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Tractatus Logico-Philosophicus e Quaderni 1914-1916

Ludwig Wittgenstein
Einaudi, Torino 1995
pp. 311
ISBN:
8806138170

Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, Kegan, Trench, Trubner, London 1922

trad. it. Tractatus Logico-Philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 1995.

L’autore

A pieno titolo tra le opere fondamentali della filosofia del Novecento, il Tractatus logico-philosophicus è in realtà l’opera prima di un giovane studente austriaco, passato dall’ingegneria aeronautica alla logica e, di qui, alla filosofia. Ludwig Wittgenstein (1889-1951) nasce a Vienna in un’agiata famiglia di industriali siderurgici, all’interno di un milieu culturale fortemente influenzato dalle tendenze artistiche, musicali, letterarie e scientifiche che si affermano nell’ormai declinante impero austro-ungarico. Il passaggio dagli studi di ingegneria all’interesse per la logica viene sancito dall’incontro tra il giovane Wittgenstein e Gottlob Frege (1911): l’anziano professore suggerisce allo studente di trasferirsi a Cambridge, per formarsi alla scuola di Bertrand Russell, autore dei Principia Mathematica. Tra il 1912 e il 1913 Wittgenstein frequenta il Trinity College entrando in contatto con il mondo accademico inglese: segue le lezioni di Russell (dimostrandosi un allievo geniale e polemizzando vivacemente con il maestro), conosce l’economista J.M. Keynes e diviene amico del filosofo G.E. Moore. Quest’ultimo rapporto si rivelerà importante quando, a distanza di poco tempo, Wittgenstein deciderà di trasferirsi a Skjolden, in Norvegia (1913-1914), per dedicarsi in solitudine alla risoluzione dei problemi di logica a suo parere contenuti nella Teoria dei tipi russelliana. Moore, infatti, fa visita a Wittgenstein, scrive sotto dettatura prendendo nota dei risultati delle ricerche condotte fino a quel momento e propone al Trinity College il conferimento della laurea al giovane studioso, presentando come tesi il manoscritto norvegese. L’interessamento di Moore non ottiene il risultato sperato: mosso da un temperamento inquieto e tormentato, Wittgenstein si allontana ulteriormente dall’ambiente di Cambridge e, nel 1914, si arruola con le truppe austriache. Impegnato nel primo conflitto mondiale sul fronte orientale, poi prigioniero in Italia, il filosofo si dedica alla lettura di Dostoevskij, Tolstoj, Nietzsche e Schopenhauer, autori che accompagnano un’evoluzione spirituale di cui anche il lavoro intellettuale porterà tracce visibili. Durante la guerra, infatti, Wittgenstein redige le annotazioni preparatorie (oggi pubblicate con il titolo di Quaderni 1914-1916) che confluiranno in quella che l’autore considera «l’opera della mia vita», il Tractatus logico-philosophicus.

Libro aureo del neo-positivismo logico del Circolo di Vienna, il Tractatus garantirà all’autore, allontanatosi dalla filosofia, un posto di rilievo nel panorama filosofico europeo. Dopo la guerra, infatti, Wittgenstein decide di prendere l’abilitazione per l’insegnamento nella scuola elementare; dopo un fallimentare tentativo come maestro, accarezza l’idea di entrare in monastero, dove alla fine lavorerà, più semplicemente, come giardiniere; si dedica quindi all’architettura, progettando, in uno stile razionalista accostabile a quello di Adolf Loos, l’edificio che ospiterà la casa della sorella Margaret; viene infine contattato da Moritz Schlick, futuro animatore del Circolo di Vienna, che gli chiede di partecipare ad alcune riunioni filosofiche insieme ad altri studiosi, primo fra i quali Rudolf Carnap (1927-1928). Il rapporto tra Wittgenstein e quello che, a partire dal 1929-1930, sarebbe diventato il Circolo di Vienna è in realtà complesso e problematico: proprio quando il movimento si costituisce come una scuola riconoscibile, dotata di uno specifico orientamento anti-metafisico e riduzionista, l’autore del Tractatus (che pure aveva contribuito a ispirare i fondatori del neo-positivismo logico) comincia a prenderne le distanze e afferma criticamente: «“Rinnegare la metafisica”! Come se ciò fosse qualcosa di nuovo! La scuola di Vienna deve mostrare e non dire quel che compie… L’opera deve lodare il maestro». Ma il vero ritorno alla filosofia avviene nel 1929. Dopo aver seguito – l’anno precedente – una conferenza del matematico olandese L.E.J. Brouwer, padre della teoria intuizionista, Wittgenstein torna a Cambridge e, con rinnovato entusiasmo, si dedica a una rilettura critica delle tesi contenute nel Tractatus, accettato finalmente dal College come tesi di dottorato. Tra i membri della commissione che deve giudicare il candidato c’è Russell: a testimonianza della distanza (personale e filosofica) ormai creatasi tra i due pensatori, i biografi riportano la battuta con cui Wittgenstein si congeda al termine della discussione, incentrata sul Tractatus: «Non preoccupatevi troppo, tanto lo so bene che non lo capirete mai». Inizia così, con l’insegnamento a Cambridge, la “seconda” fase della filosofia di Wittgenstein, documentata da varie raccolte di appunti e riflessioni come il Libro blu e il Libro marrone (dispense approntate per gli studenti dei suoi corsi) e soprattutto le Ricerche filosofiche (raccolta pubblicata postuma nel 1953 e suddivisa in due parti, la prima messa a punto dall’autore, la seconda stabilita dagli esecutori testamentari). La morte, nel 1951, coglie Wittgenstein ancora all’opera, intento a riflettere sul tema della credenza giustificata e della certezza (le annotazioni dell’ultima fase confluiranno nell’omonima silloge). Con le parole «Dite loro che ho avuto una vita meravigliosa» si chiude il percorso di uno dei massimi protagonisti del pensiero contemporaneo. Il suo contributo ha influenzato in maniera trasversale non solamente la filosofia del linguaggio, la logica, la filosofia della scienza ma anche l’etica, l’estetica e la teologia; in merito a quest’ultimo ambito, è interessante notare come diversi allievi e studiosi del pensiero di Wittgenstein (come I.T. Ramsey, E. Anscombe, P. Geach, I. Murdoch, A. Kenny, F. Kerr) si siano interessati a temi legati alla filosofia della religione.

La struttura e i temi dell’opera

Rifiutato da numerosi editori, il Tractatus viene pubblicato (con il titolo di Logisch-Philosophische Abhandlung) nel 1921 sulla rivista tedesca «Annalen der Naturphilosophie» grazie all’interessamento di Russell, che mette al servizio di Wittgenstein il proprio prestigio firmando l’introduzione al testo. L’edizione non soddisfa l’autore, che vi trova numerosi errori; l’anno successivo, in occasione della pubblicazione della traduzione inglese, viene condotto un attento lavoro di revisione. L’opera viene pubblicata con il titolo di Tractatus logico-philosophicus, suggerito da Moore a causa di una certa affinità stilistica e contenutistica con il Tractatus theologico-politicus di Spinoza.

Dello stile spinoziano, in effetti, l’opera di Wittgenstein conserva il rigore formale, la sobrietà espressiva, la coerenza logica. Il testo, articolato in proposizioni, segue un preciso sistema di numerazione che consente di distinguere tra proposizioni principali e commenti di diverso livello. Si hanno così sette proposizioni principali, indicate con numeri interi:

  1. Il mondo è tutto ciò che accade.
  2. Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.
  3. L’immagine logica dei fatti è il pensiero.
  4. Il pensiero è la proposizione munita di senso.
  5. La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari.
  6. La forma generale della funzione di verità è:   [1]
  7. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.

Ogni proposizione – tranne l’ultima – è seguita da commenti indicati con numeri decimali. Per esempio, la proposizione 1 è seguita da 1.1 («Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose»), che illustra e chiarisce la precedente; a sua volta, essa viene commentata da 1.11 («Il mondo è determinato dai fatti e dall’essere essi tutti i fatti»). Si delinea così una struttura articolata gerarchicamente in “gradini” che vanno a comporre una ideale “scala”, coincidente con il testo. È Wittgenstein stesso a suggerire l’immagine della scala quando raccomanda di leggere la sua opera come un percorso di progressiva chiarificazione dei problemi filosofici in esame. La scala, tuttavia, deve essere abbandonata una volta che sia stato maturato un corretto punto di vista sul mondo e sul suo rapporto con il linguaggio: in questo contesto si può comprendere l’enigmatica proposizione 7, che raccomanda il silenzio su ciò che, secondo la stessa dottrina del Tractatus, rimane fuori dall’ambito del dicibile.

Pur non potendo entrare nel dettaglio delle diverse proposizioni, sarà utile indicare alcune tesi portanti dell’opera di Wittgenstein. In primo luogo, il Tractatus si concentra sul rapporto tra linguaggio e mondo mettendo a punto quella che è stata definita “teoria raffigurativa del linguaggio”: la proposizione altro non è che un’immagine, una rappresentazione (ma si potrebbe dire, come in fisica, un modello) di un possibile stato di cose. La sussistenza di uno stato di cose nel mondo determina il valore di verità della proposizione che ne raffigura la possibilità; tale valore può essere presentato graficamente grazie al metodo, diventato celebre per merito del Tractatus, delle tavole di verità.

 In secondo luogo, l’immagine, per essere tale, deve avere qualcosa in comune con la realtà: l’isomorfismo tra linguaggio e mondo trova il proprio perno nel concetto di “forma logica”, articolazione condivisa dal fatto e dalla proposizione che lo raffigura. La condivisione di una medesima forma logica permette alla proposizione di esprimere un fatto possibile, di “dire” ciò che essa dice; d’altra parte vi è qualcosa che il linguaggio non dice ma “mostra”, come ad esempio la stessa forma logica condivisa o le diverse possibilità di applicazione di un segno. Se il linguaggio non fa altro che raffigurare fatti del mondo, ciò implica che affermazioni non fattuali (come i giudizi di valore) o asserzioni riguardanti la natura del linguaggio non possano essere a rigore considerate come proposizioni dotate di senso; tutto quel che non può essere detto può, viceversa, essere mostrato nella prassi linguistica.

Il Tractatus formalizza pertanto le condizioni di senso delle espressioni linguistiche, indicando come insensati tutti i tentativi di spingersi al di là dei limiti imposti dalla teoria raffigurativa del linguaggio: cadono così nell’ambito del non-senso i giudizi etici ed estetici, le asserzioni metafisiche (non confrontabili con i fatti e dunque né vere né false), le speculazioni metalinguistiche (che pretendono di parlare del linguaggio come di un fatto del mondo, facendo dunque dello strumento di rappresentazione un oggetto di osservazione). La storia della filosofia si mostra così come una galleria di pseudo-problemi dovuti a un uso improprio del linguaggio: antidoto contro gli abusi linguistici è l’analisi logica delle proposizioni, attraverso la quale chiarire le combinazioni illegittime e riconoscere la mancanza di senso di formule suggestive ma prive di contenuto.

Dopo aver decretato l’insensatezza di gran parte delle asserzioni filosofiche, Wittgenstein applica infine i criteri fin qui delineati alla sua stessa opera, mettendo in luce come anche le proposizioni del Tractatus, dal momento che si pronunciano sulla natura del linguaggio, sulla corretta formulazione delle proposizioni, sui criteri di verità e falsità e sul rapporto tra linguaggio e mondo, debbano essere accantonate in quanto insensate. Le espressioni contenute nel libro violano infatti le condizioni individuate come necessarie affinché una proposizione sia dotata di senso: come una scala, i numerosi gradini del Tractatus conducono il lettore a una retta visione del mondo e del linguaggio, una visione che però non può essere affermata positivamente, pena lo sconfinamento nel non-senso. In maniera sorprendentemente rigorosa, il libro si conclude con una professione di silenzio che ammette la circolarità del percorso speculativo compiuto e che lascia aperti numerosi interrogativi rispetto al senso complessivo dell’opera. 

Il senso complessivo del Tractatus

Non è facile comprendere l’obiettivo generale di un’opera che, come ha acutamente osservato lo studioso inglese P.M. Hacker, si presenta come un meccanismo perfetto ma inutilizzabile, come un orologio sofisticatissimo e al contempo non funzionante. Seguendo le indicazioni fornite dallo stesso Wittgenstein nella Prefazione al libro, la finalità del Tractatus sarebbe quella di stabilire che cosa il linguaggio possa dire e che cosa cada invece al di fuori dell’ambito del senso: «Il libro vuole, dunque, tracciare al pensiero un limite o, piuttosto – non al pensiero stesso, ma all’espressione dei pensieri: ché, per tracciare un limite al pensiero, noi dovremmo poter pensare ambo i lati di questo limite (dovremmo, dunque, poter pensare quel che pensare non si può)». L’indagine mira dunque a stabilire i limiti del linguaggio e dell’«espressione dei pensieri», per così dire, dal di dentro, escludendo radicalmente la possibilità di un punto di osservazione esterno al linguaggio entro cui la vita del pensiero si svolge. Ma a differenza di quel che si potrebbe pensare (e che effettivamente pensarono alcuni membri del Circolo di Vienna, i quali lessero il Tractatus enfatizzandone l’afflato anti-metafisico), l’opera di Wittgenstein traccia i limiti di ciò che è sensato dire ma riconosce che «vi è dell’ineffabile», ammette cioè che laddove il linguaggio non riesce più a raffigurare il mondo vi è qualcosa che «mostra sé» e che può essere indicato come «il Mistico» (6.522).

Sul tema del Mistico si è concentrata l’attenzione di numerosi interpreti, i quali hanno individuato in esso la possibile chiave di lettura dell’intera opera. Se infatti l’individuazione dei limiti del linguaggio consente di prospettare un al di là inesprimibile, l’obiettivo dell’autore del Tractatus potrebbe essere letto come un tentativo di indicare ciò che, con una battuta di M. O’Connor Drury, non può essere detto ma “fischiettato”, vale a dire suggerito indirettamente sfruttando positivamente il registro del “mostrare”. In questa direzione andrebbe anche il celebre passo della lettera inviata da Wittgenstein all’editore von Ficker, in cui si parla di una misteriosa “parte non scritta” del Tractatus:

In effetti io volevo scrivere che il mio libro consiste di due parti: di quello che ho scritto, ed inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella importante. Ad opera del mio libro, l’etico viene delimitato, per così dire dall’interno; e sono convinto che l’etico è da delimitare rigorosamente solo in questo modo (Wittgenstein 1969, trad. it. p. 72).

Contro questo primo orientamento interpretativo, una recente corrente esegetica – nota come “New Wittgestein” – ha valorizzato la radicalità del rifiuto opposto dal filosofo a qualunque possibilità di concepire il non-senso come espressione “a suo modo” significativa. Di qui l’enfasi posta sull’esigenza di gettare la scala, ovvero di considerare le proposizioni del Tractatus come genuini non-sensi, incapaci di suggerire alcun contenuto ineffabile (non dicibile secondo i criteri fissati dal Tractatus stesso) o di penetrare nel territorio del Mistico. Per gli autori di questo orientamento, primi fra tutti C. Diamond e J. Conant, Wittgenstein non intende affermare nessuna teoria linguistica, né suggerire alcuna dottrina sul rapporto tra linguaggio e mondo; tenta piuttosto di condurre i lettore a un univoco rifiuto delle espressioni insensate di cui la metafisica è intessuta. In questo modo viene sottolineato l’aspetto terapeutico del percorso rappresentato dalla scala del Tractatus, svalutando tuttavia i “gradini” che lo compongono: l’autore infatti non avrebbe riconosciuto nessun senso alle sue stesse proposizioni e avrebbe pertanto operato una radicale decostruzione del suo stesso lavoro filosofico.

A distanza di quasi un secolo l’opera di Wittgenstein rimane oggetto di dispute e controversie legate non solamente alle singole tesi presentate nel testo, ma anche al senso complessivo di una costruzione filosofica enigmatica e aporetica. Al di là dei problemi filosofici, puntualmente affrontati nel testo, il Tractatus pone il lettore nella condizione di apprezzare come l’orizzonte stesso della filosofia non riesca a contenere le risposte agli interrogativi vitali che l’uomo si pone in merito al senso dell’esistenza. Come monito al lettore, rimane la constatazione a cui l’autore affida la conclusione della Prefazione:

Invece, la verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile ed irreversibile. Io ritengo, dunque, d’avere definitivamente risolto nell’essenziale i problemi. E, se qui non erro, il valore di quest’opera consiste allora, in secondo luogo, nel mostrare a quanto poco valga l’essere questi problemi risolti.

 

Bibliografia

Anscombe, G. E. M. (1959) An Introduction to Wittgenstein’s Tractatus, Harper and Row, New York.

Bronzo, S. (2010) La lettura risoluta e i suoi critici: breve guida alla letteratura, in J. Conant e C. Diamond, Rileggere Wittgenstein, Carocci, Roma.

A. Crary e R. Read (a cura di) (2000) The New Wittgenstein, Routledge, London-New York.

Frascolla, P. (2006) Il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein. Introduzione alla lettura, Carocci, Roma.

-anik, A. – Toulmin, S. (1973) Wittgenstein’s Vienna,Simon and Schuster, New York ( trad. it. La Grande  Vienna, Garzanti, Milano 1984).

Monk, R. (1990) Wittgenstein. The Duty of Genius, Jonathan Cape, London (trad. it. Ludwig Wittgenstein: il dovere del genio, Bompiani, Milano 1991).

Mounce, H. O. (1981) Wittgenstein's Tractatus:  An Introduction, Blackwell, Oxford (trad. it.  Introduzione al «Tractatus» di Wittgenstein, Marietti, Milano 2000).

Soleri, S. (2003) Note al Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, Bibliopolis, Napoli.

Waismann, F. (1967) Wittgenstein und der Wiener Kreis, Basil  Blackwell, Oxford  (trad.it. Wittgenstein ed il  circolo di Vienna, La Nuova Italia, Firenze 1975).


[1] «Il significato di questa formula è: dato l’insieme delle proposizioni elementari, ogni altra proposizione può essere ricavata applicando a queste l’operazione N [la negazione congiunta, N.d. r.], e quindi applicando successivamente tale operazione ai prodotti di volta in volta ottenuti oppure ad una combinazione di tali prodotti con le proposizioni elementari di partenza» (Soleri 2003, p. 338).

 

Stefano Oliva
Dottore di ricerca in Filosofia contemporanea, Università di Roma3