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Originalità della dottrina cristiana della creazione e risposte ai filosofi

Atanasio di Alessandria
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L’Incarnazione del Verbo, I, 2-3
Con un linguaggio che mantiene inalterata la sua attualità, Atanasio contraddice quei filosofi del suo tempo che ritenevano che il mondo fosse sorto per caso e non rispondesse ad alcuna progettualità intenzionale. Egli biasima parimenti coloro che ritenevano la materia preesistente ed increata ed affermavano al tempo stesso l’esistenza di Dio. Ad essi Atanasio oppone la dottrina biblica, mostrandone la ragionevolezza anche per la filosofia: la Scrittura «insegna che il mondo non è venuto all'esistenza spontaneamente, perché è ordinato da una provvidenza, né da una materia preesistente perché Dio non è debole; ma che dal nulla, e senza che prima esistessero in alcun modo, Dio ha portato all'esistenza tutte le cose mediante il Verbo».

2. La costruzione del mondo e la creazione dell'universo molti l'hanno intesa in maniere diverse e ciascuno l'ha definita a suo piacimento. Alcuni affermano che l'universo è venuto all'esistenza spontaneamente e per caso. Tali sono gli epicurei, i quali immaginano che nel mondo non vi sia la provvidenza facendo delle affermazioni direttamente contrarie a quanto chiaramente appare. Infatti, se tutto è venuto all'esistenza spontaneamente e senza provvidenza, come essi dicono, tutti gli esseri dovrebbero essere assolutamente simili e senza differenza. Infatti, come in un unico corpo tutti gli esseri dovrebbero essere sole o luna e negli uomini tutto il corpo dovrebbe essere mano, occhio o piede. Ma non è così; e noi vediamo da una parte il sole e da un'altra parte la luna o la terra, e allo stesso modo nei corpi umani vediamo da una parte il piede e da un'altra la mano o la testa. Orbene, tale ordine indica che quegli esseri non sono venuti all'esistenza per caso e dimostra che all'origine della loro esistenza c'è una causa, a partire dalla quale si può conoscere Dio che ha ordinato e creato l'universo.

Altri, tra i quali si annovera anche Platone che è grande tra i Greci, spiegano che Dio ha creato l'universo da materia preesistente ed increata. Secondo loro Dio non potrebbe fare nulla se non esistesse prima la materia, come deve esistere in precedenza il legno perché un artigiano lo possa lavorare. Ma non sanno che con queste affermazioni attribuiscono a Dio la debolezza. Infatti, se non è egli stesso causa della materia, ma si limita a fare le cose con materia preesistente, si scopre che è debole, non potendo creare, senza la materia, alcuna delle cose che esistono. Come è certamente segno di debolezza per l'artigiano il non poter fabbricare nessun oggetto necessario senza il legname. Se per ipotesi non esistesse la materia, Dio non potrebbe far nulla. Ma come si può ancora definire creatore ed ordinatore se la sua facoltà di creare dipende da un altro essere, cioè dalla materia? Se le cose stanno così, se lavora una materia preesistente senza essere causa egli stesso della materia, Dio secondo loro sarà un semplice artefice e non il creatore che dà l'essere. Non si può affatto dire creatore, se non crea la materia, dalla quale sono venuti all'esistenza gli esseri creati.

Gli eretici immaginano per loro conto un creatore di tutte le cose diverso dal Padre del nostro Signore Gesù Cristo, rivelando in queste parole una grande cecità. Se i1 Signore disse ai Giudei: «Non avete letto che all'inizio il creatore li fece maschio e femmina?»; e aggiunse: «Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla moglie, e i due saranno una sola carne », e poi indicando il creatore soggiunge: «Quello dunque che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi» [Mt 19,46], – come possono introdurre una creazione estranea al Padre? Se, come dice Giovanni riassumendo tutto, «tutto è venuto all'esistenza per mezzo di lui e senza di lui nulla è venuto all'esistenza» [Gv 1,3], come può esistere un altro creatore all'infuori del Padre di Cristo?

3. Queste sono le loro false opinioni. Ma l'insegnamento divino e la fede conforme a Cristo denunciano come un'empietà queste loro vane parole. Esso insegna che il mondo non è venuto all'esistenza spontaneamente, perché è ordinato da una provvidenza, né da una materia preesistente perché Dio non è debole; ma che dal nulla, e senza che prima esistessero in alcun modo, Dio ha portato all'esistenza tutte le cose mediante il Verbo come dice per mezzo di Mosè: «All'inizio Dio fece il cielo e la terra» [Gen 1,1], e ancora per mezzo dell'utilissimo libro del Pastore [il Pastore di Erma]: «Prima di tutto credi che uno solo è Dio, colui che ha creato ed organizzato tutte le cose e le ha fatte passare dal nulla all'esistenza» [Erma, Il Pastore, I,1]. Lo indica anche Paolo dicendo: «Per fede sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che le cose visibili sono venute all'esistenza da ciò che non si vede» [Eb 11,3].

Dio è buono, o piuttosto la fonte della bontà; e chi è buono non può avere invidia di nulla. Perciò, non invidiando l'esistenza di nessuna cosa, ha creato dal nulla tutte le cose mediante il suo proprio Verbo, il nostro Signore Gesù Cristo. Tra tutti gli esseri che vivono sulla terra ebbe pietà del genere umano e vedendo che non era in grado di durare sempre in ragione della sua propria origine, gli fece un dono più grande: gli uomini non si limitò a crearli, come tutti gli altri viventi irrazionali che sono sulla terra, ma li fece secondo la sua immagine, rendendoli partecipi anche della potenza del suo proprio Verbo, affinché avendo in sé alcune ombre del Verbo e divenuti razionali, potessero durare nella beatitudine, vivendo nel paradiso la vera vita, che è quella propria dei santi. D'altra parte, sapendo che la volontà umana può volgersi da una parte o dall'altra, fortificò in precedenza, assegnando loro una legge e un luogo determinato, la grazia che aveva dato. Dopo averli introdotti nel paradiso, dette loro la seguente legge: se avessero custodito la grazia e fossero rimasti virtuosi, avrebbero goduto nel paradiso di una vita senza tristezza dolore o preoccupazione, oltre ad avere la promessa della incorruttibilità nei cieli; se invece avessero trasgredito la legge e, voltatisi indietro, fossero divenuti cattivi, avrebbero conosciuto di essere soggetti per natura alla corruzione che si compie nella morte, e che non sarebbero piú vissuti nel paradiso, ma morendo poi fuori del paradiso sarebbero rimasti nella morte e nella corruzione. Questo appunto preannuncia la divina Scrittura in nome di Dio: «Potrai mangiare di ogni albero del paradiso, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non dovete mangiare, perché nel giorno in cui ne mangiaste, morreste a causa della morte» [Gen 2,16-17]. Ora, «morire a causa della morte» significa precisamente non solo il morire ma anche il rimanere nella corruzione della morte.

da L’Incarnazione del Verbo, I, 2-3; tr. it. a cura di Enzo Bellini, Città Nuova, Roma 1976, pp. 39-43.