Naturalismo e natura

Cataldo Zuccaro
Mario De Caro
2015

lntervista a Mario De Caro e Cataldo Zuccaro a cura di Andrea Aguti

Alcune domande per altrettante piste di approfondimento. Mario De Caro, filosofo, fra i maggiori studiosi del naturalismo, ci offre una panoramica sulle forme attuali del naturalismo e ci dice in quale senso e fino a quale punto è possibile "naturalizzare" l'essere umano, e se ci sono margini per conciliare naturalismo e teismo. Cataldo Zuccaro, teologo, risponde su come legare in modo più puntuale il tema del naturalismo al concetto di natura, un concetto che ha svolto e svolge tutt'oggi un ruolo significativo nell' ambito della teologia morale cattolica.

Qual è una definizione plausibile di naturalismo e che cosa distingue il naturalismo contemporaneo dal positivismo, dal neopositivismo e in genere dallo scientismo moderno?

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Mario De Caro, docente di Filosofia Morale all'Università di Roma Tre

Il naturalismo assume oggi due forme principali. Nella versione più comune (che si può chiamare «naturalismo scientifico » o «naturalismo stretto»), questa concezione afferma che dal punto di vista epistemologico e da quello ontologico le scienze naturali hanno l'esclusiva della verità. Ovvero, solo le scienze naturali possono dirci ciò che esiste e possono dirlo in modo epistemicamente accettabile, nel senso che tutte le altre pretese forme di conoscenza (le scienze sociali, il senso comune, le forme artistiche, l'intuizione) possono essere accettate solo nella misura in cui i loro risultati siano riconducibili a quelli della ricerca scientifica. Un corollario di questa concezione è che la filosofia deve essere pensata e sviluppata in continuità della scienza per oggetto, metodo e scopi. Questo tipo di naturalismo è ovviamente molto simile, nello spirito, al positivismo classico e in certa misura anche al neopositivismo. La differenza principale è che la maggior parte dei positivisti e dei neopositivisti erano empiristi radicali rispetto alle entità inosservabili postulate dalla scienza, e dunque aderivano a una forma di idealismo scientifico, mentre i naturalisti scientifici di oggi tendono ad aderire al realismo (mentre per i positivisti classici gli atomi erano delle costruzioni utili a spiegare e a predire i fenomeni, per i naturalisti scientifici contemporanei gli atomi esistono veramente). C'è pero un'altra versione del naturalismo ( che si può chiamare «naturalismo liberalizzato» o «naturalismo pluralistico») che ha una visione assai diversa del rapporto tra scienza e filosofia.
Questa concezione nega infatti che la scienza abbia l'esclusiva ontologica ed epistemologica, perché esistono altre forme legittime di conoscenza, irriducibili alle forme della conoscenza scientifica, che ci parlano di aspetti della realtà su cui la scienza non può avere pretese di esaustività (o forse non può dire proprio nulla). Questi fenomeni irriducibili sono quelli della coscienza, della morale, dell'intenzionalità, della normatività in genere. Di questi fenomeni la fisica e la biologia possono dirci quali siano le «condizioni abilitanti» – le condizioni che li hanno resi fisicamente possibili – e possono forse raccontarcene lo sviluppo ontogenetico e filogenetico, ma non possono illuminarne la natura e il significato.

Il naturalismo contemporaneo si appoggia in modo privilegiato alla scienza per dimostrare la validità delle proprie tesi e in particolare ai successi conseguiti da quest'ultima per quanto riguarda la spiegazione del mondo fisico, ma il modello di spiegazione delle scienze empiriche può costituire un modello valido di spiegazione anche per altri ambiti del sapere?

A mio giudizio la posizione corretta è quella del naturalismo liberalizzato: ci sono aspetti della realtà che le scienze naturali non possono costitutivamente trattare. L’esempio della normatività è in questo senso molto calzante. Come mostra il famoso paradosso del «seguire una regola» di Wittgenstein e Kripke, i fenomeni normativi non possono essere ridotti a categorie descrittive: non c'è modo, per esempio, di ridurre le categorie del discorso morale alle categorie della biologia o nemmeno a quelle della psicologia. C'è poi da aggiungere che spesso i naturalisti scientifici hanno una visione molto semplificata della scienza: non esistono unmetodo o unoggetto della scienza né un unico obiettivo che la scienza persegue. II pluralismo, insomma, inizia già all'interno delle scienze naturali.

In quale senso e fino a quale punto è possibile "naturalizzare" l'essere umano?

Credo che, almeno in linea di principio, sia possibile dare conto scientificamente delle condizioni fisiche e biologiche che hanno reso possibile, di fatto, l'evoluzione dell' homo sapiens, con le relative capacità di pensiero razionale, intenzionale e morale. Ma sui contenuti del pensiero razionale, intenzionale e morale e sulle nostre capacità di argomentazione non credo che la scienza naturale potrà mai sviluppare un discorso esaustivo.

Uno dei timori maggiori di fronte alla naturalizzazione dell'essere umano è che essa postuli o arrivi a concludere, in particolare rifacendosi ai risultati delle neuroscienze, che l'uomo non è libero e non ha una responsabilità morale in senso vero e proprio. É un timore reale?

II discorso è complesso, ma certamente quanti affermano che le neuroscienze abbiano già dimostrato, o siano sul punto di dimostrare, l'illusorietà del libero arbitrio e della responsabilità morale sono profondamente in errore sia per ragioni di metodo che di contenuto. Tuttavia, dicevo, il discorso è complesso, soprattutto perché una delle più solide opzioni teoriche possibili, il cosiddetto «compatibilismo», sostiene che libero arbitrio e responsabilità morale siano perfettamente compatibili con il determinismo naturale. E ciò mostra che, anche se la questione del determinismo è a sua volta intricata, la presunta minaccia che arriverebbe al libero arbitrio dalle neuroscienze (ovvero la minaccia che esse possano dimostrare che tutti i nostri comportamenti sono interamente determinati) è in realtà un'illusione ottica. Abbiamo ottime ragioni per pensare che, se anche fossimo interamente determinati, potremmo continuare a pensarci liberi e responsabili.

In un'ottica naturalistica il teismo, cioè la posizione teorica che ammette l'esistenza di un Dio personale che agisce nel mondo, viene considerata ridondante o superflua. Com'è noto, molti rappresentanti del naturalismo contemporaneo hanno dato vita a una forma di «nuovo ateismo». Ci sono margini per conciliare naturalismo e teismo?

In realtà esistono anche autori credenti vicini al naturalismo (per esempio, Robert Audi o Lynne Baker). In generale, il loro punto di vista è che Dio ha creato un mondo che obbedisce alle leggi naturali e che non si devono postulare interventi soprannaturali nel nostro mondo. Con questo tipo di assunzione, per esempio, il near-naturalism di Lynne Baker è perfettamente compatibile sia con il naturalismo (almeno quello liberalizzato) sia con il teismo. Insomma: la distanza tra un certo tipo di naturalismo e un certo tipo di teismo non è incolmabile.

II concetto di natura ha giocato e continua a giocare un ruolo notevole nella teologia morale cattolica, ma si ha la sensazione che per molti teologi sia divenuto un’eredità ingombrante. In quale senso oggi è possibile declinarlo?

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Cataldo Zuccaro, docente di Teologia Morale Fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana

L’aspetto maggiormente problematico della legge naturale credo che vada ricercato in unacomprensione spesso fisicista che ha fatto poca attenzione nel distinguere la volontà di Dio nei confronti della natura biologica e la sua volontà nei confronti del corretto comportamento dell'uomo nelle sue relazioni con gli altri e con l'ambiente. Di conseguenza, si è pensato di leggere nelle strutture fisiche delle cose il dettato di Dio circa il corretto agire morale dell'uomo. Accanto a questo limite, va segnalato il fatto che la visione del cosmo era comunemente concepita come fissa e bene ordinata, per cui l'ordine presunto nella natura era di fatto il riflesso dell' ordine voluto da Dio. Pertanto l'immutabilità, che ancora continua a connotare una delle caratteristiche della legge naturale, era indebitamente prolungata sino alla determinazione di comportamenti particolari che sono, invece, solo frutto di culture particolari, spesso lontane dalla cultura occidentale. Purificata da queste derive, la nozione di legge naturale può ancora svolgere un compito maieutico nella morale e non solo in quella teologica. Infatti, nel suo zoccolo duro essa ricorda come la persona non possa rassegnarsi a vivere in modo arbitrario, come se navigasse in mare aperto senza alcun riferimento, ma può realizzarsi in base ad un disegno e ad un piano. Esiste una verità della persona, anche se non è già data in modo misterioso da qualche parte fin nei minimi particolari. Occorre cercarla. Questo è lo spazio della libertà, della storicità, della responsabilità dell'uomo. L’antropologia cristiana da sempre ha visto questo dono e questa esigenza nell'affermazione che l'uomo è creatura di Dio.

 La dottrina tradizionale della legge morale naturale può avanzare ancora una pretesa di validità nel contesto del pluralismo etico contemporaneo?

Intanto, vorrei togliere un po' di splendore a quell'aureola di santità che il termine pluralismo si è acquistato nella cultura contemporanea. Certo non si può concepire un'etica monolitica, anche perché i prolungamenti interpretativi della legge naturale non sono predeterminati, ma sono frutto di comprensioni storicamente determinate e quindi plurali. In tal senso, possono darsi interpretazioni storiche diverse e pure legittime della legge naturale. Su questa base, la legge naturale può far parte della pluralità di impostazioni etiche contemporanee. Anzi, queste ultime possono aiutare la legge naturale ad evitare di attribuire frettolosamente un valore assoluto ad alcune norme che invece sono frutto di interpretazioni storiche e culturali. Da parte sua, la legge naturale può contribuire a dare contenuto ad un'etica che rischia di essere assorbita nel nichilismo e nella sterilità di una procedura formale senza sostanza.

Il riferimento al concetto di natura nel discorso etico si coniuga necessariamente a una forma di realismo morale, cioè alla posizione che ritiene che i nostri giudizi morali si riferiscano a realtà che sono indipendenti dal soggetto che le percepisce?

La risposta dipende molto da come intendiamo il realismo morale. Infatti, se esso si comprende come un oggetto assolutamente indipendente dalla persona, quasi come una realtà fisica e materiale che può essere misurata, allora la concezione morale sarà sbilanciata sulla produzione, meglio sulla riproduzione, di atti già esistenti da qualche parte. Ma una tale presunzione è stata messa in discussione già dal principio di indeterminazione di Heisenberg o dal teorema di Godel: in qualche misura l'osservatore entra sempre dentro la realtà osservata causando una certa perturbazione del suo stato oggettivo. Passando al campo della morale, occorre ricordare che ogni azione che rivendica la qualità di bene o di male deve scaturire da una decisione personale della coscienza morale. Pertanto il realismo, che pure è richiesto dalla legge naturale, non può darsi senza riferimento alla persona agente. Naturalmente questo non va inteso come se qualunque decisione di coscienza fosse di per sé giusta: l'errore, anche in buona fede, è sempre possibile. Pertanto, il realismo morale è frutto dell'agire responsabile della persona che, sulla base degli elementi moralmente rilevanti, decide l'azione che meglio risponde alla sua intenzione di bene. In questo modo si supera il limite di ridurre la morale a semplice produzione di azioni materiali e nello stesso tempo il soggettivismo e l'arbitrarietà, dal momento che la decisione è determinata da una ponderazione oggettiva di valori.

Con il termine «naturalizzazione» molti filosofi e scienziati oggi intendono lo studio dell'essere umano secondo il metodo delle scienze empiriche e in particolare delle neuroscienze. Quale valutazione può dare il teologo cristiano di questo tentativo?

Giustamente è stato fatto osservare che esiste una sorta di «riduzionismo metodologico», inteso come una strategia di ricerca scientifica che indaga sui singoli elementi costitutivi di una realtà per conoscerla meglio. La riduzione metodologica aiuta gli scienziati a stabilire delle catene di causa ed effetto, in modo da poterle più facilmente esporre in termini matematici.
Ora, è vero che le singole parti non possono dare ragione dell'insieme di un organismo vivente, che certo è più complesso delle singole parti che lo costituiscono. Gli organismi viventi manifestano delle proprietà che non sono riducibili alle proprietà dei loro componenti fisici e chimici. Gli insiemi sono soggetti alle leggi che governano le loro parti, ma i medesimi insiemi possono avere «proprietà emergenti» (emergent properties) che non esistono e sono assolutamente imprevedibili nelle loro componenti individuali prese come unità isolate. Il riduzionismo metodologico, che postula la necessità di spiegare i fenomeni naturali a partire dall'esame delle singole componenti della realtà fisica, senza ricorrere all'azione di un Dio trascendente, è certamente compatibile con la morale, in quanto non presume né di affermare l'esistenza di Dio né di negarla. Diverso è il discorso del «riduzionismo epistemologico» o, ancora più radicalmente, «ontologico», che sostengono che tutto ciò che esiste, tutti i fenomeni della vita (coscienza, mente, morale, società ...) si debbano spiegare esclusivamente sulla base di leggi fisiche. Questo riduzionismo va oltre l'ambito di competenza della scienza e introduce di contrabbando un asserto di natura filosofica: la realtà è riducibile al solo aspetto fisico. Ora, altro è dire che per conoscere ciò che appartiene al regno materiale occorre spiegarlo con le scienze (riduzionismo metodologico), altro invece è dire che solo il mondo materiale è reale (riduzionismo ontologico).
L’errore consiste nell'introdurre un presupposto filosofico che di per sé non appartiene all'epistemologia delle scienze. Sulla base di queste distinzioni, le neuroscienze possono aiutare la teologia morale a gettare una maggiore luce sulle condizioni antropologiche che rendono possibile l' attività della coscienza morale.
L’errore delle neuroscienze è la presunzione di catturare e imbrigliare la coscienza morale dentro la rete delle sinapsi, così da privare la persona della libera e consapevole responsabilità della decisione.

 

da "Dialoghi" 15 (2015), pp. 67-73.