Grandi domande

Il rapido progresso della scienza e della tecnica ha cambiato la nostra percezione della realtà e pone interrogativi circa la compatibilità delle nuove acquisizioni scientifiche con la visione del mondo trasmessa dalle tradizioni religiose, in modo particolare quella consegnata dalla Rivelazione ebraico-cristiana.
La rubrica offre alcuni elementi di riflessione interdisciplinare, sotto forma di risposte a domande frequenti, fruibili nel contesto della didattica delle scuole superiori, ma utili anche agli insegnanti delle medie inferiori. Gli esperti che rispondono alle domande sono scienziati, filosofi e teologi.
Ad ogni domanda principale, il modulo associa alcune domande secondarie, una box di approfondimento con links ad altri documenti sul web e un utile glossario.

    

Guida all’uso delle rubriche

No, la teoria del Big Bang non esclude l’idea di creazione. Il Big Bang è un modello cosmologico, sebbene il più accreditato, e riguarda pertanto il discorso scientifico. La nozione di creazione appartiene al discorso filosofico, in particolare a quello teologico. I due discorsi hanno in comune la stessa realtà, l’universo fisico, ma ne parlano con metodi e prospettive diverse. La creazione è una relazione che lega le creature al loro Creatore: tale relazione trascende lo spazio e il tempo, è continua e, una volta inaugurata, è eterna. Il Big Bang indica un complesso di fenomeni fisici con i quali lo spazio-tempo, la materia, l’energia prendono forma ed evolvono. La relazione di creazione, come nozione teologica, è compatibile sia con il Big Bang, sia con altri modelli cosmologici.

Non vi è opposizione fra loro, trattandosi di due concetti diversi: la creazione è un concetto teologico, l' evoluzione è un concetto biologico. La nozione di creazione indica il modo con cui il Creatore dà l’esistenza a ogni cosa, traendola dal nulla. Evoluzione, in biologia, è un termine scientifico che indica la trasformazione, morfologica e genetica, dei viventi, dalle forme più semplici fino alle più complesse. L’evoluzione presuppone la creazione. Il Creatore, per essere tale, non appartiene al mondo, ma lo trascende. Egli causa e mantiene nell’essere ogni creatura mediante una relazione continua e trascendente: per questo l’evoluzione è anche il modo con cui Egli crea.

Non lo sappiamo ancora, perché l'origine della vita è un problema irrisolto della biologia contemporanea. Le nostre conoscenze si fanno sempre più incerte man mano che si risale nel tempo dai primi organismi unicellulari alla comparsa delle prime biomolecole e delle macromolecole. Sono state proposte molte ipotesi, ma non c'è una teoria condivisa in grado di ricostruire le tappe storiche e le catene causali che hanno portato all'emergenza della vita. La scienza procede in due direzioni, con la simulazione di ambienti e di processi primordiali, e con la ricerca di testimonianze fossili. Procede anche la riflessione teorica sulle nozioni di vita e organismo, mentre il futuro si apre verso la ricerca di organismi extraterrestri e la progettazione della vita artificiale.

Homo sapiens – la nostra specie – è figlio di una lunghissima evoluzione. È figlio degli ominidi che 4-5 milioni di anni fa sono “scesi dagli alberi” cominciando ad abitare la savana; quindi dei primi rappresentanti del genere Homo che hanno iniziato a produrre strumenti e mangiare carne, sviluppando la loro massa encefalica e vivendo in comunità organizzate. Homo sapiens è anche “figlio di sé stesso”, perché con la sua evoluzione culturale ha progressivamente costruito la sua peculiare forma di vita. Per la teologia cristiana, tutto ciò è compatibile con il fatto che Homo Sapiens sia anche figlio di Dio, il Dio vivente, creatore e personale, che ha creato l’essere umano a Sua immagine e somiglianza.

Sì: dal punto di vista biologico, ogni specie è diversa dalle altre. L’unicità umana riguarda però l’esistenza di caratteristiche differenti rispetto a tutte le altre forme di vita. Il pensiero greco poneva l’unicità dell’uomo nella razionalità, la tradizione ebraico-cristiana nel suo essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Sviluppi scientifici odierni suggeriscono come elementi di unicità umana: il linguaggio articolato, l’intenzionalità condivisa, la capacità di insegnare, il pensiero simbolico e astratto, il progresso culturale, l’autocoscienza. Il dibattito è aperto. Probabilmente, l’unicità dell’essere umano è riscontrabile dall’attitudine al cambiamento intenzionale e pianificato del suo modo di vivere, che tende a migliorare seguendo desideri e aspirazioni e non solo fornendo risposte a bisogni primari.

In realtà, la fede cristiana non ha mai negato la possibilità che esistano altre forme di vita, anche intelligente, nel cosmo. La loro eventuale scoperta obbligherebbe però la teologia verso un’interpretazione più “allargata” del rapporto fra Dio, l’uomo e il mondo. Riguardo al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio sulla Terra e la redenzione del genere umano dal peccato, nessuno, neanche la teologia, conosce a priori cosa Dio Creatore abbia voluto rivelare di sé e del suo amore salvifico ad altre creature intelligenti. Le grandi domande filosofiche e religiose sull’origine dell’universo, sul senso della vita, sul bene e sul male, conservano sempre il loro significato e la loro importanza, qualunque sia il punto di osservazione che assumiamo, sia esso la Terra o altri pianeti abitati. 

La nozione di Dio oggi presente nella cultura occidentale è il frutto della sintesi tra monoteismo ebraico-cristiano e filosofia greco-ellenistica, realizzatasi nei primi secoli dell’epoca cristiana. L’idea di Dio, come Essere supremo, è invece assai più antica, e appartiene al cammino culturale-religioso di tutto genere umano. Essa si riferisce a Dio come all’essere che detiene tutte le perfezioni, considerandolo onnipotente, onnisciente, perfettamente buono, eterno. A queste perfezioni, il monoteismo ebraico-cristiano affianca la santità morale. Una nozione di Dio, sebbene incompleta, non è assente nelle religioni primitive o arcaiche, in quanto molte di esse, accanto al culto di divinità minori, rivolgono la loro adorazione ad un Essere Supremo.

Sì, anche nei laboratori c’è posto per Dio. Si parla di Dio nei luoghi e nei contesti dove l’essere umano studia la natura, fa ricerca e si pone domande. Le statistiche dicono che gli scienziati non sono più religiosi o meno religiosi della media degli uomini e delle donne dei Paesi industrializzati. Però, più di tutti gli altri, entrano in rapporto con l’ordine e le leggi della natura, conoscono meglio l’universo che ci circonda, esaminano più da vicino la sorprendente complessità della vita e del cervello umano. Tutto ciò li conduce, con certa frequenza, a porsi domande di carattere religioso.

Sì, esistono prove filosofiche, ereditate soprattutto dal pensiero classico e medievale, che dimostrano in sede logica e metafisica l’esistenza di una Causa Prima, di un Primo Principio, di un Assoluto incondizionato. Certamente, esse non pretendono dimostrare Dio quale Essere personale che crea il mondo per amore e si impegna liberamente in favore dell’uomo: un soggetto personale, nel senso più profondo, non si "dimostra", ma può solo rivelarsi liberamente. Tuttavia, le prove filosofiche dell’esistenza di Dio hanno un loro valore specifico, in quanto dimostrano che esiste una certa nozione di Dio confacente alla ragione umana. Queste prove sono importanti anche per la teologia, dal momento che, anche grazie ad esse, l’oggetto della fede e della rivelazione può apparire alla ragione umana come "pensabile", risultando così significativo a livello intellettuale.

Gli studi storici mostrano che il pensiero scientifico moderno trova le sue origini all’interno di una cultura e di un contesto segnati dalla teologia cristiana. La scienza contemporanea è il risultato di un graduale sviluppo avviatosi nel XIII secolo, il cui momento decisivo fu costituito dalla Rivoluzione scientifica del XVII secolo. La svolta moderna avvenne in un contesto cristiano e i suoi protagonisti condivisero l’idea di un universo razionale, effetto di un’Intelligenza creatrice. La teologia cristiana della creazione, inoltre, ha favorito l’idea di una natura non più divina, ma conoscibile per induzione e regolata da leggi intelligibili.

L’osservazione della natura ci porta a rintracciare finalità “locali”: un sistema termodinamico tende a raggiungere un equilibrio, un seme interrato tende ad assimilare le sostanze minerali e a sviluppare la pianta, due gameti di sesso opposto cercano di incontrarsi per riprodurre la stessa specie biologica, ecc. A livello di “fini locali” non abbiamo bisogno di presumere alcun agente personale intenzionale. Se invece ci interroghiamo sulla finalità del reale nella sua totalità, ci si sposta verso la ricerca di una finalità in senso forte, globale, intenzionale. Se vi è una finalità “totale” e intenzionale, essa non può che dipendere da Chi ha causato l’universo nel suo insieme. Concludere l’esistenza di questo Agente, non è compito della scienza impiegando il suo metodo, ma può esserlo dello scienziato in quanto essere personale, soggetto, come ogni altro essere umano, di esperienze estetiche, esistenziali, morali.

Il naturalismo è la concezione filosofica contemporanea che rifiuta la trascendenza e riconduce tutta la realtà al dato naturale empiricamente osservabile, ritenuto conoscibile solo mediante il metodo delle scienze naturali. È pertanto appropriato utilizzare in filosofia il termine “naturalismo” soltanto per riferirsi alle correnti di pensiero che riconducono ogni forma di sapere al mondo naturale così come descritto dalla scienza moderna (in particolare dalla fisica, dalla biologia e dall’astronomia); mentre non rientrano in questa definizione altre forme filosofiche di pensiero sulla natura, come quelle dei filosofi presocratici, di alcuni teologi medioevali, dei pensatori dell’epoca rinascimentale, illuministica e romantica, nonché molte riflessioni filosofiche di uomini di scienza.

No: ritenere che scoperte scientifiche recenti abbiano messo in questione il principio di causalità oppure negato che la conoscenza scientifica si proponga di conoscere la verità è frutto di equivoci. Quando parole di uso comune come “causa”, “causalità”, “relativo”, “assoluto”, “complesso”, etc., vengono impiegate in ambiti diversi, con significati differenti, ciò comporta equivoci che conducono a conclusioni fuorvianti. Ad esempio ritenendo che la teoria della relatività rappresenti una legittimazione scientifica del relativismo filosofico, per cui dopo Einstein non si potrebbe parlare più di “verità” perché tutto sarebbe “relativo”. Oppure pensando che la meccanica quantistica abbia negato ogni forma di causalità sostituendola con la “probabilità” e l’“incertezza”, grazie al principio di indeterminazione di Heisenberg.

Molti scienziati hanno ritenuto di sì. Le leggi di natura, come vengono scoperte e impiegate soprattutto nelle scienze fisiche, sono strutture matematiche comprensibili, normalmente semplici ed eleganti, che legano fra loro un insieme di grandezze fisiche e di valori numerici. Sono leggi la cui “intelligibilità” non dipende totalmente dal soggetto che le scopre e le osserva, ma soprattutto dalla realtà oggettiva. Le leggi di natura sono, eventualmente, la testimonianza di una “Intelligenza” dalla quale la realtà potrebbe dipendere, ma non sono una dimostrazione razionale dell’esistenza di un Dio personale. Tuttavia, gli attributi di intelligenza e di ragione sono spesso associati, nella storia della filosofia, alla nozione di Dio. Il Dio della tradizione ebraico-cristiana crea ogni cosa nel Logos, cioè secondo una parola razionale.

Il tempo è la misura di un mutamento, è ciò che rende possibile il confronto fra un “prima” e un “dopo”. Dove vi sia una successione fra due stati diversi, c'è una forma di temporalità. In particolare, la nozione di “tempo”, con il suo scorrere, indica la natura irreversibile di tale mutamento. Se le trasformazioni e i mutamenti sono quelli che avvengono nell’ordine della realtà fisica, allora l’irreversibilità del tempo è espressa dalla “freccia del tempo” associata al secondo principio della termodinamica: l’energia e il calore sono destinati a degradarsi, tendendo irreversibilmente verso l’uniformità. Aristotele fornì una definizione classica del tempo come “la durata dell'essere mutevole”.

No, perché ci sono cose che le macchine, in ogni caso, non saprebbero fare mai: provare sentimenti e acquisire la consapevolezza di sé. Sono qualità che resteranno sempre proprie della persona umana. I computer sanno ricordare e gestire una quantità di informazioni con velocità e precisione impossibili per l’uomo e cominciano ad “apprendere”. Si ritiene che gli algoritmi sapranno decidere meglio degli uomini, che i robot saranno più abili in tutto. Certamente il lavoro umano è destinato a cambiare e sarà progressivamente sostituito dalle macchine: ma precisamente ciò richiede all’uomo una grande capacità di riflessione e di progettualità. Infatti, sarà sempre la coscienza dell’uomo quella che introdurrà nelle macchine i riferimenti etici in base ai quali queste potranno prendere le decisioni. 

In parte lo è già. Il termine “transumanesimo”, però, indica che l’uomo, così come oggi lo conosciamo, con le sue fragilità e i suoi limiti, sia ormai prossimo a una trasformazione radicale che, grazie al progresso scientifico, lo condurrà nel giro di alcuni decenni a trasformarsi in una nuova condizione, oltre l’umano. La condizione postumana rappresenterebbe l’esito dell’evoluzione della nostra specie: una metamorfosi resa possibile dall’alleanza tra una conoscenza scientifica sempre più capace di penetrare i misteri della natura e un'abilità tecnico-manipolativa sempre più sofisticata. Un’umanità infinitamente più intelligente, non più vulnerabile, più longeva, più ricca, dotata di capacità sensoriali estese e di una fisicità potenziata. Un’umanità irriconoscibile e oggi inimmaginabile, ma anche, proprio per questo, se così accadesse, non più umana.

Sì, ha ancora senso, ma non certo nei termini di una contrapposizione dualistica o di una indipendenza, come eravamo abituati a fare fino a qualche decennio fa. Per quanto diversificate, le più recenti teorie della mente muovono infatti dal comune e radicale rifiuto della posizione dualistica, di derivazione cartesiana. Oggi risulta chiaramente che la mente, generalmente intesa come la complessità delle attività che caratterizzano l’essere umano, emerge da una relazione strutturale tra cervello, corpo e mondo. Per quanto ancora distinti terminologicamente, non sembra possibile delineare tra loro dei confini precisi, né stabilire i rispettivi contributi alle attività della mente stessa. Questa nuova prospettiva influisce anche sul modo tradizionale di intendere i rapporti fra anima e corpo, tra spirito e materia.

La morte si comprende a partire dalla vita, di cui è funzione: non si muore se non si è vivi. Se non si morisse, le generazioni non potrebbero avvicendarsi. Nel caso della società umana questo avrebbe conseguenze evidenti. Sotto il profilo biologico qualsiasi vivente ha un ciclo di vita determinato, programmato dunque per concludersi a determinate condizioni. A differenza delle altre specie animali, per l’essere umano la morte non è un evento solamente biologico. Egli, infatti, si interroga sul senso della vita e della morte, e la morte segna profondamente la sua cultura, fino a poter parlare, nei miti, nella filosofia e nelle religioni, dell'idea di un "oltre la morte", e dunque del concetto di immortalità.

La tensione dialettica tra “qualità della vita” e “sacralità della vita” è una polarizzazione riduttiva delle posizioni presenti nel dibattito scientifico e culturale. Tale confronto è spesso presentato per indurre a pensare che le ragioni in favore di alcuni orientamenti bioetici che parlano di “sacralità” o di “indisponibilità” della vita umana siano di matrice esclusivamente religioso-confessionale, e non abbiano quindi fondamenti logico-morali accettabili in una società pluralista. D’altra parte, l’idea di “qualità della vita” è essa stessa insufficiente e bisognosa di ulteriori specificazioni, per capire quali siano i criteri che permettono di decidere cosa rende la qualità della vita accettabile e cosa invece no.

La limitatezza delle risorse naturali potrebbe indurci a pensare che la questione demografica blocchi la realizzazione di uno sviluppo sostenibile. In realtà, l’idea di uno sviluppo sostenibile contiene già in sé un modo di vedere e giudicare i rapporti fra fattori ecologici, economici, sociali e culturali. La questione della crescita demografica – sia pur espressa in numeri e statistiche – non è un argomento di matematica, bensì una questione pienamente umana, che la rende diversa da come si valuterebbe, ad esempio, la crescita di un gregge. Solo ponendo al centro la dignità della persona – con particolare riferimento al bene comune e alla solidarietà tra i popoli – uno sviluppo sostenibile può diventare uno sviluppo integrale della popolazione umana.

La scienza e le religioni possono giocare ruoli determinanti nella soluzione della questione ambientale. La scienza, nella comprensione dei fenomeni planetari in corso, nell’accertamento delle relative cause, nell’elaborazione di previsioni future e nello sviluppo di tecnologie utili alla soluzione dei problemi. Le religioni, nel riportare al centro dell’attenzione una concezione della natura come creazione di Dio e quindi portatrice di senso, meritevole di rispetto e ammirazione, ricevuta come dono e non come oggetto di possesso despotico. Inoltre, le religioni possono promuovere una concezione della vita umana non meramente orientata ai beni materiali e consumistici ma radicata nel senso del bene comune e della crescita morale e spirituale dell’umanità.

Sì, il Magistero Cattolico parla della scienza, e lo fa con due scopi principali: presentare la conoscenza scientifica come parte della ricerca umana della verità e orientarne attività e applicazioni al bene dell’uomo. Gli insegnamenti di Concili, papi e vescovi, dunque, non riguardano, in senso stretto, i metodi o l’oggetto della ricerca scientifica, bensì il suo valore veritativo e la sua dimensione morale. Dedicandosi allo studio della natura e delle sue leggi e adoperandosi per il miglioramento della qualità di vita della società umana, i ricercatori cooperano al compimento di un creato in via, aperto sulla storia e non ancora compiuto.

Nel 1616 venne ingiunto a Galileo di insegnare il sistema copernicano soltanto ex suppositione, come mera soluzione matematica, in assenza di prove fisiche che lo dimostrassero come la situazione cosmologica reale. In quello stesso anno i libri che sostenevano il copernicanesimo vennero inseriti nell’Indice dei libri proibiti e il Sant’Uffizio dichiarò erronea in filosofia la tesi che affermava il moto della Terra e la stabilità del Sole. Pubblicando il Dialogo sui Massimi Sistemi (1632) Galileo contravvenne al Decreto, sostenendo il copernicanesimo senza addurvi prove risolutive. Per questo motivo, il sant'Uffizio chiese nel 1633 allo scienziato pisano di sottoscrivere la tesi dell’immobilità della Terra e di ritirarsi a vita privata. Galileo si stabilì ad Arcetri, in una villa poco distante dal Convento ove risiedeva sua figlia, suor Celeste.

Non esistono dichiarazioni o documenti del Magistero della Chiesa cattolica che citino il naturalista inglese o i titoli delle sue opere. Fra gli autori di fede cattolica contemporanei a Darwin ve ne furono alcuni che criticarono la teoria dell’evoluzione per selezione naturale da lui proposta; altri invece, come John Henry Newman, Angelo Secchi o Antonio Stoppani, non vi trovarono conflitti con la fede cristiana. Nel Novecento il Magistero della Chiesa cattolica, con messaggi, discorsi e lettere encicliche, ha menzionato la teoria dell’evoluzione biologica in senso ampio, cioè non limitandola ai meccanismi di selezione naturale suggeriti da Darwin. La teoria scientifica dell’evoluzione biologica non viene dichiarata contraria alla fede cattolica, a differenza delle filosofie evoluzioniste, come lo storicismo, il materialismo o l’immanentismo.

Sì. La verità scientifica non esaurisce tutta la ricchezza della nozione di verità, né tanto meno è conoscenza unica e assoluta di tutto il reale: si danno, dunque, nozioni di verità più ampie di quella di verità scientifica, pur contenendola. Ha inoltre senso cercare una verità valida per tutti perché non è detto che il metodo scientifico, almeno da un punto di vista pratico, possa venir esercitato da tutti gli uomini. Affinché tutti abbiano accesso alla verità occorre fare appello anche all'esperienza del vissuto, al senso morale, alla consocenza spontanea della realtà.