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La Struttura delle rivoluzioni scientifiche

Thomas S. Kuhn
Einaudi, Torino 1969
pp. 208
ISBN:
9788806199005

The Structure of scientific Revolutions University of Chicago Press, Chicago 1962; seconda edizione con l'aggiunta del Postscritto 1969, Chicago 1970.

Nella quarta edizione (1978) è stato aggiunto il Postscritto 1969; la traduzione italiana è di Adriano Carugo. Le citazioni della presente recensione si riferiscono a questa edizione italiana


Il concetto di "scienza normale"

Il titolo del libro di Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, è ben conosciuto; quest'opera ha scatenato infatti una vera e propria "tempesta di idee", i cui effetti continuano a notarsi tutt'oggi nella moderna filosofia della scienza. L'autore, Thomas S. Kuhn (1922-1996) è un fisico teorico americano che, attraverso il suo interesse per la storia della scienza, è arrivato a occuparsi dei problemi dellafilosofia della scienza, ha insegnato Storia della scienza all'Università di Princeton e Filosofia al Massachusetts Institute of Technology, e, ancor oggi, è una delle figure più note in questo campo.

Il genere di ricerca sviluppata in quest'opera di Kuhn può considerarsi storico-sociologica: Kuhn si occupa di analizzare la natura delle scienze naturali partendo dalla loro evoluzione storica reale e studiando il comportamento degli scienziati di fronte al rifiuto o all'accettazione di una teoria scientifica. Nell'insieme la visione dello sviluppo della scienza così come Kuhn la vede può sintetizzarsi nelle sue idee circa i due tipi di attività scientifica che egli crede di scoprire nella prassi reale: la "scienza normale" e la "scienza straordinaria".

La «scienza normale», nell'interpretazione di Kuhn, è quel tipo di attività scientifica che si sviluppa lì dove la comunità scientifica ammette determinate "teorie" senza metterle in discussione, e gli scienziati si sforzano di studiare e di risolvere i problemi alla luce di queste teorie. L'attività della scienza normale è una specie di soluzione di rompicapo, dato che non si affrontano problemi di fondo ma solamente questioni concrete nell'ambito di queste stesse teorie. Kuhn ha introdotto, in stretta relazione con la sua spiegazione della scienza normale, il concetto di "paradigma", con il quale vuole indicare conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali per un certo periodo di tempo forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca. Ecco come Kuhn ne dà una definizione: «In questo saggio "scienza normale" significa una ricerca stabile fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore» (p. 29).

Per quanto riguarda i "paradigmi", Kuhn ne segnala due caratteristiche essenziali: parlando di alcune teorie scientifiche importanti egli afferma che «i risultati che queste presentavano erano sufficientemente nuovi per attrarre uno stabile gruppo di seguaci, distogliendoli da forme di attività scientifica contrastanti con essi; e nello stesso tempo, erano sufficientemente aperti da lasciare al gruppo di scienziati costituiti su queste nuove basi la possibilità di risolvere problemi di ogni genere. D'ora in avanti, per indicare i risultati che hanno in comune queste due caratteristiche, userò il termine "paradigmi", che ha una precisa relazione col termine "scienza normale"» (pp. 29-30).

Evidentemente la "scienza normale" di Kuhn non rispetta i canoni di quella disponibilità alla "falsificazione" che Popper considera essenziale per la scienza1. Al contrario, essa non ricerca in modo alcuno la sostituzione delle teorie che costituiscono il "paradigma" nel quale lavora, ma cerca nuove applicazioni di tali teorie: in questo senso, la sua attività è "non critica". L'interpretazione di Kuhn non può essere fraintesa: così per quanto riguarda la scienza normale, egli afferma che «una attività di tal genere se esaminata da vicino, sia come è stata fatta nel corso della storia, sia come è condotta nei laboratori contemporanei, si presenta come un tentativo di forzare la natura entro le caselle prefabbricate e relativamente rigide fornite dal paradigma. Il compito della scienza normale non è affatto quello di scoprire nuovi generi di fenomeni; anzi, spesso sfuggono completamente quelli che non si potrebbero adattare all'incasellamento. Gli scienziati non mirano neanche, di norma, ad inventare nuove teorie, e anzi spesso si mostrano intolleranti verso quelle inventate da altri» (p. 44).

Si potrebbe pensare che, alla fine, questa "scienza normale" può esistere come esiste la routine in qualsiasi attività umana: la parte veramente importante della scienza, quella che contribuisce al suo progresso, sarebbe quindi la scienza "straordinaria", con la quale vengono proposte nuove teorie. Ovviamente questa non è l'opinione di Kuhn. Pur ammettendo che le caratteristiche della scienza normale possano essere interpretate come difetti, Kuhn attribuisce in buona parte alla scienza normale il progresso scientifico: «Queste restrizioni, prodotte dalla fiducia in un paradigma, si rivelano essenziali allo sviluppo della scienza» (p. 45). In effetti, i progresso scientifico per la maggior parte si spiega, secondo Kuhn tramite l'esistenza della scienza normale: il fatto che gli scienziati accettino un paradigma indiscusso permette loro di concentrarsi sistematicamente nella risoluzione di problemi concreti, dando luogo a un progresso che diversamente non si sarebbe prodotto. Addirittura una disciplina arriverebbe a costituirsi come una scienza - secondo Kuhn - solamente dal momento in cui si abbandonano le discussioni circa le questioni di fondo e nascono i "paradigmi", che offrono una base stabile al lavoro degli scienziati. Così, l'interpretazione di Kuhn non si limita a segnalare l'esistenza di un tipo meno importante di attività scientifica, ma colloca questa (la scienza normale) al centro della spiegazione del progresso della scienza.

I "paradigmi" di cui parla Kuhn offrono agli scienziati una visione del mondo (almeno per la piccola parte che questi studiano) nella quale hanno senso le teorie che essi propongono e utilizzano; il compito della scienza normale sarebbe lo studio dei problemi concreti che si presentano all'interno di questa concezione del mondo: «La ricerca normale deve il proprio successo all'abilità degli scienziati nello scegliere regolarmente problemi che possono venire risolti con tecniche concettuali e strumentali strettamente connesse con quelle che già esistono» (p. 124).

Kuhn documenta le sue affermazioni con parecchi esempi presi dalla storia della scienza. Senza dubbio le sue considerazioni sembrano corrispondere in buona misura al reale processo scientifico; oltretutto spiegano come possa svilupparsi la scienza su basi parzialmente erronee: il meccanicismo della fisica classica, per esempio, secondo il quale la natura è studiata come fosse una grande macchina, è erroneo per alcuni aspetti di una certa importanza (dato che non si può ridurre la natura agli effetti del movimento di parti solide di materia), eppure è potuto servire come paradigma utile, in quanto alcuni determinati aspetti della natura corrispondono in un certo senso alla concezione meccanicistica. Il fatto che gli scienziati, per un così lungo arco di tempo, si siano basati su un'immagine della natura che non si è voluto mettere in dubbio può aver giovato alla risoluzione dei problemi concreti che hanno una qualche relazione con tale immagine, anche se l'immagine stessa nel suo insieme presenta dei difetti. Ma queste considerazioni conducono al tema della verità della conoscenza scientifica, che affronteremo più avanti: per il momento ci limiteremo all'esposizione della tesi di Kuhn. Ovviamente, nella scienza normale ci si scontrerà anche con problemi che essa non riuscirà a risolvere. Normalmente, quando non si riesce a risolvere un problema, la responsabilità non è della teoria ma dovrebbe essere attribuita allo scienziato. Però può succedere che la quantità e la gravità dei problemi finiscano per provocare una crisi, così che ci si interroghi sulla validità del paradigma accettato pacificamente fino a quel momento. In queste circostanze può trovare spazio la "scienza straordinaria", ossia quell'attività scientifica volta alla ricerca ai nuove teorie generali capaci di risolvere la crisi. Se si trovano nuovi paradigmi che arrivano ad essere accettati dalla comunità scientifica, si hanno le così dette "rivoluzioni scientifiche". Riportiamo le parole di Kuhn su questo punto: «Le rivoluzioni scientifiche si considerano qui come quegli episodi di sviluppo non cumulativi nei quali un vecchio paradigma viene rimpiazzato, completamente o in parte, da uno nuovo e incompatibile» (p. 119).

La «scienza straordinaria» di cui parla Kuhn si verificherebbe solamente in circostanze eccezionali, cioè quando il progresso della scienza normale arriva a un punto nel quale le anomalie (i problemi non risolti) si presentano all'interno del paradigma fino a quel momento accettato, rendendo necessaria la formulazione di nuovi assunti che superino le possibilità di questo paradigma: «I problemi straordinari non possono aversi sotto ordinazione; sorgono solamente in particolari situazioni, create dallo stesso progresso della ricerca normale» (p. 54).

Le rivoluzioni scientifiche, pertanto, sono provocate dalla scienza normale. Nella concezione di Kuhn, la scienza normale e le rivoluzioni scientifiche sono strettamente collegate: le rivoluzioni non nascono da sole, ma sono l'effetto dello sviluppo della scienza normale, e le rivoluzioni a loro volta danno luogo a nuovi paradigmi che inaugurano una nuova tappa della scienza normale.

Kuhn formula quindi una domanda di fondamentale importanza: come si arriva ad accettare un nuovo paradigma? Su che base gli scienziati accettano una nuova visione della natura come punto di partenza della loro ricerca?

Tanto nella filosofia positivistica come in quella popperiana, questo interrogativo riceve una risposta di carattere logico. Per i positivisti, le nuove teorie vengono accettate in quanto verificate (o almeno confermate) dall'esperienza; per Popper, le nuove teorie devono essere considerate vere fino a che non vengano "falsificate", nel qual caso saranno abbandonate. In entrambi i criteri, decisiva è la provalogica: l'accettazione di nuove teorie è in funzione della loro verificabilità c della loro falsificabilità in base all'esperienza, anche se Popper - e in parte anche i positivisti, in seguito alla critica di Popper - ammettono che, perché sia possibile una prova sperimentale, è necessario un accordo convenzionale sulle proposizioni che si accettano come assiomi per le prove.

La risposta di Kuhn è molto diversa. Un nuovo paradigma non si accetta unicamente e principalmente sulla base di argomenti logici, dal momento che porta con sé una nuova visione della natura, e pertanto non può essere paragonato al vecchio paradigma. Kuhn parla in questo senso della "incommensurabilità" dei paradigmi; le rivoluzioni scientifiche modificano il "concetto che si ha del mondo" e, in questi casi, non si può parlare di un'esperienza neutrale che serva per giudicare di volta in volta le conseguenze del vecchio e del nuovo paradigma, dato che ogni paradigma porta con sé un differente modo di vedere la natura e di affrontare i problemi scientifici concreti. In definitiva, Kuhn afferma che «la competizione tra paradigmi non è il tipo di battaglia che si possa risolvere tramite prove» (pp. 121 ss.).

Quando si propone un nuovo paradigma - continua Kuhn - i vecchi concetti e i vecchi esperimenti si vedono sotto altra luce, così che «coloro che propongono dei paradigmi in alternativa ad altri, svolgono il loro lavoro in un mondo diverso» (p. 117).

In questi casi, Kuhn usa il termine "conversione" per spiegare come scienziati arrivano ad accettare un nuovo paradigma, e non dimentica avvertire (citando il famoso fisico Max Planck, autore di teorie rivoluzionarie) che una nuova verità scientifica spesso trionfa non perché i suoi avversari la accettino, ma perché questi avversari muoiono, e nasce una nuova generazione di scienziati che l'accetta. Pertanto Kuhn costata «il passaggio da un paradigma a un altro è un'esperienza di conversione che non si può forzare» (p. 55).

Con tutto ciò Kuhn non pretende di sostenere che non ci siano ragioni che possano indurre ad accettare nuove teorie: per esempio, alcune ragioni potrebbero essere la maggior precisione quantitativa e la capacità di risolvere i problemi. Ciò che Kuhn sottolinea è che l'accettare o meno nuove teorie non dipende da argomenti univoci e forzosamente: decisivi, segnalando che, quando si progettano nuovi paradigmi. «è necessaria una scelta tra diversi modi di praticare la scienza e, in questi casi, questa decisione si dovrà basare più sulle future aspettative che non sui successi passati [.] una decisione di questa portata si può prendere solamente se si ha fede» (p. 203).

Lo sviluppo della scienza si realizza, secondo la spiegazione di Kuhn, in modo molto diverso da come lo concepiscono i positivisti o i popperiani, e Kuhn cerca di avallare la sua interpretazione con più esempi presi dalla storia reale della scienza. Ci troviamo di fronte a un immagine del progresso scientifico nella quale una buona parte di questo progresso deve essere attribuito alla "scienza normale", incentrata in "paradigmi" dall'indiscusso valore, e un'altra parte è dovuto all'introduzione di nuovi "paradigmi" senza che sia possibile dimostrare la loro superiorità rispetto ai precedenti.

Carattere "sociologico" della teoria di Kuhn

Per comprendere le tesi kuhniane è necessario soffermarsi sul suo pragmatismo, che appare evidente se si considera la metafora evoluzionistica della scienza da lui sostenuta: lo sviluppo della scienza non tende ad alcun fine, e pertanto, dovrà ammettersi che le teorie scientifiche in definitiva sono solo strumenti utili per conseguire determinati obbiettivi pratici.

In quanto all'empirismo, Kuhn afferma con chiarezza che la filosofia è un'impresa empirica, e che il modo corretto per giungere a sapere che cosa è la conoscenza è quello di analizzare i risultati raggiunti da coloro che si dedicano alla conoscenza del mondo2.

Sembra che Kuhn si sia incamminato per una strada senza via d'uscita, nel pretendere di trarre conseguenze filosofiche da analisi sociologiche dell'attività scientifica nelle quali si prescinde da tutto ciò che abbia una qualche relazione con la verità della conoscenza. Kuhn è riuscito a smascherare alcune incoerenze ed estrapolazioni delle posizioni dei neopositivisti e di Popper, sottolineando l'importanza di fattori dell'attività scientifica che da parte loro si prendevano scarsamente in considerazione; ma nel momento in cui decide di affrontare i problemi della conoscenza scientifica non si accorge che la sua prospettiva è incompleta fin dal principio: le sue affermazioni sulla conoscenza, la verità, la filosofia della scienza, e la razionalità sono evidentemente insufficienti e questo è naturale se si considera che le sue analisi sociologiche si sviluppano e si snodano indipendentemente da tali problemi; questi infatti sono presi in considerazione da Kuhn quasi esclusivamente a difesa della sua posizione di fronte alle accuse di relativismo e di irrazionalità che gli vengono rivolte da parte di Popper e della sua scuola.

In definitiva, la posizione di Kuhn circa la razionalità può sintetizzarsi nel seguente modo: la scienza è il miglior esempio di razionalità, però le spiegazioni che fino ad ora sono state date sulla razionalità della scienza non sono soddisfacenti poiché si occupano solo degli aspetti logici della conoscenza scientifica e non considerano i fattori sociologici decisivi che hanno un peso molto importante nella comprensione dello sviluppo reale della scienza. Però si può obbiettare a Kuhn che la sua spiegazione sociologica dell'attività scientifica è a sua volta insoddisfacente come spiegazione del valore della conoscenza scientifica, cosicché non sappiamo veramente che cosa si debba intendere per "razionalità".

Obbiettivo della ricerca filosofica di Kuhn è trovare una spiegazione al peculiare progresso della scienza, spiegazione di per sé talmente complessa che lo stesso Kuhn è consapevole del fatto che la sua interpretazione non è in grado di risolvere tutti i problemi attinenti alla questione: «Ciò che dobbiamo spiegare è perché la scienza - che è l'esempio più sicuro di una conoscenza valida -progredisca in questo modo e prima ancora dobbiamo accertarci di come di fatto questa progredisca. È sorprendente quanto poco si sappia sulla risposta a questa domanda descrittiva3». Osserviamo come questa citazione abbia un taglio decisamente scientistico, poiché considera la scienza come «il nostro esempio più sicuro di una conoscenza valida» (se non si prende come punto di partenza la validità della conoscenza ordinaria nell'accezione realista del termine, e si considera la scienza sperimentale come un paradigma conoscitivo generale, è impossibile evitare una posizione pragmatistica, dato che il valore della conoscenzascientifica come conoscenza della realtà richiede come premessa il valore della conoscenza ordinaria). Stando così le cose, non può sorprendere il fatto che Kuhn, pur riconoscendo la complessità del tema, si azzardi a mettere in evidenza che la spiegazione del progresso scientifico deve essere, in ultima analisi, una spiegazione psicologica e sociologica, lasciando da parte la questione relativa al valore reale della conoscenza scientifica: «In ultima analisi, la spiegazione deve essere psicologica o sociologica. Deve essere una descrizione di un sistema di valori, di una ideologia, unita a un'analisi delle istituzioni attraverso la quale questa viene trasmessa e rinforzata. Se sapessimo a che cosa gli scienziati danno un valore preminente, potremmo sperare di capire quali problemi vogliono affrontare e perché in caso di conflitto ci si orienti in un certo modo. Dubito che si possa cercare una risposta diversa4».

L'impostazione di Kuhn, che dà un certo rilievo a questioni importanti del progresso scientifico, non è completa se non si considera la questione nel suo insieme. In effetti, gli scienziati (sia singolarmente che in gruppo) valuteranno le teorie, le ipotesi, i concetti, ecc. in funzione dei problemi specifici che vorranno risolvere, che possono essere di diversissimi tipi, e solo una spiegazione psico-sociologica potrà aiutare a scoprire determinati modelli di comportamento (che necessariamente dovranno essere abbastanza elastici) nelle diverse situazioni; questi fattori non si possono non considerare se si vuole avere una visione adeguata della scienza così come è nella realtà. Contemporaneamente l'impostazione filosofica vedrà i concetti, le leggi e le teorie scientifiche come dei mezzi per raggiungere la conoscenza e il dominio della realtà, e questo tipo di problema non potrà essere risolto solamente facendo riferimento a fattori psico-sociologici.

La "teoria della razionalità" di Kuhn (ossia la spiegazione che egli dà al progresso della scienza) contiene però gravi lacune. In primo luogo, questa dovrebbe abbandonare lo scientismo, e rinunciare a considerare la spiegazione del progresso scientifico come modello generale di razionalità; in secondo luogo la stessa spiegazione che viene data non è poi così indiscutibile. Lo schema "scienza normale/rivoluzioni scientifiche" è illustrativo e utile, ma del tutto insufficiente se si prende come punto di riferimento principale per giudicare lo sviluppo storico e il valore della conoscenza scientifica. Il concetto di "paradigma" ha anch'esso un suo valore e una sua utilità; il problema è che Kuhn lo utilizza male (lo stesso vale per i concetti precedenti di "scienza normale" e di "rivoluzioni"): infatti nellaStruttura delle rivoluzioni scientifiche Kuhn usa questo termine in almeno ventun accezioni diverse5. Questa osservazione portò lo stesso Kuhn da una parte ad ammettere questa ambiguità e dall'altra a cercare di tema in un suo nuovo libro, Secondi pensieri sui paradigmi . Ma le successive spiegazioni di Kuhn, allontanandosi dalla semplicità dell'originale esposizione, si risolvono in infiniti tecnicismi che non fanno che creare nuove difficoltà.

Kuhn critica con ragione la precedente filosofia della scienza, incentrata principalmente (se non esclusivamente) sugli aspetti logici delle teorie scientifiche, ma anche lui si occupa solo solamente di un aspetto parziale del problema, incentrando l'epistemologia quasi esclusivamente sugli aspetti sociologici dello sviluppo della scienza. In realtà entrambe le impostazioni sono condizionate da un equivoco più profondo, il "paradigma scientifico", che pretende di trovare il modello-base della conoscenza umana nelle "teorie della razionalità". Questi però non sono che tentativi troppo semplicistici per spiegare i successi della scienza. Proprio per non voler andare in fondo alla questione, Kuhn incorre in tutta una serie di equivoci che derivano dal suo modo di impostare il problema. Non si sa, per esempio, se le spiegazioni di Kuhn descrivano il vero comportamento degli scienziati del presente e del passato, o se intendano dettare norme che si dovrebbero seguire per promuovere lo sviluppo della scienza; sembra quasi che abbia voluto fare entrambe le cose; infatti, alla domanda di Feyerabend se le osservazioni di Kuhn sullo sviluppo della scienza debbano intendersi come descrizioni o se invece come prescrizioni, Kuhn risponde che devono intendersi in entrambe i modi, e afferma che se esistesse una teoria in grado di spiegare il come e il perché la scienza lavora, ciò avrebbe necessariamente implicazioni sul modo con cui gli scienziati dovrebbero agire perché la loro impresa sia destinata al successo6.

Sembra però impossibile riuscire a estrapolare dalle spiegazioni di Kuhn norme concrete per la pratica scientifica. Oltretutto, se Kuhn afferma - come abbiamo già detto - che sul modo con cui la scienza fa progressi sappiamo molto poco, sarà possibile cercare su questa base di stabilire regole per gli scienziati? Se segnaliamo questa difficoltà è per la loro importanza e per la loro gravità, anche perché sono difficoltà tipiche di ogni posizione scientista; lo scientismo, a furia di cercare un'immagine semplice dell'attività scientifica che possa servire come modello per ogni presunta conoscenza valida, finisce per essere costretto a rimandare - nel migliore dei casi - l'analisi delle conquiste passate della scienza, correndo così l'evidente pericolo - abbondantemente esemplificato nella storia della filosofia - di dettare alla scienza norme basate su realizzazioni scientifiche parziali e di considerare come definitivi aspetti destinati a essere superati nel tempo. Le difficoltà aumentano se - come di solito succede - le spiegazioni dello sviluppo della scienza, a causa della loro unilateralità, non arrivano a giustificare le precedenti conquiste scientifiche.

Si può affermare che all'epoca del Circolo di Vienna e sotto la sua influenza è stato coniato un paradigma nella filosofia della scienza moderna, incentrato sulla logica della scienza, e che questo e entrato in crisi proprio in occasione della pubblicazione dell'opera di Kuhn, che ha voluto sottolineare l'importanza dei fattori sociologici nello studio dello sviluppo della scienza. È lo stesso concetto di filosofia della scienza, così come veniva considerato, ad entrare in crisi. Come abbiamo visto, questa filosofia della scienza presenta effettivamente gravi lacune, Kuhn però non è riuscito ad arrivare in fondo alla questione, e alla crisi da lui provocata seguirono diversi tentativi di indirizzare correttamente la filosofia della scienza, i quali però, mancando di una base adeguata e continuando ad essere condizionati dallo scientismo, hanno portato la filosofia della scienza completamente fuori rotta. Alla base si tratta di una crisi del paradigma scientistico che non si riconosce come tale: invece di abbandonare la concezione scientistica della razionalità, si cerca di salvarla ad ogni costo puntellandola artificialmente.

Valutazione conclusiva

Nella contrapposizione tra logica da un lato e storia e psicologia dall'altro, rimane aperta la questione su quali siano i valori scientifici condivisi da una comunità in base ai quali preferire una teoria ad un'altra. La semplicità, l'esattezza, la rispondenza ai fatti di una teoria possono avere molte sfumature, essere applicate in modalità differente e aver attribuito un valore diverso a seconda della formazione e dell'orientamento del singolo individuo. Risolvere, come suggerisce Kuhn, questioni definitive, rimettendosi a un gruppo di specialisti sparsi per il mondo non può essere un criterio sicuro, perché anche all'interno di un gruppo siffatto si possono verificare dissensi vivacissimi7. Come si forma questo gruppo? Si autoqualifica o è qualificato da riconoscimenti esteriori? Come si farebbe poi ad accettare un'ipotesi rivoluzionaria o semplicemente nuova proposta da uno studioso isolato, estraneo al gruppo privilegiato, al quale si è conferita tanta autorità se il gruppo stesso si comporta come un corpo chiuso o come una qualsiasi folla? Come si fa a far prevalere i criteri del passato, dopo avere esaltato la novità nelle forme più esasperate della rivoluzione? Infatti anche le rivoluzioni sono soggette al tempo e si cristallizzano in un passato rispetto al quale ogni nuova idea apparirà rivoluzionaria o controrivoluzionaria. Kuhn si professa anche evoluzionista8. Una evoluzione però non è rivoluzione. L'evoluzione suppone la continuità, la rivoluzione la frattura, se le parole hanno ancora un loro significato specifico.

A parte ciò, sarebbe difficile dimostrare che «lo sviluppo scientifico è come l'evoluzione biologica, unidirezionale e irreversibile9». Questo potrebbe essere il punto di vista della scienza "normale", non quello della scienza "straordinaria" di cui Kuhn si fa paladino. In un sistema unidirezionale le rivoluzioni sarebbero impossibili. Critica e dogmatismo si alternano e talvolta si sovrappongono nel pensiero di Kuhn; il relativismo che egli respinge riguarda aspetti particolari del suo pensiero, ma rimane sempre nello sfondo e deriva dall'agnosticismo fondamentale. Per non essere relativista non basta considerare una teoria migliore di un'altra «come strumento pratico della scienza normale». Questo è semmai, pragmatismo, che include sempre una forte dose di agnosticismo e di relativismo, tanto più che la scienza normale è svalutata nella concezione di Kuhn, il quale nega perfino che ci possa essere un linguaggio neutrale che possa essere usato tra gli scienziati10. Il paragone con le lingue non porta molto lontano: nonostante le difficoltà e le improprietà delle traduzioni, sulle quali insiste Kuhn, si continua a tradurre in tutto il mondo e se ne potrebbe fare a meno.

Kuhn dichiara che se dovesse riscrivere La struttura delle rivoluzioni scientifiche dovrebbe ricominciare con una discussione sulla struttura della comunità. Dopo avere individuato un gruppo di specialisti, dovrebbe chiedere subito quali siano le convinzioni che i suoi membri condividono, che permettono loro di risolvere dei rompicapo e che forniscono le spiegazioni della loro relativa unanimità nella scelta dei problemi e nella valutazione delle soluzioni di problemi. Al termine "paradigma", oggetto ormai di tante discussioni e contestazioni, Kuhn sostituirebbe ora quello di "matrice disciplinare": disciplinare, perché è comune agli aspetti di una specifica disciplina; matrice, perché consiste di elementi ordinati che richiedono specificazioni per ogni individuo. La matrice disciplinare non dovrebbe, come il paradigma, essere trattata in un blocco indifferenziato, individualmente o collettivamente. Dovrebbe includere le generalizzazioni simboliche condivise, modelli condivisi, metafisici o euristici, valori condivisi come l'interesse per l'accuratezza nelle predizioni, ecc.11.

Per importante che questa correzione possa essere, dal punto di vista di una tecnica particolare d'indagine critica non risolve certamente i problemi epistemologici di fondo, i problemi della demarcazione tra scienza e non-scienza, il problema delle scelte; non copre nemmeno tutta l'area della metodologia scientifica. In più è suscettibile di un regresso all'infinito, perché la stessa indagine circa le generalizzazioni simboliche, i modelli e i valori condivisi dovrebbe essere anche compiuta sulle matrici disciplinari del critico, in quanto anch'egli avrà un paradigma o una matrice disciplinare di cui dovrà rendere conto. L'aver poi incluso tra i valori condivisi l'accuratezza nelle predizioni mostra come il termine "valori", pregnante di tanti significati, specialmente filosofici, sia inteso da Kuhn in un senso banalmente empirico12. Così intesi, i valori possono essere moltiplicati all'infinito. Infine, «Kuhn non tiene conto del fatto che una scienza che fu o apparve straordinaria o rivoluzionaria in un determinato momento storico si trasforma in un momento successivo in scienza "normale": la rivoluzione diventa tradizione conservatrice. Solo l'autentico spirito scientifico può impedire alla tradizione di cristallizzarsi e garantire all'ansia del nuovo legittimi successi, senza pretendere di sconvolgere tutto e tutti. Spetta allo spirito criticamente scientifico valutare le ragioni di teorie pregresse e di nuove ipotesi ristabilendo la continuità ideale tra antico e nuovo, là dove entrambi mirarono alla meta comune della verità. Ci sono antichi errori e nuove verità, ma anche antiche verità perenni e nuovi errori. L'equilibrio va ricostruito ad ogni momento non con un cumulo, ma con un vaglio che include sempre nuovi elementi, sottoposti all'analisi critica13»

Riduzione da Cultura e Libri 10 (1993), n. 86.


1 Cfr. K. R. Popper, Logik der Forschung (Zur Erkenntnistheorie der modern Naturwissenschaft ) 1935, trad. ingl.: The logic of scientific discovery, Hutchinson, London 1959.

2 T. Kuhn, Secondi pensieri sui paradigmi, in AA.VV., Paradigmi e rivoluzioni nella scienza , tr.it. Armando, Roma 1983.

3 T. Kuhn, Logica della scoperta o psicologia della ricerca ? In AA.VV., Critica e crescita della conoscenza, a cura di I. Lakatos e A. Musgrave, tr. it. Feltrinelli, Milano 1976.

4Ibidem.

5 Cfr. M. Masterman, La natura dei paradigmi, in AA.VV., Critica e crescita della conoscenza, cit.

6 T. Kuhn, Riflessioni sui miei critici, in AA.VV., Critica e crescita della conoscenza, cit.

7 Si veda N. Petruzzellis, Discussioni di fisici e problemi filosofici , in Sistema e problema , vol. I, Napoli 1975 3, pp. 343-362

8 T. Kuhn, Riflessioni sui miei critici, cit., p. 349.

9 T. Kuhn, art. cit., p.350.

10 Cfr. T. Kuhn, ibidem.

11 Cfr. T. Kuhn, art. cit., pp. 357-358.

12 Si veda N. Petruzzellis, I paradossi di Karl R. Popper: la conoscenza sempre conoscente, in Sistema e problema , cit., vol. I, pp. 363-396.

13 N. Petruzzellis, La crisi dello scientismo, cit., pp. 55-56.

Antonio Livi
Pontificia Università Lateranense, Roma