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Dio e la scienza. Verso il metarealismo

Jean Guitton, Grichka Bogdanov, Igor Bogdanov
prefazione all'edizione italiana di Giulio Giorello
Bompiani, Milano 1992
pp. 136
ISBN:
8845218325

Passata l'euforia dell'innegabile successo editoriale, non solo in Francia, è possibile tentare una riflessione più pacata su Dio e la scienza, ovvero sul dialogo tra Jean Guitton e due fisici, i fratelli Bogdanov.

Il libro ha certamente un suo fascino che, in parte, ne giustifica il successo. Anzitutto il fascino del titolo; che, pur non essendo originale, attiva sempre un misto di sfida intellettuale e di ebbrezza per le imprese impossibili. Poi il fascino di Guitton: grande saggio della cultura cristiana francese; protagonista dei fermenti intellettuali a cavallo del Concilio; amico di Paolo VI; con una carica espressiva inesauribile, che l'ha portato anche alla pittura. C'è poi sempre il fascino del dialogo; una forma per la pubblicistica scientifica che, da Galileo in poi, non ha mai mancato di attrarre e stimolare non solo i lettori specializzati.

Al di là di questi elementi di attrazione a priori, quel che emerge dalla lettura è un altro tipo di fascino legato soprattutto alle domande poste da Guitton e che alimentano la conversazione: questioni del tipo “perché esistono dei confini alla nostra conoscenza della natura? ”, “che cosa c'è al di là? ”, “chi osserva l'universo?”, “perché c'è qualcosa anziché niente?”. Sono questi e altri interrogativi del genere, effettivamente indotti dalle scienze più avanzate e serpeggianti un po' in ogni disciplina, che colpiscono e fanno riflettere, più che i tentativi di risposta dei due fisici, culturalmente non all'altezza dell'interlocutore: francamente, tra i fisici viventi, si poteva trovare di meglio...

Convergenze

La tesi del libro è espressamente dichiarata a p. 13: «ciò che vorrei dimostrare insieme ai fratelli Bogdanov, appoggiandomi su quelle che sono le loro conoscenze scientifiche, è il fatto che alla fine di questo millennio i nuovi progressi della scienza permettono di intravedere un'alleanza possibile, una convergenza, seppur ancora oscura, tra la conoscenza fisica e il sapere teologico, tra la scienza e il mistero supremo».

A noi sembra invece che il risultato più valido sia quello sinteticamente colto da Giulio Giorello nella prefazione all'edizione italiana: laddove egli vede il libro dominato dalla convinzione che «la credenza in Dio e nel suo rivelarsi nella storia degli uomini è, per lo meno, ragionevole»; e ancora dove constata come Guitton non voglia «costringerci a credere» ma piuttosto offra «un esempio di come la fede personale può crescere e ravvivarsi nel confronto con la scienza senza rassegnarsi all'insignificanza del Mondo e degli uomini».

In effetti la battaglia culturale più impegnativa per gli uomini del nostro tempo è proprio quella contro l'irrazionalità e contro lo scetticismo; il pericolo è di confinare il regno del razionale sull'isola dorata della scienza, negandolo agli altri saperi: dalla stessa isola resterebbe tuttavia escluso ogni rimando a un significato e a una dimensione che trascenda la pura descrizione dei fenomeni.

Non sorprende peraltro che un filosofo come Guitton, dopo una breve incursione nella fisica moderna, arrivi a simili conclusioni: più interessante tuttavia sarebbe sentire affermazioni del genere da parte di chi pratica la scienza contemporanea, da chi tutti i giorni si misura con le sue molteplici sfide.

Quanto alla tesi espressa dagli autori, va detto che da tempo la scienza ha smesso di contestare la religione in forza delle sue ricerche; la partita si gioca su un altro piano e chiama in causa la persona del ricercatore e la sua esperienza di vita più che i suoi risultati teorici. Qui appare, secondo noi, il limite di una simile operazione editoriale: Guitton è inadeguato ad affrontare il tema in termini moderni e resta fermo a una problematica apologetica superata, rischiando in più punti di scivolare nel concordiamo. D'altra parte la scarsa profondità filosofica e la mancanza di approfondimento teologico ed ecclesiale dei due partner non rende possibile una miglior centratura della questione. Dallo svolgersi del dialogo non si può evitare l'impressione che il filosofo si sia fatto prendere la mano dalle affrettate conclusioni dei due fisici; e che l'editore, il quale forse aveva previsto e deliberatamente provocato tale situazione, non sia stato per nulla insoddisfatto.

Due i punti chiave sui quali si articola la dimostrazione degli autori: la svolta epistemologica, invocata nel nome del metarealismo e la proposta di fondarla sui risultati della fisica quantistica.

Il metarealismo

È ben vero che la scienza moderna si presenta in una veste più accettabile da parte di chi ha una sensibilità non materialista; e che ha ripudiato quel connubio stretto con il materialismo che caratterizzava la cultura ottocentesca.

In proposito però si possono osservare due cose. In primo luogo, va precisato che non è la scienza in sé ad essere, o essere stata, materialista; la responsabilità è della filosofia entro la quale è stata generata e con cui è stata letta per molto tempo. Il clima culturale di oggi è più pluralista e rifugge degli schemi troppo rigidi, ed è naturale che anche la scienza ne risenta. Tuttavia, di per sé, potrebbero esserci, e ci sono, letture materialiste anche della fisica moderna e della cosmologia, come pure di altre scienze che sembrerebbero più aperte alle dimensioni dello spirito.

In secondo luogo va considerata l'appassionata difesa di uno spiritualismo, di derivazione teilhardiana, che arriva a punte estreme non facilmente sostenibili. Un conto è affermare che «la realtà sembra essere il frutto di un ordine trascendente, che sottende la sua apparizione e il suo sviluppo»; altro è dire che la materia «è fatta di spirito», o che l'evanescenza della scala dei tempi — descritta dalla cosmologia del big bang — «si possa leggere come una interpretazione scientifica dell'eternità divina». Tra l'altro, passato il tempo dello scontro frontale con il materialismo, non è detto che, sul piano teologico, una difesa unilaterale dello spiritualismo sia totalmente un guadagno: in fondo, al cuore del fatto cristiano resta il mistero di un Dio che si è fatto carne e non ha disprezzato nulla della materialità dell'esistenza.

Guitton introduce il concetto di metarealismo come un nuovo modo di pensare che «elimina le frontiere tra lo spirito e la materia». In realtà c'è ancora tanto spiritualismo nel modo con cui i tre interlocutori presentano la visione moderna del cosmo; uno spiritualismo che resta per lo più tra le righe ma a volte affiora esplicitamente: come quando gioiscono del fatto che «i fisici hanno dematerializzato persino il concetto di materia», riferendosi alla interpretazione quantomeccanica dell'atomo e più ancora alle descrizioni del mondo subnucleare fatte di campi, gruppi di simmetria e particelle virtuali.

La fisica quantistica

I rischi dello spiritualismo ad ogni costo e comunque le basi fragili del metarealismo sono ben visibili quando gli autori si lasciano ammaliare dalle costruzioni astratte della scuola di Copenhagen che ha fornito negli anni venti e trenta del secolo XX quell'interpretazione sintetica della nuova fisica tuttora assunta acriticamente dalla maggioranza degli scienziati.

I fisici moderni, per parlare di materia allo stato elementare, devono precisare le condizioni stesse dell'osservazione; al punto che l'osservatore diventa parte ineliminabile del fenomeno in questione. Ci sarebbe quindi un “continuum” tra la coscienza dell'osservatore e la realtà che diventano i componenti di un unico sistema. Spingendo al limite questa interpretazione, Guitton arriva a dire che «l'atto stesso dell'osservazione e la presa di coscienza che essa comporta, non solo influenzano la realtà ma la determinano!». Il filosofo non può quindi che gioire nel vedere in ciò il dispiegarsi di un'unicità del reale e, in essa, di un ritrovato dominio dello spirito sulla materia.

Peccato che grandi scienziati come Einstein e De Broglie non abbiano mai condiviso la visione della scuola di Copenhagen e che esistano fenomeni, come il cosiddetto paradosso EPR (dalle iniziali dei tre fisici proponenti Einstein, Podolski e Rosen), che attendono tuttora conferme sperimentali dalle quali potrebbero derivare conclusioni diametralmente opposte alla posizione corrente. In effetti proprio in questi anni, mentre il filosofo francese si faceva catechizzare dai due più giovani fisici, è scoppiato nella comunità scientifica un dibattito attorno all'interpretazione della fisica quantistica che ha rimesso in discussione molti, o forse tutti, i suoi capisaldi filosofici.

Peccato soprattutto che, per sostenere la riconciliazione della scienza con Dio, i tre autori vadano ad aggrapparsi alle versioni più estreme della fisica e della cosmologia attuali, come la teoria degli universi paralleli in cui si sarebbe suddiviso il cosmo primordiale. O ancora, che per sostenere l'indispensabilità di Dio creatore debbano immaginare l'intero universo come un fenomeno fisico, fatto di realtà virtuali che si trasformano nella nostra comune realtà allorquando cadono sotto gli occhi dell'unico grande Osservatore universale... Fino a sfiorare l'ossimoro dichiarando che «al di là delle apparenze, la fisica quantistica attiene in modo sorprendente alla Trascendenza».

Materialismo non è realismo

La legittima battaglia contro il materialismo diventa inefficace se condotta sulla base di confusioni e accostamenti scorretti. Non può giovare alla chiarezza, e perciò neppure al dialogo tra scienza e fede, una identificazione di materialismo con realismo. Guitton, su richiesta dei due interlocutori, precisa che la coppia spiritualismo/materialismo si riferisce alla dottrina dell'Essere, mentre idealismo/realismo sono due concezioni alternative nell'ambito della teoria della conoscenza. Tuttavia questa distinzione nel corso del dibattito viene trascurata e ogni citazione del realismo viene automaticamente associata al materialismo.

Il buon san Tommaso, continuamente tirato in ballo, forse sussulterebbe nel sentir dire che “la nostra percezione del mondo è solo un sogno” e ancor più si stupirebbe al vedersi catalogato tra gli idealisti, antesignano di Leibniz e Bergson. Viceversa riconoscerebbe con gratitudine l'apprezzamento di Guitton, quando lo nomina anticipatore del suo metarealismo e come il “primo teorizzatore dell'armonia tra Dio e la scienza”. Qui sembra quasi che Guitton ci voglia rivelare un suo segreto sentimento: cioè di essere sempre stato intimamente convinto della possibilità di armonizzare Dio e la scienza, così come di conciliare qualunque genuina espressione dell'umano con l'esperienza cristiana, anche senza bisogno delle astratte elucubrazioni dei due fisici.

Mario Gargantini