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Senso del divino e scienza moderna

Thomas F. Torrance
Lev, Città del Vaticano 1992
ISBN:
8820917149

Il tema del dialogo fra teologia e scienze della natura gode oggi di una rinnovata attenzione. È facile notare come i contenuti di tale dialogo vadano ben al di là di una semplice analisi di compatibilità fra fede e ragione, per coinvolgere il dibattito fra ricerca della verità e pensiero critico, etica e progresso, cristianesimo e cultura. L'opera di Thomas Torrance, professore di teologia dogmatica all'Università di Edimburgo noto per i suoi lavori di filosofia della scienza, si colloca all'interno di questo dibattito con una riflessione organica che evita soluzioni convenzionali ed attinge coraggiosamente alla multiforme ricchezza del Logos cristiano. Nel nucleo di tale ricchezza è sempre presente il mistero dell'Incarnazione, sorgente di un radicalismo antropologico che illumina i veri rapporti fra lo sforzo oggettivizzante dell'attività di ricerca — proprio delle scienze — e la tensione del soggetto verso i trascendentali dell'essere — propria dell'esperienza filosofico-religiosa.

Il volume, introdotto e ben curato da Giuseppe Del Re, raccoglie sotto il titolo Senso del divino e scienza moderna sette interventi del teologo scozzese aventi per oggetto il problema della conoscenza, nella sua dinamica dialogica con l'esperienza globale del soggetto e con i fondamenti metafisici del reale. Finalità espressa del curatore è quella di offrire all'ambiente culturale cattolico una migliore conoscenza del pensiero di Torrance, con la convinzione — da noi pienamente condivisa — che le riflessioni dell'A. di tradizione riformata offrano spunti di grande interesse a chiunque sappia vedere nella Creazione e nell'Incarnazione le chiavi di lettura del rapporto fra Dio e il mondo. Il lettore già introdotto allo studio di altri autori protestanti ed abituato al rifiuto barthiano di ogni teologia naturale, non troverà in Torrance questa impostazione. Vi scoprirà invece una speciale attenzione alla Parola creatrice come sorgente di razionalità e di senso, assieme alla profonda convinzione di poter ascendere dalla contingenza del mondo alla libertà di Dio, secondo un cammino che si snoda preferenzialmente attorno alla categoria dell'intellegibilità, lasciando più implicita quella della analogia entis .

I tre saggi centrali del volume, cui l'A. dedica maggiore estensione, vertono sui seguenti oggetti: un itinerario storico attraverso quegli autori la cui gnoseologia ha maggiormente influenzato la formazione del metodo scientifico (II: La formazione della mente “moderna” da Descartes a Kant ); una discussione sul ruolo dell'induzione e delle sintesi di tipo olistico nelle scienze (III: L'integrazione della forma nella scienza naturale e nella scienza teologica ); ed infine una pregevole presentazione del pensiero epistemologico di Michael Polanyi, al quale Torrance desidera ricollegarsi esplicitamente (IV: Il recupero del realismo nella moderna epistemologia e il pensiero di Michael Polanyi ). Vi si affiancano altri quattro interventi nei quali ricorre il tema del realismo e della funzione regolatrice che le esperienze del soggetto, non esclusa la fede, hanno nell'indagine conoscitiva (I:  Realismo e apertura nell'indagine scientifica e teologica ; V:  Le certezze ultime e la rivoluzione scientifica ; VI:  La scienza e il senso del divino nel pensiero di J.C. Maxwell ; VII:  La teologia cristiana nel contesto dei cambiamenti della scienza ).

Il pensiero di Torrance insiste e si sviluppa attorno a due idee centrali, certamente maturate nell'alveo della sua fede cristiana, ma che allo stesso tempo egli rintraccia in ogni approccio realista alla natura e nella stessa storia delle scienze. La prima di tali idee è che la natura si presenta all'indagine conoscitiva come un sistema aperto , cioè non pienamente formalizzabile; come conseguenza, le scienze empiriche non possono individuarlo in maniera esaustiva, ma esse devono aprirsi gerarchicamente verso un nuovo sistema più ampio, il quale non ha solo il ruolo di completarne lo studio — ad esempio mediante il ricorso ad un più ampio oggetto formale — ma soprattutto quello di fondarle da un punto di vista gnoseologico. Questo nuovo sistema, che coincide essenzialmente con i fondamenti metafisici delle scienze naturali, si apre a sua volta verso un sistema gerarchicamente più alto, che accede alla sfera dei valori ed ai perché ultimi. In tal modo, la riflessione gnoseologica ascende, nell'unità dell'esperienza intellettuale del soggetto, dall'analisi empirica della realtà (scienza), al suo fondamento epistemico (filosofia), al perché ultimo della realtà stessa (teologia). In questa struttura conoscitiva a più livelli, il ricorso alla forma ed alla prospettiva olistica svelano maggiormente la loro fecondità. Sono le proprio le domande che sanno cogliere la realtà come un tutto, infatti, ad avere maggiore penetrazione comprensiva poiché si interrogano sul fondamento stesso del sistema inferiore, e di questo ne aumentano l'intelligibilità mediante il loro accesso a quello superiore.

La seconda idea centrale, in certa continuità con la precedente, consiste nel mostrare come l'interazione fra soggetto conoscente e realtà conosciuta sia determinante tanto per la dinamica di ogni processo oggettivante, quanto per lo sviluppo del progresso scientifico. Contrariamente a quanto si possa a prima vista pensare, e come vedremo in seguito, questa prospettiva non ha nulla del soggettivismo relativista, né dell'a-priori categoriale del razionalismo kantiano, né si ricollega all'indeterminismo fenomenico che compare in alcuni aspetti delle scienze sperimentali. L'A. vuole invece sottolineare la presenza nel soggetto di una certa visione del mondo in ogni approccio alla natura, visione che nasce dal reale ed al reale conduce , e che nell'analisi delle scienze viene identificata con il ruolo della conoscenza intuitiva in quanto forgiata dall'esperienza , ciò che Polanyi chiamava The Tacit Dimension . Si sottolinea allo stesso tempo che ogni conoscenza non è isolatamente oggettiva, ma anche soggettiva, perché data in un soggetto conoscente e, pertanto, radicalmente personale : anche qui Torrance riprenderà la tesi centrale dell'opera di Polanyi, Personal knowledge . L'oggettività si pone sempre come appello alla razionalità del soggetto e nel soggetto, come un richiamo dell'essere che non può tradursi se non in una opzione per il vero; tale opzione coinvolge la persona in un rapporto dialogico impegnativo con il mondo, determinando il prosieguo dell'indagine conoscitiva, così come favorì il suo stesso nascere attraverso quella personale visione del mondo che di quell'opzione costituì il primo passo. Vediamo ora in maggiore dettaglio il contenuto di queste riflessioni proposte da Torrance.

Scienza apofatica e teologia catalettica

L'universo si presenta come un sistema intelligibile aperto, i cui processi immanenti non sono necessariamente chiusi in se stessi, ma esigono formulazioni a struttura aperta — cioè capaci di rispondere a domande gerarchicamente sempre più elevate — compatibili con la natura contingente, temporale e dinamica dell'universo stesso. Questa apertura, necessaria ad ogni formulazione scientifica, è ciò che Torrance chiama caratteristica apofatica della scienza (cfr. pp. 46-50), vale a dire la sua incapacità di formalizzare, dall'interno del suo metodo o livello conoscitivo, i suoi stessi fondamenti. L'A. fa partire questa constatazione da lontano. Nei suoi aspetti logico-matematici essa rimonta all'osservazione di Pascal, secondo il quale nelle definizioni matematiche non è possibile operare solo con termini esplicitamente definiti senza che essi debbano anche riferirsi, per l'intelligibilità stessa della loro definizione, a termini indefinibili all'interno del sistema di partenza (si pensi ad esempio alla nozione di punto materiale adimensionale nella geometria euclidea); in tempi più recenti, questa constatazione confluisce con maggiore rigore nei noti teoremi di incompletezza di Kurt Gödel circa le richieste di coerenza di un sistema assiomatico: se l'aritmetica è logicamente coerente , deve essere formalmente incompleta ! Nei suoi aspetti fisico-sperimentali la manifestazione più evidente di questa apertura apofatica starebbe, secondo Torrance, in alcune ipotesi di controllo della attività scientifica, come le richieste di ordine e di simmetria, e se ne intravede la presenza nella termodinamica di non-equilibrio e negli approcci di sintesi alle funzioni dei viventi.

A questo proposito, ci pare interessante segnalare come anche la cosmologia teorica contemporanea, che l'A. non ha occasione di menzionare esplicitamente, presenti aspetti che mostrano questa medesima apertura. Essi riguardano essenzialmente il problema dell' origine e l'interrogativo sull'oggettività delle leggi di natura. In un quadro più rigoroso, l'incompletezza formale di questa problematica dipende dall'impossibilità di fissare contemporaneamente, nella scelta dei nostri modelli di universo, sia la metrica da usare (come è noto le equazioni di campo della Relatività non contengono la definizione della propria topologia), sia le condizioni al contorno individuate dalle leggi di natura e dalle loro costanti. Per calcolare nello spazio delle fasi la probabilità della prima — quale sia cioè la metrica giusta  — si richiede la definizione previa delle leggi di natura da usare; per calcolare la probabilità delle seconde — cioè perché l'universo ha proprio i parametri osservati e non altri — si richiede la scelta previa di un'opportuna geometria per lo spazio-tempo. Qualunque sia la strada percorsa, il sistema resta necessariamente aperto verso una scelta esterna al sistema stesso (simmetria, semplicità, coerenza, bellezza, ecc.), sfuggendo così ad una sua completa formalizzazione.

Lo stato sotto cui l'universo ci si presenta è quello in cui, per dirlo con le parole di Torrance, «le strutture ovunque manifeste sono aperte, e rendono la struttura dell'universo nella sua interezza una stratificazione di livelli strutturali, ognuno dei quali è aperto verso l'alto indefinitamente. Questo implica chiaramente che l'universo, come sistema intelligibile completo non è in grado di fornire da sé una ragione sufficiente per questo stato di cose, e che come sistema globale esso è coerente con le sue strutture stratificate solo se è in fin dei conti incompleto o illimitato» (p. 188). Un elemento determinante di tale apertura, infine, è la presenza dell'uomo, poiché noi siamo parte della struttura dell'universo e ne condizioniamo il livello di intelligibilità richiesto per una sua esaustiva comprensione, che tenga conto cioè anche dei suoi osservatori. L'auto-trascendenza della creatura umana trascina con sé l'universo, tenendolo aperto come struttura intelligibile e ponendolo in contatto con il mistero della libertà. Già Max Planck segnalava qualcosa di simile quando affermava che «la scienza non può risolvere il mistero ultimo della natura poiché noi stessi facciamo parte del mistero che stiamo cercando di risolvere».

È qui, ricorda Torrance, che la teologia viene incontro all'umano indagare indicando nei dogmi cristiani della creazione e dell'Incarnazione i motivi che illuminano le ragioni di quella scelta ultima: la necessità delle leggi di natura trova risposta nella libertà del Creatore, il paradosso della contingenza dell'universo, nella ragione di un dono. Il riferimento alla Parola creatrice diviene pertanto garanzia ultima di intelligibilità che getta luce sull'intelligibilità di ogni struttura o ragione intermedia. «Poiché è dalla Parola di Dio che l'intera creazione deriva l'intelligibilità che la rende accessibile alla conoscenza umana, e poiché dalla stessa Parola di Dio gli esseri umani derivano la luce creata della ragione che permette loro di mettersi in risonanza con l'intelligibilità dell'universo e di portarla all'espressione razionale, è in ultima analisi a quella Parola che dobbiamo certamente rivolgerci nei momenti apofatici dell'indagine scientifica, quando cerchiamo un principio regolatore per dare ordine a ciò che sembra precipitare nel disordine in quanto le leggi stabilite della natura divengono critiche» (pp. 53-54).

Ma il rapporto tra Dio e il mondo non può esplicitarsi né rettamente interpretarsi se non attraverso il Logos: il mistero della trascendenza/immanenza del divino nella natura creata non può rivelarsi e divenire intelligibile se non attraverso l'Incarnazione. Nel Verbo fatto carne si danno per Torrance le condizioni al contorno dell'universo creato (cfr. p. 192). Questa immagine presa in prestito dall'analisi matematica, lungi dal suonare irriverente o razionalizzante, disvela in realtà una notevole carica espressiva e ci pare felicemente riuscita. In un sistema fisico-matematico individuato da un sistema di equazioni, le condizioni al contorno sono ciò che definiscono il sistema, permettono di risolverlo , trovando così la storia spazio-temporale di ogni sua variabile, ne fissano l' unicità , eliminando ogni residuo di incertezza e di indeterminazione. Le analogie evocate da questi paralleli possono ben richiamare il ruolo del Verbo nella creazione, la sua funzione di Rivelatore del senso della storia e del cosmo, la sua causalità esemplare unificante e ricapitolatrice.

Conoscenza personale ed oggettività

Il recupero della soggettività come condizione previa e momento riflesso di ogni dinamica conoscitiva, orizzonte che non limita l'oggettività richiesta dall'analisi empirica, ma organizza ed oggettivizza l'intelligibilità del reale, viene ribadito da Torrance a diversi livelli. Nel suo saggio del 1972, L'integrazione della forma nella scienza naturale e nella teologia , l'A. prende le mosse dalla necessità di superare un certo dualismo fra materia e forma presente tanto nella scienza greca — essenzialista e per questo più attenta all'elemento formale — quanto nella scienza moderna — strumentalista e funzionalista, maggiormente rivolta a risolvere l'ente nella sua struttura materiale a spese della sua unità formale. A queste due visioni si opporrebbe l'orientamento della scienza contemporanea, nella quale vanno facendosi strada sia principi olistici ed unificanti, sia una migliore integrazione fra forma e metodi analitici. Ne deriva una nuova idea di oggettività, diversa dall'oggettività osservativa e da quella metodologica, tipica delle due visioni precedenti. Si tratta dell'oggettività del reale come un tutto di relazioni, delle quali la nostra indagine coglie una parte limitata, ma aderente alla logica complessiva. Torrance vede come manifestazione emblematica di questa nuova prospettiva l'unità spazio-tempo e materia-energia recata dal quadro relativistico, e ne segnala l'importanza ogni volta che il sistema oggetto di studio si presenta come un tutto unitario, cosa che accade ad esempio per l'ecosistema. Forse l'importanza data dall'A. alla scoperta dell'unicità dello spazio-tempo (in effetti non si tratta di una scoperta in senso stretto, ma della riuscita applicazione di un formalismo teorico rispondente al comportamento del reale fisico) può sembrare un po' eccessiva, ma occorre coglierne lo spirito ai fini delle sue argomentazioni successive riguardo l'importanza dell'induzione. Alcuni anni più tardi avrebbe potuto menzionare a ragione le Teorie di Grande Unificazione (GUT), per le quali la prova sperimentale dell'unificazione del campo elettro-debole (1983) ha costituito un impulso decisivo.

Ora, è proprio il ruolo della forma , i suoi legami con la conoscenza intuitiva e con la ricerca di principi regolatori non dedotti logicamente, a spostare l'attenzione nuovamente sul soggetto. La mente non possiede a-priori le forme con cui organizzare normativamente la realtà: essa le concepisce e le riconosce come intelligibili perché l'intuizione del soggetto è a sua volta educata dall'esperienza sensibile ed interagisce continuamente con tutte le altre fonti di sapere. Pertanto, è l'insieme della ricchezza intellettuale del soggetto conoscente — nelle sue componenti scientifica, morale, noetica, religiosa, ecc., e basata in ultima analisi sulla conoscenza di tutto ciò che egli ha giudicato ragionevole  — a nutrire e forgiare l'uso risolutivo dei processi regolatori del processo intuitivo ed analogico. Questi medesimi argomenti saranno ripresi e sviluppati da Torrance nel successivo articolo Il recupero del realismo nella moderna epistemologia e il pensiero di Michael Polanyi .

In un quadro gnoseologico così tracciato, il ruolo dell'esperienza spirituale personale e quello della stessa teologia come fonte indiretta di questa educazione alla conoscenza, divengono particolarmente evidenti. L'A. ricorda il contributo determinante dato dalla visione cristiana del cosmo alla nascita ed allo sviluppo della scienza occidentale e ne ravvede la funzione regolatrice nella riflessione scientifica di molti scienziati. Fra essi, pone in speciale risalto James Clerk Maxwell, cui è dedicato un intero saggio del volume, ed in certa misura anche Albert Einstein, la cui implicita visione religiosa viene posta — a nostro avviso un po' forzosamente — sullo stesso piano del suo realismo e della sua fede nell'intelligibilità della natura. Il legame fra teologia e attività scientifica viene riconosciuto significativo anche in Isaac Newton, ad li là delle note ingenuità nella concezione dei rapporti fra Dio e il mondo, per le quali Torrance offrirà tuttavia un interessante chiarimento epistemologico (cfr. pp. 74-108 e 190-191).

Lo stesso sapere teologico offre di per sé un esempio di quanto sia determinante la funzione regolatrice di alcuni misteri ai fini dell'intelligibilità dell'intera Rivelazione. Il dogma della Trinità e quello dell'Incarnazione, nel fornire al teologo i canoni della sua forma mentis , divengono chiavi di interpretazione per tutto il resto del messaggio evangelico, esempi di una oggettività ricevuta — cioè al di là delle nostre osservazioni e dei nostri schemi mentali —, ma capace di strutturare nella conoscenza del soggetto tutto il reale teologico. Ora, nel caso di scienziati che siano anche credenti, molti dei principi regolatori che hanno educato la loro mente o delle linee maestre che hanno guidato in loro la concezione di un universo intelligibile, unitario, contingente ed autonomo, trovano tutte la loro origine nelle conseguenze filosofiche dei dogmi della creazione e dell'Incarnazione (cfr. pp. 304-315).

I motivi che suggeriscono di rivalutare il ruolo del soggetto conoscente non riguardano soltanto la funzione svolta dall'approccio euristico e dall'intuizione: si intende anche mostrare che ogni conoscenza implica un giudizio personale . Non esistono esperienze totalmente impersonali, anche se il singolo esperimento debba lecitamente tendervi: il soggetto sceglie l'esperimento fra i molti possibili, conserva sempre un residuo di giudizio personale che lo porta a considerare la prova come definitiva o solo interlocutoria, si riserva la possibilità di aderire o meno al risultato alla luce del bagaglio delle altre conoscenze coerenti, tanto induttive come deduttive, di cui egli è depositario. Chi ha dimestichezza con il lavoro sperimentale non avrà difficoltà a riconoscere la plausibilità di queste considerazioni se pensa per un momento alla discussione critica che è solita accompagnare la presentazione di ogni risultato scientifico fornito secondo i parametri previsti dalla teoria della correlazione.

Ma c'è qualcosa di più. Nel cuore di ogni conoscenza, per il fatto medesimo che vincola alla realtà, vi è una atto libero del soggetto che lo vincola ad una opzione personale per la verità. Ogni conoscenza, anche la più gravida di carica oggettiva, deve in qualche modo essere accettata dal soggetto e fatta propria: non è la verità della conoscenza a dipendere dal soggetto, ma sì la sua incorporazione nell'esperienza intellettuale personale. «La conoscenza personale — dirà Torrance commentando il pensiero di Polanyi — non è più né meno che il coefficiente personale nell'atto di conoscenza dello scienziato, quando, guidato da un senso di dovere verso la verità, egli si sottomette alle rigorose esigenze della realtà. Così in ultima analisi è alla realtà stessa che egli deve consentire di essere giudice della verità o della falsità delle sue concezioni o delle sue proposizioni su di essa. Ciò (...) porta con sé una visione unitaria della razionalità umana, della conoscenza come attività che mette in gioco l'uomo intero, in correlazione con l'interezza delle cose del mondo attorno a lui» (p. 221).

L'unità del sapere contro ogni riduzionismo

Secondo Heidegger, l'origine della frammentazione del sapere e la perdita della sua unità si devono al passaggio dall'ideale classico di uomo sapiente a quello moderno di uomo esperto ed efficiente. Il desiderio di conoscere l'essere e la verità, il senso delle cose, Dio in definitiva, cede il passo alla volontà di dominio e di controllo sulle cose, sostituendo così all'ambizione di conoscere la natura quella di possederla. La filosofia di Torrance e quella di Polanyi, cui il primo si riallaccia, ci pare abbiano in sé evidenti virtualità per la ricostruzione di questa unità. Nella loro riflessione essa viene reclamata dalla apertura apofatica della scienza e dalla gerarchizzazione epistemologia dei vari livelli del sapere, viene favorita dal ruolo di una volontà educata da tutte le esperienze ragionevoli del soggetto conoscente, e viene infine ancorata ad un oggetto sufficientemente universale mediante il continuo richiamo alla realtà come criterio ultimo di verifica. Uno sviluppo di questa visione appare certamente stimolante in un contesto intellettuale ove, come rilevato da più parti, la cultura dei mezzi ha oggi soppiantato quella dei fini ed ogni ulteriore richiesta di senso viene relegata nell'ambito di una soggettività chiusa non solo all'oggettività del reale, ma anche alla comunicazione inter-personale. La soggettività proposta da Torrance e Polanyi non ha nulla di tale soggettivismo fideista, ereditato da numerose correnti di pensiero. Essa ha un punto di partenza differente da quello di Cartesio e di Kant e si discosta da ciò che Hume chiamava “credenze naturali” o che, assai più recentemente, Lonergan ha chiamato “strutture della coscienza”. In tutte queste prospettive si insinua un certo dualismo che i nostri autori si propongono precisamente di combattere, e che termina svuotando l'universo dalla sua intelligibilità, ponendola esclusivamente nel soggetto, o svincolando ogni sapere normativo dall'esperienza.

Il pensiero di Torrance contiene una acuta critica al positivismo ed al riduzionismo scientista, mossa da una riflessione sul medesimo metodo scientifico. La critica non intende delegittimare il metodo delle scienze, ma mostrarne la sua incompletezza gnoseologica. Intento principale non è quello di richiamare la scienza all'interno dei suoi limiti — espressione tanto comune quanto infelice e fonte di incomprensioni poiché la ricerca, all'interno del suo specifico oggetto, è pur sempre illimitata  — ma mostrare piuttosto quali siano i suoi veri fondamenti. Tale intento culmina forse nella provocante argomentazione che tutte le proposizioni di controllo con le quali operiamo nella scienza sono non-confutabli e non-verificabili (pp. 283-288). Lungi dal minare la legittimità della scienza, questa affermazione vuole mettere in luce che si ha a che fare con certezze regolatrici ultime, il cui necessario riferimento ontologico, e fondante per la scienza stessa, le svincola da un giudizio formale interno al metodo scientifico.

Riteniamo ben riuscito, in definitiva, il lavoro affrontato dal curatore Giuseppe Del Re per proporre in questa edizione il pensiero del teologo e filosofo della scienza scozzese al pubblico di lingua italiana. Ad esso ci auguriamo che segua anche quello di uno sviluppo delle tematiche sollevate nell'opera. Il volume è corredato, oltre che da un indice dei nomi citati, anche da un utile indice degli argomenti e delle parole chiave.

Giuseppe Tanzella-Nitti