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Lo studio della natura come elemento educativo

Antonio Stoppani
1878

da una conferenza rivolta ad un gruppo di giovani, a Firenze

In una conferenza pronunciata a Firenze ad un gruppo di studentesse, il geologo e sacerdote Antonio Stoppani, padre fondatore della geologia in Italia, si proponeva di mostrare il valore morale dello studio della Natura, impiegando più volte la Metafora del Libro, secondo contenuti che paiono ricordare alcuni passaggi del Liber creaturarm di Raimondo di Sabunde. Già al corrente degli scritti di Charles Darwin, in questa conferenza (di cui riportiamo solo la seconda parte) Stoppani insiste sull’idea che la “lotta per la sopravvivenza” e la “conflittualità” introdotte nella natura dalla visione darwiniana, non inficiano i caratteri di “armonia” e di “equilibrio” ad essa abitualmente associati, ma obbligano solo a rileggerli da un’ottica più ampia e storicamente più generale.

Ho detto che io metto lo studio delle scienze fisiche e naturali più in su di tanti studi di puro ornamento, e a pari di quelli della geografia, della storia, della letteratura. Ora aggiungo che io lo innalzo, quando lo si intenda e lo si coltivi come si dove, al livello della morale e della religione; perché tocca per sua natura all'una ed all'altra; perché ha in sè tanta parte dell'una e dell'altra e quasi si identifica almeno parzialmente, coll'una e coll'altra. Per accusarmi d'eccesso, aspettate ch'io v'abbia dette le mie ragioni.

Quando sarete via di qui; quando più non udirete la voce dell'ottima Direttrice, delle vostre brave Istitutrici, dei vostri ben assegnati Maestri; quando più non udirete nemmeno, se non forse a lunghi intervalli, la voce dei vostri genitori amorosi; quando sarete insomma spose e madri, che Dio vi benedica! sapete voi quale sarà la vostra miglior guida e maestra? La natura... se come tale la volete, studiandola, interrogandola incessantemente. Che? Natura non fu ella forse la prima maestra dell'umanità? Si dice ed è anche cosa nuova la scienza, in quanto è studio riflesso, con uno scopo pienamente voluto, consapevole, persistente e quasi direi pertinace, a cui mirano, non uno soltanto, ma moltissimi individui associati, i quali procedono con metodo, osservando, esperimentando, non arrestandosi ai fenomeni, ma, cercandone le ragioni. Lo studio della Natura no, non è cosa nuova; è anzi antichissimo, primitivo, come quello che ha per necessaria radice tutti gl'istinti fisici, e tutti i bisogni intellettuali e morali dell'uomo; perché la Natura parla, insegna da sè, con un linguaggio intelligibile a tutti, e con una eloquenza che vince la forza dell'umana parola. Dopo Dio che ha dato all'uomo, oltre il lume della ragione, alcuni primitivi ammaestramenti, Natura è la nostra prima educatrice, la maestra dei maestri.

Bisognerebbe portarsi a quel tempo in cui l'uman genere, esule sulla terra, perseguitato dalla colpa, condannato da Dio a guadagnarsi il pane col sudore della fronte, si disperdeva sulla faccia del globo, non altro allora che deserti o vergini foreste, ignaro di tutto, bisognoso di tutto, in lotta con tutti gli elementi. Chi prestò all'uomo le prime armi ed i primi utensili? Chi gli insegnò a fabbricare le case, a tessere le vestimenta, a cuocere gli alimenti, a seminare il grano, ad educare gli animali, a valicare i fiumi, ed abbandonarsi ai mari? Natura; non altri che Natura. Noi duriamo troppa fatica a formarci anche solo un'idea di questo stato che vorrebbe dirsi di Natura in un senso diverso da quello che, per altri rapporti, si suol dire ordinariamente. Ormai non v'ha cosa, benché minima, che non s'apprenda dalla viva voce o dai libri, i quali ci danno bello e netto e condensato il prodotto delle osservazioni e delle esperienze dell'intera umanità, ossia tradotte in umano linguaggio le lezioni che la Natura ha date in tutti i tempi e in tutti i luoghi nel suo. Bisognerebbe almeno rinascere bambini, conservando il senno e la riflessione di grandi. Con la stessa evidenza, ma non colla stessa brevità, potrei dimostrarvi che Natura fu anche la prima, universale, infallibile maestra di morale e di religione.

Ora avrà forse Natura chiusa la sua scuola? L'avrà chiusa ora che allo sguardo della scienza si avvicinano i cieli, si squarciano le viscere della terra, si rischiarano gli abissi del mare, si celebrano le nozze degli atomi e il passato diventa lucido come il presente? No: Natura è un libro sempre aperto; nessuno mai ci lesse fino al fondo. Che? fino ad oggi non ci abbiam lette che le prime pagine. Volete che ci sia più sul frontespizio che nel corpo dell'opera? Mi spiego; volete che gli uomini, dopo aver tanto appreso in ogni genere d'umano sapere, colla semplice osservazione dei fenomeni più apparenti (che sono appunto come il frontespizio del gran libro della Natura) non ne imparino più nulla ora che stanno sviscerandone le leggi, costituenti il corpo anzi la parte più profonda, più elaborata, del libro stesso? Parlo sempre s'intende, più che delle semplici cognizioni di fatto e dell'utile materiale, di morale e di religione di cui, ripeto, Natura fu e sarà sempre maestra.

Pensate quali idee avranno suggerite e quali affetti avranno destati nei primi uomini, come anche in oggi suggeriscono o destano in noi, quelle piogge che, a tempo opportuno, cadono a scroscio sui campi assetati, sicché tutto di nuovo ammanto si veste al piano e al monte, e tutto a noi dattorno rivive, si feconda, fruttifica. Cesserà, forse la nostra ammirazione e sarà men viva la nostra gratitudine verso il Creatore, o non ne riceveranno piuttosto nuova vita e nuovo incremento, quando si sappia donde e perché venga a cadere quella pioggia? Quando si sappia che il vento aliseo sud-est, sereno ed asciutto, strisciando sull'immensa superficie dell'Atlantico, tutto si inebria dei vapori che si levano da quell'enorme caldaia; che giunto verso l'equatore si alza fino alle più eccelse regioni dell'atmosfera; che lassù, ripiegandosi bruscamente come vento di sud-ovest, attraversa di nuovo l'oceano, finchè, sentendo la stretta gelata dell'Appennino e dell'Alpe, abbandona i vapori delle regioni equatoriali condensate, che precipitano in piogge feconde e benedette sulle nostre terre? Un raggio di sole... Oh un raggio di sole!... Vita e fecondità, dell'universo animato ed inanimato, fu sempre l'emblema della vita e della fecondità della mente e del cuore; emblema di quella verità che figlia amore. Ma quel filo di luce, più sottile d'un filo di ragnatelo, è composto, dice la scienza, quasi di migliaia e milioni di fili. Una goccia d'acqua già vi scopre il tessuto dell'iride: ma ciascuno dei sette colori è per se solo un tessuto di mille colori; o piuttosto un intreccio di mille enti, a cui il linguaggio non ha trovato ancora un nome, mentre un'infinita varietà di poteri vi ha scoperti la scienza; e quale tinge di lor mille colori il cielo e la terra; quale scioglie le nevi e riscalda le membra intirizzite; quale risveglia gli amori e gli odi degli atomi, onde all'universo la vita. Un filo di luce è meraviglioso come tutto l'universo... Ditemi; quel raggio di sole è o non è oggi, più che nol fosse in altri tempi prima di sì meravigliose scoperte, degno di simboleggiare il pensiero che la mente illumina, riscalda, muove, feconda, e la rende capace delle grandi speculazioni della filosofia, come delle sublimi creazioni dell'arte? Ma c'è ancora di più.

Quando Dio creò la Natura , primo scopo fu la nostra esistenza materiale; cioè soddisfare ai nostri bisogni corporei. Fin qui non c'e nulla che ci metta essenzialmente al di sopra del giumento e del bue. Secondo scopo fu quello di dare un degno pascolo alla nostra intelligenza. Questo già ci colloca in un posto superiore a tutte le creature visibili. Ma, prescindendo da un effettivo aumento di materiali vantaggi, quale scopo avrebbe avuto questo lavoro dell'umana intelligenza? Vanità, e superbia. Allora Iddio impose alla Natura l'ordine; quell'ordine che la Natura non viola giammai; quell'ordine a cui il mantenimento e il benessere dell'umana specie sono talmente legati, che esso diviene legge morale severissima per l'uomo. Dio ha punito coi più tremendi castighi i violatori di questa legge e tiene sotto il peso delle più spaventose minacce quanti osassero violarla in futuro. Quest'ordine che il Creatore impose alla Natura è tale, che ben si può dire averne fatta un'immagine sua in cui vivo vivo risplende di luce infinita il triplice raggio della potenza, sapienza e bontà. Essa divenne così come lo specchio di Dio, ove, contemplando noi la sua immagine, resa in certo senso visibile e palpabile, potessimo conoscerlo, e a lui conformarci come a modello perfetto. — Siate perfetti, dice Gesù Cristo, come è perfetto il Padre vostro ne' cieli, che fa cadere le sue piogge sul giusto e sull'ingiusto, sul santo e sul peccatore. — Che vuol dire con ciò il divino Maestro? Vuol dire: guardate alla Natura, e vedrete Dio in lei; ci vedrete le sue perfezioni, il suo modo di giudicare e di agire: essa vi sarà maestra di divina sapienza. Lo stesso ammaestramento ci dà molto chiaramente in cento altri luoghi, mentre i passeri dell'aria, i fiori del prato, il seme del campo, i pesci, gli augelli, le creature tutte addita come testimoni e maestri della sua dottrina. Guardate alla Natura. Anche uno sguardo superficiale basta a farci trovare questo riscontro tra le proprietà della Natura e gli attributi di Dio, per cui essa, quasi modellandosi su Dio, diventa esemplare visibile a cui dobbiamo conformarci in tutto e per tutto, per giungere a quel grado di perfezione che ci fa simili a Dio; e perché tra l'ordine fisico che si mantiene per volere di Dio, e l'ordine morale di cui dobbiamo essere volontario e libero elemento, esista quella conformità ideale dell'universo, ideale di un paradiso in terra, che la colpa ha guastato e la virtù e la grazia tendono a ristaurare. Ora che farà la scienza? La scienza che va rendendo ogni giorno più chiari, più paranti i rapporti tra le grandi leggi della Natura e gli attributi di Dio?

Sicuro che non bisogna accontentarsi di conoscere così superficialmente le categorie e la proprietà degli esseri. Quando io dico studiar la Natura , intendo penetrarne le leggi, in guisa di poter tener dietro allo svolgimento dei singoli fenomeni nello spazio e nel tempo, conoscerne il concatenamento, abbracciarne nella maggior possibile estensione il complesso. È così che la Natura diventa veramente la maestra della vita, spiegando con linguaggio veramente magistrale la moltiforme dottrina, di cui gli antichi ebbero soltanto qualche barlume per quella specie d'intuizione, per cui già si rivelano nei più volgari fenomeni, di cui siamo spettatori ogni giorno, l'esistenza e gli attributi di Dio. Per uscire dalle generali, volete voi che non si dia insieme un'occhiata a questo sistema del mondo, per vedere come tutto vi respira infatti l'ideale di una perfezione assoluta, sicché la Natura mentre diviene modello e maestra d'ogni sapienza e d'ogni virtù, assume il carattere di una rivelazione di Dio e di un religioso ammaestramento espresso col linguaggio del fatto? Vediamo.

Abbiamo detto e ripetiamo anzi tutto che Natura è ordine. L'ordine è sintesi d'ogni bellezza e d'ogni virtù: l' ordine è perfezione. Avvezzi all'armonia di quella danza mondiale per cui si alternano i giorni e le notti, si avvicendano le stagioni e tutto a suo tempo infallibilmente ritorna, ci vuole quasi uno sforzo a rifletterci. Domandate al contadino, mentre sta seminando il grano, perché aspetta la neve che lo protegga dagli uccelli e dal gelo, il sole di primavera che ne componga lo stelo e quello d'estate che faccia biondeggiare la spiga; ed egli vi guarderà, come dicesse: mi fa celia! Eppure non avrà riflesso nemmeno una volta in vita a quell'ordine mirabile sul quale, come si governa e modella la sua vita, si governano, direi si modellano le vite di tutti e singoli gli uomini. Per lui l'ordine è un fatto. L'ordine in Natura è per noi un qualche cosa di abituale come il respiro: è un senso speciale; è la stessa natura. Quale spavento infatti per gli uomini ignari degli antichi tempi, appena un eclisse fosse venuto a gettare un velo per pochi istanti sugli alterni sovrani del giorno e della notte! Le bestie, che non hanno e non avranno scienza giammai, col loro turbarsi profondo in faccia a questi momentanei e solo apparenti disordini, mostrano quanto sia istintivo, perchè abituale e costante, quel senso che dissi. Per chi ha la scienza poi, la scienza che va mano mano scoprendo come natura non ha nulla d'ignoto, nulla d'imprevisto, nulla di non calcolato, nulla d'intempestivo; che i così detti disordini predice, aspetta, vede avverarsi colla precisione d'un minuto secondo; che va scoprendo mano mano come tutto ciò che si chiama disordine rientra nell'ordine e più solennemente l'afferma; per chi ha la scienza, dico, questa impressione, questo senso dell'ordine in natura diventa cognizione riflessa, affermazione non contraddetta giammai; quindi ammirazione consapevole, vera e luminosa dottrina. A quale altezza di contemplazione dev'essere rapita la mente del naturalista che, misurata la moltitudine, l'immensità e la potenza degli elementi e dei corpi che riempiono gli spazi, va constatando l'inalterabile disciplina che ne raffrena gl'impeti e n'equilibra le forze! Guai se uno solo di questi elementi potesse spezzare il freno! guai se uno solo di quei milioni di astri potesse fuggir disertore nei campi dei cieli! Non si può levare una goccia d'acqua dal mare, senza che tutto l'Oceano non si commova; non si può trarre un respiro, senza che tutta l'atmosfera non si agiti; non si può portar via un granello di polvere, senza che tutto il pianeta non si risenta: tanto l'ordine è perfetto, rigorosa la consegna, delicato l'equilibrio su cui si regge l'universo, non un atomo escluso. Non è vero, come porta un'assurda dottrina che sotto il nome di darvinismo fa fortuna oggigiorno, Natura essere guerra; essere un combattersi, un soverchiarsi a vicenda degli esseri; essere insomma permanente, universale inaugurazione del diritto della forza. Bestemmia! Tutta natura è gerarchia, è subordinazione del maggiore al minore, è ordine insomma. Sopra il regno inorganico l'organico; sopra i vegetali gli animali, e in questi trovate invariabilmente sopra l'individuo la famiglia, sopra la famiglia la società, sopra la società la specie, sopra la specie il sistema che e l'universo; ma sopra il sistema c'e l'uomo; sopra l'uomo c'e Dio.

Natura è provvidenza. — Quanti animali camminano o strisciano sulla terra, o si librano nell'aria, o guizzano in seno alle acque! e tutti son là, dice il Salmista, che aspettano il cibo a suo tempo, e tutti trovano il loro posto a questa mensa regale della Natura. Quante meraviglie d'amore materno! Non temete, fanciulle mie, non mancherà la fogliolina al bacherozzolo, che appena sbocciato dall'uovo s'inerpica sullo stelo in cerca di cibo: non mancherà la sua gocciolina di rugiada alla felce annidata nel fesso dell'arido muricciuolo, né il bocconcino di clorofilla a nessuno di quei mille infusori impercettibili turbinano in libertà dentro una stilla. Vi ricordate di quel profeta Habacuc che, sollevato pei capelli dall'angelo, per cento e cento miglia nell'aria portava a Daniele tra i leoni la merenda dei mietitori? Ogni giorno il vento piglia dal grembo dell'Oceano la goccia che lascerà cadere mille e mille miglia lontano in seno al fiorellino dell'Alpi; ed ogni giorno il ruscelletto, stacca dal monte l'atomo di calce, che, attraversato il continente e consegnato alle correnti marine, sarà portato al corallo che l'attende confitto sul fondo dell'oceano mille e mille miglia lontano da ogni terra. Il Dio di Habacuc e il Dio dei venti e dei fiumi, della terra e del mare; sfamò una volta in modo prodigioso il suo profeta e sazia ogni giorno in modo non meno mirando la fame di tutti. Questi e mill'altri portenti di provvidenza e d'amore ci addita la scienza!

Natura è previdenza. — Gran virtù è la previdenza, per cui il fuggevole oggi rende sicuro l'incerto di domani; per cui tra gli affanni del tempo si preparano le gioie dell'eternità. Vedete con quanta previdenza preparano il nido alla nascitura prole gli uccelli. Gli antichi han presa la formica come maestra di previdenza; ma v'ha forse sulla terra essere vivente piccolo o grande che non abbia uguale diritto d'occuparne la cattedra? La scienza vi dirà ben altro: vi dirà con quale artificio di secoli si coprano d'eterne nevi i monti, e il ghiaccio si aduni e scorra in grembo alle alpine vallate, perché non manchi nel tempo della siccità l'onda ristoratrice dei campi: vi dirà, come invece raccolga sotto l'infocato deserto le acque allo schermo del sole, perché trovi il dattero da tuffarvi i piedi quando, come dicono gli Arabi, immerge la testa nel fuoco; vi dirà da quanti milioni e milioni d'anni prima che l'uomo fosse, Natura attendeva a fabbricargli ed a fornirgli di tutto questa sua grande abitazione; come pertanto abbia assoldate per tanti secoli infinite generazioni di testacei e di coralli per provvederla di calce e d'ogni marmo più vago; come abbia immagazzinate nei bui cantieri migliaia e migliaia di vergini foreste, perché non patisse penuria di carbone; come abbia separati interi bracci di mare per fame altrettante fabbriche di sale; come nelle vene della terra abbia fatto scorrere ruscelli d'oro, d'argento, di ferro, di piombo e d'ogni metallo prezioso ed utile, e ingemmato il seno alle rupi d'ametiste, di rubini e di diamanti; come ad opera compita abbia chiamati i ghiacciai dai recessi dell'Alpi e i fiumi dall'interno dei continenti a coprire di fertile terreno i monti ed i colli ed a comporne i piani, queste grandi sedi delle nazioni.

Natura è forza e soavità. — Soavità senza forza è debolezza, come forza senza soavità è violenza. Natura, come Sapienza che l'ha creata, attingit a fine usque ad finem fortiter et disponit omnia suaviter. In un giorno sereno, in una notte stellata, l'universo direbbesi una grandiosa quiete, un, eterno riposo. Voi sentite che questa immensa, universale tranquillità è il suo stato normale; tanto che un profondo turbamento di voi s'impossessa nei brevi istanti in cui sopra quel punto che voi abitate urla la bufera, scoppia il tuono e precipita la folgore. Appunto si direbbe che quei brevi istanti siano ordinati a farci sentire di quali forze natura dispone. Ma la bufera, il tuono, la folgore non sono che piccoli esperimenti di queste forze; sono, permettetemi di dire, carezze della mano d'un gigante. Che? sapete voi quanta forza si cela in un atomo? Non vedete un pizzico di polvere pirica, un bricciolo di dinamite, infine un gruppetto d'atomi d'ossigeno, di carbonio, d'azoto e di zolfo squarciare la rupe , rovesciare una torre? Natura alza di peso i monti, cambia in continenti i mari e in mari i continenti; aggira negli spazi il turbinio degli astri e lancia i mondi alla corsa. Ma intanto l'erbetta si rizza tranquilla sul gracile stelo; spande il fiore la sua delicata corolla, e il moscerino folleggia tranquillo nell'aria. Quanta forza! quanta soavità!

Natura è giustizia. — Ha per tutti i suoi doni secondo il grado di ciascuno, sicché tutti nel loro essere siano perfetti. Ha i suoi premi e i suoi gastighi: e noi soli su questa terra, meritevoli veramente di premio o di castigo, sappiamo che la temperanza e il buon uso dei beni di Natura è il più sicuro pegno di salute e di longevità; mentre gli ospedali popola la crapula, e vendetta di abusata Natura è troppo sovente la morte.

Natura è carità. — Volete il suo programma? È un programma eminentemente sociale perché tutto evangelico: “Tutti per ciascuno, ciascuno per tutti” . I mari, per mezzo dei venti, inviano alle terre le piogge invocate dall'ansia di tutte le infinite progenie d'animali e di piante; e le terre, per mezzo dei fiumi, mandano ai mari i sali necessari alla vita di tutte le infinite popolazioni marine. Le correnti marine ed atmosferiche si affrettano dalle regioni equatoriali a confortare dei loro tepori le regioni circompolari; mentre quelle che partono dai poli accelerano la corsa per far parte di loro frescura alle ardenti regioni dell'equatore. Gli animali, a cui l'ossigeno espirato dalle piante fa correre il sangue nelle vene, danno alle piante stesse il carbonio che ne fa il tronco vigoroso e fecondo. II fiorellino del campo non chiede invano la stilla all'orrido ghiacciaio che fa così paurosi i gioghi dell'Alpi. L'insetto nocivo, lo schifoso pipistrello, il bavoso rospo, il velenoso serpente hanno anch'essi il loro bene da rendere, e guai! se alcuna delle creature dell'universo rompesse quel legame di fratellanza con cui le tiene unite

Amor che muove le create cose.
 

Natura è pazienza. — Essa non mostra mai alcuna fretta di condurre a termine l'opera sua, ma bada a farla perfetta. Vedete come lenti si svolgono il germe, la radice, il fiore, il frutto d'una pianta. Quanta pazienza per comporre un'erbetta, uno stelo! Come sembra lento l' inverno! Come si fa aspettare nel vostro giardino quella rosa che già da parecchi giorni mostra dai rotti del verde involucro i lembi incarnati de' suoi petali odorosi! No; pazienza non è lentezza. Mentre levate il guardo dai vostro botton di rosa, v'accorgete che mille rose sono sbocciate; che primavera ha sparso ovunque a larga mano il tesoro de' suoi fiori; che tutti d'erbe e di frondi sono coperti la distesa dei piani e il dorso dei colli. Pare che tutto sia creato lì lì per incanto. Ma la scienza vi prepara incanti maggiori d'assai. Vedete quei monti? Tutto è lavoro di atomi assimilati da microscopici animaletti o di granelli condotti ad uno ad uno per lunga via in seno alle acque, poi sollevati lenti lenti, un millimetro per secolo, fin nelle regioni delle nubi. Ma portato di tale pazienza è l'universo.

Natura è operosità. — Ho detto soavità, quiete, riposo, pazienza; non ozio. Natura lo aborre. Giovine sempre, sempre colla stessa lena, giorno e notte lavora. Eterno lavoro è l'universo. S'io potessi mostrarvi le più moderne conquiste della scienza, vedreste che propriamente non c'è quello che si dice inerzia della materia; non c'è quello che si chiama stato; mentre non c'è molecola che non vibri. Lo stato, la quiete, l'immobilità altro non sono che equilibrio di forze, e questo si ottiene colla operosità continua, coll'impiego incessante delle forze stesse. La forza non cessa che quando ripiglia una nuova attività.

Natura è economia. — Nulla distrugge; tutto conserva; tutto utilizza. Quando abbatte, edifica; quando uccide, dà vita; quando distrugge, crea. Non un atomo va perduto; non uno rimane inoperoso. Uno zolfino spento, un brandello di carta straccia voi li gettate senza nemmeno volgervi e vedere dove cadono. Natura gli ha seguiti coll'occhio; li ha raccolti. Chi sa quante belle cose ricaverà da quel mozziconcino, da quello sbrendolo! Sapete voi che sia la legge del minimo mezzo ? Io non ho tempo a spiegarvelo; vi dirò soltanto che è la base di ogni economia. Or bene, la legge del minimo mezzo è legge fondamentale della Natura e la più luminosa testimonianza che essa rende alla sapienza di Dio. Natura non conosce né spreco, né lusso. Lo stesso vento, che sotto la sferza del sole solleva i vapori del mare, innaffia colle piogge i continenti, sparge le rugiade e le brine, diffonde il calore, distribuisce l'ossigeno agli animali ed alle piante, sparge i pollini fecondatori, disperde i miasmi nocivi.

Natura è magnificenza. — Come l'economia non è avarizia, così la magnificenza non è prodigalità; avendo l'una e l'altra, al contrario degli opposti, uno scopo tutto oggettivo che è il bene altrui, il bene di tutti. Guardate quest'onda di luce che sommerge la terra; guardate questo padiglione di zaffiro curvato sull'immenso orizzonte che, appena tramonti l'astro del giorno, è tutto un trapunto di stelle; guardate questo manto di verdura e di fiori che riveste la terra; guardate questi monti che toccano il cielo e questo mare che col cielo si confonde. Guardate le albe, i tramonti, l'iridi, le nubi dorate, le aurore boreali, e giù scendete fino all'elitra dell'insetto tutta chiazzata d'oro e d'argento e tempestata di gemme. Tutto lo splendore di una reggia non vale un raggio di sole. Salomone, il più magnifico dei sovrani, non ebbe (è Cristo che lo dice) mai una veste più bella di quella che indossa il fiorellino del campo.

Potrei continuare; ma tutto è detto quando si afferma che Natura è somma potenza, somma sapienza e somma bontà. Voi vedete però che negli attributi numerati ci sarebbero i titoli di altrettante opere voluminose rigurgitanti di pratica dottrina. Ma il vero libro è la stessa Natura; libro completo, inesauribile, in cui potranno leggere, senza mai giungervi alla fine, le presenti e le future generazioni. Studiate e vedrete. E quando vi sembrasse per avventura (Dio ci perdoni la nostra ignoranza!) che Natura venga meno a' suoi titoli divini, lasciando luogo al disordine, sicché non provvida, amorosa, previdente, giusta, ma sembri improvvida, crudele, cieca, imparziale; studiate, studiate e vedrete se non vi riesce di giustificarla, condannando voi stesse di ingiustizia, o di precipitazione i vostri giudizi. Sempre inteso che Natura non prende legge da noi, dal nostro piacere e tanto meno dal nostro capriccioso egoismo; che è madre universale; che provvede non solo al presente ma anche al futuro; ben inteso che il suo magistero, per quanto pieno e perfetto, non è tutto il magistero; che noi abbiamo un Maestro superiore alla Natura, Autore della stessa Natura, la cui dottrina ci solleva in seno ad un ordine più sublime, a cui è coordinata la stessa Natura, in cui diventa ordine ogni disordine, computando in se stesso il dolore, la morte e fino la colpa, mentre abbraccia il tempo e l'eternità, la materia e lo spirito, il creato e il Creatore.

Uno scrittore ch'io non vorrei nominare, che per rendere omaggio al suo grande ingegno e al molto di buono che scrisse, facendo la critica d'un'opera dettata in omaggio all'amorosa previdenza della Natura considerata come rivelazione della potenza, della sapienza e della bontà di Dio, scriveva così: “... intenerirsi fino alle lagrime, perché la natura difende, e protegge con tanto amore e tanti artifizi le sue creature, vuol dire dimenticare del tutto che l'economia dei viventi è fondata tutta (!) sopra una quotidiana e incessante carneficina e che, per non dir altro, per occuparsi solo della prediletta fra tutte le creature, l'uomo vede morire metà de' suoi figli prima che giungano alla pubertà (N. Antologia, l875. Vol. 29, pag. 938). Stiamo a vedere che anche i bachi hanno le ragioni di persona, e il diritto all'immortalità ed all'apoteosi. Non si confondano anzi tutto le bestie che hanno ragione di mezzo coll'uomo che ha ragione di fine. Per ciò che le riguarda s'è detto abbastanza dove si parlò di quel sistema di subordinazione di tutto il creato. Quanto all'uomo poi, che cos'è cotesto lagnarsi della Natura, accagionandola de' nostri mali? Quasi le umane miserie non avessero radice per la massima parte appunto nella colpevole infrazione delle sue leggi, e tutte in una ribellione volontaria all'Autore stesso della Natura consumata dall'uomo; per peccatum mors: quasi nol sapessimo, che questa è una terra d' esiglio; che qui non abbiamo, come dice S. Paolo, una stabile città, ma una futura ne cerchiamo. No; Natura, provvida anche in questo, non permette che noi ci addormentiamo nel presente, dimentichi dell'avvenire, ed è sua voce quella con cui ci grida il divino poeta:

Non v'accorgete voi che noi siam vermi,
Nati a formar l'angelica farfalla
Che vola alla giustizia senza schermi?
 

Di codeste amarezze, di codeste recriminazioni, di codeste reazioni altrettanto rabbiose ed assurde quanto illegittime ed impotenti, sono pieni gli scritti ed i discorsi di chi non sa o non vuole levarsi all'altezza di certe speculazioni, che son pure semplici, intelligibilissime, ma esigono ciò che troppo spesso è debole o manca.... la fede. Vi siete rintanati sotterra come la talpa, e gridate che il mondo è buio. Potete spaziare come l'aquila nelle regioni del cielo, e vi cacciate come un gambero nel pantano. Lagnatevi del sole d'agosto.

È proprio così, Signorine mie; quando si vuol giudicare di un sistema come è il nostro che abbraccia la ragione e la fede, che trascende lo spinoso presente, per ispaziare nell'avvenire con indefettibili speranze, che varca il tempo per approdare all'eternità, che comprende la terra e il cielo, la vita, la morte, la risurrezione e la gloria; il presente, il passato e il futuro; virtù e colpa; rimunerazione e castigo; universo e Dio; bisogna abbracciarlo, ritenerlo tutto colla mente e col cuore ; non tagliuzzarlo; non volerlo foggiare a nostro talento. Chi si ferma ad una parte (per isventura la minima), chi ammette il visibile che non può negare, e nega l'invisibile, questi sicuramente troverà dissonanza e contradizione dappertutto: questi sarà sempre infelice anche in mezzo ai sorrisi della terra e del cielo, all'esultanza dell'universo. Avete inteso?... A voi che credete, Natura non sarà infedele giammai: avrà sempre il suo bacio di madre. Non è men bello il raggio di sole che indora i biondi ricci di un bel bimbo, in cut tutto respira l'esuberanza e la felicità della vita, di quello che posa sulla pallida fronte d'un vecchio che muore sperando.

Raccomandandovi adunque lo studio della Natura non ho inteso né di sostituirlo e nemmeno di preferirlo, in via assoluta, a nessuno degli altri rami d'insegnamento di primaria importanza, nemmen per sogno poi a quello della religione. Guai alla scienza senza la fede!... Ma è appunto come sussidio alla fede che io finirò a raccomandarvelo caldamente, Alunne carissime, non dubitando di attribuire alla mia raccomandazione il carattere e l'importanza di un religioso consiglio, il quale, tradotto in pratica da voi e da quanti si applicano allo studio delle scienze fisiche e naturali, non può non esercitare sullo spirito una ben salutare influenza, prestando a voi e a tutti un aiuto efficacissimo a raggiungere quella perfezione che consiste nell'unione perfetta, per quanto è possibile sulla terra, dell'uomo con Dio. Non è forse vero quello che v'ho detto, essere cioè la Natura una vera rivelazione di Dio, una vera scuola di religione? Voi dovete già esserne convinte. Infatti, mentre parlavamo degli attributi della Natura che sono un'espressione così fedele, benché materiale, del bene morale sotto tutte le forme, qual è l'idea che veniva mano mano a manifestarsi e a prendere impero sul nostro spirito? L'idea di Dio. Potete negarlo? Lo studio della Natura diventa dunque (basta il volerlo) religione e culto. Già lo sentirono gli antichi e lo andarono mano mano sentendo i moderni credenti. Il sentimento della Natura e il sentimento di Dio nacquero e crebbero si può dire insieme. Nella poesia, nella letteratura, nelle opere dell'ingegno insomma, quanto più abbonda il sentimento della religione, tanto più spicca quello della Natura e viceversa. L'uno e l'altro sono mirabilmente associati, unificati nell'Antico e nel Nuovo Testamento, come, per citare qualche opera umana, nella Divina Commedia e negli Inni del Manzoni. Son tesi anche queste a cui la brevità m'impedisce di dare quello svolgimento di cui sarebbero degne.

Il sentimento della Natura è come quell'aura che nel Paradiso Terrestre avvertiva Adamo della presenza di Dio, e lo faceva così sicuro innocente, mentre lo fè tremare colpevole, coprendolo d'ignota vergogna. Temerei io forse di troppo accostarmi ad un grande errore (il panteismo) che è come l'infelice esagerazione di una grande verità, quando dicessi che Dio e Natura sono sinonimi; sinonimi come Verbo e Vangelo; come l'idea e la parola che la esprime?

Perciò il sentimento della Natura, o meglio il sentimento di Dio nella Natura, rende Dio stesso, in certo senso, visibile, palpabile, percettibile ai sensi tutti. Cammina davanti a me e sii perfetto, diceva ad Abramo il Signore. Non è un camminar sempre alla presenza di Dio, il sentir Dio nella Natura, che sempre e dovunque ci ricinge, ci avvolge, ci imbeve? È l'universo un tempio, in cui si respira un'aura sacra, piena del mistero di Dio; un tempio illuminato da tutte le luci dei cieli, incensato da tutti i profumi della terra, ove i cieli, i mari, le terre si accordano nella inalterabile armonia d'un eterno inno d'amore. Perciò diceva l'antico poeta pagano citato da S. Paolo che in Dio viviamo, ci muoviamo, esistiamo, e il Poeta divino:

La gloria di Colui che tutto muove
Nell'universo penetra e risplende.
 

e Manzoni

Tutto del tuo gran Nome
In terra, in ciel favella:
Risplende in ogni stella;
è scritto in ogni fior.
 

e Metastasio

Dovunque il guardo io giro,
Immenso Dio, ti vedo;
Nell'opre tue t'ammiro,
Ti riconosco in me.
La terra, il mar, le sfere
Parlan del tuo potere;
Tu sei per tutto, e noi
Tutti viviamo in te.
 

Care strofette, apprese dall'infanzia, e ch'io vorrei metter al fianco del Pater e dell' Ave Maria nella preghiera del mattino e della sera. Ma bisognerà, pure ch ' io finisca. — Addio, fanciulle amatissime! auguro a chi parte proficuo, fin dai primi passi nel mondo, su più vasto teatro, il magistero indefettibile della Natura. Né sia malcontento chi resta, se Natura, che può slanciarci nell'Infinito, additando un sol fiore, accoglie in grembo alla sua magnificenza questo placido asilo di studi, d'innocenza e di puri santissimi affetti, da cui Dio tenga lontana la bufera del tempo.

Antonio Stoppani, Lo studio della natura come elemento educativo , in “Gli studi in Italia” I (1878), pp. 752-792, qui pp. 773-792.