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Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica

Hans Jonas
Einaudi, Torino 1999
pp. 310
ISBN:
9788806148843

 

È irrinunciabile segnalare l'edizione italiana di questo testo di Hans Jonas, pubblicato originariamente in inglese nel 1966 con il titolo The Phenomenon of Life. Toward Philosophical Biology, (Harper and Row, New York), ed in tedesco nel 1973 con piccole varianti: Organismus und Freiheit. Ansatze zu einerphilosophischen Biologie, (Vandenhoechk & Ruprecht, Gottingen 1973) successivamente ripubblicata con il titolo di Das Prinzip Leben. Ansatze zu einer philosophischen Biologie, (Insel, Frankfurt a. Main - Leipzig 1994), poiché è senza dubbio testimonianza del richiamo e della eco che il pensiero di questo pioniere della bioetica sta sempre più suscitando.

La lettura del testo, sin dall'introduzione, obbliga sul piano speculativo ad un confronto con una “riformulazione” dell'ontologia tra le più interessanti e stimolanti che si possono oggi incontrare nella specifica riflessione. Il volume infatti, di importanza fondamentale per la comprensione globale del profilo filosofico jonasiano, si presenta ricco e complesso nel suo impianto teoretico ed originale nella sua elaborazione di una filosofia della biologia o filosofia dell'organismo che ruota attorno al tema della corporeità e che offre, come ammette lo stesso Autore nell'epilogo (p.307), la traccia fondamentale per un'interpretazione ontologica che non si allontana dall'etica, ma che bensì ne stimola la sua possibile fondazione.

Organismo e libertà è un'opera centrale nella lunga e proficua produzione di Jonas, anzitutto nel senso che si colloca nella seconda delle tre tappe che segnano, come ammette lo stesso Filosofo, il suo cammino intellettuale e che è opportuno almeno accennare per poter meglio giustificare questa stesura nel suo seno, ma, in secondo luogo, è anche un'opera che può essere interpretata come una risposta filosofica, del cui spessore forse non siamo ancora del tutto consapevoli, alla lezione esistenzialista dell'Heidegger di “Essere e Tempo”, dalla quale sgorga un nichilismo fatale che Jonas cerca di superare sviluppando una morale fondata sull'ontologia.

La prima delle tre fasi è contraddistinta dagli studi storico-filosofici sulla gnosi, che consacreranno Jonas come studioso di statura mondiale in materia e che lo portano non soltanto ad offrire intorno agli anni Trenta un'interpretazione in chiave esistenzialistica di questo fenomeno del mondo tardo-antico ed anche a riconoscere una grande affinità tra nichilismo antico e moderno, instaurando una specie di circolarità tra i due fenomeni, ma anche ad evidenziare il carattere infinitamente più radicale ed esasperato del moderno nichilismo.

Nella seconda tappa, che già comincia negli anni della seconda guerra mondiale e si estende sino alla metà degli anni Sessanta, Jonas da un rifiuto fermo del nichilismo e del dualismo cartesiano, approda all'elaborazione di una filosofia dell'organismo, dell'essere concreto, integro, uniforme che offre lo snodo centrale dell'ontologia e dell'epistemologia.

All'inizio degli anni Settanta si può quindi collocare la terza fase, estesasi fino alla morte nel 1993 del Filosofo, dominata da un accentrato interesse etico e che impegna Jonas in una sintesi organica e complessa dei temi precedenti, che diventano il presupposto per un confronto a tutto campo con le problematiche suscitate dall'odierna civiltà tecnologica.

Seguendo attentamente l'evoluzione speculativa di Jonas emerge come tra i tre momenti speculativi, pur nella loro distinzione anche cronologica e nell'eterogeneità dei temi trattati, ci sia una profonda unità di ispirazione filosofica. Questo è quanto mai vero, se si pensa che il problema dell'essere della natura e della natura dell'essere, non soltanto è centrale nella tematizzazione del testo che qui analizziamo, ma è evidente anche in saggi pubblicati successivamente alla “svolta” dalla filosofia teoretica a quella pratica, la cui formulazione è rintracciabile ne Il Principio Responsabilità. Un‘etica per la civiltà tecnologica,opera forse più nota al grande pubblico.

In Organismus und Freheit Hans Jonas criticando la frattura e la separazione tra soggetto e mondo, tra mente e corpo, tra corporeità e spirito, figlia della scienza moderna, è alla ricerca di una ridefinizione del rapporto uomo-natura che passi attraverso la considerazione della profonda unità e continuità tra queste sfere, a partire in primis dall'unità psico-fisica di ogni essere vivente. Partendo infatti da una lucida interpretazione filosofica della biologia, ovvero delle capacità e delle funzioni dell'organismo - dal metabolismo alla vita cosciente - l'Autore individua già nell'organismo, anche nelle forme più semplici, lo spirituale, e parimenti lo spirito anche nelle forme più elevate, resta pur sempre parte dell'organico.

Ma se la mente, lo spirituale, è prefigurato fin dall'inizio nell'organico lo è anche un'altra caratteristica fondamentale di ogni essere vivente: la libertà. Alla luce di ciò l'opera jonasiana va letta dunque non soltanto come una riflessione incentrata sulla vita organica, ma anche come uno studio sulla sua evoluzione che rivela in gradi psichici e fisici sempre più elevati, fino al vertice nell'uomo, un altro “carattere ontologico”: la libertà appunto. A cominciare dal ricambio organico o metabolismo per Jonas si dà testimonianza del fatto che un organismo, “pur essendo composto di materia, non si esaurisce in essa, avendo bisogno di un ricambio continuo con l'esterno che gli consenta, nella costante trasformazione di se stesso, di mantenere la sua forma e di possedere pertanto una certa libertà dalla materia” (pp. xix-xx).

Ciò significa, ulteriore passaggio, che il Filosofo per l'interpretazione teoretica del fenomeno della vita e per la sua spiegazione recupera la nozione tutta aristotelica di fine, di telos, e quindi perviene ad un impostazione teleologica della natura stessa: la vita non è semplice permutazione di elementi indifferenti, al cui interno il fenomeno della soggettività non rappresenta che un caso, ma il fatto stesso che la materia sì organizza in questo specifico modo, piuttosto che in un altro e con questi risultati, indica che questa era la meta che doveva raggiungere e la possibilità di raggiungerla va attribuita alla sua essenza primaria.

Pertanto Jonas applica all'evoluzione naturale una griglia di interpretazione finalistica, ovvero una struttura teleologica che rivela una continua gerarchia tra tutti gli esseri viventi e che nella stratificazione delle finalità, persino nelle forme più primitive, lascia individuare le tracce di un intenzionalità ed interiorità culminante nell'uomo, altamente in grado di produrre liberamente degli scopi. Una tale spiegazione permette all'Autore di mostrare che la vita anche nelle sue forme più elementari è “individualità autocentrata", un essere per sé, distinto dagli altri. L'unità organica è un processo di continua autounificazione, interscambio e rinnovamento, è tensione al compimento di sé nel perpetuarsi di un'identità non soltanto fenomenologica, ma anche ontologica. In tale capacità di trascendimento della mera materialità Jonas riconosce quella che definisce come “la dialettica originaria della libertà organica” (p. 84): l'individuo organico, anche negli stadi più primordiali della vita vegetativa conosce nel processo metabolico una “mediazione”, rispetto alla pura estensione materiale, che apre alla dimensione dell‘interiorità dell'essere rivolti verso se stessi e conseguentemente proiettati verso la continuazione di sé: questo fondamentale interesse per la propria sussistenza e quindi questa capacità di istituire dei finì si identifica con la stessa libertà.

La portata filosofica della riflessione jonasiana sulla teleologia dei fenomeni naturali ci guida verso un'integrazione con l'ontologia, che racchiude di per sé un vincolo deontologico. In altre parole, se il teloso scopo è la forma più alta nella quale si manifesta l'essere, il conseguimento di quello scopo ha valore normativo per l'essere stesso. E questo l'asse portante di tutta l'opera, dal quale dipende la sua complessa architettura e l'esito ultimo delle sue tesi di fondo: trovare il punto di raccordo tra fine, essere e dover-essere.

Il punto di avvio di questa ulteriore argomentazione è il riconoscimento di una specie di assioma ontologico: è intuitivamente certo, per Jonas, che avere degli scopi sia un bene in sé e che questo tendere allo scopo, che è proprio della vita in quanto tale, dobbiamo scorgere un'autoaffermazione sostanziale dell'essere, che si pone in senso assoluto come migliore rispetto al non-essere.

E necessario dunque estendere il concetto di “scopo” dai vertici della soggettività umana agli strati sottostanti dei processi biologici, nella convinzione che l'essere, oppure la natura, è unitario e fornisce testimonianza di sé in quel che fa scaturire da sé. Ciò che l'essere è, può essere desunto perciò dalla sua testimonianza e da ciò che maggiormente dice, dal più manifesto, non dal più recondito, dal più sviluppato, non dal meno complesso, quindi dalla cosa “più alta” a noi accessibile. E questa è proprio l'uomo.

Egli come essere contemplativo, razionale è in grado di conoscere e comprendere l'essere con i suoi fini e valori, ma come essere anche pratico è chiamato per essenza a praticare quanto ritiene sia un bene per sé. Il passaggio dal riconoscimento di un essere dotato di valore nella natura ad un dover-essere per l'uomo non è però immediato. L'uomo può infatti rifiutarsi di accettare quanto gli viene comunicato dalla natura e decidere di affermare il contrario, ovvero di realizzare come proprio scopo il non-essere. Nel momento in cui decide di dissentire dallo scopo della natura, il più delle volte l'uomo rifiuta la verità dell'essere e cade in decisioni perverse dalle conseguenze spesso disastrose. Questa purtroppo, scrive Jonas, è l'opzione che ha compiuto l'uomo moderno giungendo ad una visione soggettivistica e relativistica della natura, dell'uomo e del rapporto tra questi due.

Perciò l'Autore denuncia la necessità di tornare ad attingere proprio dall'ontologia le basi per una nuova etica: il dover essere che l'uomo è chiamato a realizzare è già insito nell'essere e in forza dunque dell'appartenenza dell'uomo all'essere, ciò che è bene per questo lo è anche per il primo. L'ontologia, prosegue, era del resto l'originale dottrina della filosofia: la separazione tra le due, è opera del pensiero moderno.

Per raccordare ontologia ed etica è dunque necessaria un nuova visione della natura, che permette di interpretare la realtà come un tutto, la vita nome un tutto e l'uomo come parte di questo tutto, e proprio dall'essere stesso delle cose l'essere umano può ricavare un dover-essere a cui obbedire valido per lui in quanto valido in sé.

Il pensiero jonasiano in quest'opera ha pertanto seguito una direzione che ha cercato di imbastire un'etica partendo da una concezione unitaria della realtà e dalla continuità tra uomo e natura e fondarla sull'ontologia: ricerca sicuramente in contro tendenza rispetto agli orientamenti più diffusi.

Sebbene la sua fondazione ontologica dell'etica appare, per alcuni versi, il punto di forza della proposta del Filosofo, poiché perseguita sconfessando il principio humeano della cosiddetta “grande divisione”, che impedirebbe di dedurre dal piano dell'essere quello del dover-essere, per altri versi essa risulta poco aperta ad un orizzonte metafisico.

Inoltre, se il finalismo biologico ci è sembrato in se stesso un originale punto di avvio per collocare lungo una medesima sequenza dinamica l'universo degli esseri viventi, dall'altro ci è parso non riuscire a garantire esaustivamente la differenziazione tra uomo e natura, con la con­seguenza di scivolare sul piano di un inevitabile naturalismo.


Pubblicata sulla rivista Medicina e Morale 50 (2000) n. 4, pp. 811-814

M. L. Furiosi