ragione umana. Un’intera sezione della Critica della ragion pura, intitolata Dialettica trascendentale, è dedicata proprio a confutare e a demolire la pretesa di operare tale superamento, pretesa che secondo Kant è tipica della metafisica razionale, ovvero di quel sapere che, abbandonando il terreno solido e certo dei fenomeni, vorrebbe offrire all’uomo la conoscenza di ciò che sta oltre l’esperienza, cioè della “cosa in sé”, che, per questa via, non è attingibile.

Ci sono tre idee che rappresentano bene il desiderio di andare oltre la conoscenza fenomenica, tre idee che, lungo i secoli, hanno costituito l’oggetto privilegiato della metafisica: si tratta delle idee di anima, di mondo e di Dio, alle quali, secondo Kant, corrispondono tre pseudosaperi: la psicologia razionale, la cosmologia razionale e la teologia razionale. Queste idee testimoniano un’ansia che non può essere estirpata dalla mente dell’uomo: si tratta di una naturale tendenza all’incondizionato e all’assoluto che è tipica dell’animo umano, di un’illusione che non può essere evitata.

La psicologia razionale pretenderebbe di dimostrare che esiste una sostanza chiamata anima, caratterizzata dall’immaterialità e dall’immortalità, che sarebbe l’essenza stessa dell’uomo. Kant sostiene che tale pretesa si fonda su un ragionamento errato mediante il quale viene attribuita sostanzialità a ciò che invece è soltanto una funzione o un’attività, e tale è quella del soggetto che pensa e conosce.

La cosmologia razionale intenderebbe parlare del mondo inteso come la totalità dei fenomeni: Kant la confuta, affermando che essa finisce con l’urtare contro alcune antinomie (cioè coppie di affermazioni antitetiche tra le quali non è possibile optare per la prima o per quella contraria) che ne dimostrano l’inconsistenza.

Vi è infine la teologia razionale, che ha per oggetto Dio, ovvero il culmine di ogni sapere, la perfezione assoluta, la realtà più elevata, da cui tutto trae la sua ragion d’essere. Il nodo cruciale di ogni discorso su Dio è rappresentato, secondo Kant, dalle prove che sono state via via addotte per dimostrare la sua esistenza e che egli descrive e distingue nel modo seguente: la prova ontologica, che risale a Sant’Anselmo e che permetterebbe di dimostrare l’esistenza di Dio facendo perno sul concetto stesso di Essere divino; quella cosmologica, tipica della tradizione tomista, che partendo dall’esistenza delle cose contingenti risale a quella dell’Essere necessario che è Dio; infine, quella fisico-teologica (detta anche fisico-teleologica), che facendo leva sull’ordine e la finalità dell’universo, afferma l’esistenza di un supremo e perfetto Ordinatore. Attraverso una serie di serrate argomentazioni, Kant cerca di dimostrare la debolezza e l’erroneità di tali prove, nella convinzione che non sia possibile offrire alcun argomento razionale a favore dell’esistenza di Dio. Sappiamo che Kant non fu ateo e lo potremmo definire agnostico, ovvero assertore dell’impossibilità di affermare razionalmente tanto l’esistenza quanto la non esistenza di Dio. Sappiamo inoltre che egli considerò l’esistenza di Dio un postulato, cioè una verità necessaria ma indimostrabile, della ragione pratica, quella che fonda la vita morale: il suo può dirsi un fideismo etico, fondato sulla convinzione che la dimensione morale dell’uomo richiede, postula, la presenza di un Dio giudice giusto, capace di ricompensare coloro hanno vissuto virtuosamente in ossequio alla legge morale.

Kant ha estromesso Dio e la possibilità di ogni discorso razionale su di Lui dall’orizzonte del sapere e della scienza, operando una netta separazione tra razionalità e teologia; demolendo la metafisica, egli ha di fatto escluso la questione-Dio dal novero di quelle di cui è possibile ragionare e l’ha collocata nell’ambito dell’etica, determinando una netta divaricazione tra fede e ragione, che non era certo cosa nuova (si pensi, per esempio, alle concezioni teologiche di Lutero, non dimenticando che Kant era stato educato in un ambiente fortemente ispirato al luteranesimo più radicale), ma che, proprio a partire dal kantismo, si riproporrà con inedita intensità all’interno del pensiero occidentale moderno e contemporaneo.

In definitiva, la critica kantiana della ragione accetta in modo a-critico i presupposti fondamentali del razionalismo e dell'empirismo: ovvero che la verità debba essere trasparente al pensiero, cioè trovare in esso il suo fondamento ultimo; e che non vi sia conoscenza valida al di là dell'esperienza sensibile. Sebbene gli sia riuscito farli combaciare, Kant tuttavia dovette pagare un caro prezzo. Allo scopo di garantire la certezza del sapere, il filosofo di Königsberg ne riduce la portata, rinchiudendo la verità nell'ambito della conoscenza fenomenica. Non stupisce pertanto che ne sia rimasta fuori qualsiasi pretesa esperienza del vero a livello metafisico o religioso, perché essa era già stata scartata sin dall'inizio. In fin dei conti, il criticismo kantiano non rappresenta un vero superamento dei limiti gnoseologici del razionalismo e dell'empirismo, ma ne rappresenta piuttosto la sintesi più raffinata.

In merito al rapporto fra teologia e pensiero scientifico, la Critica ha esercitato una notevole influenza. In primo luogo va segnalata la “fortuna” incontrata dall’opera di Kant, dalla sua pubblicazione fino ai nostri giorni, proprio nell’ambiente scientifico. Ciò è dovuto sia al modo con cui egli privilegia la conoscenza empirica come fonte del vero conoscere (Erkennen), e per questo diversa dal semplice pensare (Denken) con cui l’uomo si accosta ai temi di ambito etico e morale, sia per la naturale tendenza degli scienziati a sviluppare e comunicare la propria conoscenza mediante categorie altamente formalizzate ed universali. In secondo luogo, l’impostazione kantiana ha contribuito a separare la metafisica dall’ambito della conoscenza sensibile, ritenendo, erroneamente, che questa fonte le fosse del tutto estranea. Riguardo al primo aspetto, quello della maggiore sintonia con il razionalismo proprio delle scienze, andrebbe oggi segnalato che l’epistemologia contemporanea sta scoprendo una maggiore corrispondenza fra le forme a priori del soggetto ed il valore normativo della realtà oggettiva, con la quale quelle forme devono presto o tardi confrontarsi, e delle quali essa, in certo modo, costituisce la sorgente remota. In merito alla critica kantiana alla metafisica, il discorso è invece più articolato. Tale critica si basa su una particolare accezione dei contenuti da associare a termini come “trascendenza”, “esperienza”, “causalità”, che nel sistema kantiano mantengono una loro coerenza, ma che al momento di giudicare altri sistemi filosofici dovrebbero essere accuratamente confrontati con quanto quegli stessi termini indicano in altra sede ed in altri contesti. Ad esempio, la dottrina della causalità in base alla quale la metafisica ha sviluppato le sue “prove” dell’esistenza di Dio, non è del tutto paragonabile all’idea di causalità presentata nella Critica della ragion pura, che ne privilegia inconsapevolmente una comprensione nella linea della causalità fisica, quasi meccanica, meno attenta alle virtualità della causalità trascendentale dell’essere (ove trascendenza è qui intesa in modo, appunto, diverso da quello impiegato da Kant). La nozione di esperienza, come già osservato, è ragionevolmente più ampia della mera esperienza empirica, pur restando conoscenza sensibile, ed avendo pertanto anch’essa un ruolo all’interno di una “ragion pura”.

Maurizio Schoepflin
docente di filosofia, saggista