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L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo

Arnold Gehlen
traduzione di Carlo Mainoldi
Feltrinelli, Milano 1983
pp. 459
ISBN:
uomo-natura-mondo

Arnold Gehlen, filosofo, antropologo e sociologo, nasce a Lipsia nel 1904. Nel 1933 ottiene a Francoforte la cattedra di Paul Tillich, destituito dai nazionalsocialisti. Nel novembre del 1934, diventa professore ordinario di filosofia a Lipsia, succedendo allo stesso Driesch. Nel 1938 si trasferisce a Köningsberg avendo ottenuto la cattedra di Filosofia appartenuta a Kant. Nel 1940 si sposta all'Università di Vienna dove insegna sino alla fine del conflitto bellico. Dopo la guerra, prima insegna sociologia a Spira e poi ad Aquisgrana. Morì ad Amburgo nel 1976. La carriera accademica di Gehlen non è separabile dalla presa del potere da parte di Hitler, poiché dal 1935 si hanno testimonianze di una identificazione profonda con il regime nazista.

Arnold Gehlen è uno dei fondatori culturali, insieme a Plessner e Scheler, dell’antropologia filosofica. Essa nasce dall’esigenza di cogliere e pensare l’uomo nella sua interezza, confrontando e integrando i risultati delle indagini scientifiche con quelle sociologiche e antropologiche, cercando di superare la separazione tra scienze della natura e scienze dello spirito. Il tentativo di dare un’immagine sintetica e completa dell’essere umano si può ben scorgere nell’opera fondamentale di Gehlen che qui presentiamo, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo. L’A. parte da un’analisi comparata tra animale e uomo e giunge a individuare nella capacità di creare un ambiente culturale e sociale il carattere distintivo dell’essere umano. La sua ricerca tocca i vari campi delle scienze — biologia, psicologia, antropologia culturale, etnologia, sociologia, linguistica — in modo tale da creare una immagine di uomo precisa e completa. Nella Parte Introduttiva e nella Parte Prima del testo, Gehlen illustra la sua tesi fondamentale, quella di una visione dell’uomo come “essere carente”, che farà da sfondo all’intera opera, argomentandola attraverso un confronto con i risultati dell’indagine scientifica, facendo riferimento anche a tesi di importanti scienziati. Se queste prime due parti riguardano l’analisi comparativa tra uomo e animali per stabilire la vera natura dell’uomo e la sua posizione nel cosmo, le Parti Seconda e Terza prendono in considerazione il linguaggio e le sue radici, una caratteristica che l’A. considera fondamentale al momento di stabilire la natura umana. Gehlen conclude le sue riflessioni accennando alla possibile origine della società attraverso uno sviluppo graduale che parte da un’analisi del totemismo.

Gehlen avvia la sua ricerca con una tesi che contaminerà e influenzerà in maniera altamente significativa tutta l’antropologia filosofica successiva. L’uomo, rispetto agli altri animali è caratterizzato da una “carenza” di istinti, da “primitivismi” e “non-specializzazioni” del suo corredo organico. Per riprendere una citazione di Nietzsche cara a Gehlen, l’uomo è un animale “non definito”, un essere che deve prendere posizione nel mondo. L’uomo ha una serie di inadattamenti, inadeguatezze, carenze di sviluppo che in condizioni naturali non riuscirebbe a sopravvivere. In questo senso non è adattato ad un ambiente particolare, come lo sono tutti gli altri animali, perché il mondo è il suo ambiente: “l’apertura dell’uomo al mondo significa che egli difetta dell’adattamento animale a un particolare ambiente” (p. 62). L’essere umano è dunque, paragonato agli altri esseri viventi, un essere organicamente “carente”. Nonostante le sue insufficienze biologiche, però, riesce ugualmente a sopravvivere, adattarsi e conservarsi. Questo perché la sua caratteristica è quella di colmare le sue deficienze e inadeguatezze biologiche attraverso la sua azione nei confronti del mondo. Egli è un essere che può esperire il mondo, può trasformare la natura con il proprio lavoro, può in altre parole creare cultura; un mondo, quello culturale, che diventa il mondo umano. La cultura viene definita da Gehlen la “seconda natura”, “la natura umana, dall’uomo elaborata autonomamente, entro la quale egli solo può vivere; e la cultura ‘innaturale’ è il prodotto di un essere unico al mondo, lui stesso ‘innaturale’, costruito cioè in contrapposizione all’animale. Proprio nel luogo in cui per l’animale c’è l’‘ambiente’, sorge quindi, nel caso dell’uomo, il mondo culturale, cioè quella parte della natura da lui dominata e trasformata in un complesso di ausili per la vita. […] Nell’uomo, alla non specializzazione della sua costituzione corrisponde la sua apertura al mondo e, alla deficienza strumentale della sua physis, la ‘seconda natura’ da lui stesso creata” (pp. 64-65). L’uomo, attraverso la cultura, trova nell’abilità tecnica il supporto necessario ad un migliore adattamento dell’individuo all’ambiente. Attraverso l’azione, quindi, l’uomo crea una compensazione alla sua debolezza organica, in definitiva ha bisogno di creare strumenti che siano come dei “prolungamenti” dei suoi arti, con i quali agire sulla realtà. La tecnica quindi si presenta come realizzazione peculiare dell’essere umano, compensazione a carenze e imperfezioni. Da queste considerazioni si può concludere che la tecnica fa parte dell’essenza dell’uomo, costituisce la sua natura e lo accompagna nel suo cammino di vita.

In base alle tesi formulate in precedenza, si può ben comprendere la motivazione che spinge l’A. a respingere la teoria darwiniana sull’origine dell’uomo. L’uomo appare come un “progetto particolare della natura”, non può derivare dagli altri animali; le sue enormi differenze, carenze e particolarità lo escludono da una spiegazione di tipo evolutivo come quella darwinista. Egli intende mostrare la validità delle sue affermazioni analizzando le teorie biologiche di vari scienziati. Il primo di essi è lo zoologo Portmann, di cui riporta la definizione del neonato come un “parto prematuro”, unico nella categoria dei vertebrati. Portmann aveva notato che al momento della nascita, il cervello dell’uomo pesa tre volte di più di quello di una scimmia antropomorfa appena nata, come pure il peso del suo organismo è maggiore; tuttavia l’uomo raggiunge solo intorno al primo anno di vita le caratteristiche proprie della sua specie, quali l’andatura eretta e la capacità di linguaggio. “La posizione particolare dell’ontogenesi umana con le sue evidenti particolarità morfologiche […] non può dunque essere compresa se non in rapporto all’‘atteggiamento d’apertura al mondo della forma matura’, al quale a sua volta corrisponde ‘il precoce contatto, che è solo dell’uomo, con la molteplicità del mondo’” (p. 72).

Un altro scienziato preso in considerazione da Gehlen è l’anatomista olandese Bolk, il quale descrive le strutture anatomiche dell’uomo che ne fanno un essere particolare, unico  nella varietà degli altri viventi. Queste strutture anatomiche sono ad esempio l’ortognatismo, la glabrezza, la depigmentazione della cute, la forma dei padiglioni auricolari, il peso del cervello, la struttura della mano e del piede. Tali caratteristiche sono ritenute da Bolk dei primitivismi in quanto strutture fetali divenute permanenti, strutture e organizzazioni che individuano la costituzione propria dell’uomo: “si può affermare che nell’uomo l’abbozzo embrionale resti conservato” (p. 118). Gehlen menziona poi Verluys, il quale afferma che lo sviluppo della massa cerebrale nell’uomo ha seguito un ritmo eccezionale, non paragonabile a quello di nessun altro animale. Egli dimostra che al processo di aumento del cervello sono legate la produzione di ormoni e lo sviluppo del feto, con il conseguente ritardo nella crescita e la mancanza di pelosità nel corpo. Un’ulteriore teoria scientifica presa in considerazione dal nostro A. e affine a quella di Bolk è la teoria di Scindewolf, secondo la quale l’evoluzione nell’uomo ha un andamento progressivo, i caratteri giovanili cioè, subiscono una migrazione nello stadio adulto con una loro permanenza (“carattere fetale delle forme”).

Di tutte queste teorie Gehlen si serve per sostenere la sua particolare visione della teoria dell’evoluzione concepita non come un continuum che vede l’uomo e le scimmie antropomorfe sulla stessa linea evolutiva, ma come un processo dal quale si diramano due linee divergenti: una che porta all’animale e l’altra che, attraverso un salto evolutivo, porta all’uomo. Le teorie scientifiche prima menzionate servono inoltre a Gehlen per corroborare la sua tesi di fondo: l’uomo è un animale carente privo di specializzazioni e con degli evidenti primitivismi. Tre caratteristiche fondamentali della natura umana sono legate  a questa concezione dell’uomo come “essere carente”: i concetti di eccesso pulsionale,di plasticità, e di esonero. Una delle proprietà fondamentali della vita pulsionale umana è il continuo flusso di pressioni e stimoli. Mentre gli animali hanno un limitato numero di istinti che sono necessari al loro adattamento, l’uomo ha molte pulsioni necessarie per renderlo adattabile a tutti i tipi di ambienti, per renderlo un essere aperto al mondo: da qui il concetto di eccesso pulsionale. L’apertura e la capacità di connettersi con tutto il cosmo fa dell’uomo un essere dotato di enorme plasticità. “La plasticità della vita pulsionale umana è una necessità biologica, che corrisponde alla regressione organica o meglio alla deficienza organica, alla non-specializzazione e alla capacità d’agire dell’uomo” (p. 396). La plasticità è dunque quella capacità di dare risposte multiformi e polivalenti, di progettare e orientare l’azione; essa è assenza di istinti fissati, “capacità di evoluzione delle pulsioni”, “apertura delle pulsioni al mondo”. L’uomo ha quindi bisogno di affrancarsi dagli stimoli che tendono ad assoggettarlo; per dirigere la propria azione e per progettare i propri comportamenti ha bisogno della facoltà dell’esoneroL’esonero è la capacità che l’uomo ha di non soggiacere alla pressione degli istinti e di liberarsi da essi in modo da dirigersi verso forme di comportamento più raffinate quali ad esempio quelle di carattere simbolico. Grazie all’esonero “l’uomo trasforma gli oneri elementari da cui è gravato in chances per conservare la propria vita” (p. 90). In definitiva esso consente all’uomo di direzionare la propria vita sulla coscienza pensante e non più sugli istinti.

Uno dei più importanti processi di esonero è costituito dal linguaggio. Ad esso Gehlen dedica tutta la Parte Seconda della sua opera. Il linguaggio deve avere delle “radici antropologiche” che vanno a costituire la sua origine e che comportano il suo sviluppo. L’analisi del linguaggio permette a Gehlen di mostrare come la capacità linguistica offre sempre una connessione tra il mondo umano e quello dell’esperienza e come l’azione umana sia sempre modellata sul linguaggio stesso. Esso infatti fa concrescere dentro l’essere umano il mondo esterno per una conoscenza ed un’azione più diretta. La prima radice del linguaggio è la vita del suono, dove i suoni sono prodotti e riavvertiti; “ogni movimento è restituito a livello sensorio […] l’ambiente umano che mai manca attorno al bambino assume questi suoni e li rimanda” (p. 277). La seconda radice è l’apertura definita anche “l’espressione sonora in risposta a impressioni visive”. L’uomo deve scoprire il mondo proprio perché la sua natura non è fissata dagli istinti: “l’apertura al mondo e la ricettività del piccolo umano si rivelano nel fatto che ad impressioni visive egli risponde con movimenti espressivi non specifici, fra i quali figurano anche quelli della fonazione”. (p. 277). L’“espressione” è un fenomeno caratteristico dell’uomo, aperto al mondo esonerato dagli istinti, in comunicazione aperta con la natura. Si stabilisce così un legame tra la visione e il suono. La terza radice del linguaggio è il riconoscere. Essa è il movimento di fonazione che ha per oggetto le cose. Gehlen espone questa radice attraverso un esempio: “un bambino di un anno e cinque mesi era stato per un mese e mezzo assente da casa. Come la madre, subito dopo l’arrivo, lo mise sul cassettone per cambiarlo, egli afferrò immediatamente, come sempre aveva fatto prima del viaggio, un quadretto infantile alla parete, e si mise a giocarci” (p. 233). Il riconoscimento e la relazione con le cose diventano di fondamentale importanza. La quarta radice del linguaggio è il richiamo. I bisogni di un bambino vengono sempre soddisfatti dall’esterno, il richiamo provoca il soddisfacimento dei bisogni stessi. Esso è emesso nell’intenzione di ottenere aiuto. La quinta radice del linguaggio è il gesto sonoro. Si tratta del ruolo del suono come componente di esperienze e di comunicazioni. Gehlen dimostra qui la grande importanza della correlazione tra l’uso della mano e il linguaggio. Con questa radice viene infatti dimostrata la stretta correlazione che c’è tra linguaggio e azione.

Al termine della disamina delle radici del linguaggio Gehlen si chiede “dove è il punto germinale del pensiero”, fornendo questa risposta: “il punto in cui germina il pensiero è là dove noi, in un movimento esonerato e non imposto da un bisogno, in pari tempo ci volgiamo a una cosa e la ‘interroghiamo’ nello stesso movimento in cui la maneggiamo” (p. 279). La relazione tra pensiero, linguaggio e azione è qui espressa in maniera chiara e puntuale. L’apertura dell’uomo al mondo e la sua conseguente plasticità che deriva dalle sue non specializzazioni si attua proprio nella relazione tra questi diversi ambiti: linguaggio, pensiero e azione. Nella sua conclusione, Gehlen afferma che l’ominazione e l’evoluzione del linguaggio devono aver percorso strade parallele e che l’origine del linguaggio e il suo sviluppo sono una tappa fondamentale da conoscere per chi voglia indagare sull’origine della società. “L’uomo è infine l’essere che antivede provvede (vorsehend). Come Prometeo, è obbligato a dirigersi su ciò che è lontano, su ciò che non è presente nello spazio e nel tempo; vive – a differenza dell’animale – per il futuro e non nel presente” (p. 59).

Le teorie di Gehlen, come precedentemente accennato, hanno influenzato gran parte dell’antropologia filosofica. Recentemente, anche con lo sviluppo delle scienze, sono state mosse molte critiche ai punti fondamentali delle sue speculazioni. Egli viene spesso accusato di non aver compreso gli aspetti più innovativi delle scienze, soprattutto le basi genetiche della teoria dell’evoluzione. L’evoluzione, infatti, non si misura come fa Gehlen, sulle caratteristiche macroscopiche degli organi, ma sulla ricchezza e complessità del patrimonio genetico. Il ruolo della genetica, infatti, sembrerebbe sconosciuto o comunque trascurato. Si potrebbe rimproverare a Gehlen di non aver saputo interpretare la cultura, la plasticità cerebrale, la complessità e la diversità dell’encefalo umano come specializzazione dell’uomo. Sorprende anche come l’A. abbia messo in disparte la teoria evolutiva: l’uomo infatti ha una sua specializzazione e questa è proprio la sua dimensione culturale. Attraverso di essa, e non più con l’istinto, l’essere umano ha imparato a interagire con l’ambiente. L’uomo ha semplicemente acquisito delle qualità tali da implicare che non fosse più vantaggioso agire per istinto, in maniera meccanica, come agirebbe un animale. In tutti i casi Gehlen ha il merito di essersi adoperato per superare, nel panorama antropologico, la scissione tra scienze dello spirito e scienze della natura, aprendo nuovi orizzonti sulla ricerca sull’uomo, sulla sua natura e sul suo posto nel mondo.

Anna Pelliccia