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Simbolizzazione, concettualità e ritualismo dell’Homo Sapiens

Emmanuel Anati
1989

da Le origini e il problema dell’Homo Religiosus

Nel suo contributo al I volume del Trattato di antropologia del sacro, diretto da Julien Ries, Emmanuel Anati, ordinario di Paleontologia e direttore del Centro Camuno di Studi Preistorici, traccia un riepilogo dei principali segni di concettualità e di simbolizzazione del sacro associati ai resti di Homo sapiens, mostrandone il collegamento con la primitiva religiosità.

I. I primordi della concettualità

L’arte visuale, con figure rappresentative o pittogrammi, e segni o ideogrammi, volutamente combinati in associazioni, è un fenomeno che, per quanto ne sappiamo oggi, si manifesta con l’emergere dell’Homo sapiens (o Sapiens sapiens come nominato nella letteratura scientifica) circa 40.000 anni fa.

Il grafismo implica la presenza di capacità analitiche, associative e di astrazione che sembrano essere già presenti, almeno in parte, nell’uomo di Neandertal; ma il problema degli antecedenti è ancora tutto aperto. Per il momento non si conoscono reperti che si possano definire come arte, databili con certezza al Paleolitico medio o inferiore.

Ci si è sovente chiesto cosa potesse significare, in termini di concettualità, la simmetria che i cacciatori dell’Acheuleano davano alle proprie amigdale. Sono, questi, strumenti appuntiti, con ritocco bifacciale ed una lama sinuosa che si forma sul perimetro all’incontro delle due facce. Secondo il nostro modo di vedere del XX secolo, molti di questi artefatti sono esteticamente assai eleganti. Malgrado diverse ipotesi, non si è potuto chiarire, per il momento, come venissero usati, ma dovevano avere usi molteplici. Si è ipotizzato che potessero essere immanicati, oppure che fossero tenuti e usati impugnandoli, oppure anche che fossero legati ad una corda e lanciati come bolas. Ma, di fatto, non si è ancora chiarito se quella che oggi consideriamo forma slanciata ed elegante fosse dettata da esigenze di funzionalità, o se invece non avesse avuto anche motivazioni di carattere estetico. Alcuni studiosi hanno portato la forma dell’amigdala a riprova delle facoltà intellettuali dei suoi creatori. Certo, tali facoltà sarebbero di livello ben più elevato se, oltre a ricercare obbiettivi di funzionalità, tale simmetria dimostrasse esigenze estetiche. La cosa non è impossibile, ma resta ancora da provare.

In vari casi si è tentato di attribuire reperti d’arte ad epoche assai remote, soprattutto da parte di due studiosi, François Bordes e Piero Leonardi. Presunte figure animali su di un frammento osseo di Pech de l’Aze in Dordogna, che Bordes fa risalire al periodo Acheuleano, a circa duecentomila anni fa, sono dei segni, non chiari e forse neppure intenzionali. Si conoscono del Paleolitico inferiore alcuni altri frammenti incisi di tacche che, se intenzionali e motivate da fattori cognitivi, testimonierebbero la presenza di tentativi, non grafici o estetici, ma di esecuzione di segni, forse di valore numerico, per cui già indicherebbero la presenza di simbolismo e concettualità.

Quanto al Paleolitico Medio, si conoscono alcuni sporadici reperti con segni di strofinatura o di utilizzo, coperti da striature e da altre incisioni non figurative, e in qualche caso, da tacche o linee parallele. Tuttavia le datazioni e le argomentazioni riguardo questi reperti non sempre permettono di dare loro un collocamento preciso. Per il momento, l’unica istoriazione di proporzioni consistenti che si possa sicuramente attribuire al Paleolitico medio è una serie di coppelle su una tavola di pietra a La Ferrassie, in Dordogna, di cui parleremo più avanti.

La maggior parte di ciò che sappiamo sul Paleolitico medio proviene da quanto scoperto nel continente europeo e nel Vicino Oriente, dove, già da quattro generazioni, sono state condotte ricerche sulla preistoria ben più intense che in tutti gli altri continenti. A questo è probabilmente dovuto il fatto che si sa di più del comportamento rituale e delle credenze dell’uomo che visse in Europa e nel levante mediterraneo tra 100.000 e 40.000 anni fa, di quanto non si sappia degli uomini che nello stesso periodo vissero altrove. Il che ha sovente formato la convinzione, probabilmente inesatta, che l’uomo di Neandertal possedesse caratteristiche intellettuali più elevate rispetto ai suoi contemporanei di altre parti del mondo. L’uomo di Neandertal è classificato da alcuni studiosi come Homo sapiens neanderthalensis. Noi ci riferiamo ad esso come Neandertaliano, riservando il termine di Sapiens agli individui che in Europa sono arrivati con il Paleolitico superiore.

L’uomo di Neandertal ha lasciato, nei suoi livelli abitativi, sporadici frammenti ossei con incisioni di segni, parte di questi sono segni di lavorazione, tentativi di taglio con l’ausilio di una selce, ma altri sono intenzionali; alcuni forse hanno un valore numerico. Sulla lastra di copertura di una tomba a La Ferrassie vi sono incise delle coppelle, incavi a forma di coppe a cui i ricercatori hanno dato interpretazioni diverse. Per taluni esse avrebbero avuto finalità funzionali, per altri sarebbero un primordiale tentativo figurativo, e sono state emesse ipotesi discordanti su cosa si volesse rappresentare.

Frammenti di materie coloranti naturali, quali ocra rossa o ossido di manganese, sono sovente stati ritrovati negli strati musteriani; alcuni di essi avevano chiare tracce di utilizzazione, affilature sulla punta, segni di strofinamento; certamente furono usati per colorare qualcosa, e si presume che si trattasse del corpo umano e forse delle pelli e delle fibre che l’uomo usava per farne indumenti e per fabbricare oggetti. Ma le materie organiche non si sono conservate, per cui dobbiamo limitarci alle deduzioni. Comunque, le materie coloranti servivano a colorare qualcosa, il che è indice di una ricerca estetica o simbolica, la quale cosa, già di per sé, costituisce un fatto intellettuale.

Si può affermare dunque che l’uomo di Neandertal ha lasciato qualche frammento osseo con delle tacchette incise. Si può parlare anche di uso di coloranti. Ma non si hanno per ora elementi sufficienti per parlare di linguaggio visuale e quindi di arte visuale.

In Africa, in particolare in Tanzania e Namibia, si sono trovate materie coloranti con segni di utilizzo in strati archeologici, all’interno di grotte con arte rupestre, in molti livelli che coprono praticamente gli ultimi 50.000 anni. Anche qui non è possibile dire per il momento cosa precisamente venisse colorato e quando l’uomo abbia iniziato a produrre arte.

Mentre l’uomo di Neandertal viveva in Europa e nel Vicino Oriente, tra 100.000 e 35.000 anni or sono, producendo un’industria litica su scheggia di tipo musteriano, in Africa Orientale vivevano uomini già molto simili, fisicamente, all’Homo sapiens che giunse in Europa all’inizio del Paleolitico Superiore. Oltre 50.000 anni fa essi avevano industrie litiche cosiddette «su lama», con utensili assai specializzati e diversificati: lame, punte, bulini, grattati e microliti dei tipi che in Europa e nel Vicino Oriente entravano in uso solo 32-34.000 anni fa, appunto con l’inizio del Paleolitico superiore.

Con l’avvento dell’Homo sapiens si rivela nella specie la presenza di alcuni attributi che oggi consideriamo essenziali per l’essere «uomo». Questo essere, comunque, mostrava di avere ormai acquistato molte delle caratteristiche che noi chiamano «umane», e tra l’altro possedeva già alcune delle capacità di comunicare e di programmare le proprie azioni, che abbiamo conosciuto da allora ad oggi.

In quanto alle capacità di concettualizzare, si possono fare alcune considerazioni generali. La creatività e l’immaginazione conducono di pari passo sia verso il razionale, sia verso l’irrazionale. La scoperta di se stessi e della relazione tra l’io e ciò che lo circonda, ha sempre stimolato la ricerca di fattori «soprannaturali»; certamente essi hanno avuto un ruolo importante nel periodo formativo dell’uomo. Ogni acquisizione dell’uomo, ogni situazione nuova, ogni problema irrisolto, può avere costituito motivo di attribuzione sacrale.

Oltre al ritrovamento di sepolture con elementi che rivelano il cerimoniale funerario e che costituiscono una fonte fondamentale d’informazioni riguardo all’ideologia, si hanno altri aspetti che potrebbero essere interpretati come espressioni di concettualità. Innumerevoli ritrovamenti archeologici sono stati interpretati come attinenti al comportamento religioso. Ma raramente essi forniscono prove che giustifichino tale attribuzione. Allo stato attuale delle ricerche, vi sono migliaia di dati cui a vari livelli sono state date interpretazioni religiose, ma nella grande maggioranza non costituiscono fattori determinanti o sufficientemente attendibili.

Come si è elaborato in un’altra pubblicazione (E. Anati, 1983: Elementi fondamentali della cultura), diversi ritrovamenti sembrano tuttavia indicare atteggiamenti specificamente rituali che sono definiti come il culto delle ossa, il culto degli animali aggressivi quali l’orso e il lupo, il culto degli oggetti, riti di passaggio e riti propiziatori. I pochi ritrovamenti attendibili hanno portato alla produzione di una ingente letteratura ed hanno stimolato l’intelletto e l’immaginazione dei ricercatori e dei compilatori.

La più antica documentazione sicura che implichi una credenza dell’uomo nel soprannaturale è connessa con uno dei fenomeni che non ha cessato, da allora, di stimolare il pensiero umano, con una realtà che incombe su tutti noi: quella che la fine della vita ci confronta con la morte; ed è contestualmente connessa con l’esigenza dell’uomo di spiegare a se stesso, non solo in cosa consista la morte e cosa vi sia dopo la morte, ma anche cosa sia la vita.

L’atteggiamento rituale verso il morto non discende direttamente da una logica razionale, basata sui tre istinti fondamentali della ricerca del cibo, dell’autodifesa e della riproduzione della specie. Ma irrazionalmente è forse connesso a tutti e tre questi fattori. Il morto era sepolto in aree sepolcrali e con una prassi costante comune a diverse località dell’area euro-asiatica della cultura musteriana. Ciò mostra l’esistenza di una tradizione diffusa e uniforme. Nel Vicino Oriente, nella grotta di Skhul del Monte Carmelo, in Asia Centrale a Teshik-Tash, in Europa a Le Moustier e a La Chapelle-aux-Saints in Francia, si hanno interessanti analogie riguardo al trattamento che i vivi riservavano ai morti.

Nel Paleolitico medio già si hanno i primi casi di «grave goods» o corredi funerari. A Le Moustier, in una tomba che risveglia parecchi interrogativi, lo scopritore, Denis Peyrony, ha trovato delle ossa animali ancora in posizione di articolazione, se pure da una parte e dall’altra erano tagliate. Ha potuto dedurre che nella tomba, accanto al defunto, era stato deposto un pezzo di carne.

Ma forse il luogo di sepoltura più interessante che si conosca in Europa per il Paleolitico medio è La Ferrassie. Vi sono diverse sepolture, e anche lì, a quanto pare, fu deposto del cibo accanto al morto. Le ossa animali sono quanto resta della carne offerta.

L’uomo neandertaliano mostrava un comportamento singolare: l’atto di seppellire implica la presa di coscienza del fatto che il defunto non era più vivo, che la sua vita era giunta al termine. Eppure gli deponeva accanto del cibo perché avesse qualcosa da mangiare. Quindi il morto non era completamente «morto»? Il cibo che gli procurava e che seppelliva accanto a lui, doveva servirgli per il pasto che avrebbe consumato prima di giungere a destinazione? In tale semplice atto vi è forse il simbolo della convinzione di una esistenza oltre la tomba. La speranza di una vita nell’aldilà da allora non ha cessato di motivare il comportamento dei viventi. Comunque, l’atteggiamento rituale verso il defunto indica la credenza che l’essere esanime continuasse a possedere forze vitali e che meritasse cura e considerazione. Se vi era ancora in esso qualche energia presente, questa poteva essere usata per il bene e per il male. Sicuramente, anche fattori affettivi spingevano il vivente ad aver cura dei propri morti.

Come vedremo più avanti, nel Paleolitico superiore l’arte ci rivela un atteggiamento simile anche verso gli animali. È ipotizzabile che i sogni ed altri fenomeni del subconscio contribuivano alle formulazioni di una ideologia che determinò le basi della concettualità.

L’uomo del Paleolitico medio che viveva in Eurasia aveva una ideologia precisa rispetto alla vita d’oltre tomba; probabilmente essa includeva la credenza in un passaggio o in un viaggio da questa a un’altra vita. Ciò implicherebbe anche la credenza in un mondo soprannaturale, o meglio extraterreno. In altre parole, possiamo forse affermare che questi esseri credevano nella sopravvivenza dell’«anima» al corpo. I morti transitavano da un mondo all’altro, portando seco la memoria delle relazioni, buone e cattive, intrattenute con i vivi i quali, a loro volta, sarebbero un giorno arrivati alla stessa destinazione.

Tali speculazioni sull’irrazionale si sviluppano nello stesso periodo in cui si manifestano indicazioni della presenza di un pensiero «razionale». Oltre che dall’arte, dal comportamento nei riguardi dei defunti, dalla presenza di oggetti di probabile uso rituale, tale complessità del pensiero umano ci è rivelata dall’apparire di una nuova tecnologia nella produzione degli utensili litici di uso quotidiano e dalla loro tipologia che si fa assai più complessa e articolata ed implica l’uso razionale della materia prima e la programmazione razionale nella fabbricazione di manufatti.

Come già esposto altrove (E. Anati, Elementi fondamentali della cultura, Jaca Book, Milano 1983), vi sono anche altri dati che indicano la presenza di una concettualità articolata e complessa, già prima dell’avvento dell’Homo sapiens. Certo è legittimo parlare di antecedenti, della presenza di una concettualità primordiale, già prima dell’apparizione dell’Homo sapiens. Il Neandertaliano, e forse qualche gruppo di antropoidi ancor prima di esso, già mostrava una tendenza a concettualizzare, vizio questo che doveva divenire una delle principali caratteristiche della specie.

Esistono dunque elementi che forniscono informazioni riguardanti vari aspetti del comportamento concettuale dell’uomo, con un particolare riferimento al Paleolitico medio. Vi sarebbero testimonianze che egli professasse il cannibalismo rituale, il culto dei crani e il culto degli animali. I dati disponibili possono essere interpretati in diverse maniere e, pur essendovi indicazioni di atteggiamenti rituali, non sempre è chiaro fino a che punto si possa parlare di comportamento religioso. Ma si può sicuramente parlare di concettualità almeno fin dall’inizio del Paleolitico medio, ossia per gli ultimi 100.000 anni. In particolare, per quanto riguarda l’atteggiamento nei riguardi dei defunti, possiamo affermare anche che esistono concetti concernenti la visione di una vita extra-terrena, la credenza nella sopravvivenza dopo la morte e valutazioni di carattere intellettuale nei riguardi dell’esistenza.

Per la massima parte, i dati concernenti l’intellettualità prima dell’apparizione dell’Homo sapiens provengono dall’area dove maggiormente si sono effettuate ricerche, ossia dall’Europa. Molto meno si sa sugli altri due continenti dove uomini e ominidi precedenti hanno lasciato tracce. L’Africa e l’Asia (a parte l’area siro-palestinese sono pressoché sconosciute sotto questo aspetto e indubbiamente ci riserveranno non poche sorprese nel futuro. Quanto all’America e all’Oceania, malgrado alcune asserzioni contrarie e periodici annunci di «scoperte» rivoluzionarie, non si conoscono per ora elementi attendibili che dimostrino la presenza dell’uomo prima della grande espansione dell’Homo sapiens. La cosa non sarebbe impossibile, ma finora non è provata.

In conclusione quindi, le più antiche documentazioni chiare riguardanti la concettualità per il momento vengono dall’Europa e dal Vicino Oriente, sono attinenti al culto dei morti; esse rivelano la preoccupazione dell’uomo per la sua mortalità e cercano indizi di una vita dell’oltre tomba. Non si può per ora parlare di questi fenomeni in termini di religione strutturata, ma vi erano sicuramente credenze, concetti e anche regole da seguire, riti consuetudinari riguardanti le modalità della sepoltura e la scelta del luogo. Gli artefici erano rappresentanti della stirpe dell’uomo di Neandertal, una stirpe che pare si sia completamente e misteriosamente estinta con l’arrivo dell’Homo sapiens.

I primi indizi di strutturazione del concetto religioso, con canoni precisi, sembrano essere evidenziati dal fenomeno di creatività artistica dell’uomo del Paleolitico superiore. Nelle grotte-santuario, nel ventre della terra, già oltre 30.000 anni or sono l’Homo sapiens creava oggetti per usi rituali, produceva meravigliose opere d’arte ispirate al mito e ad altri aspetti della concettualità, praticava riti connessi con le proprie credenze. L’arte parietale e quella mobiliare, i ritrovamenti venuti alla luce in questi «santuari», ci rivelano l’esistenza di credenze già molto più complesse ed evolute di quelle che conosciamo del Paleolitico medio, essi ci mostrano anche la presenza di pratiche abituali e diffuse, e di luoghi riservati ad attività di carattere intellettuale come la creatività artistica ed il culto.

Ma l’Homo sapiens non sembra sia nato in Europa. Egli deve esserci pervenuto con un suo ricco bagaglio di tradizioni che già aveva sviluppato nel suo luogo di origine. Per cui ci si domanda fino a che punto possano esservi elementi di continuità tra Uomo di Neandertal e Sapiens.

II. Esigenze espressive dell’Homo sapiens

La specie umana esiste sulla terra da oltre quattro milioni di anni. Nel corso della sua esistenza, si sono sviluppate le capacità dell’uomo di esprimersi e di operare, in diversi modi. Con l’apparizione dell’Homo sapiens è avvenuta una rivoluzione nel meccanismo della logica, nel modo di pensare, nella capacità di astrazione e sintesi, rivoluzione che non ha paralleli, per quanto ci è dato sapere, né nelle precedenti tappe dell’uomo, né in alcun’altra specie animale. Il linguaggio visuale è espressione di tali nuove acquisizioni ed è nato da questa rivoluzione.

Una serie di dati, che approfondiremo più avanti, sembra proporre una soluzione della controversia tra evoluzionisti di tendenze diverse in merito al meccanismo di origine della specie. L’ipotesi secondo la quale l’Homo sapiens sarebbe il risultato di una linea evolutiva che ha avuto manifestazioni parallele in varie parti del globo appare in contraddizione con alcune caratteristiche universali dell’umanità «sapiens», che la indicherebbero invece come prodotto di una serie di coincidenze difficilmente ripetibili. Le stesse coincidenze, di cui parleremo in seguito, sembrano invece indicare che questo nuovo uomo, emerso circa 40.000 anni fa, abbia avuto un’origine unica, ossia che sia nato in un luogo ben determinato, probabilmente in conseguenza di un connubio particolare. A partire da tale luogo di nascita, che si presume in Africa, egli si sarebbe poi moltiplicato ed i suoi discendenti avrebbero raggiunto gli altri continenti. Recenti ritrovamenti sembrano anche indicare che, mentre in Europa e nel Vicino Oriente viveva il Neandertaliano, nell’Africa orientale ed australe si sviluppassero individui già molto simili come capacità mentali, e come metodologia nella creazione e nell’uso dei propri utensili, all’Homo sapiens che giunse in Europa nel Paleolitico superiore. Qui volutamente riduciamo ai minimi termini un problema assai più complesso, per evidenziare gli estremi del quesito.

Di fatto, se pur la seconda ipotesi è più plausibile della prima, essa a sua volta solleva altri problemi non ancora risolti. Fu una fuga o una espansione, quella che portò l’uomo su tutti i continenti? Si è parlato sovente di pestilenze che avrebbero costretto il nostro diretto antenato a lasciare il luogo d’origine. Ma queste da sole non bastano a spiegare la diffusione della specie.

Cosa avvenne precisamente in qualche angolo dell’Africa tropicale o australe non è dato per ora saperlo, ma è in quel contesto, di ambiente rigoglioso esuberante, sui margini della foresta tropicale, in zona ricca in frutti spontanei ed in grande fauna, che vanno ricercate le origini dell’Homo sapiens.

L’idea degli antenati primordiali ci riporta alla memoria collettiva del mito. Torniamo all’epos di Adamo ed Eva, magnifica allegoria del mito di origine. Cosa precisamente sia avvenuto non è molto chiaro. Si ipotizza il connubio di un «padre» e una «madre» primordiali che avrebbero messo al mondo la nostra specie. Due individui, o piuttosto due gruppi di individui, sarebbero i capostipiti dell’Homo sapiens: un nuovo tipo di uomo, con una capacità di accumulazione d’informazioni molto superiore ai suoi predecessori, con un periodo d’infanzia più prolungato, con un particolare insieme di dati somatici, ma soprattutto, con capacità cerebrali molto particolari che gli hanno dato nuova dimensione emotiva e nuova disposizione intellettuale.

Da allora l’uomo è diventato anche artista; e forse quella di produrre arte non è solo una capacità, ma piuttosto una esigenza della natura stessa dell’uomo. Da quel momento in poi l’uomo acquisisce una determinata dimensione visuale, concettuale e comunicativa, che rientra nel quadro di un nuovo tipo di reazione al mondo circostante e di relazione con esso. Senza queste qualità non esisterebbero le relazioni umane che ci caratterizzano, relazioni emotive ed affettive vere e profonde, il tipo di comunicazione che ci permette di dialogare con il prossimo e di avvicinarci ad esso con intensità e coscienza, ed il tipo di quesiti che la nostra mente si pone, senza il quale non potrebbe esservi un pensiero religioso.

L’uomo già a quell’epoca aveva un complesso di meccanismi mentali di associazioni, simbolizzazioni, astrazioni e sublimazioni, che ancor oggi costituisce una delle caratteristiche universali dell’Homo sapiens. I dati a nostra disposizione sembrano escludere che tale livello intellettuale possa essere stato raggiunto attraverso una lenta evoluzione avvenuta contemporaneamente in vari punti del globo. Assai più probabilmente si tratta non solo di evoluzione, ma anche di una vera e propria rivoluzione, di un netto gradino, salito il quale siamo divenuti diversi. Malgrado l’opinione discorde di alcuni colleghi, la formazione della nostra identità di Homo sapiens implica l’acquisizione d’un complesso pacchetto di specifici attributi e specializzazioni, e l’adozione di meccanismi cerebrali molto particolari, effetto di tali e tante coincidenze, che può essersi verificata una volta sola.

Fin quando l’arte preistorica era studiata e vista nei vari continenti come una serie di fenomeni locali e isolati, ad ogni più antica manifestazione locale scoperta si attribuiva volentieri il primato mondiale. Gli europei ritenevano che l’arte fosse nata in Europa all’inizio del Paleolitico superiore, i colleghi indiani pensavano che l’arte fosse nata in India pressappoco alla stessa epoca, e lo stesso può dirsi degli studiosi sovietici, che avevano trovato attorno al lago Baikal, in Siberia, il nucleo primario e a parere di taluni il più antico, tra tutte le espressioni artistiche. Inoltre, le scoperte di W.E. Wendt in Namibia avevano fornito datazioni attendibili molto antiche, per cui alcuni studiosi già negli anni ‘70 avevano espresso l’ipotesi che l’arte potesse essere nata in Africa suscitando non poche polemiche. Ma il problema doveva essere affrontato globalmente.

Tra le manifestazioni artistiche note, le più antiche in assoluto, per quanto ne sappiamo oggi, si trovano nell’Africa australe (Tanzania, Namibia); sono state scoperte infatti pitture rupestri in Tanzania e Namibia, e placchette dipinte in Namibia, che sono ritenute più antiche di qualsiasi altro ritrovamento.

In Namibia gli scavi di W.E. Wendt nella grotta Apollo 11 hanno riportato alla luce diverse tavolette in pietra con pitture di animali, alcune delle quali policrome, in un livello archeologico che tre esami al Carbonio 14 hanno riconosciuto antico rispettivamente circa 28.400, 26.700 e 26.300 anni (W.E. Wendt, 1976). Le date C14, come dimostrato dalla dendrocronologia, tendono a ringiovanire e vanno calibrate. Per ottenere la loro età reale, le date al C14 andrebbero maggiorate del 20% circa il che porterebbe la datazione dai 31.500 ai 34.000 anni fa. Il fatto è che sono opere anche policrome, raffinate e molto evolute che sicuramente implicano già una lunga tradizione alle spalle. Per ora non si sono identificati gli elementi più antichi, ma resti di gessetti di ocra ed altre materie coloranti sono presenti nella stratigrafia della stessa grotta anche in fasi molto più antiche. E sorprendente notare la similitudine stilistica e tematica delle pitture, con talune creazioni artistiche, in Europa e in altri continenti.

In Tanzania si è rivelata una serie di pitture rupestri molto arcaiche, una delle cui fasi più recenti corrisponde come stile a quello delle placchette di Apollo 11. La data d’inizio della serie di Tanzania non è nota, ma, ai piedi di una parete dipinta in una grotticella, si sono trovati resti di sostanze coloranti con segni di utilizzazione, in livelli archeologici datati con il metodo del C14 ad oltre 40.000 anni (E. Anati, 1986).

L’Africa australe sicuramente riserva molte altre sorprese. Ricerche sistematiche sulle sequenze stratigrafiche di pitture rupestri note da tempo, già da sole porterebbero un contributo notevole alla conoscenza delle fasi di evoluzione della più lunga sequenza di arte rupestre che si conosca.

Nel Nord Africa le opere d’arte più antiche attualmente datate si trovano nell’Acacus in Libia e risalgono alla fine del Pleistocene, secondo Fabrizio Mori, cioè a circa 12.000 anni or sono (F. Mori, 1979). Si tratta di arte rupestre tipica dei cacciatori arcaici evoluti, eseguita in uno stile diffuso nell’area sahariana anche nel Tassili-n-Agger in Algeria e nell’Ennedi Tchadiano.

In Europa i primi grafici, fatti risalire a circa 30.000 a 34.000 anni fa, si collocano come epoca all’inizio del Paleolitico superiore, ossia corrispondono alla più antica presenza dell’Homo sapiens nel continente. Ma le meravigliose pitture note a tutti, delle grotte di Lascaux ed Altamira, raffinate e policrome, di alto livello grafico, si sviluppano nel periodo Maddaleniano, a partire da 15-16.000 anni fa.

Per quanto riguarda l’Asia, le più antiche datazioni di opere d’arte che si hanno per ora risalirebbero a circa 32.000 anni (datazione al C.14), in Siberia, presso le sponde del lago Baikal (Abramova, 1987); e 25.000 anni (C.14) in India, e Bhimbekta, una località nei pressi di Bhopal, nello stato del Madhya Pradesh (Wakankar, 1982).

Nel Vicino Oriente, le opere più antiche note sono probabilmente delle incisioni rupestri a tratti fini, in Arabia centrale, che rappresentano figure animali, ideogrammi e figurazioni antropomorfe, in particolare femminili, ritrovate presso i pozzi di Dahathami ed in altre località limitrofe. Sono riconoscibili in stratigrafia tre fasi distinte di incisioni di cacciatori arcaici, che probabilmente illustrano il perdurare di una lunga tradizione iconografica nel tardo Pleistocene e fino all’inizio dell’olocene. Mancano per il momento datazioni precise (E. Anati, 1972).

In Australia, nella grotta Koonalda, vicino ad Adelaide, ed in altre località, le incisioni rupestri più antiche sono databili intorno ai 22.000 anni C.14 (R.G. Bednarik, 1985); ma si tratta di segni non rappresentativi. Le più antiche date per opere d’arte figurativa in Australia provengono da Laura, nella penisola di York. Sono su una parete che era coperta da strati archeologici dai quali si sono ottenute date C.14 di circa 17.000 anni. Le figure sono dunque anteriori a questa data.

Sono in prevalenza segni vulvari ed altri ideogrammi dello stesso tipo di quelli trovati in Francia nella fasi aurignaziane e perigordiane.

In America, per ora, la data più antica che conosciamo è di circa 17.000 anni (C.14), nello Stato di Piuni, in Brasile (N. Guidon, 1984). Nella stessa zona si sarebbero trovati resti di gessetti di ocra, con segni di utilizzo, in strati ancora più antichi. E presumibile l’esistenza di opere più antiche sia in America del Nord, sia nel Sud America.

Si è tentato più volte di ipotizzare la nascita di diverse sorgenti primarie di produzione artistica. Con il progredire della ricerca e l’aggiungersi di nuove scoperte, sembra invece di dovere tornare all’ipotesi, che era stata messa in disparte, di un’origine unica. Le date finora disponibili sembrano indicarci comunque un processo di diffusione dell’arte, ma come ciò sia avvenuto resta ancora da chiarire, pur prendendo sempre più piede l’ipotesi di una connessione tra la diffusione dell’arte e quella dell’Homo sapiens.

Precedenti episodi dell’evoluzione dei primati antropoidi hanno mostrato che l’Africa orientale ed australe ha avuto il ruolo di grande laboratorio di genetica in cui la natura faceva esperimenti; qui infatti si sono scoperti in gran numero resti fossili che ci mostrano l’evoluzione fisica della specie e qui probabilmente ha avuto il suo periodo formativo quel Sapiens, nostro diretto antenato, responsabile tra l’altro della creatività artistica.

Riguardo ai primordi dell’Homo sapiens i ritrovamenti disseminati nei vari continenti sembrano indicarci che, dal suo luogo di origine in Africa, questi ebbe una formidabile espansione. Nell’arco di meno di 10.000 anni ha conquistato il mondo arrivando ovunque, tanto che sembra lecito ipotizzare che in ogni luogo dove si è spinto abbia portato seco le sue capacità ed esigenze, ed abbia lasciato le impronte.

Ogni altra specie animale ha la tendenza ad adattarsi ad ambienti circoscritti, a difenderli ed a volerci restare, per quella regola degli imperativi territoriali che è stata descritta così elegantemente da Robert Ardrey (1967).

Pare che l’Homo sapiens abbia avuto in tal senso una caratteristica molto particolare. L’Homo sapiens è stato, da quando è nato, un irrequieto esploratore, che non poteva sopportare di non conoscere cosa vi fosse al di là della collina, e che era spinto dalla sua natura ad indagare ed a porsi domande; e questo probabilmente è stato l’incentivo principale di tale espansione senza precedenti. Comunque sia, l’Homo sapiens primordiale è stato un conquistatore che ha superato di gran lunga Alessandro il Macedone, Giulio Cesare e Carlo Magno, raggiungendo territori dei quali questi illustri condottieri non conoscevano nemmeno l’esistenza.

L’Homo sapiens si è portato appresso come bagaglio, tra l’altro, la capacità e l’esigenza di esprimersi con un linguaggio visuale. Forse esistono analogie tra l’esigenza dell’uomo di esplorare il territorio e quella di esplorare dentro di sé, di farsi domande, e anche di proporre risposte ai quesiti dell’essere e dell’esistere.

Così, insieme alla sua diffusione fisica, si avrebbe una diffusione di questa nuova capacità dell’uomo. La distribuzione pare stranamente omogenea su tutta la Terra, tanto che si può dire che dove è arrivato l’Homo sapiens vi sono tracce della sua creatività artistica.

Le ultime ricerche ci mostrano che le varie espressioni artistiche delle fasi più antiche, nel mondo intero, illustrano una tipologia estremamente simile, la medesima scelta tematica, lo stesso tipo di associazioni ed anche uno stile che fondamentalmente ha una gamma limitata di varianti. Riteniamo perciò giustificato parlare di un unico linguaggio visuale, e di un simbolismo universale, che costituiscono l’essenza mentale stessa dell’Homo sapiens le cui impronte sono impresse sulle superfici rocciose di tutti i continenti.

[…]

IV. Mitologia e ritualismo

Le opere d’arte dei primi artisti ci aiutano a ricostruire le radici intellettuali della nostra specie; conosciamo anche resti di strutture che ci dimostrano le esigenze di socializzazione dei nostri avi «sapienti»: loro tramite si riscoprono le abitazioni, i luoghi di riunione, le abitudini e le esigenze quotidiane. Gran parte dei dati oggi a nostra disposizione proviene dall’Europa dove il più antico tempio che si conosca, ad El-Juyo (una grotta della Spagna cantabrica), da quanto ci dicono gli archeologi che l’hanno scoperto, Freeman e Barandiaran, risale a circa quattordicimila anni orsono; vi hanno trovato una sala con un altare e una figura dalle duplici parvenze: una faccia che da un lato è antropomorfa e dall’altra è animale.

Nella concezione religiosa e filosofica dell’uomo del Paleolitico superiore scopriamo ciò che si può definire come una visione dualistica dell’universo, che, come essa appare in questo santuario, si rivela anche in numerose altre manifestazioni della creatività artistica.

Alcuni aspetti di tale concettualità erano già emersi dalle analisi svolte da André Leroi-Gourhan e dai suoi allievi una ventina di anni or sono (A. Laming Emperaire, 1963; A. Leroi-Gourhan, 1968). Si è parlato di attribuzione, da parte degli artisti paleolitici, di valenze maschili e valenze femminili, ai vari animali, oggetti e simboli che rappresentavano. Di fatto, oggi sembra che i fenomeni osservati stiano ad indicare non tanto una determinazione sessuale, quanto una concettualità dualistica.

Nel mondo raffigurato dell’uomo delle caverne sembra che tutto l’esistente avesse la sua controparte, che ogni cosa fosse fatta in due metà che si completavano, nello stesso senso ancora oggi usato quando un coniuge parla della sua «metà» riferendosi all’altro coniuge. La metà femminile aveva bisogno dell’altra metà maschile per funzionare biologicamente e per essere se stessa e viceversa. L’uomo e la donna, il mondo animale e il mondo umano, il cielo e la terra, la luce e le tenebre, il giorno e la notte, la grotta oscura e il mondo esterno: tutto era diviso in due e la completezza era formata dall’accoppiamento dei due complementari. Ci si domanda come si sia sviluppata questa che possiamo definire, a giusto titolo, una vera e propria filosofia. Il problema è estremamente complesso e cercheremo di semplificarlo, anche se ciò comporta il rischio di fornire spiegazioni parziali e necessariamente schematiche.

Molti dei ritrovamenti archeologici, che oltre alle opere d’arte includono sepolture, luoghi di culto, resti di abitato e di bivacco e numerosi utensili di uso quotidiano, sembrano indicare che, da quando l’uomo ha sviluppato capacità di astrazione, di sintesi e di associazione complessa, le sue due preoccupazioni principali sono state la vita e la morte. Una massima orientale, probabilmente molto antica, dice che «La morte è il completamento della vita». Senza vita non vi è morte e senza morte non vi è vita.

La morte di un proprio simile è un’esperienza traumatica anche per molti animali. La consapevolezza della propria mortalità è sopravvenuta molto più tardi, e ancor oggi è rifiutata da taluni. Il culto dei morti, come si è visto, sembra sia stato un’invenzione dell’uomo di Neandertal, artefice della cultura materiale musteriana, che ha vissuto tra circa 100.000 e 35.000 anni fa. E poi stato concepito in maniera molto più elaborata dall’Homo sapiens. Non sembra vi sia soluzione di continuità tra le abitudini delle due etnie.

In Europa fin dall’inizio del Paleolitico superiore, circa 32-34.000 anni or sono, il culto dei morti è sovente stato, prima di tutto, una esaltazione della vita. Dipingere (spalmare) il defunto con ocra rossa, dandogli il colore del sangue, e servirgli il cibo, sono atti che parlano di vita più che di morte. Si scopre che, nella concettualità primordiale dell’uomo, vita e morte erano viste come una coppia di complementari. Emblematiche in tal senso sono le figurazioni vulvari (simboli di vita) sul corpo di figure di prede animali (ossia di animali che venivano uccisi e consumati come cibo) a Tito Bustillo ed in altre caverne dell’area franco-cantabri-ca (A. Beltran, 1974).

La sopravvivenza era assicurata principalmente attraverso la caccia, per cui si era instaurata una relazione esistenziale tra uomo ed animale. Per l’uomo la vita rispondeva ad un concetto assai simile a quello che oggi si ha dell’«anima» nella concettualità occidentale. La vita animale nutriva la vita umana. Noi oggi siamo soddisfatti nel sapere quante proteine ingeriamo o, più semplicemente, nel sentirci «sazi». Allora come oggi gli uomini, dopo aver mangiato, si sentivano soddisfatti. Ciò che per l’uomo di oggi è soddisfazione fisica, per i nostri antenati doveva essere la sensazione di aver acquisito la forza dell’animale del quale avevano consumato la carne. Il pasto era l’atto tramite il quale si realizzava la simbiosi degli spiriti, che costituiva la completezza, veniva a concretizzarsi con l’integrazione dello spirito dell’animale nel corpo dell’uomo. Ancor oggi alcuni popoli cacciatori conservano simili credenze spesso definite impropriamente «animistiche» (Mountford, 1956). I numerosi casi di raffigurazioni di antropomorfi mascherati da animali, o di esseri ibridi antropozoomorfi, nell’arte dei cacciatori arcaici, ci mostra in maniera drammatica questa ricerca di simbiosi.

Presso i popoli cacciatori si era sviluppata una relazione ambivalente tra uomo ed animale: l’animale cacciato era identificato con la sopravvivenza. Riaffiora il concetto di relazione tra vita e morte. Tramite l’assimilazione fisica della carne dell’animale si acquisiva anche la sua forza, la sua vitalità e le sue capacità reali o immaginarie. I cacciatori si sentivano rivitalizzati, ben più che in senso corporeo, da questo loro atto consuetudinale di cibarsi, che aveva un senso che oggi definiremmo «mistico». Il pasto era un atto di comunione che si praticava quotidianamente o quasi, tra mondo animale e mondo dell’uomo o, più genericamente, tra il mondo umano e quello circostante, tra chi riceve e chi dà. In alcune religioni contemporanee tuttora permangono residui di concetti assai simili, specie nei pasti rituali, reali o simbolici, che si consumano.

La caccia era pianificata e razionalizzata. Dovevano esservi regole molto precise in merito, forse non molto dissimili da quelle che conosciamo presso i Lapponi, gli Eschimesi, i Boscimani, i Sandawe, gli Hazda, gli Aranta ed altri popoli cacciatori dei cinque continenti. Alcune di tali regole, con varianti minori, sono tuttora diffuse a livello mondiale presso questi.

Il fine di tali regole è quello di non compromettere la continuità delle specie cacciate, che costituivano la riserva, la sicurezza e quindi il patrimonio del territorio e del clan. Le femmine e gli esemplari giovani non venivano abbattuti. Si selezionavano gli animali che ormai avevano compiuto il loro ciclo vitale e la cui estinzione non turbava perciò l’ulteriore sviluppo del mondo animale. Si ha qui dunque un altro aspetto dell’atteggiamento ambivalente dell’uomo verso l’animale, in certi casi visto come preda da abbattere, in altri da non toccare, per mantenere l’equilibrio necessario a garantire che le risorse non si esaurissero.

Il secondo elemento fondamentale della sopravvivenza era la relazione uomo-donna, che assicurava il soddisfacimento delle esigenze biologiche naturali, oltre alla continuità della specie. L’atto di comunione sessuale aveva anch’esso un ruolo rivitalizzante e corroborante che contribuiva alla stabilità della struttura sociale, al senso di armonia e di conforto. Non sappiamo fino a che punto questi popoli avessero coscienza della paternità. Ancor oggi esistono tribù dove non ci si rende conto della relazione tra unione sessuale e gravidanza. Ma l’esigenza biologica di accoppiarsi non è certo una invenzione dell’uomo.

Di fronte ad esempi così lampanti dell’accoppiamento di complementari come fattori di completezza e di unità, non è difficile comprendere come il concetto di dualismo o di bipolarità si sia sviluppato estendendosi ad altri aspetti delle credenze e della visione dell’universo. Secondo tale concezione, ognuno dei due poli aveva bisogno dell’altro per realizzarsi, come se si trattasse di cariche elettriche di segno opposto le quali, facendo contatto, emettono scintille. Una concettualità assai simile persisteva ancora presso alcune popolazioni australiane quando Louis Mountford le studiò una cinquantina di anni or sono (Mountford, 1937).

Di fatto, l’arte paleolitica sembra riflettere questo dualismo in forme di sconcertante complessità. Vi sono rappresentati animali che hanno valenza «maschile», altri che hanno valenza «femminile». Nelle grotte ornate della Francia e della Spagna vengono associate ad esempio figure di cavallo e di bisonte. Secondo l’interpretazione di A. Leroi-Gourhan, il cavallo davanti al bisonte sarebbe l’espressione di questo concetto di dualità. Per i clan di cacciatori della prateria o della savana, il cavallo agile, snello e veloce, sarebbe simbolo maschile, il bisonte pasciuto, lento e riflessivo, sarebbe simbolo femminile (A. Leroi-Gourhan, 1983). Come si è visto, in Tanzania, ruoli analoghi, con simili abbinamenti, sono ricoperti dalla giraffa e dall’elefante. Cambia la fauna ma non cambiano i concetti (E. Anati, 1986).

Nella visione cosmogonica che poi si è conservata in filosofie di epoche successive, la terra e il cielo erano considerati come una coppia formata da due metà, l’una femminile e l’altra maschile. Lo stesso può dirsi forse per il mare e la terra, il sole e la luna. Molti elementi della concettualità paleolitica sono non soltanto tuttora presenti presso alcuni popoli cacciatori contemporanei, ma sono ancora latenti nel nostro subcosciente, li riscopriamo quando riemergono. E inutile ricordare che il genere maschile o femminile attribuito agli elementi che la logica della nostra epoca considera neutri, si è trasmesso in alcune lingue moderne, ed è forse l’ultimo residuo della concezione «animistica» secondo la quale venivano considerati.

L’uomo cacciatore del Paleolitico si era creata un’immagine dell’universo influenzata dalla sua relazione funzionale con il mondo animale: la magnifica arte delle grotte-santuario esalta questi aspetti di concettualità e di spiritualità. L’incontro del bisonte con il cavallo nelle pitture parietali, come nell’ambiente della prateria, nascondeva i messaggi di una profonda realtà che simboleggiava l’universo.

Il sistema ripetitivo di pittogrammi, ideogrammi e psicogrammi, che l’uomo ha applicato nelle sue associazioni concettuali, usa il dettaglio dandogli valore di simbolo per il generale, e il contingente, trasformandolo in emblema per l’universale. Così, il cavallo e il bisonte avevano significati ben più ampi del valore puramente figurativo che diamo loro. La loro associazione, nell’arte parietale, aggiungeva ulteriori significati all’insieme. Gli ideogrammi che li accompagnavano contenevano, ognuno, i suoi messaggi.

Tutte queste espressioni grafiche derivano dai dettagli assimilati dall’osservazione del loro mondo. Dalla realtà quotidiana l’uomo traeva un arricchimento del proprio intelletto. La lotta con animali enormi, mammuth, bisonti, cavalli, tori, rinoceronti, da esso raffigurati, era esaltante. La concezione cosmologica si associava ad una mitologia stupenda, piena d’immaginazione e d’inventiva, che ha ispirato eccelse opere d’arte. Da queste, che costituiscono l’effetto, oggi l’archeologo cerca di risalire alle cause.

Affiora il problema della dialettica tra il reperto, il suo studio, e l’acquisizione del suo significato da parte della cultura. Non basta che un reperto susciti un apprezzamento estetico per essere accettato come parte della cultura. L’uomo di oggi, come quello di ieri, esige dei contenuti. Posto di fronte a un messaggio, può recepirlo come può non recepirlo. Ma se il messaggio non c’è, non vi è nulla da recepire. Una figura di bisonte o di mammuth dipinta sulla parete di una grotta può sembrare bella o brutta. Ma solo scoprendone il significato, la figura diventa un fatto di cultura. Negli ultimi anni l’archeologia ha fatto grandi passi verso la comprensione dei contenuti ed è probabile che ci si trovi ad una svolta, che la ricerca ci porti verso la riscoperta di processi universali dell’intelletto umano.

La riscoperta dei significati ci fa meditare profondamente. La concezione dualistica dei popoli cacciatori, di fatto è ancora nel nostro modo di pensare. Fa parte della nostra «logica» e, a migliaia di anni di distanza, possiamo definire i principi della concettualità paleolitica come «verità». È per noi «ovvio» che la morte sia il completamento della vita, che l’uomo sia il completamento della donna e viceversa, e che la notte sia il completamento del giorno. Non si pone il problema di credervi o non credervi perché riflette il nostro naturale modo di pensare. Ciò vale per il buddista come per il cristiano e continua ad essere un elemento universale della concettualità umana. In più oggi sappiamo che vi sono protoni e neutroni, e poli impropriamente chiamati positivi e negativi, i quali sprigionano la loro energia quando entrano in contatto.

Quanto ci viene tramandato dal linguaggio visuale primordiale, è un modo concettuale che riflette una determinata forma mentis. In esso appaiono speculazioni intellettuali, credenze, miti e si scoprono consuetudini e riti che hanno marcato l’esistenza dell’uomo per molti millenni. Dal persistere delle stesse associazioni nel corso di centinaia di generazioni si può dedurre che vi fosse una fede assoluta e totale in questa visione cosmologica, fede che ha retto l’umanità da 40.000 fino a 10.000 anni fa circa. Per un periodo di 30.000 anni si è conservata una ideologia che si basava sulla esaltazione epica del dualismo, che trovava espressione nel confronto quotidiano tra uomo e animale, divenuto criterio di analogie per altri confronti: tra uomo e donna, tra giorno e notte, tra luce e tenebre, tra cielo e terra, tra vita e morte, tra realtà della veglia e realtà del sogno. Tale ricchissimo mondo intellettuale-religioso sta tornando a livello cosciente tramite lo studio comparativo dell’arte e dei concetti analoghi che persistono presso popoli cacciatori ancora viventi in alcuni reconditi angoli della terra. Esso ci rivela la magia meravigliosa dell’intelletto umano, che ha caratterizzato la specie fin dalle origini.

V. Epilogo

Alla fine del Paleolitico, nelle regioni euro-asiatiche è intervenuto un fenomeno inatteso. Si è verificato un rapido cambiamento climatico. Non se ne conosce esattamente la causa, se pur vi sono diverse teorie in proposito. Ma il cataclisma ecologico, che mitologie varie hanno denominato «diluvio universale», ha creato sconvolgimenti radicali.

Con lo scioglimento dei ghiacciai, le grandi pianure sono state invase dall’acqua, milioni di tonnellate di ghiaccio che erano tra le montagne si sono sciolte ed hanno trasformato le pianure in laghi e paludi; il livello marino si è alzato di circa 120 metri, sommergendo immensi territori e probabilmente travolgendo migliaia di gruppi umani. Tanto per dare un’idea, il golfo Persico era un mare chiuso assai più piccolo delle sue attuali dimensioni. La salita del livello marino ha invaso le pianure dove i fiumi Tigri ed Eufrate proseguivano a sud ancora per molti chilometri. La metà settentrionale del mare Adriatico era una grande pianura, luogo di vita ideale per i clan di cacciatori e le loro prede. L’arcipelago maltese era una appendice della Sicilia. Le coste del Mediterraneo, in certe zone, si sono ritirate di oltre 100 chilometri e il mare ha coperto le praterie.

Nell’Europa temperata gli animali vivevano in tale integrazione con il loro ambiente, erano dipendenti da una dieta animale e vegetale di tundra e basso bosco, costituivano una catena alimentare ed erano adattati al clima freddo e secco.

Quando, a seguito di questo cataclisma, è scomparsa la vegetazione di tipo tundra, alcuni animali, come il mammuth, erano troppo adattati e integrati per modificare le proprie abitudini, e si sono estinti. Invece altri, come il cervo e il camoscio, hanno abbandonato le pianure, si sono facilmente adattati all’ambiente montano e si sono conservati fino ad oggi.

I gruppi umani che non sono stati sterminati da questo «diluvio universale» si sono trovati a dover cambiare dieta per la propria sopravvivenza, a doversi mettere a caccia dei piccoli animali, come le lepri, gli animali acquatici, le anitre selvatiche. Ciò ha causato moltissime modificazioni nella vita, nella struttura sociale e nei concetti intellettuali. In primo luogo, quando ci si nutre di carne di mammuth, è poco economico vivere in piccoli nuclei familiari; si caccia in gruppi consistenti, in grado anche di trasportare i quintali di carne al campo, e si consuma la carne in molti. Quando si vive di anitre o di conigli, il sistema di caccia si trasforma e muta l’economia e la dimensione del gruppo stesso. Ancor oggi l’uomo conserva associazioni d’idee diverse, quando pensa al mammuth e quando pensa ad una lepre. Anche presso i piccoli cacciatori contemporanei vi sono modelli sociali e di comportamento diversi, tra cacciatori di grande fauna (o fauna di grossa taglia) e cacciatori di piccola fauna.

Quando è cambiata la fauna, a seguito delle modificazioni climatiche, alla fine del Pleistocene, il gruppo umano si è adeguato. Gli scavi archeologici ci mostrano caratteristiche diverse, degli abitati precedenti, di età paleolitica, e di quelli successivi, di età mesolitica. Per quanto riguarda il Mesolitico in Europa si trovano di solito resti di insediamenti antropici in piccole grotticelle, con un focolare, con resti di molluschi e ossa di animali di piccola e di media taglia. L’accampamento paleolitico è invece sovente caratterizzato da resti di parecchi fuochi e da numerose ossa di grandi animali. Da una serie di osservazioni sui ritrovamenti si può dedurre che, alla fine del Paleolitico, si verificò in alcuni casi una trasformazione della struttura sociale; il clan si scisse in nuclei familiari, che si insediarono in zone distanziate l’una dall’altra; ognuno doveva avere il proprio territorio di caccia. Precedentemente, un nutrito gruppo di adulti cacciava grossi animali, la cui carne andava poi trasportata al campo e spartita. Ma i cacciatori mesolitici non dovevano andare in trenta a cacciare trenta conigli nello stesso territorio: ogni nucleo si arrangiava per conto suo. Sembra infatti che proprio nel Mesolitico sia nata la particolare struttura familiare della nostra società. E con essa è nata anche una nuova concezione dell’aggregazione sociale.

Un altro aspetto del trauma intervenuto a seguito del cambiamento climatico è di carattere ideologico. Quella verità assoluta sintetizzata nella concettualità dualistica, la fede in quella filosofia che aveva retto per trentamila anni e che sembrava eterna e indistruttibile, venendo a mancare l’elemento essenziale, cioè, l’epos della lotta dell’uomo con i grandi animali, d’improvviso non ha avuto più senso. E così è crollata di colpo una fede che aveva persistito per un periodo di quindici volte più lungo del tempo che ci separa dall’inizio dell’era cristiana.

Le grotte santuario, con le loro meravigliose pitture, sono state abbandonate. Pur restando le stesse, pur mantenendo le proprie caratteristiche, non avevano più ragion d’essere. Non a caso le riscopriamo e riprendiamo ad apprezzarle oggi, nella nostra epoca, dopo oltre 10.000 anni di oblio. Ciò sembra indicare qualcosa anche nei riguardi della nostra epoca.

Per una causa esterna, di carattere ambientale, la verità assoluta, la religione universale, si è sgonfiata di colpo e l’uomo si è trovato nel vuoto spirituale. Ha impiegato poi circa 3.000 anni per ricostruire una propria ideologia, attraversando nel Mesolitico un periodo con pochissime e scadenti espressioni di religiosità. Sono rare e di carattere schematico anche le espressioni del linguaggio visuale, salvo in alcune zone dove l’uomo ha conservato una tradizione paleolitica decadente, cosiddetta epipaleolitica, presumibilmente con persistenze di una religione arcaica che però, nel nuovo contesto, non aveva più molto senso.

In Valcamonica il periodo Protocamuno, con grandi figure di animali (le alci che si trovano a Luine), è un’espressione epipaleolitica, ossia un’espressione di tipo paleolitico attardato e decadente di un gruppo marginale che ha continuato quasi per forza d’inerzia, nel periodo Mesolitico, le tradizioni del Paleolitico, in modo disorganico, senza più la stessa dovizia di associazioni ideografiche, senza i profondi contenuti filosofici che avevano caratterizzato l’arte delle caverne (E. Anati, 1979).

Solo nel VII e VI millennio a.C., a seguito di sviluppi tecnologici notevoli, l’invenzione di nuovi strumenti, le prime esperienze della lavorazione della terra, l’inizio dell’allevamento degli animali, l’uomo d’Europa e del Vicino Oriente è entrato in una nuova fase di «rinascimento» che lo ha reso capace di creare anche una nuova ideologia e di dare avvio alla propria ricostruzione intellettuale. Dal Neolitico in poi si può seguire passo per passo l’evoluzione concettuale del mondo europeo e mediorientale che ci ha portato ai nostri giorni. Le formule primarie sono state in gran parte sommerse da sovrapposizioni più complesse. Talvolta la capacità di sintesi non si è dimostrata adeguata a far fronte ai nuovi contenuti concettuali, ed è in tali periodi che si nota la tendenza a sviluppare il gusto dell’effimero.

Abbiamo, in queste vicende, una serie di dati che ci permette di meditare sull’anatomia di una crisi. La storia non si ripete mai identica, ma il passato è dentro di noi, ed è con le esperienze, le conquiste ed anche le ferite, che il nostro patrimonio concettuale si arricchisce. Che lo vogliamo o no, le deduzioni che ne derivano fanno parte del nostro inalienabile retaggio.

Emmanuel Anati, Simbolizzazione, concettualità e ritualismo dell’Homo Sapiens, in “Le origini e il problema dell’Homo Religiosus”, diretto da J. Ries, Jaca Book-Massimo, Milano 1989, pp. 167-191. N.B.: non viene qui riportato l’apparato critico e la bibliografia presenti sull’originale.