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"Ammiri l'opera, chiedi chi ne sia l'autore"

Ambrogio di Milano
387

Esamerone, Sermone I, capp. 1-3

In questo primo sermone dell'Esamerone, Ambrogio ragiona intorno alla Creazione concentrandosi in particolare sulla mattina del primo giorno. Dopo un breve accenno agli errori in cui si sono incappati i filosofi della classicità nel tentativo di comprendere il cosmo e la sua origine, Ambrogio ci immette subito nel contesto della Genesi, descrivendo la sequenza delle opere divine, secondo il racconto da lui attribuito a Mosè.

SERMONE I

Capitolo 1

1. Gli uomini in verità hanno concepito una così grande opinione di sé, che alcuni di loro, come Platone e i suoi discepoli, fissano tre principi di tutto ciò che esiste: Dio, il modello esemplare e la materia. Essi affermano che tali principi sono incorrotti, increati e senza un inizio e che Dio, non come creatore della materia, ma come artefice che riproduce un modello, ispirandosi cioè all'idea, forma il mondo della materia, che chiamano υλη, la quale ha dato origine a tutte le cose; perfino lo stesso mondo ritennero incorrotto, non creato né fatto. Anche altri, come sostenne Aristotele con i suoi discepoli, posero due principi, la materia e la forma, e con questa un terzo chiamato attivo, in grado di attuare convenientemente quello cui ritenesse di porre mano.

2. Che c'è dunque di tanto sconveniente quanto l’aver essi congiunto l'eternità dell'opera con quella di Dio onnipotente o l'aver chiamato Dio l'opera stessa, così da tributare onori divini al cielo, alla terra, al mare? Da tali premesse derivò la loro convinzione che parti del mondo fossero dèi, pur essendoci fra loro una controversia non trascurabile sul mondo stesso.

3. Pitagora afferma che esiste un solo mondo, altri dicono che ce ne sono innumerevoli, come scrive Democrito cui gli antichi attribuirono grandissima autorità nel campo delle ricerche naturali; Aristotele suole dire che lo stesso mondo è sempre esistito e sempre esisterà. Al contrario, Platone osa affermare che esso non è esistito sempre ed esisterà sempre, moltissimi invece asseriscono nei loro scritti che non è esistito sempre né sempre esisterà.

4. In tale contrasto di opinioni quale può essere la valutazione della verità, dal momento che alcuni dicono dio lo stesso mondo, poiché sembra a loro giudizio che vi sia insita un'intelligenza divina, altri parti di esso, altri l'una e l'altra cosa? In questa situazione non si potrebbe comprendere né quale sia l'aspetto degli dèi né quale il loro numero né quale la loro residenza o la loro vita o di che si preoccupino, poiché, secondo tale visione del mondo, bisognerebbe concepire un dio rotante, sferico, infocato, mosso da determinati impulsi, privo di sensibilità, trasportato da una forza estranea, non da una forza sua propria. 

   

Capitolo 2

5. Perciò, prevedendo per ispirazione divina che sarebbero sorti questi errori tra gli uomini e che forse avevano già cominciato a diffondersi, il santo Mosè all'inizio della sua opera così dice: In principio Iddio creò il cielo e fa terra [Gn 1,1], indicando nello stesso tempo l'inizio delle cose, l'autore del mondo e la creazione della materia, affinché tu apprendessi che Dio esiste prima dell'inizio del mondo, che egli è l'origine di tutte le cose (così il Figlio del Vangelo, a coloro che gli chiedevano: Tu chi sei?, rispose: Sono l'origine che anche parlo voi [Gv 8, 25], che egli ha inserito nelle cose il principio della generazione ed è il creatore del mondo, non già l'elaboratore della materia ad imitazione di una determinata idea, secondo la quale dare forma alle proprie opere non a proprio arbitrio, ma conforme a un modello proposto. Ben disse anche: In principio creò, per esprimere l'inconcepibile rapidità dell'azione, indicando il risultato dell'azione compiuta prima di accennare al suo inizio.

6. Dobbiamo fare attenzione a chi dice questo. E quel famoso Mosè, colto in ogni campo del sapere degli Egiziani, che la figlia del Faraone aveva raccolto dal fiume e amato come proprio figlio e, procuratogli il sostegno della protezione regale, aveva voluto che fosse adeguatamente istruito in tutte le discipline della scienza profana. Egli, pur avendo derivato il suo nome dall'acqua [Es. 2,5 et 10], non ritenne di dover dire che tutte le cose erano costituite d'acqua, come afferma Talete, e, pur essendo stato educato nel palazzo reale, preferì per amore della giustizia sopportare un volontario esilio d piuttosto che al vertice del potere, in mezzo ai piaceri, esporsi a cadere in peccato. Tant’è vero che, prima di essere chiamato al compito di liberare il popolo, avendo vendicato per un naturale sentimento di giustizia un suo compatriota che subiva un torto, si espose al risentimento, rinunciò alle comodità della vita, fuggendo l'agitazione del palazzo reale, cercò rifugio in una località appartata dell'Etiopia e là, lontano da tutte le altre occupazioni rivolse l'animo alla conoscenza di Dio, così che ne vide la gloria a faccia a faccia [Es 2, 11ss]. A lui rende testimonianza la Scrittura dicendo che non sorse mai più in Israele un profeta come Mosè che conobbe il Signore a faccia a faccia [Dt 34, 10], non in visione o in sogno, ma parlando con Dio a tu per tu, avendo ricevuto il privilegio gli fosse rivelata chiaramente, non in immagine o in forma oscura, la presenza divina [Es. 12, 6-8].

7. Egli dunque aprì la bocca e annunciò quello che per mezzo suo il Signore diceva, in conformità a quanto gli aveva detto mandandolo al re Faraone: Va', ed io aprirò la tua bocca e ti insegnerò ciò che devi dire [Es 4, 12]. Se aveva appreso da Dio ciò che doveva dire sulla liberazione del popolo, quanta più avrà appreso da lui ciò che avrebbe detto del cielo! Così, non già fidando nell'umana Sapienza né in fallaci dispute filosofiche, ma nella rivelazione della spirito e della potenza, come testimone dell'opera divina osò affermare: In principio Iddio creò il cielo e la terra. Egli non attese che il mondo si formasse per l'incontro di atomi con un procedimento lento e irresponsabile né ritenne di dover presentare Dio come un discepolo della materia in grado di plasmare il mondo contemplandola, ma come creatore. Quell'uomo pieno di saggezza comprese che solo una mente divina contiene la sostanza e la causa delle cose visibili e invisibili e non già, come ritengono i filosofi, che una più resistente connessione di atomi costituisca la causa di una perpetua durata. Giudicò tessitori di una ragnatela coloro che davano principi così meschini e inconsistenti al cielo e alla terra, i quali, come a caso si riuniscono, così per puro caso si dissolverebbero se non fossero tenuti insieme dalla potenza divina del loro regolatore. E ben a ragione ignorano un regolatore coloro che non conoscono Dio, per opera del quale tutte le cose sono rette e governate. Seguiamo dunque colui che conosce sia il creatore sia il regolatore, senza lasciarci sviare da opinioni infondate.

   

Capitolo 3

8. In principio, disse. Quale ordine esemplare! Egli afferma per prima cosa ciò che solitamente si nega e fa conoscere che il mondo ha un principio perché gli uomini non pensino che il mondo non abbia un principio. Perciò anche Davide, parlando del cielo, della terra e del mare, dice: Tutto hai fatto con sapienza [Sal 103, 24]. Ha assegnato dunque un principio al mondo ha attribuito anche la debolezza alla creatura perché non credessimo il mondo senza ordine, increato e partecipe della natura divina. E opportunamente aggiunse creò, affinché non si pensasse che c'era stato un indugio nella creazione e così gli uomini comprendessero quale artefice senza pari sia colui che ha compiuto un'opera tanto grandiosa in un breve, fuggevole istante della sua operazione, così che l’effetto della sua volontà prevenne la percezione del tempo. Nessuno lo vide agire, ma si videro i risultati della sua azione.

Dove vi può essere indugio quando tu leggi: Egli parlò e le case furono fatte; ordinò e furono create? [Sal 32, 9]. Non ricorse all'esperienza di un'arte o di un'abilità colui il quale, con un atto fulmineo del suo volere, compì un'opera tanto grandiosa da far esistere ciò che non esisteva così rapidamente, che la volontà non prevenne l'azione né l'azione la volontà.

9. Ammiri l'opera, chiedi chi ne sia l'autore, chi abbia dato principio a tanta impresa, chi l'abbia compiuta con tanta rapidità; perciò Mose aggiunse subito: Dio creò il cielo e la terra. Hai sentito chi ne è l'autore, non devi quindi nutrire dubbi. Egli è colui nel nome del quale Melchisedec benedisse Abramo, padre di molti popoli, dicendo: Sia benedetto Abramo dal sommo Iddio che ha creato il cielo e la terra [Gn 14, 19]. E Abramo credette e disse: Levo la mia mano verso il sommo Iddio che ha creato il cielo e la terra [Gn 14, 22]. Vedi che questa verità non fu trovata dall’uomo ma rivelata da Dio. È il Dio di Melchisedech, che è re di pace e di giustizia, senza principio né fine di giorni [Eb 7, 23]. Non è meraviglia dunque, se Dio, che non ha principio, ha dato principio a tutte le cose di modo che ciò che non esisteva cominciasse ad esistere. Non desta meraviglia se Dio, che tutto comprende nella sua potenza ed abbraccia l'universo nella sua maestà senza limite, ha creato le cose che si vedono, dal momento che ha creato anche quelle che non si vedono. E chi negherebbe che le cose invisibili siano superiori alle visibili, dal momento che ciò che si vede è temporaneo, mentre è eterno ciò che non si vede? Chi potrebbe dubitare che a creare tutto ciò sia stato Dio che dice per bocca del Profeta: Chi ha misurato con la mano l'acqua e il cielo col palmo e tutta la terra col pugno? Chi ha collocato i monti sulla bilancia e le rupi sulla stadera e ha pesato i boschi? Chi conobbe la mente del Signore o chi gli fu consigliere e maestro? [Is 40, 12-13]. Di lui leggiamo anche in un altro passo che tiene il globo della terra e questa ha creato come cosa da nulla [Is 40, 20-23]. E Geremia dice: Gli dei che non hanno fatto il cielo e la terra scompariranno dalla terra e dallo spazio sotto la volta del cielo. E il Signore che ha fatto la terra con la sua potenza e ha sostenuto il globo terrestre con la sua sapienza e con la sua prudenza ha steso il cieloe la massa delle acque nel cielo[Ger 10, 11-13]. E aggiunse: L’uomo è stato reso sciocco dalla sua scienza [Ger 10, 14]. Chi infatti segue ciò che nel mondo è corruttibile e pensa di poter comprendere su tale fondamento la verità della natura divina, come può non smarrire la ragione nelle sottigliezze di una discussione cavillosa?

10. Poiché dunque senti tante affermazioni ispirate che attestano Dio creatore dell’universo, non voler credere che questo sia senza un principio, perché lo si dice simile a una sfera, sicché sembra che in esso non esista principio alcuno. E quando tuona, tutto si mette come a girare, sicché non potresti comprendere facilmente dove cominci e dove sia il suo termine perché si ritiene impossibile percepire con i sensi l’inizio di un movimento circolare. Infatti non si può trovare il principio di una sfera o dove cominci il globo lunare o dove termini quando la luna mensilmente scompare. Ma anche se tu non riesci a rendertene conto, non per questo la sfera non ha avuto un punto di inizio o non finirà mai. Se tu con l’inchiostro o con lo stilo tracciassi una circonferenza o la descrivessi con un compasso, dopo un po’ di tempo non potresti cogliere o con gli occhi o ricordare con la mente dove hai cominciato e dove hai finito; e tuttavia sei testimone a te stesso di aver ricominciato e di aver finito tale figura. Anche se ciò sfugge ai sensi, non scalza la verità. Ciò che ha un inizio, ha pure una fine, ed è chiaro a ciò a cui si pone fine è stato dato inizio. E che il mondo finirà, lo stesso Salvatore insegna nel suo Vangelo dicendo: Passa infatti la figura di questo mondo [1 Cor 7, 31] e il cielo e la terra passeranno [Mt 24, 35] e più sotto: Ecco io sono con voi sino alla fine del mondo [Mt 28, 20].

11. Come dunque affermano che Dio sia coeterno con il mondo e associano al creatore dell'universo la creatura e la stimano pari a lui e ritengono di unire il corpo materiale del mondo a quella invisibile e inaccessibile natura divina? Tanto più che, secondo le loro dottrine, non possono negare che la totalità di un ente, le cui parti sono soggette alla corruzione e al mutamento, soggiace necessariamente alle medesime alterazioni cui sono soggette le sue parti.

     

da Esamerone, I, 1-3, tr. it. a cura di Gabriele Banterle, Città Nuova, Roma 2002, pp. 21-28.