Il destino di Frodo

J.R.R. Tolkien

In questo brano, tratto dal Signore degli Anelli (1955), il protagonista Frodo è incerto su come proseguire il proprio cammino. Gli è stata affidata la missione di distruggere l’Anello del potere forgiato dal malvagio Sauron gettandolo nel Monte Fato ma il compito è pericoloso e lo hobbit prende tempo per riflettere sul da farsi. In questo frangente Boromir, uno dei membri della Compagnia che scorta Frodo, si fa avanti, proponendo di utilizzare il potere dell’Anello contro il Nemico. Frodo si rende conto che la cupidigia e la sete di potere hanno invaso il compagno e infine si decide a farsi carico del proprio destino, compiendo la propria missione. Come afferma lo stregone Gandalf in un altro passo, talvolta davanti alle difficoltà che incontriamo «non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato».

«Ebbene, Frodo», disse infine Aragorn. «Purtroppo il fardello pesa sulle tue spalle. Sei tu il Portatore designato dal Consiglio. Tu solo puoi scegliere la tua strada. Io non ti posso dare suggerimenti. Non sono Gandalf, e benché abbia tentato di fare le sue veci, ignoro quali fossero i suoi progetti o le sue speranze a questo proposito, seppure ne aveva. Credo del resto che anche se fosse qui adesso, la scelta toccherebbe sempre a te. È il tuo destino».
Frodo non rispose immediatamente. Poi le parole uscirono lente dalle sue labbra. «So che il tempo stringe, eppure non posso decidere. È un peso assai gravoso. Dammi un’ora di tempo e ti dirò la mia scelta. Ho bisogno di essere solo».
Aragorn lo guardò con affettuosa compassione. «Molto bene, Frodo figlio di Drogo», disse. «Avrai un’ora di tempo, e sarai lasciato solo. Noi restiamo qui ad attenderti. Ma rimani sempre a portata di voce».
Frodo rimase un momento seduto con il capo chino. Sam, che da tempo osservava con inquietudine il padrone, scosse la testa mormorando: «La scelta è chiara come il giorno, ma è inutile che Sam Gamgee dica la sua, per adesso».
Infine Frodo si alzò e si allontanò; Sam vide che, mentre tutti gli altri seppero trattenersi dal guardarlo, gli occhi di Boromir seguirono attentamente Frodo, che scomparve alla vista tra gli alberi ai piedi di Amon Hen.

* * *

Girovagando senza meta nel bosco, Frodo si accorse ad un tratto che i piedi lo conducevano verso le pendici del colle. Incontrò un sentiero, le rovine cadenti di un’antica via. Nei punti più impervi erano state intagliate scale nella roccia, ma ormai erano logore e crepate, e spaccate dalle radici degli alberi. Continuò a salire, noncurante della via che percorreva, e giunse così in una radura erbosa. Tutt’intorno crescevano alberi, e al centro spiccava una grande pietra piatta. Il piccolo prato di montagna era aperto dal lato orientale, e inondato dalla luce del primo mattino. Frodo si fermò, guardando oltre il Fiume, che scorreva lontano ai suoi piedi, posando lo sguardo su Tol Brandir e sugli uccelli roteanti nel grande golfo d’aria che lo separava dall’isola inviolata. La voce di Rauros giungeva alle sue orecchie come un possente ruggito frammisto ad un cupo rimbombo.

Frodo si sedette sulla pietra piatta, e posò il mento sulle mani, guardando fisso ad oriente, ma vedendo ben poco con gli occhi. Tutto ciò che era accaduto dopo la partenza di Bilbo dalla Contea gli tornava ora alla mente, ed egli ricordava e soppesava ogni parola di Gandalf che riuscisse a rammentare. Il tempo passava e nulla ancora aveva deciso.

Improvvisamente qualcosa lo destò dai suoi pensieri; la strana sensazione di una presenza dietro di sé, come se due occhi ostili lo stessero fissando. Balzò in piedi, voltandosi, ma con grande sorpresa vide solo Boromir, il cui volto sorrideva affettuosamente.

«Ero in apprensione per te, Frodo», disse avvicinandosi. «Se, come dice Aragorn, gli Orchi sono nelle vicinanze, nessuno di noi dovrebbe girovagare da solo, e tu meno di tutti: pensa a tutte le cose che dipendono da te! Anche il mio cuore è pesante. Permetti che rimanga qui a parlare qualche minuto, ora che ti ho trovato? Sarebbe per me un gran conforto. Quando si è in molti, ogni dialogo diventa un’interminabile discussione. Ma in due si raggiunge a volte la saggezza».
«Sei gentile», disse Frodo. «Ma non vi è dialogo che possa aiutarmi. So quel che dovrei fare, ma ho paura, Boromir, paura». Boromir rimase un attimo silenzioso. Rauros ruggiva ininterrottamente. Il vento mormorava fra i rami degli alberi. Frodo rabbrividì.
Improvvisamente Boromir andò a sedersi accanto a lui. «Sei certo di non soffrire inutilmente?», disse. «Desidero aiutarti. Hai bisogno di consigli nella tua ardua scelta. Non gradisci il mio?».
«Credo di conoscere già il consiglio che mi daresti, Boromir», disse Frodo. «Sembrerebbe saggio, se il cuore non mi mettesse in guardia».
«In guardia? In guardia contro che cosa?», domandò brusco Boromir.
«Contro i ritardi. Contro la via che pare più agevole. Contro lo scrollarmi di dosso il peso che grava sulle mie spalle. Contro… ebbene, poiché vuoi che te lo dica, contro la fiducia nella forza e nella sincerità degli Uomini».
«Eppure quella forza ti ha a lungo protetto nel tuo piccolo paese lontano, quantunque ne fossi ignaro».
«Non metto in dubbio il valore della tua gente. Ma il mondo sta cambiando. Le mura di Minas Tirith sono forse robuste, ma non abbastanza. Se dovessero cedere, cos’accadrebbe?».
«Troveremmo sul campo una morte intrepida. Ma vi è ancora speranza che le mura non cedano».
«La speranza non esiste, finché esiste l’Anello», disse Frodo.
«Ah! L’Anello!», ripeté Boromir, e lo sguardo gli si illuminò. «Non è forse uno strano destino, dover soffrire tanta paura e tante incertezze per un oggetto così minuto? Un oggetto così minuto! E io l’ho appena intravisto un attimo nella Casa di Elrond. Permetti che gli dia un altro sguardo?».

Frodo levò gli occhi su Boromir. Il suo cuore divenne improvvisamente gelido. Scorse una strana luce negli occhi del compagno di viaggio, il cui volto era però gentile e amichevole. «E’ meglio che rimanga nascosto», rispose.
«Come preferisci. Io non ci tengo», disse Boromir. «Permetti che almeno te ne parli? Sembra infatti che tu pensi soltanto al potere che l’Anello conferirebbe al Nemico, se egli se ne impadronisse: soltanto cioè al cattivo impiego di esso, e non ai suoi lati positivi. Il mondo sta cambiando dici. Minas Tirith cadrà, se l’Anello non verrà annientato. Ma perché? Indubbiamente è ciò che accadrebbe, se fosse in mano al Nemico. Ma perché dovrebbe accadere se l’Anello fosse nelle nostre mani?».
«Non hai udito ciò che fu detto al Consiglio?», disse Frodo. «Perché noi non possiamo adoperarlo, e tutto ciò che viene fatto con esso diventa malvagio».

Boromir si alzò, camminando avanti e indietro con impazienza. «E così tu vai avanti», gridò. «Gandalf, Elrond… tutta questa gente ti ha insegnato a pensare in quel modo. Forse ciò che dicono è valido per loro; forse questi Elfi e Mezzielfi e Stregoni combinerebbero qualche guaio. Eppure a volte mi chiedo se siano effettivamente saggi e non semplicemente timidi. Comunque, a ognuno la propria razza. Gli Uomini dal cuore sincero non si lascerebbero mai corrompere. Noi di Minas Tirith siamo rimasti fedeli attraverso anni e anni di sofferenze. Non bramiamo il potere dei Re di Angmar, ma solo la forza necessaria per difenderci, per difendere una giusta causa. E meraviglia! nell’ora del bisogno il fato mette alla luce l’Anello del Potere. E’ un dono, ne sono convinto: un dono ai nemici di Mordor. E’ pura follia non adoperarlo, non adoperare il potere del Nemico per lottare contro di lui. I temerari, gli spietati, sono costoro gli unici che potranno vincere. Che cosa non farebbe un guerriero in un’ora come questa, un grande capo? Che cosa non sarebbe capace di fare Aragorn? Oppure, se egli rifiuta, perché non Boromir? L’Anello mi conferirebbe il potere del Comando. Come caccerei via i nemici da Mordor! Ed allora tutti gli uomini si raggrupperebbero intorno alla mia bandiera».

Boromir camminava in lungo ed in largo, parlando sempre più concitato. Pareva quasi aver dimenticato Frodo, nell’esaltare muraglie ed armi e il radunarsi degli uomini; faceva progetti per grandi alleanze e gloriose vittorie future; e dopo aver distrutto Mordor, diveniva egli stesso un potente re, saggio e benevolo. D’un tratto si arrestò agitando le braccia.

«E ci ordinano di gettare via l’Anello!», gridò. «Non dico distruggerlo, che sarebbe probabilmente un bene, se la ragione ci consentisse di sperarvi. Ma lungi da ciò, l’unico piano che ci viene proposto, è di mandare un Mezzuomo inerme dritto a Mordor, offrendo al Nemico la migliore opportunità d’impadronirsi da sé dell’Anello. Follia!
«Certo te ne rendi conto, amico mio?», disse, voltandosi di scatto nuovamente verso Frodo. «Dici di avere paura. Se così è, anche il più ardito ti comprenderebbe. Ma non credi che sia il tuo buonsenso che si ribella?».
«No, ho paura», disse Frodo. «Semplicemente paura. Ma sono felice che tu mi abbia parlato apertamente. Ogni cosa è più chiara adesso nella mia mente».
«Allora verrai a Minas Tirith?», gridò Boromir. I suoi occhi brillavano nel viso impaziente.
«Mi fraintendi», disse Frodo.
«Ma almeno per un breve periodo verrai?», insistette Boromir. «La mia città è ormai vicina; e dista da Mordor poco più di Tol Brandir. Abbiamo trascorso molto tempo in zone selvagge, e prima di poter fare qualunque mossa, è indispensabile che tu sia al corrente delle posizioni del Nemico. Vieni con me, Frodo», disse. «Hai bisogno di riposare, prima dell’impresa, se essa è davvero inevitabile». Posò una mano sulle spalle dell’Hobbit con un gesto affettuoso; ma Frodo sentì che la mano tremava d’eccitazione repressa. Fece un rapido passo indietro, guardando allarmato l’Uomo, alto quasi il doppio di lui, ed infinitamente più forte.
«Perché sei così ostile?», disse Boromir. «Io sono un animo sincero, e non un ladro, né un predone. Ho bisogno del tuo Anello: ormai lo sai; ma ti do la mia parola che non desidero tenerlo per sempre. Perché non lasci che metta almeno alla prova il mio piano? Prestami l’Anello!».
«No! No!», gridò Frodo. «Il Consiglio ha dato a me l’incarico di portarlo».
«È per colpa della tua follia che il Nemico ci sconfiggerà», urlò Boromir. «Che rabbia mi fai! Idiota! Idiota e testardo! Corri caparbiamente a buttarti nelle braccia della morte, e rovini la nostra causa. Se dei mortali hanno diritti da rivendicare sull’Anello, sono gli Uomini di Nùmenor, e non i Mezzuomini. E’ tuo solo per un malaugurato caso. Avrebbe potuto essere mio. Doveva essere mio. Dammelo!».
Frodo non rispose, ma si allontanò tanto da mettere fra sé e Boromir la grande pietra piatta. «Suvvia, suvvia, amico!», disse con tono più dolce l’Uomo di Minas Tirith. «Perché non sbarazzartene? Perché non liberarti dal dubbio e dalla paura? Puoi far ricadere la colpa sulle mie spalle, se vuoi; dire, per esempio, che essendo molto più forte me ne sono impadronito con la violenza. Sappi che sono molto più forte di te, Mezzuomo», urlò; e d’un tratto si lanciò su Frodo, balzando al di là della pietra. Il suo bel viso amichevole era deformato dalla rabbia; un fuoco infuriava nei suoi occhi.

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John Ronald Reuel Tolkien (Bloemfontein, 3 gennaio 1892 – Bournemouth, 2 settembre 1973)

Frodo si spostò, mettendo di nuovo il sasso fra loro. Vi era una sola cosa ch’egli potesse fare: tremando, tirò fuori l’Anello appeso alla catenella e se l’infilò velocemente al dito, proprio al momento in cui Boromir si lanciava nuovamente su di lui. L’Uomo rimase come boccheggiante, con lo sguardo per un momento fisso, e poi si mise a correre come un folle, cercando ovunque fra gli alberi e le rocce.
«Sciagurato imbroglione!», urlò. «Lascia che ti metta le mani addosso! Ora capisco le tue intenzioni. Vuoi portare l’Anello a Sauron, e vendere tutti noi. Aspettavi solo il momento giusto per piantarci in asso. Che tu e tutti i Mezzuomini siate dannati alla morte ed all’oscurità!». Inciampò in un sasso, e cadde bocconi disteso per terra. Per qualche tempo rimase immobile, come fulminato dalla propria maledizione; poi scoppiò improvvisamente in lacrime.
Alzandosi si passò una mano sugli occhi, asciugandosi le lacrime. «Che ho detto?», gridò. «Cosa ho fatto? Frodo, Frodo!», chiamò ripetutamente. «Torna! Sono stato colto da una crisi di follia, ma ora è passata. Torna!».

[…]

Frodo si alzò in piedi. Si sentiva sfinito, ma la sua volontà era tenace ed il suo cuore più leggero. Parlò ad alta voce con se stesso. «Ora farò il mio dovere», disse. «Una cosa perlomeno è palese: la malvagità dell’Anello sta incominciando ad intaccare persino l’integrità della Compagnia; è indispensabile che l’Anello si allontani da loro, prima che la situazione peggiori. Partirò da solo. Di alcuni non mi posso fidare, e agli altri voglio troppo bene: il povero vecchio Sam, Merry e Pipino. Anche Grampasso: il suo cuore ha nostalgia di Minas Tirith, ove avranno bisogno di lui, ora che Boromir è stato corrotto dal male. Partirò da solo, immediatamente».

 

 

J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, parte prima, La Compagnia dell’anello, libro II, cap. X, Bompiani, Milano 2004, pp. 1287-1306.