L’identità dei cristiani nella società pagana dei primi secoli: la Lettera a Diogneto

Già nel primo secolo, il movimento religioso originatosi dalla predicazione di Gesù di Nazaret in Palestina, specie mediante l’annuncio della sua Risurrezione, cominciò a raccogliere molti credenti di diverse provenienze geografiche, culturali e sociali. L’identità dei cristiani, ben delineata dallo stile di vita corrispondente agli insegnamenti del Vangelo, veniva a confrontarsi con la società e gli usi del tempo, in particolare con l’ambiente pagano greco-romana, la sua religione e la sua cultura. In questa pagina tratta dalla Lettera a Diogneto, un testo greco di autore cristiano ignoto, redatta verso la fine del II secolo, viene descritta la vita dei primi cristiani, mettendola in rapporto con i costumi del tempo. Pur esprimendo una precisa identità, caratterizzata dalla fede in Gesù di Nazaret e dal primato della carità, la comunità cristiana sa “sciogliersi” nel tessuto sociale in cui opera, come fermento nella massa, senza creare settorialità o conflitti. Pur mantenendo chiaro ciò che la contraddistingue e la identifica, essa sembra capace di “informare” le varie culture, condividendo con tutti gli uomini i diritti e i doveri, quando riguarda la famiglia, il lavoro e la convivenza civile. C’è tuttavia, nel loro comportamento, qualcosa che trascende la società in cui essi si muovono. Essi rispettano le leggi ma al tempo stesso le superano, operando come cittadini delle due città, quella di Dio e quella degli uomini. La loro identità non separa ma include, non condanna ma valorizza, non discrimina ma promuove.

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Pesce e pane eucaristico, Catacombe di San Callisto, Roma (III secolo)

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini, e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con la loro vita superano le leggi. Amano tutti e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto e di tutto abbondano.

Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati e onorano; facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati, gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.

A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani in tutte le città della terra. L’anima abita nel corpo ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l’anima e la combatte, pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo, che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani, li odia perché si oppongono ai piaceri. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità dei cieli. Maltrattata nei cibi e nelle bevande, l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno di più si moltiplicano. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.

Lettera a Diogneto, V, 1-17 e VI, 1-10, tr. it. a cura di A. Quacquarelli, I Padri Apostolici, Città Nuova Roma 1998, pp. 356-358.