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I cristiani osservano il cielo ma non lo adorano

Origene di Alessandria
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Contro Celso, V, 10-13

In polemica con il filosofo pagano Celso, Origene chiarisce che i cristiani non disprezzano i corpi celesti, né svalutano la loro funzione di segni naturali. Essi, tuttavia, non li adorano, perché credono soltanto nel loro Creatore e nel suo Logos. È a Dio che va ascritta la guida provvidente del mondo, non alle sue creature. Del riferimento alle stelle e ai corpi celesti Origene ne ricorda il fondamento biblico, inquadrandolo con una corretta ermeneutica.

10. In effetti, è stato scritto nel Deuteronomio: «Quando avrai rivolto lo sguardo al cielo e avrai visto il sole, la luna e le stelle, tutto il mondo del cielo, non essere trascinato ad adorare e a servire quelli che il Signore Dio tuo ha distribuito a tutti i popoli che si trovano al di sotto di tutto il cielo. Ma noi, il Signore Dio ci prese e ci condusse fuori dal crogiolo di ferro, dall’Egitto, per essere popolo di sua eredità, come lo siamo in questo giorno» [Dt 4,19-20]. Quindi il popolo degli Ebrei, chiamati da Dio ad essere «stirpe scelta», «sacerdozio regale», «popolo santo», «popolo per il suo acquisto» [1Pt 2,9], riguardo al quale è stato predetto ad Abramo dalla voce del Signore: «Rivolgi lo sguardo al cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. E gli disse: ‘Così sarà la tua discendenza’» [Gen 15,5], il popolo che aveva la speranza di diventare come le stelle in cielo, non doveva adorare quelle cose alle quali doveva essere assimilato grazie alla comprensione e all’osservazione della legge di Dio. Infatti è stato detto loro: «Il Signore vostro Dio vi ha moltiplicati, ed ecco oggi voi siete per numero come le stelle del cielo» [Dt 1,10]. In Daniele vengono espresse queste profezie ai Giudei riguardo agli uomini nel tempo della resurrezione: «E in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque è scritto nel libro; e molti di coloro che dormono nella polvere della terra si sveglieranno, questi alla vita eterna e questi altri all’oltraggio e alla vergogna eterna. I saggi splenderanno come lo splendore del firmamento e i molti giusti sorgeranno come le stelle in eterno e anche oltre» [Dn 12,1-3]. E Paolo, traendo da questo passo, quando parla della resurrezione dice: «Vi sono corpi celesti e corpi terrestri; e altro è lo splendore dei celesti e altro quello dei terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle; infatti, una stella differisce da una stella per splendore. Così è anche la resurrezione dei morti» [1Cor 15,40-42].

Pertanto non era ragionevole che quelli che erano stati istruiti ad innalzarsi nobilmente al di sopra di tutte le creature e a sperare per sé le cose più eccellenti da parte di Dio per la loro virtuosissima vita, che avevano ascoltato: «Voi siete la luce del mondo» e la vostra luce «splenda davanti agli uomini, perché essi vedano le vostre belle opere e celebrino il Padre vostro che è nei cieli» [Mt 5,14.16] e che si esercitavano a possedere la saggezza splendida e immarcescibile, o avevano ricevuto quella che è «riflesso della luce eterna»[Sap 6,12; 7,26], fossero tanto sbigottiti dalla luce sensibile del sole, della luna e degli astri, da credere, a causa della loro luce sensibile, di essere in qualche modo al di sotto di essi, pur essendo in possesso di tale luce intellegibile di conoscenza, «luce vera», «luce del mondo» «e luce degli uomini» [Gv 1,9; 8,12; 9,5; 1,4]. Se realmente bisognava adorarli, bisognava adorarli non a causa della loro luce sensibile, ammirata dalla massa, ma della loro luce intelligibile e veritiera, se davvero anche le stelle nel cielo sono esseri viventi razionali e virtuosi e sono stati illuminati con la luce della conoscenza dalla saggezza, che è «riflesso di luce eterna» [Sap 7,26]. Infatti, la loro luce sensibile è opera del Creatore dell’universo, mentre forse quella intelligibile è derivata dalla piena volontà che è giunta in loro.

11. Ma questa luce sensibile non deve essere adorata da chi vede e comprende la vera luce, da una partecipazione alla quale questi astri sono stati illuminati, e neppure da chi vede il Padre della luce veritiera, Dio, del quale è stato detto bene: «Dio è luce e in Lui non c’è nessuna tenebra» [1Gv 1,5]. E come quelli che adorano il sole, la luna e le stelle a causa della luce veritiera e celeste non potrebbero adorare una favilla di fuoco o una fiaccola sulla terra, poiché essi vedono l’incomparabile superiorità delle stelle, da loro considerate degne di adorazione, rispetto alla luce delle faville e delle fiaccole, così quelli che hanno inteso che «Dio è luce», che hanno compreso come il Figlio di Dio «è luce vera, che illumina ogni uomo che giunge nel mondo» [Gv 1,9] e che hanno compreso anche in che modo Egli dice: «Io sono la luce del mondo» [Gv 8,12] non potrebbero adorare con buona ragione quella che è come una piccola favilla nel sole, nella luna e nelle stelle, in confronto a Dio, luce della luce vera. E noi non facciamo tali affermazioni riguardo al sole, alla luna e alle stelle poiché disprezziamo siffatte creature di Dio, e neppure diciamo con Anassagora che il sole, la luna e le stelle sono «massa incandescente», ma perché percepiamo la divinità di Dio, la quale è superiore con ineffabile superiorità, e ancora quella del suo Figlio unigenito, che supera le altre cose. E noi siamo convinti che lo stesso sole, la luna e le stelle rivolgono preghiere al Dio al di sopra di tutte le cose attraverso il suo Figlio unigenito e pensiamo che non bisogna rivolgere preghiere a quelli che pregano, dal momento che anche loro stessi vogliono che ci rivolgiamo a Dio, al quale essi rivolgono preghiere, piuttosto che abbassarci verso di loro oppure dividere l’efficacia delle nostre preghiere tra Dio e loro.

12. […] Ma sia pure per usare le stesse parole di Celso, che il sole, la luna e le stelle profetizzino «piogge, calure, nuvole e tuoni». Ordunque, se essi annunciano eventi così importanti, non bisogna forse adorare ancor di più Dio, al quale essi rendono servigi mentre profetizzano, e non bisogna venerare Lui, piuttosto che i suoi profeti? E ammesso che essi profetizzino fulmini, frutti e tutto quanto si produce» e amministrino tutte le cose del genere, non per questo noi adoreremo questi esseri, che a loro volta adorano, come neppure Mosé quelli che, dopo di lui, hanno profetizzato, grazie a Dio, cose ben più importanti di piogge, calure, nuvole, tuoni, fulmini, frutti e tutti i prodotti sensibili della terra. Ma anche se il sole, la luna e le stelle potessero formulare profezie ben più importanti delle piogge, neppure in questo caso noi li adoreremo, ma adoreremo il Padre delle profezie presenti in loro e il Logos di Dio che è loro ministro. Ma ammesso che essi siano «suoi annunciatori», «messaggeri davvero celesti»: come allora non bisogna adorare anche in questo caso Dio, che è proclamato e annunciato da loro, piuttosto che questi suoi «annunciatori» e «messaggeri»?

13. Celso poi ricava da sé che noi «non consideriamo per niente il sole, la luna e le stelle». Riguardo ad essi noi riconosciamo che anche loro attendono «la rivelazione dei figli di Dio», sottoposti nel tempo presente «alla vanità» dei corpi materiali «a causa di colui che li ha sottomessi con la speranza» [Rm 8,19-20]. Ma se Celso avesse letto, tra le infinite altre cose che noi diciamo a proposito del sole, della luna e delle stelle, anche questo: «Astri e luce, lodatelo tutti», e: «Lodatelo, cieli dei cieli» [Sal 148,3-4], non avrebbe dichiarato che noi diciamo che non sono di nessun valore siffatti corpi, i quali lodano grandemente Dio. E Celso non conosce neppure questo passo: «Infatti, l’attesa della creazione attende la rivelazione dei figli di Dio, perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua volontà, ma a causa di colui che l’ha sottoposta, nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per la libertà della gloria dei figli di Dio» [Rm 8,19-21]. Qui abbia fine la giustificazione riguardo al fatto che noi non adoriamo il sole, la luna e le stelle.

da Contro Celso, V, 10-13, a cura di Pietro Ressa, Morcelliana, Brescia 2000, pp. 380-384.