La madre di Cecilia

Alessandro Manzoni

Siamo nel capitolo XXXIV dei Promessi Sposi: Renzo si aggira per le vie di Milano in cerca di Lucia e si dirige verso casa di don Ferrante e donna Prassede, dove crede che la giovane si sia rifugiata. La città è colpita da un’epidemia di peste: questa circostanza storica (la peste del 1630) non rimane sullo sfondo ma interviene nelle vicende immaginate dall’autore influendo sullo sviluppo degli eventi. Nella cornice del romanzo storico si inserisce questo breve episodio, tra i più noti e commoventi dell’intera opera: una madre depone il corpo ormai privo di vita della figlioletta di pochi anni sul carro dei ‘monatti’ (gli addetti al trasporto e alla sepoltura dei morti di peste). La scena è straziante ma la figura della madre di Cecilia è avvolta da una luce particolare, che le proviene da una consapevole e – per quanto possibile – serena accettazione della morte, vista non come fine di tutto ma come passaggio a una nuova vita. La madre, in un momento di grande commozione, rivolge alla figlia l’ultimo saluto, dandole appuntamento: «Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per te e per gli altri». L’orrore della peste e la disperazione della morte si trasformano in uno struggente desiderio e nella promessa di un incontro futuro oltre i limiti di questa vita. L’episodio della madre di Cecilia, ispirato a un fatto reale, narrato dal cardinal Federico Borromeo nel De pestilentia (VIII, De miserandis casibus), suggerisce che la storia, che incrocia le vicende dei personaggi del racconto, non è composta soltanto dai grandi eventi politici o militari, ma è sostenuta e portata avanti anche dalle biografie dei miseri e degli oppressi, che sono in grado di vivere la loro fragilità sostenuti dalla forza della fede.

/i_promessi_sposi_421.jpg
La madre di Cecilia, illustrazione di Francesco Gonin (1840)

Arrivato alla cantonata della strada, ch'era una delle più larghe, [Renzo] vide quattro carri fermi nel mezzo; e come, in un mercato di granaglie, si vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi, tale era il movimento in quel luogo: monatti ch'entravan nelle case, monatti che n'uscivan con un peso su le spalle, e lo mettevano su l'uno o l'altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d'allegria, in tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da un'altra finestra, veniva una voce lugubre: - qua, monatti! - E con suono ancor più sinistro, da quel tristo brulichìo usciva qualche vociaccia che rispondeva: - ora, ora -. Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai quali i monatti rispondevano con bestemmie.

Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar quegl'ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il suo sguardo s'incontrò in un oggetto singolare di pietà, d'una pietà che invogliava l'animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi senza volerlo.

Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne' cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de' volti non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due ch'esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, - no! - disse: - non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: - promettetemi di non levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l'inaspettata ricompensa, s'affaccendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l'ultime parole: - addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, - voi, - disse, - passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla finestra, tenendo in collo un'altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato.

- O Signore! - esclamò Renzo: - esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!

Riavuto da quella commozione straordinaria, e mentre cerca di tirarsi in mente l'itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare, e se a diritta o a mancina, sente anche da questa venire un altro e diverso strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi lamenti, un pianger di donne, un mugolìo di fanciulli.

Andò avanti, con in cuore quella solita trista e oscura aspettativa.

A. Manzoni, I Promessi Sposi, a cura di G. Bezzola con le illustrazioni di F. Gonin, BUR, Milano 1977, vol. II, cap. XXXIV, pp. 365-368.