Transumanesimo e cyborg: l’uomo sarà trasformato dalla tecnologia?

Luca Grion

In parte lo è già. Il termine “transumanesimo”, però, indica che l’uomo, così come oggi lo conosciamo, con le sue fragilità e i suoi limiti, sia ormai prossimo a una trasformazione radicale che, grazie al progresso scientifico, lo condurrà nel giro di alcuni decenni a trasformarsi in una nuova condizione, oltre l’umano. La condizione postumana rappresenterebbe l’esito dell’evoluzione della nostra specie: una metamorfosi resa possibile dall’alleanza tra una conoscenza scientifica sempre più capace di penetrare i misteri della natura e un'abilità tecnico-manipolativa sempre più sofisticata. Un’umanità infinitamente più intelligente, non più vulnerabile, più longeva, più ricca, dotata di capacità sensoriali estese e di una fisicità potenziata. Un’umanità irriconoscibile e oggi inimmaginabile, ma anche, proprio per questo, se così accadesse, non più umana.

In quali contesti si sviluppano le teorie proposte dal transumanesimo e dal postumanesimo e quale concezione dell’uomo ne è alla base?

Al fondo del progetto transumanista vi è una concezione naturalizzata del fenomeno umano che nega l’esistenza di diversi livelli di realtà, così come di differenze qualitative tra i viventi. L’uomo viene pertanto concepito, al pari di ogni altro ente naturale, nei termini di un meccanismo affascinante quanto complicato, frutto di un processo evolutivo che lo vede, al momento, fortunato vincitore della lotteria della vita. Meccanismo che, allo stato attuale, accanto a elementi di indubbia eccellenza, presenta altresì limiti e fragilità che lo rendono esposto alla sofferenza e all’infelicità. Spesso quel meraviglioso meccanismo si inceppa; altre volte si guasta, e non sempre è possibile porvi rimedio: in alcuni casi perché i danni appaiono troppo seri, in altri perché non è neppure possibile venire a capo del problema. Bisognerebbe conoscere la macchina nei suoi più intimi dettagli di funzionamento ma, come lamenta il transumanista Max More in una celebre Lettera a Madre Natura (1999), non siamo stati dotatati di un libretto di istruzioni. Tuttavia, questo è vero solo per il passato: oggi ciò che Madre Natura non ha voluto concederci ce lo stiamo conquistando con le nostre mani e stiamo pian piano ricostruendo il progetto del nostro corpo biologico. E quando di un dispositivo si conosce esattamente il funzionamento, è possibile intervenire con efficacia per riparare i guasti.

Se poi i singoli pezzi risultano irrimediabilmente compromessi è possibile sostituirli con degli artefatti che ne suppliscano le funzioni. Infine, e qui si apre il grande tema dello human enhancement, una volta che conosco a fondo una macchina, posso intervenire su di essa non solo per riparare un guasto, ma anche per potenziarne le prestazioni, magari aggiungendovi migliorie non previste nel progetto iniziale.

E ancora: posso progettate ex novo – ad esempio tramite tecniche di gene editing – modelli totalmente originali, capaci di far apparire obsolete e superate le macchine attualmente in circolazione. Questo è il grande sogno del postumano: l’avvento di una nuova era nella quale l’evoluzione della specie non sia più eterodiretta dall’azione lenta e casuale della selezione naturale, bensì guidata con mano ferma dal desiderio e dall’intelligenza dell’uomo.

Quali sono i principali progetti perseguiti dai transumanisti?

Diverse sono le vie suggerite per trascendere la nostra condizione attuale e per giungere al traguardo di un’umanità 2.0.

Innanzi tutto, c’è chi ha ingaggiato una guerra senza quartiere contro la più mortale delle patologie: la vecchiaia, considerata come una lunga malattia debilitante che conduce inevitabilmente alla morte. Capire i meccanismi dell’invecchiamento cellulare rappresenta pertanto la precondizione per arrestare lo scorrere del tempo e, possibilmente, per sospingere indietro le lancette dell’orologio biologico.

In secondo luogo, vi è chi si impegna per assicurare i ricordi personali su un supporto meno fragile del nostro cervello biologico, operando il cosiddetto mind uploading, ovvero un’opera di salvataggio dei nostri contenuti mentali su un computer (senza parlare degli scenari che si aprirebbero mettendo in rete la nostra identità psicologica).

Ancora, vi è chi scommette sulla possibilità di ampliare la nostra capacità sensoriale, dotandoci di facoltà di cui la natura non ci aveva fatto dono e potenziando le capacità attuali (forza, memoria, intelligenza) a livelli oggi inimmaginabili.

Altri seguono poi il sentiero della bionica e della robotica, immaginando di poter sostituire pezzi del nostro corpo biologico con prodotti artificiali capaci di garantirci livelli superiori di performance. Il cyborg rappresenta l’esito ultimo di tale processo di progressiva ibridazione uomo-macchina.

Da ultimo, ma l’elenco delle mirabilia potrebbe in realtà continuare, vi sono coloro che auspicano la possibilità di conseguire un pieno governo del nostro mondo emotivo, controllando i centri del piacere e garantendo un’esistenza felice e priva di turbamenti.

Il transumanesimo è un movimento filosofico che ipotizza di dare origine a un essere umano oltre l’umano. Quali differenze vi sono rispetto allo human enhancement, che mira a migliorare la condizione umana attraverso dispositivi bio-tecnologici?

Il desiderio di migliorarsi rappresenta una costante nella nostra storia. Grazie alla tecnica, l’uomo ha sempre cercato di arginare la sua fragilità e potenziare le proprie performance psico-fisiche. Negli ultimi decenni, la cosiddetta GNR revolution – convergenza di genetica, nanotecnologia e robotica – ha prodotto un’accelerazione impetuosa, alimentando il sogno “postumanista”.

Per certi versi, “il futuro postumano” è già tra noi. Possono considerarsi bionici quegli individui che hanno incorporato la tecnologia nella forma di un pacemaker, di una protesi acustica, di un arto artificiale etc. La tecnologia non consente solo il ripristino di funzionalità compromesse, ma anche di potenziare quelle dei soggetti sani, come ad esempio il doping sportivo, o le tecniche di procreazione artificiale, volte a soddisfare i desideri dei genitori.

Se davvero fosse possibile migliorare in modo radicale la condizione umana, perché non dovremmo abbracciare con entusiasmo tale opportunità? Del resto, l’uomo ha da sempre ingaggiato una lotta serrata con i propri limiti biologici. Questa, però, non è la domanda giusta da porre. Occorre invece riflettere sul senso (umano) del limite, distinguendo tra quei limiti che ostacolano le capacità umane e ne impediscono una piena espressione e quelli che, invece, ne disegnano i confini. I primi vanno sfidati con coraggio, anche grazie al progresso tecno-scientifico; i secondi vanno riconosciuti e accettati in quanto custodiscono il senso della nostra umanità.

Ciò che combattiamo, con intelligenza e perseveranza, non sono i nostri limiti reali, che ci rendono uomini, ma piuttosto i nostri limiti presunti. Un po’ come accade nello sport, dove la sfida con se stessi e con i propri limiti è pane quotidiano: ciò a cui lo sportivo mira non è superare i limiti del suo corpo biologico, ma esprimere fino in fondo le sue autentiche potenzialità. Se il superamento del limite, di ogni limite, fosse il fine della pratica sportiva, allora lo sport migliore sarebbe quello in cui ogni potenziamento bio-tecnologico (doping, protesi) sarebbe non solo lecito, ma dovuto. E invece, in quel superamento esasperato del limite, noi avvertiamo che qualcosa di prezioso è stato sciupato e che il senso della pratica sportiva è stato violentato.

Per essere autenticamente umano, ogni desiderio deve mantenere l’equilibrio tra il tecnicamente possibile e l’umanamente sensato. Per farlo è però necessario porre nuovamente al centro la questione antropologica, chiedendoci non tanto come andare oltre i limiti dell’umano, quanto piuttosto che cosa rende autenticamente umana la nostra esistenza.

Crioconservazione e mind uploading sono alcune pratiche previste dal transumanesimo. Cosa vi è di oggettivo e scientificamente attendibile nelle ipotesi di ibernazione dell’uomo o di informatizzazione delle sue cognizioni cerebrali?

Crioconservazione e mind uploading muovono da un medesimo assunto di fondo, ovvero dalla persuasione che tutta la realtà – compresa la vita e l’attività mentale ­­– sia completamente riducibile alla sola dimensione fisica. Di diritto, dunque, non vi è nulla che non possa essere compreso in termini fisici.

Certo, oggi non abbiamo ancora una conoscenza chiara di cosa siano esattamente “vita” e “mente”: ci mancano le informazioni necessarie per riattivare un corpo che si è irrimediabilmente “guastato”, così come non siamo solo all’inizio della nostra opera di enhancement delle performance mentali. Tuttavia le cose potrebbero presto cambiare.

La criopreservazione promette allora di conservare in modo soddisfacente il corpo-macchina in attesa di tempi migliori, quando le patologie che hanno portato alla morte del soggetto – unitamente ai danni provocati dai processi di vetrificazione utilizzati per la crioconservazione – saranno finalmente curabili. Al fondo di questa grande apertura di credito nei confronti della crionica vi è l’idea che l’identità personale sia custodita all’interno delle strutture cellulari del cervello e che per non disperdere l’esperienza soggettiva di un individuo occorra, al sopraggiungere della morte biologica, salvare le informazioni relative alle sue reti neuronali.

Quella del mind uploading, d’altro canto, rappresenta una delle piste più suggestive battute dai teorici del postumano. Essa prefigura la possibilità di trasferire l’identità psicologica, che normalmente “gira” su un supporto biologico (il cervello), su un hardware artificiale (un computer). I fautori del mind uploading muovono dalla persuasione che l’identità psicologica sia il mero prodotto dall’attivazione delle connessioni neurali del cervello; pertanto, una volta che si sarà in grado di trasferire l’informazione relativa a quelle reti di connessioni su un computer avremo, di fatto, trasportato la mente su un supporto non biologico e decisamente più duraturo, conquistato così l’immortalità terrena. Per conseguire tale risultato si potrebbe, ad esempio, condurre una scansione della struttura sinaptica di un cervello, così da realizzarne un duplicato digitale in scala 1:1. A quel punto sarebbe anche possibile implementare le capacità computazioni neurali normalmente condotte sul substrato biologico.

Molti dubitano della realizzabilità di tali scenari futuribili, proprio a motivo dell’assunto meccanicistico su cui si reggono. A ogni modo oggi siamo sicuramente molto lontani da poter considerare realistiche tali promesse di immortalità terrena, per quanto non manchino persone pronte a pagare in vita un’assicurazione che garantisca loro, al sopraggiungere della morte, una speranza di rinascita conservata a bassissima temperatura.

Quale giudizio etico si può formulare nei riguardi del transumanesimo? Come si rapportano le prospettive del transhumanism e dello human enhancement con la visione ebraico-cristiana dell’essere umano come creatura a immagine e somiglianza di Dio?

La Rivelazione ebraico-cristiana ci parla di un essere umano dotato di una propria natura, normativa per ciò che l’essere umano è. Ma ci parla anche di libertà e di costruzione della storia, dunque di un compito e di un affidamento, quello del creato. La verità dell’essere umano è il progetto di Dio creatore su di lui: ciò che l’uomo è e ciò che, in quanto fatto a immagine e somiglianza di Dio, è chiamato a realizzare. In questo progetto svolgono un ruolo importante il progresso scientifico e il miglioramento delle condizioni umane di vita, ma non la scelta prometeica di farsi uguali al Creatore e sfuggire dalla propria condizione di creatura. Gli episodi del “peccato originale” (Genesi, cap. 3) e della “Torre di Babele” (Genesi, cap. 11), sono abbastanza illustrativi al riguardo.

Il pensiero transumanista sembra stravolgere questa visione presentandosi come una filosofia neo-gnostica: rifiuto del limite, svalutazione della dimensione materiale, persuasione che l’uomo possa redimersi per mezzo della conoscenza. Suggestiva, inoltre, appare l’analogia tra l’ascesa dell’uomo pneumatico alla verità del tutto e la prefigurazione di quella “tecnosfera” di cui parla molta parte della letteratura postumanista e che annuncia un’espansione illimitata dell’intelligenza umana capace di permeare di sé anche la materia e l’energia.

Vi sono tratti della cultura transumanista che si oppongono alla tradizione di pensiero di ispirazione cristiana. In primo luogo, un rapporto malato con il tempo e con lo spazio, incapace di uno sguardo pacificato con il proprio presente, osservato solo nei suoi aspetti negativi. Atteggiamento, questo, che sollecita inevitabilmente alla fuga dal contesto di vita attuale e alla proiezione in un futuro utopico della possibilità di un reale appagamento del proprio desiderio di felicità.

In secondo luogo, un rapporto deformato con la conoscenza tecnico-scientifica, considerata non come strumento al servizio della fioritura dell’umano, bensì eletta a fine ultimo in ordine al quale tutto ciò che è possibile, in quanto conoscibile, deve essere altresì fattibile e, inevitabilmente, fatto.

In terzo luogo, un rapporto deformato con il corpo, rifiutato nei suoi aspetti di fragilità e di corruttibilità, considerato oggetto di potenziamento indefinito per adeguare la propria attrezzatura fisica alla perfezione a cui l’uomo-nuovo si sente chiamato. Questa idolatria del corpo – che conduce paradossalmente fino all’abbandono del corpo biologico – spinge altresì al dominio sul corpo altrui.

Ancora: un rapporto deformato con il piacere, inteso quale soddisfazione dei propri desideri e realizzazione delle proprie preferenze individuali, facendo del “principio di piacere” l’unico criterio di discernimento etico.

Infine, una comprensione riduttiva della libertà umana, intesa in senso esclusivamente negativo, come libertà da vincoli e costrizioni; libertà da ogni progetto e da ogni senso che preceda l’uomo e lo interpelli.

   

Visita anche il Percorso Tematico Progresso scientifico, aspetti etici della tecnologia e promozione umana

   

Per saperne di più
Glossario

Tecnica di laboratorio adottata in zootecnia per la conservazione a temperature bassissime (−196 °C in azoto liquido) di materiale biologico. Trova la sua applicazione in più aree della ricerca scientifica, ad esempio è usata per la conservazione di esseri embrionali da impiantarsi in utero successivamente. La crioconservazione rallenta, ma non impedisce il deterioramento biologico degli embrioni fecondati che, nel caso della specie umana, sono esseri umani allo stato embrionale. Un'altra possibile applicazione è legata alla crioconservazione di un intero individuo, nella speranza di poterne ripristinare in futuro le funzioni vitali, ma ciò pone alcune questioni. In primo luogo, il dubbio se l'identità personale si possa o meno conservare all’interno delle reti neurali anche successivamente alla morte clinica del soggetto. In secondo luogo, che sia possibile, anche se oggi non è dato sapere come, riattivare quelle strutture neuronali. Infine, la possibilità che la crioconservazione non comporti una compromissione irreparabile delle strutture celebrali.  

Si può definire un “uomo robotizzato”, uomo nel quale un certo numero di organi vitali è stato sostituito da dispositivi artificiali. È un essere immaginario creato dalla letteratura fantascientifica, mito moderno che ricalca in chiave tecnologica le figure antiche del Centauro o del Minotauro. Il termine è usato anche per indicare un “robot antropomorfizzato”, un essere artificiale che non solo si comporta come un uomo, ma ne assume la natura stessa. Anche in tale accezione ha radici lontane: il Golem ebraico, Frankenstein, il Turco giocatore di scacchi. Tutti figli del desiderio dell’uomo di farsi “creatore”, non di macchine inanimate, ma della vita stessa.

Potenziamento umano. Insieme di tecnologie capaci sia di incrementare le performance psico-fisiche dell’uomo al di là dei suoi standard ordinari, sia di offrire funzionalità nuove. Tre sono le principali strategie attualmente impiegate: in primo luogo le tecniche di fecondazione artificiale che, attraverso la selezione degli embrioni e le tecniche di manipolazione genetica, mirano a migliorare la qualità di vita dei nascituri (cfr. eugenetica liberale). In secondo luogo, le tecniche di potenziamento del corpo già formato attraverso interventi chirurgici, somministrazione di farmaci, integrazione alimentare, sostituzione di organi biologici con artefatti tecnologici, etc. Infine, tecniche di potenziamento delle capacità cognitive (concentrazione, memoria, etc.), nonché di manipolazione dell’umore e della personalità.

Trasferimento dell’identità personale dal suo “tradizionale” supporto biologico (il cervello) a un supporto digitale (il computer). Tale processo – che presuppone una concezione riduzionista e funzionalista dell’identità personale pensata come mero prodotto dell’attività neuronale ­– prevede la scansione dettagliata (idealmente atomo per atomo) del cervello biologico e il trasferimento di tali informazioni su un supporto digitale capace di emularne le funzioni in modo assolutamente indistinguibile dall’originale. Tra gli ostacoli pratici maggiori, al di là dell’assunto antropologico di fondo, vi è la difficoltà di ottenere un così elevato livello di dettaglio nella scansione delle strutture neuronali con metodiche non invasive.

Terra di confine e luogo di incontro tra neuroscienze, filosofia morale, diritto, pedagogia e sociologia. Questa nuova disciplina, a motivo della pluralità di temi che affronta, viene tradizionalmente suddivisa in due grandi ambiti: etica delle neuroscienze da un lato e neuroscienze dell’etica dall’altro.
Il primo ambito raccoglie le numerose problematiche etiche sollevate dalla ricerca neuroscientifica, sia per quanto riguarda la pratica sperimentale sia per quanto riguarda le applicazioni delle conoscenze neuroscientifiche sugli esseri umani.
Il secondo ambito di ricerca riguarda, invece, il modo con cui le neuroscienze possono contribuire a far luce su alcuni aspetti centrali della nostra esperienza morale: libero arbitrio, consapevolezza di sé, del mondo e degli altri, capacità di sentire e di agire. Si tratta dunque di una prospettiva metaetica, interessata a far emergere le basi materiali del ragionamento morale e, più in generale, a farci conoscere in modo “scientificamente fondato” la verità̀ sulla natura umana.