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La libertà dell’uomo non è compatibile con la credenza nell’influsso dei pianeti

Ambrogio di Milano
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Esamerone, Sermone VI, cap. 4
 
I corpi celesti hanno il valore di segni naturali, ma non esercitano alcun influsso sul comportamento degli uomini, che restano liberi di fronte a Dio. Mostrando una buona conoscenza dell’osservazione del cielo e dei criteri erroneamente impiegati dagli auruspici, Ambrogio afferma che le costellazioni dello Zodiaco interessate al momento della nascita di un bambino non hanno relazione alcuna con la sorte e con il destino di chi è venuto alla luce. Il Vescovo di Milano ironizza sull’influsso malefico di Saturno, sulla liberalità di chi sarebbe nato sotto il segno dell’Ariete e sulla laboriosità di quelli nati sotto il Toro…

12. Iddio creò dunque il sole, la luna e le stelle e assegnò loro la rispettiva durata: al sole la durata del giorno, alla luna e alle stelle quella della notte, così che quello accresca la bellezza del giorno, queste illuminino l’oscurità delle tenebre e servano come segni per le ricorrenze, per i giorni e per gli anni [Gn 1,14]. Il sole e la luna con le stelle hanno tempi distinti e conveniente durata in rapporto alla vicenda dei mesi e servono da segni. Non possiamo negare che si ricavino determinati segni dal sole e dalla luna; infatti anche il Signore ha detto: E vi saranno segni nel sole e nelle stelle [Lc 21,25]; e poiché gli apostoli chiedevano un segno della sua venuta, rispose: Il sole si oscurerà e la luna non darà la sua luce e le stelle cadranno dal cielo [Mt 24,29]. Disse che questi sarebbero stati i segni della futura fine del mondo, ma la nostra curiosità di sapere deve osservare un giusto limite.

13. Alcuni veramente hanno cercato di determinare le caratteristiche delle singole nascite, quale dovrà diventare ogni uomo venuto al mondo, sebbene ciò sia non solo senza fondamento, ma anche inutile per chi lo chiede e impossibile per chi lo promette. Che c’è infatti di così dannoso quanto il convincersi che ciascuno resta quello che è nato? Nessuno dunque dovrebbe mutare la propria vita e la propria condizione e sforzarsi di diventare migliore, ma dovrebbe rimanere in questa convinzione; né potresti lodare chi è onesto e condannare chi non lo è, perché manifestamente si uniformano al destino della loro nascita. E perché mai il Signore ha proposto un premio ai buoni e un castigo ai malvagi, se il fato determina il modo d’agire e il corso delle stelle regola il genere di vita? E che altro è questo se non spogliare l’uomo dell’uomo, se nulla viene lasciato alla morale, all’educazione, allo studio? Quanti vediamo che, strappati ai delitti e alle colpe, si volsero ad una vita miigliore! Gli apostoli certamente non furono redenti e radunati, da peccatori che erano, nell’ora della nascita, ma fu la venuta di Cristo a santificarli e l’ora della passione del Signore a riscattarli dalla morte! Il ladrone condannato a morte, crocifisso con il Signore, entrò nella felicità eterna del paradiso non per un benefico influsso della sua nascita, ma per la sua confessione di fede [Lc 23,42-43]; Giona fu gettato in mare non per l’influenza della sua nascita, ma per la colpa di aver ignorato l’ordine del Signore, e la balena che lo aveva inghiottito lo vomitò dopo tre giorni quale simbolo del futuro mistero e lo salvò per merito del suo dono profetico [Gio 1,2-3.15; 1 et 11]. Un angelo di Cristo e non la congiunzione degli astri liberò dal carcere Pietro che doveva essere ucciso dall’esecuzione imminente [At 12,7-11]. Fu la cecità a convertire Paolo alla grazia [At 9, 8] e, quando fu morso da una vipera e coinvolto in un naufragio, non fu il benefico influsso della sua nascita a salvarlo, ma i meriti della sua devozione a Dio [At 28,3-5]. Che dire di quelli che, morti, risorsero per le loro preghiere [At 9,40]? Li richiamò in vita la loro nascita o la grazia degli apostoli? Che bisogno c’era che sostenessero digiuni e pericoli, se fossero potuti arrivare dove volevano per l’influenza favorevole della loro nascita? Se avessero creduto questo, in attesa del compiersi fatale del destino, non sarebbero mai giunti a tanta santità. È dannosa dunque questa convinzione.

14. Si potrebbe aggiungere che è anche irrealizzabile. Ricaviamo dalle loro dispute qualche argomento per confutarli, non per approvarli. Essi affermano che grande è l’influenza della nascita, che bisogna coglierla in taluni brevi e precisi spazi di tempo e che, se non si coglie con molta esattezza, la differenza è enorme: la nascita di un poveraccio e di un gran signore, di un indigente e di un ricco, di un innocente e di un colpevole distano fra loro di un breve attimo, di un fuggevole istante e spesso nella medesima ora vengono generati uno destinato alla longevità e uno che dovrà morire nella prima fanciullezza, se le altre circostanze sono diverse e presentano qualche minima differenza. Mi rispondano però come possano ricavare tutto questo. Supponiamo che una donna partorisca: l’ostetrica naturalmente è la prima a rendersene conto, attende il vagito dal quale si comprende che il neonato è vivo, osserva se è maschio o femmina. Quanti momenti supponi trascorrano tra queste operazioni? Metti pure che sia lì pronto un astrologo. Forse un uomo può assistere ad un parto? Mentre l’ostetrica lo informa, il Caldeo ascolta e predispone l’oroscopo, già il destino del neonato è trasmigrato nella sorte di un altro: l’indagine riguarda uno e si dà invece l’oroscopo di un altro. Ammetti pure che vera la loro opinione sulla fatalità delle nascite; non può essere vera la loro argomentazione. Gli istanti passano, fugge irrecuperabile il tempo. Sono indotto a credere che senza dubbio il tempo abbia la durata di un attimo e di un batter d’occhio, poiché tutti in un attimo e in un batter d’occhio risusciteremo, come afferma l’Apostolo, dicendo: Ecco, vi rivelo un mistero. Tutti risusciteremo, ma non tutti saremo trasformati. In attimo, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba, e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati [1Cor 15,51-52]. Tra la nascita del bambino, il prenderlo e deporlo nella culla, il suo pianto e l’annuncio, quanti istanti sono trascorsi! E questo, per trattare l’argomento senza troppe complicazioni. Infatti essi dividono in dodici parti la ben nota fascia circolare composta di dodici costellazioni sotto forma di esseri viventi, e siccome in trenta giorni il sole supera la dodicesima parte di quella sfera che si ritiene indescrivibile e perciò l’orbita solare si compie in un anno, dividono ciascuna di quelle dodici parti in trenta particelle che i Greci chiamano moírás, e anche ciascuna di queste particelle distribuiscono in sessanta parti. Suddividono ancora sessanta volte ciascuna di queste sessanta. Com’è incomprensibile che entro i limiti di un sessantesimo di una sessantesima particella pretendano di stabilire il momento della nascita e quale sia o il movimento o la figura di ciascuna costellazione in cui collocare chi viene alla luce! Perciò, siccome è impossibile percepire spazi di tempo così minuti ed un piccolo spostamento provoca un errore generale, tutto questo lavoro è senza costrutto. I sostenitori di tali teorie non sanno il loro destino; come possono sapere quello degli altri? Ignorano ciò che loro sovrasta; possono forse rivelare ad altri ciò che avverrà? È ridicolo crederlo, perché, se lo potessero, penserebbero piuttosto a se stessi.

15. Ora è del tutto fuor di proposito che uno, nato sotto la costellazione dell’ariete, si creda abilissimo nelle decisioni a somiglianza di quell’animale, perché esso domina nel gregge, o pensi di diventare ricco, perché l’ariete ha una veste fornitagli dalla natura e ogni anno ne guadagna una nuova e perciò per quell’individuo dovrebbero essere abituali i grossi guadagni. Nella stessa maniera ragionano a proposito della costellazione del toro e dei pesci, così da pensare che, in rapporto alla natura di questi vili animali, debbano essere interpretati i movimenti del cielo e l’influsso delle costellazioni. Or dunque è il nostro cibo che ha stabilito il nostro destino di vita e í nostri alimenti, cioè l’ariete, il toro e i pesci, imprimono in noi il nostro modo di agire. Come dunque fanno derivare dal cielo la causa degli eventi e la sostanza di questa nostra vita, dal momento che alle stesse costellazioni celesti attribuiscono le cause del movimento rifacendosi alle qualità di un cibo di scarso valore? Dicono che sarà liberale chi è nato sotto il segno dell’ariete, perché questo si spoglia della propria lana senza opporre resistenza, e preferiscono attribuire una simile virtù alla natura di un vile animale piuttosto che al cielo dal quale per noi risplende il sereno e spesso cade la pioggia; dicono che saranno laboriosi e disposti a servire quelli che alla loro nascita il toro ha guardato, perché questo laborioso animale spontaneamente sottopone il collo alla servitù accettando il giogo; colui che alla sua nascita lo scorpione ha accolto nella propria zona, sarà facile a spargere sangue e pronto a vomitare il veleno della malvagità, perché si tratta di un animale velenoso. Perché dunque affermi che, riferendoti a creature così eminenti come le costellazioni celesti, intendi offrire un modello di vita, mentre poi trai un sostegno per la tua asserzione da ciance senza valore? Se simili qualità morali derivate da animali sono impresse dai movimenti del cielo, sembra che anch’esso sia soggetto al potere della natura animalesca dalla quale ha ricavato i principi dell’esistenza vitale da assegnare agli uomini. Ma se ciò è assolutamente contrario al vero, è molto più ridicolo che essi, mancando del sostegno della verità, cerchino in ragionamenti di questo genere la credibilità per le loro teorie.

16. Consideriamo poi che essi chiamano pianeti quegli astri che, a quanto affermano, con i loro movimenti determinano il destino della nostra vita. Sia che come è indicato dal loro nome, vadano sempre vagando, sia che, come essi sostengono, per effetto del loro rapido moto con le loro innumerevoli mutazioni cambino il loro aspetto persino diecimila volte al giorno o, se questo sembra incredibile, moltissime volte, non si può credere che con un così instabile vagabondare e con un movimento così veloce possano decretare per noi un’esistenza e una sorte di vita fissa e immutabile. Dicono tuttavia che i moti di tutti i pianeti non sono uguali, ma le orbite di alcuni sono più veloci, di altri più lente, sicché nella medesima ora spesso si vedono e spesso si nascondono, mentre l’uno è superato dall’altro.

17. Dicono poi che sia molto importante se l’inizio della nostra esistenza cade sotto costellazioni benigne oppure malefiche e nocive e che le varie nascite differiscano, perché l’influsso di una costellazione benigna giova moltissimo, quello di una costellazione malefica e nociva reca grandissimo danno. Così sogliono chiamare le medesime costellazioni che fanno oggetto di culto; ritengo infatti necessario usare gli stessi nomi di coloro dei quali riporto le affermazioni, perché non dicano che le loro argomentazioni sono state ignorate piuttosto che svuotate e distrutte. Pertanto, siccome non possono cogliere quel moto vagante e rapido, accade spesso che, per causa della istantaneità impercettibile del punto e del momento di cui parlavo, pongano l’influsso di una costellazione benigna dove invece interviene l’influsso dannoso di una costellazione funesta e apportatrice di mali. E che c’è di strano se sono beffati gli uomini, quando costellazioni che non fanno male a nessuno vengono così calunniate? Ma se si crede che queste per loro natura siano nocive, allora si biasima l’Altissimo supponendo che abbia creato ciò che è male e abbia compiuto un’azione iniqua; se invece si ritiene che di loro volontà si siano arrogate il compito di nuocere a chi è innocente e non ha ancora coscienza di nessun orribile delitto e a costui si attribuisce la pena prima della colpa, che c’è di tanto irragionevole da superare la ferocia persino degli animali irragionevoli, quanto l’attribuire la pratica della malvagità o della bontà non ai meriti degli uomini, ma ai movimenti degli astri? «Non ha commesso alcun male, dice, ma è nato sotto cattiva stella». Saturno gli veniva incontro; egli si è scansato un po’ e così ha evitato la sventura e si è liberato dall’accusa.

18. Ma questa loro sapienza può essere paragonata a una tela di ragno; se una zanzara o una mosca v’incappa, non riesce liberarsi, mentre, se vediamo finirvi dentro qualche specie d’animale più robusto, rompe le fragili maglie e disperde gli inutili lacci. Le reti dei Caldei sono tali, che vi restano impigliati gli spiriti deboli, mentre chi è superiore d’intelligenza non può riceverne danno. Perciò voi che siete più forti, quando vedete gli astrologi, dite: «Tessono una ragnatela che non può avere nessuna efficacia né può trattenerti se tu, come una zanzara o una mosca, non v’incappi per colpa della tua debolezza, ma, come un passero o una colomba, squarci le deboli maglie con la velocità di un rapido volo» [Sal 123,7; 54,7]. Quale persona di buon senso potrebbe credere che i movimenti delle costellazioni, che sovente, ad un dato giorno, cambiano e ritornano in vario modo nella condizione primitiva, rechino le insegne del potere? Se così fosse, quante figure di nascite regali apparirebbero ogni giorno! Nascendo ogni giorno dei re, la successione regale non passerebbe ai figli, ma sempre da una diversa condizione nascerebbero gli aventi diritto al potere imperiale. Quale re pensa all’oroscopo di suo figlio per accertare se gli è dovuto il trono e non trasferisce piuttosto di suo arbitrio ai propri eredi la successione del regno? Leggiamo almeno che Abia generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Gioram, Gioram generò Ozia [Mt 1,7-8] e che tutta la successione sia della famiglia che del trono fino alla cattività di Babilonia si trasmise di re in re. Forse, perché erano re, potevano comandare alle costellazioni del cielo come regolare i movimenti che li riguardavano? Quale uomo potrebbe esercitare il proprio potere in questo campo?

19. Inoltre, se le nostre azioni devono essere fatte risalire al destino della nostra nascita e non ad una norma morale, perché si stabiliscono leggi, si promulgano decreti che comminano pene ai malvagi e garantiscono sicurezza agli innocenti? Perché non si concede il perdono ai colpevoli dal momento che, appunto come essi affermano, hanno commesso i loro misfatti non per loro libera scelta, ma costretti dal destino? Perché il contadino s’affatica e non attende piuttosto di portare al sicuro nel granaio, per la prerogativa della sua nascita, i prodotti che non ha coltivati?. Se è nato con il destino di avere senza lavoro ricchezze a iosa, attenda senz’altro che la terra gli produca, senza bisogno di semi, frutti spontanei, non affondi il vomere nel terreno, non impugni la falce ricurva, non affronti la spesa di raccogliere l’uva, ma torrenti di vino, di loro iniziativa, si riverseranno nelle sue giare e la bacca dell’olivo selvatico, senza essere stata innestata, trasuderà l’olio spontaneamente. Né, attraversando il vasto mare, il mercante angosciato tema per la propria incolumità, perché, anche se resta inattivo, per felice destino della sua nascita, come dicono, potrebbe piovergli addosso un tesoro. Ma questo non è il parere di tutti. Alla fin fine il contadino senza darsi tregua traccia i solchi nella terra affondando l’aratro, nudo ara, nudo semina, nudo trebbia sull’aia sotto il sole torrido il grano abbrustolito dal calore estivo e il commerciante, impaziente d’indugio, sfidando venti, solca il mare, per lo più su un naviglio malsicuro. Perciò il Profeta, condannandone la testardaggine e la temerità, dice: Arrossisci, o Sidone, disse il mare [Is 23,4], cioè: se i pericoli non vi spaventano, vi trattenga almeno la vergogna, vi faccia arrossire il pudore. Arrossisci, o Sidone, città nella quale non c’è spazio per la virtù, non c’è cura della salute, non c’è gioventù dedita alla vita militare ed esercitata nelle armi per difendere vigile la patria, ma ogni preoccupazione è per il guadagno, ogni interesse per la mercatura. Il seme dei mercanti, prosegue, è come la messe [Is 23,3]. Ma quale ricompensa merita il cristiano se dispone o propri interessi e le proprie attività non per una libera scelta, ma costretto dal fato? Dove la necessità è legge, l’operosità non ha ricompensa.

da Esamerone, V, 4, 12-18, tr. it. a cura di Gabriele Banterle, Città Nuova, Roma 2002, pp. 148-157.