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Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio di responsabilità

Hans Jonas
Einaudi, Torino 1997
pp. 252
ISBN:
880612319X

La presente opera di Hans Jonas è costituita da una raccolta di saggi, che hanno preceduto ed accompagnato la sua opera maggiore, Il principio responsabilità, e rappresenta la “prassi del principio responsabilità”, l'applicazione pratica delle elaborazioni teoriche che il filosofo tedesco ha esposto in tale lavoro. Tecnica, medicina ed etica segna un momento importante nel dibattito sul progresso scientifico e tecnologico e sui limiti etici e giuridici ai quali esso deve essere soggetto.

Nelle pagine di Jonas si avverte la preoccupazione suscitata dalla possibilità di manipolazione che la tecnica può esercitare sulla natura e sull'uomo e sugli effetti futuri, a lungo termine, di tale manipolazione.

Allo stato presente, la filosofia è impreparata, ad affrontare, le questioni che si pongono con l'applicazione di molte scoperte scientifiche e soprattutto di quelle tecnologiche. Questo non significa che, a causa di tale inadeguatezza, la filosofia debba farsi da parte: essendo esercizio di potere umano, la tecnica è una forma di agire e, come tale, è esposta ad un esame morale e non può fare a meno di esserlo. Sebbene il progresso dell'umanità sia inarrestabile e costante appare quanto mai necessario un controllo che deve essere esterno alla scienza ed alla tecnica e che deve essere esercitato a tutela dell'uomo. Le possibilità tecniche di intervento hanno raggiunto ambiti un tempo preclusi all'uomo (si pensi ad esempio alla manipolazione genetica) e hanno mostrato che tali interventi possono produrre effetti e conseguenze non controllabili nel tempo. La natura e l'esistenza dell'uomo sono in una condizione di pericolo; l'essenza stessa dell'umanità è minacciata. Nella convinzione che l'uomo sia semplicemente un essere di natura e non esistendo allo stato attuale divieti e limiti di intervento sulla natura, l'uomo è sottoposto alle medesime indagini alle quali egli stesso sottopone la natura.

Il sapere è un valore che la scienza si propone di realizzare, nel rispetto di onestà e rigore intellettuale, ma la liceità della ricerca è un problema etico che riguarda il “bene interumano e pubblico” ed esercita nel futuro le conseguenze dei suoi risultati. Questo è in special modo vero quando l'oggetto dell'indagine scientifica è l'uomo.

Nel momento in cui i risultati di una certa indagine possono esser applicati, è inevitabile il sorgere di interrogativi etici e morali come accade, ad esempio, nel caso della sperimentazione condotta su esseri umani.

La sperimentazione viene spesso condotta su soggetti che non traggono beneficio dai farmaci che vengono loro somministrati: la necessità di tutelare tali individui impone la richiesta del consenso al trattamento, consenso che potrà essere valido soltanto se scopi e motivazioni della sperimentazione, sono stati effettivamente compresi dai soggetti che si sottopongono ad essa. Per Jonas questa condizione è pienamente soddisfatta negli individui che allestiscono e realizzano la sperimentazione, gli scienziati: essi sarebbero “cavie” ideali, in grado di soddisfare tutti i requisiti richiesti dai protocolli di sperimentazione. Tuttavia, questa ipotesi non è generalmente praticata. È necessario trovare un punto di incontro tra i desiderata e quanto può essere realizzato. Jonas stabilisce una sorta di gerarchia dei soggetti ideali per la sperimentazione, e auspica che venga imposto un criterio fondamentale, a tutela e rispetto per l'individuo: gli scienziati possono sottoporre il soggetto solamente alle sperimentazioni che siano strettamente correlate con la sua malattia. Solo in questo caso diventa moralmente accettabile esporre un essere umano al pericolo che ogni sperimentazione comporta.

La medicina ha fatto propri dei fini che non riguardano soltanto il perseguimento della salute, che è sempre stata la regola per determinare le finalità dell'arte medica, ma anche fini che trasgrediscono o ignorano tale regola: emblematico è il caso della chirurgia estetica. Questo fatto impone all'arte medica di accettare responsabilità che fino a pochi decenni or sono le erano sconosciute, e ciò è valido anche per quanto concerne l'eugenetica e la clonazione applicate agli esseri viventi, esseri umani compresi. La manipolabilità dell'uomo ad opera dell'uomo stesso potrebbe spingere gli esseri umani a ritenere di non essere fini per se stessi, ma tali in quanto utilizzabili da altri esseri umani.

Secondo Jonas l'arroganza creativa spingerebbe l'uomo a sperimentare soluzione eugenetiche solo per il gusto di provare le possibilità tecniche che l'ingegneria genetica può offrire. Con toni allarmati Jonas ha affrontato il tema della definizione di morte al fine di espianto d'organi per trapianto: la linea di demarcazione del confine tra la vita e la morte non è netta e facilmente discriminabile.

Una definizione di morte cerebrale (come quella proposta dalla Commissione ad hoc di Harvard) comporta la sospensione dei trattamenti in pazienti comatosi che ancora respirino (o autonomamente o con ausilii meccanici): la morte totale del corpo è dunque indotta. Secondo Jonas sarebbe adeguata, per ragioni di prudenza, solo una definizione massimale di morte, intesa come quell'evento che si realizza a seguito dell'arrestarsi di ogni funzione organica. Se questa opzione venisse attuata, sarebbe impossibile procurare organi in buone condizioni per il trapianto, e Jonas stesso riconosce la problematicità della soluzione da lui avanzata.

A proposito del diritto di morire, Jonas ritiene che tale diritto sia fondato sul più generale diritto alla vita, che costituisce la base di tutti i diritti dell'individuo. Tuttavia, come ogni diritto proprio dell'uomo, il diritto di morire subisce limitazioni, che possono essere dettate dalle responsabilità dell'individuo verso la sua famiglia e verso la società. Sebbene Jonas ammetta qualche forma di aiuto per morire (accogliere la richiesta del paziente di sospendere le terapie al fine di morire “di morte naturale”), l'aiuto attivo per morire, mediante iniezione letale, potrebbe essere accettabile solo a patto che il medico non venga coinvolto in questo gesto: la sua integrità professionale deve essere adeguatamente tutelata; un modo per tutelarla è escluderlo dalla pratica dell'eutanasia e del suicidio assistito.

Nei saggi radunati nella presente antologia è evidente la preoccupazione avvertita da Jonas per il presente ed il futuro dell'umanità. Tale preoccupazione emerge in particolare nella convinzione del filosofo tedesco secondo la quale le decisioni politiche ad alto livello possono essere prese solo se è stato preventivamente preparato il terreno adeguato sul quale fondarle. Il diritto e l'etica si trovano ad affrontare e dirimere questioni fino ad ora inedite e non sembrano al momento essere dotati degli strumenti necessari per svolgere al meglio il compito al quale sono chiamati. D'altro lato, il diritto non può fornire soluzioni se non in ultima istanza, dopo una attenta analisi etica dei valori che sono in gioco: sarebbe arbitrario e scorretto proporre una soluzione giuridica prima di aver elaborato quella etica.

L'atteggiamento generale di prudenza che traspare dalla pagine di Jonas potrebbe essere considerato negativamente soprattutto da quanti siano profondamente convinti della necessità di un progresso scientifico-tecnologico non regolamentato da norme (etiche) esterne all'impresa scientifica e tecnologica, cioè da norme diverse da quelle che regolano l'attività dello scienziato e che sono coerenza, obiettività, intersoggettività dei risultati delle ricerche. Pensare di sottrarre la scienza e la tecnica al giudizio morale, e di abbracciare una morale esplicitamente ispirata ai valori scientifici e tecnologici, porterebbe ad affermare che “tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito e dunque realizzabile”, e causerebbe l'appiattimento della morale sulla scienza, nonché una grave perdita di dignità ed integrità morale dell'essere umano.

Jonas è consapevole di questo pericolo e non esita a dichiararlo, anche ricorrendo a toni allarmati e talvolta “apocalittici”. Egli ha teorizzato (nella sua opera maggiore Il principio responsabilità ) una euristica della paura, un metodo che consente di ipotizzare in anticipo le conseguenze future delle azioni umane nello scenario scientifico-tecnologico.

L'avvenire che attende l'umanità, se si continuerà nella sregolata ricerca scientifica e nell'applicazione tecnologica dei suoi risultati, è facilmente prevedibile: l'umanità rischia di distruggere se stessa. Per questo motivo è necessario fare il possibile per evitare che l'esistenza della natura e dell'uomo vengano compromesse da azioni di oggi per le quali è soltanto ipotizzabile una (nefasta) conseguenza futura.

Si potrebbe accusare Jonas di aver elaborato gli assiomi di una teoria etica paternalista, che intende fare il bene degli altri, a tutti i costi e malgrado i desideri degli altri. In realtà, quello di Jonas, è un invito alla cautela, oggi troppo spesso dimenticata per far posto alla novità sensazionalistica che quotidianamente la scienza propone.

  

Pubblicata sulla rivista Epistemologia, 23 (2000), pp. 360 – 363.

Rosangela Barcaro