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Il valore storico dei racconti della risurrezione di Gesù Cristo

Karl Adam
1934

 da Gesù il Cristo

Pubblicato originariamente nel 1934 e tradotto in italiano per la prima volta appena un anno dopo, l’opera del teologo tedesco Karl Adam Gesù il Cristo rappresenta il primo tentativo di un approccio storico alla persona di Gesù Cristo che tenesse conto anche delle scienze umane, in primis della psicologia allora incipiente. Riproponiamo le pagine che trattano delle critiche mosse alla storicità della risurrezione di Gesù Cristo e delle risposte che è possibile indirizzarvi. Nonostante gli anni trascorsi, l’approccio di Adam interpreta bene quanto comincerà a fare, vari decenni dopo, la contemporanea teologia fondamentale, mantenendo pertanto inalterata la loro attualità esegetica ed apologetica.

Il valore storico dei racconti

Il giudaismo del tempo di Cristo aveva un concetto notevolmente diverso da quello proprio della mentalità greca occidentale sui rapporti anima e corpo: esso li interpretava non in senso dualistico, ma monastico. L'ebreo vedeva sempre anima e corpo come uniti in un sol tutto. «Spirito vivente» è per lui sempre anche «corpo vivente». Per l'ebreo uno spirito può manifestarsi in modo efficace soltanto in un corpo e per mezzo di un corpo. L'idea che lo spirito di un defunto, per sé stante, separato dal suo corpo possa ancora essere vivente ed operante sarebbe riuscita inconcepibile per la mentalità ebraica. Questa riteneva che gli spiriti nello sceol fossero come ombre prive di consistenza ed azione. Anche i discepoli di Gesù non avrebbero mai avuto l'impressione che Egli veramente risorto e vivo se non avessero insieme direttamente constatato che proprio il corpo era apparso, e che questo esercitava ancora le sue funzioni corporee. Lo spirito di Gesù senza il corpo di Gesù sarebbe stato – per la mentalità giudaica degli apostoli – qualcosa di affatto anormale, sarebbe stato un «fantasma», come avevano sospettato alla prima apparizione di Gesù: credevano di vedere un fantasma, persino quando mangiò e bevve con loro (cfr. Lc 24,37). Ne segue che gli apostoli, da veri figli del popolo ebreo, non potevano credere e aderire fermamente alla realtà delle apparizioni del Risorto se non a condizione che il suo corpo più non giacesse nel sepolcro, che insomma il sepolcro di Gerusalemme fosse davvero vuoto.

Se i discepoli, come pretende la teoria delle visioni, avessero percepito delle apparizioni di Gesù in Galilea senza poter insieme rendersi conto del sepolcro vuoto in Gerusalemme, tali apparizioni non avrebbero prodotto effetti durevoli in loro; tutt'al più avrebbero pensato ad un fantasma singolare, ad uno spettro, come già altra volta, tra l'infuriare della burrasca avevano creduto di vedere sulle onde sconvolte del lago di Genezareth

Ciò che i discepoli hanno constatato riguardo alla risurrezione contiene quindi, in ogni caso, un elemento oggettivo , visibile all'esterno, osservabile, perfettamente dimostrabile e controllabile: il fatto del sepolcro vuoto. Senza questo fatto, la fede ferma e vivente degli apostoli nella risurrezione, data la loro mentalità, non avrebbe alcuna motivazione sufficiente. Ogni teoria che crede di poter prescindere da questo fatto, parlando di esperienze puramente soggettive provate in Galilea, senza nominare insieme il sepolcro vuoto, si tradisce , appunto per questo, come sterile prodotto di una filosofia che si dice illuminata, ma che in realtà misconosce la storia, anzi si oppone alla storia.

La mentalità giudaica dei discepoli

Non pochi critici dei tempi recenti e recentissimi ammettono senz'altro questi dati di fatto. Ma fanno entrare il fatto del sepolcro vuoto nella loro teoria delle visioni; o meglio fanno del sepolcro vuoto il punto di partenza, l'origine delle esperienze che dai discepoli furono credute visioni. In realtà i discepoli avrebbero trovato vuoto il sepolcro di Gesù. Forse perché il cadavere era stato asportato da mani sconosciute. Forse anche perché era stato gettato nella fossa comune per impedire così che fosse poi riconosciuto. In ogni caso i discepoli non trovarono più il cadavere. Precisamente per questo motivo si sarebbe eccitata in loro la persuasione che il Cristo doveva essere risorto: da questa convinzione avrebbero avuto origine le loro allucinazioni.

Non occorre mostrare quale cumulo di difficoltà, anzi di impossibilità gravi sopra tale ipotesi. E' possibile pensare che il corpo di Gesù sia stato allontanato comunque dal sepolcro da mano estranea, senza che i discepoli ne sapessero nulla? Chi avrebbe creduto opportuno far sparire il cadavere? Forse l'autorità giudaica, il Sinedrio? Forse per impedire che i discepoli in seguito rendessero un culto a questo cadavere?

Ma se un tal culto dei cadaveri o di reliquie era affatto estraneo alla mentalità giudaica, che motivo v'era per temerlo da parte dei discepoli? Il culto delle reliquie che più tardi si diffuse nel cristianesimo non dipende affatto da concezioni giudaiche, ma da un'idea specificamente cristiana, specialmente dalla fede viva nel dogma della risurrezione della carne. Tale culto ha proprio come premessa ciò che dai critici si vorrebbe negare, la vera risurrezione del Cristo. Inoltre, se davvero l'autorità giudaica avesse realmente sottratto il corpo di Gesù dal sepolcro, come mai non lo mostrò quando gli apostoli diffondevano per tutta la Giudea lo sconcertante messaggio: «È risorto! Non è più colà»? non avrebbe potuto trovare mezzo più comodo e più decisivo per far tacere fin dalle origini il movimento cristiano che proclamava la risurrezione. Sarebbe bastato mostrare in pubblico, con tutta semplicità, il corpo di Gesù dissepolto di fresco.

Chi osa invece sostenere che il corpo di Gesù non fu più ritrovato dai discepoli perché venne gettato in una fossa destinata ai delinquenti si carica dell'audace responsabilità di far respingere, senza addurre la minima prova, come indegne e menzognere tutte le fonti bibliche le quali, ad una voce, compreso San Paolo, raccontano d'una «sepoltura» di Gesù. Si dimentica, in questo caso, che Gesù fu condannato e crocifisso secondo le prescrizioni del diritto romano. Orbene, il diritto romano non conosceva alcuna fossa comune dei delinquenti. Lasciava il cadavere a disposizione del giudice.

Del resto, anche in questo caso, il cadavere di Gesù poteva ancora essere ritrovato. Perché non lo si levò dalla fossa, o almeno, perché non si fece cenno di essa allo scopo di soffocare proprio all'inizio la nascente fede pasquale? Perché mai l'autorità giudaica preferì imprigionare e flagellare i testimoni della risurrezione? Enigmi sopra enigmi, anzi un groviglio di impossibilità, se proprio davvero mani estranee avessero sottratto il corpo di Gesù, senza che i discepoli se ne rendessero conto.

Non resta quindi altro che accusare gli stessi discepoli della scomparsa del corpo di Gesù: precisamente come fece l'autorità giudaica spargendo la voce che discepoli avrebbero rubatoli corpo (Mt 28, 13). Tale accusa si legge ancora ai nostri giorni nel Talmud. Ma in questo caso bisogna rinunciare a tutta la teoria delle visioni. Non è forse assurdo, dal punto di vista psicologico, che una persona capace d'ingannare, venga poi talmente inebriata e affascinata dal proprio inganno da scambiare per verità l'illusione creatasi, tanto da saper morire per essa?…

D'altra parte, noi conosciamo assai bene la psicologia di questi pretesi ingannatori. Sappiamo dai Vangeli quanta semplicità, rettitudine e lealtà regnava nei loro cuori. Dagli Atti e dalle lettere degli apostoli risulta ch'essi fin dal primo giorno della loro predicazione, si trovavano esposti alla contraddizione, al ludibrio, alla morte: eppure, nonostante tutto, gridavano sempre più alto il loro messaggio della risurrezione di Cristo.

La storia umana non vide mai dei mentitori che abbiano ingannato così, pur essendo nettamente persuasi che l'inganno sarebbe per loro valso il benché minimo vantaggio, ma ludibrio, miseria estrema e morte: ma la storia conobbe impostori tali che, fondati sulla loro menzogna, si siano adattati a condurre una vita di rinuncia e di dedizione assoluta… per questo ormai l'ipotesi dell'inganno lanciata dai “frammenti di Wolfenbüttel” [estratti da un'opera del razionalista tedesco Reimarus, pubblicata nel 1774 da Lessing] è abbandonata su tutta la linea.

Ritorniamo alla teoria delle visioni. Abbiamo provato che per la mentalità giudaica una visione pura e semplice, non accompagnata dalla conoscenza certa del sepolcro vuoto, non avrebbe mai suscitato nell'animo giudaico dei discepoli la convinzione durevole che Gesù era veramente risorto. Tutt'al più avrebbe lasciato in essi l'impressione della comparsa di un fantasma, d'uno spettro. Abbiamo pure dimostrato essere del tutto impossibile che il corpo di Gesù sia stato sottratto da mano estranea, oppure dagli stessi discepoli.

Rimane così il sepolcro vuoto: proprio quell'elemento, quel dato che si mostrava ben visibile nelle esperienze pasquali degli apostoli. Non è questo un enigma insolubile se si pretende di spiegarlo semplicemente come effetto d'un processo «psicogeno» puramente naturale, attribuendolo alla fede che i primi cristiani professavano nella risurrezione?

Ancor più scabroso e imbarazzante diventa per la teoria delle visioni il problema posto in questi termini, se si pretende sostenere che proprio questo enigma abbia dato origine e consistenza alle esperienze pasquali; se si pretende spiegare le allucinazioni dei discepoli con l'ipotesi che questi, proprio dalla vista del sepolcro vuoto, siano stati condotti a pensare che Gesù doveva essere risorto.

Qui sorge, innanzi tutto, la questione come mai i discepoli avrebbero potuto giungere all'idea di questa possibilità?

Gli Ebrei al tempo di Cristo non credevano ad una risurrezione speciale di ogni singolo giusto subito dopo la morte. Credevano solo ad una risurrezione generale dei morti alla fine dei tempi. Come avrebbero potuto i discepoli, tutti presi dalle loro concezioni giudaiche, giungere all'idea di attendere proprio per Gesù una risurrezione immediata?

Questo problema per la critica incredula diventa tanto più penoso e imbarazzante in quanto non vuole ammettere che Gesù, già verso il termine della sua vita, abbia parlato chiaramente della sua risurrezione.

Se consideriamo più da vicino i racconti evangelici allo scopo di trovare il nesso logico che dal sepolcro vuoto avrebbe condotto alla fede nella risurrezione, saremo costretti a constatare in modo puro e semplice che la vista del sepolcro vuoto non ha valso per nulla ad infiammare o a eccitare la loro fede. Le fonti bibliche attestano proprio il contrario: che, cioè, la prima impressione suscitata dal sepolcro vuoto fu di sgomento e di depressione morale per le donne e per i discepoli. Tanto Luca (24, 4) quanto Marco (16, 8) e Giovanni (20, 2) riferiscono che il sepolcro vuoto ha turbato e sgomentato le donne e che il primo pensiero affacciatosi alla propria mente non fu che Gesù doveva essere risorto, ma che il cadavere poteva ben essere stato sepolto altrove (Gv 20, 2. 13). La notizia del sepolcro vuoto e dell'angelo del sepolcro parve all'apostolo null'altro che «un parlare da folli» (Lc 24, 11). Non prestarono fede al racconto delle donne prima che Pietro (Lc 24, 12. 24) e Giovanni (Gv 20, 3 ss) non se ne fossero resi conto personalmente. Non si può affatto asserire che il sepolcro vuoto, di per sé, abbia eccitato nei discepoli l'appassionata speranza nella risurrezione. Avrebbero piuttosto provato un'angosciosa incertezza se la notizia allarmante «Non è più qui», non fosse subito stata seguita dall'altra: «È risorto».

Il fondamento della teoria delle visioni è quindi in completa rovina. Si aggiunge finzione a finzione! È pura finzione che il corpo di Gesù sia stato sottratto da mano estranea: è pura finzione che la fede dei discepoli nella risurrezione sia stata accesa dalla vista del sepolcro vuoto.

Non sono allucinazioni

Siamo così alla terza ed ultima questione. Possiamo dire che le esperienza pasquali degli apostoli, esaminate in se stesse, pur prescindendo dal sepolcro vuoto, nella loro genesi e nel contenuto, presentano qualche appiglio ad una spiegazione a base di allucinazioni? Anche nel caso che il fatto del sepolcro vuoto dovesse rimanere per sempre un enigma inesplicabile, le esperienze pasquali dei discepoli, per se stesse, non tradiscono forse un carattere visionario? Mentre cercheremo di dare una soluzione a tale quesito, ci si svolgerà dinanzi il contenuto specifico del messaggio che proclama la risurrezione.

Il primo fatto che si presenta da discutere è questo: erano gli apostoli in qualche modo predisposti a subire questi fenomeni di visioni? Se limitiamo la questione ai due principali apostoli che sono pure i due principali garanti della tradizione pasquale, a Pietro e a Paolo, dobbiamo dichiarare, senza dubbio, ch'entrambi hanno avuto in altri casi delle visioni.

Gli Atti degli apostoli (10, 10 ss) raccontano che, mentre Pietro verso l'ora sesta, stava sul terrazzo della casa per pregare gli sopravvenne un'«estasi». Vide aprirsi il cielo e scendere come un grande lenzuolo in cui v'erano degli animali immondi e sentì gridarsi da una voce: «Alzati, percuoti e mangia».

Anche Paolo non solo ebbe visioni in sogno (At 16, 9), ma come Pietro, provò anche delle estasi. Ne parla espressamente nella seconda ai Corinti (12, 2 ss); «Conosco un uomo in Cristo. Questi, quattordici anni or sono, fu rapito fino al terzo cielo, non so se con il corpo o senza corpo. Iddio lo sa». Non erano quindi estranei gli stati di visione e di estasi ad entrambi gli apostoli principali.

Ma, appunto perché conoscevano personalmente questi stati, essi erano in grado di distinguere bene le semplici visioni che potevano essere pure immaginazioni dalle genuine esperienze di realtà. Nei casi concreti ambedue gli apostoli sanno discernere molto accuratamente le visioni dalle percezioni di realtà.

Quando viene liberato dalla prigione di Erode Agrippa per mezzo d' un angelo (At 12, 9) San Pietro si domanda espressamente se ciò che gli accade è qualcosa di «vero», di reale oppure solo qualcosa di immaginario, una visione. La visione è quindi per lui qualcosa di irreale.

S. Pietro per questo non fonda mai la sua fede nel Risorto su visioni siffatte. Sa ed attesta (Atti 2, 16 ss) che con la venuta dello Spirito Santo a Pentecoste sarà effusa sopra la nuova comunità di Dio, secondo la profezie di Gioele, una sovrabbondanza di grazie interiori e mistiche, ma non pensa affatto di fondare su questi elementi estatici incontrollabili il messaggio di risurrezione. Lo fonda invece esclusivamente su quanto poteva provarsi storicamente in modo per tutti evidente: «Uomini di Gerusalemme, ascoltate queste parole! Gesù il nazareno, fu accreditato presso di voi mediante prodigi, miracoli e segni fatti da Dio per mezzo suo tra voi, come voi stessi ben sapete… Ma Iddio l'ha risuscitato sciogliendolo dai dolori del regno della morte» (Atti 2, 22 ss).

Questa prima predica di pentecoste, come ogni discorso dell'apostolo culmina in questa frase lapidaria: «Dio l'ha risuscitato dai morti. Noi tutti siamo testimoni!» (3,15, cfr. 2,32; 10,41).

S. Paolo allo stesso modo che S. Pietro, non pensa affatto di fondare il suo messaggio pasquale sulle «visioni e rivelazioni del Signore» ch'egli ben conosce (2Cor. 12,1). Accenna solo, e con una certa esitazione, all'estasi ch'ebbe quattordici anni innanzi perché i suoi avversari ve lo costringono. Si astiene però espressamente dall'esprimere qualsiasi giudizio sul suo carattere. Non sa se avvenne «col corpo» oppure «senza il corpo», ossia se si verificò solo nell'interno dell'anima sua o anche in modo controllabile all'esterno. Iddio solo lo sa.

Molto più preciso è invece il suo giudizio sull'evento di Damasco. Per lui, in questo caso, non v'è il minimo dubbio che «ha visto realmente Gesù Cristo Nostro Signore» (1Cor 9,1), che sulla via di Damasco lo investì una gran luce, e che una voce disse: «Io sono quel Gesù di Nazareth che tu perseguiti» (At 22,8). E' degno di nota che il suo racconto della risurrezione usa il verbo vedere al passivo e lo unisci al dativo. Questo fatto di «vedere » la nuova realtà fu imposto a lui, proprio suo malgrado. Non vi fu quindi nulla di soggettivo. Non meno di sei volte paolo parla, più o meno diffusamente, di questo suo incontro col Cristo glorificato (1Cor 9,1; 15,8; Gal 1,12; At 9,1 ss; 22,4 ss; 26,9 ss) e lo considera sullo stesso piano delle esperienze pasquali dei primi apostoli. Per questo si qualifica, come gli altri, testimone della risurrezione e apostolo. Con appassionata energia paolo esalta quest'unico e autentico fondamento del suo apostolato: «Non sono forse apostolo? Non ho forse visto Cristo Gesù, Nostro Signore?» (1Cor 9,1).

Quindi, alla luce delle fonti, dobbiamo dichiarare senza esitazione che tanto Pietro, quanto Paolo, conoscevano per esperienza gli stati visionari. Ma tanto Pietro, quanto Paolo, fanno una nettissima distinzione tra queste visioni e le loro esperienze pasquali.

Queste attestazioni degli apostoli, pienamente accreditate e confermate da tutte le altre fonti, ci garantiscono tre fatti, i quali, a loro volta, escludono ogni origine puramente soggettiva delle esperienze pasquali; ogni possibilità che la fede dei discepoli nella risurrezione sia stata evocata dall'oscuro fondo della loro subcoscienza.

In primo luogo ci attestano che le predizioni fatte da Gesù ai discepoli sulla sua crocifissione, sepoltura, risurrezione al terzo giorno non furono mai prese in seria considerazione durante la vita terrestre di Gesù. È vero che la voce che Gesù doveva risorgere al terzo giorno passava di bocca in bocca, non solo nell'accolta dei suoi, ma anche nei circoli nemici (cfr. Mt 27,63). Ma i discepoli non l'avevano compresane mai vollero comprenderla perché non riuscivano a concepire come mai la risurrezione di Gesù dovesse necessariamente andar connessa con la passione e la morte del Cristo. Anzi, Pietro tentò una volta di rimproverare Gesù perché aveva detto qualcosa sulla passione del Messia (Mt 16, 22 = Mc 8, 32).

In secondo luogo le fonti ci attestano pure che i discepoli, anche dopo la morte di Gesù, erano ben lontani dall'attendere con ansia il compimento della promessa del Signore relativa alla risurrezione al terzo giorno; erano ben lungi dal fondare su tali promesse le loro speranze. Il loro atteggiamento non fu per nulla quello di persone le quali, nonostante tutto, sono sicure del fatto loro. Viceversa fuggirono, si nascosero (cfr. Gv 20, 19); si lamentavano, piangevano (Mc 16, 10). Al terzo giorno, se non fosse giunto loro, portato dalle donne, l'annuncio del sepolcro vuoto e del messaggio angelico non si sarebbero minimamente curati di andare al sepolcro a fare indagini.

Anzi, all'inizio, ritennero quelle parole come «vaneggiamenti» e «non vi credettero» (Lc 24,11; cfr. Mc 16,11). Tale condotta dei discepoli sarebbe psicologicamente incomprensibile se essi, almeno nei più reconditi meandri della subcoscienza, avessero contato sulla risurrezione.

Le fonti (Mt 28,17 - Lc 24,37. 41 - Gv 20,19) attestano infine il terzo fatto decisivo. I discepoli dubitavano ancora perfino quando il Risorto era lì dinnanzi a loro. «Pensavano di vedere uno spirito» (Lc 24,37). La loro diffidenza e il loro dubbio cessarono definitivamente solo quando il Risorto mostrò le ferite delle sue mani, dei suoi piedi e del suo costato, e precisamente quando con loro prese cibo (Lc 24,41 - Gv 21,10 - At 10,41). Tali incertezze e dubbi in presenza del fatto pasquale a chi sostiene la teoria delle visioni debbono riuscire affatto incomprensibili, per non dire impossibili. Infatti, secondo tale teoria, le apparizioni di Gesù, ossia le visioni soggettive di lui, avrebbero proprio dovuto nascere dalla fede inconcussa, dalla fiducia sconfinata dei discepoli. Secondo i paladini di tali interpretazione quelle visioni non sarebbero altro che fenomeni prodotti da tale fiducia.

[…]

Per quanto moltiplichiamo le ricerche in tutti i sensi per trovare un motivo che spieghi la genesi della fede pasquale degli apostoli, non troviamo neppure il più piccolo appiglio atto a giustificare al spiegazione che dicono «psicogena», fondata unicamente sulla creazione soggettiva della psiche dei discepoli.

Prima dell'apparizione l'atteggiamento spirituale degli apostoli era talmente restio, esitante e scettico, anzi presso San Paolo, talmente ostile, che solo un fatto esterno che l'investisse con la forza travolgente di un turbine, e soltanto un fatto ben certo, innegabile, palpabile e controllabile oggettivamente poteva far nascere in loro la fede nuova.

Da Karl Adam, Gesù il Cristo, Morcelliana, Brescia 1995, 16 ed., tr. it. di Pietro de Ambroggi, pp. 188-198.