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Francesco Severi

1879, Arezzo
1961, Roma
Mario Gargantini

 

Le tappe principali della sua vita Francesco Severi le ha tracciate personalmente nell’introduzione al volume Dalla scienza alla fede (Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi 1959), l’opera che condensa la sua visione scientifica e il suo itinerario culturale e religioso. Ed è lui stesso ad attribuire al particolare giorno della sua di nascita, la mattina di Pasqua del 1879, un valore significativo: «Forse il Signore, in quel giorno ricordevole della Resurrezione, volle imprimere un sigillo su tutta la mia vita, la quale, pur attraverso alterne e non sempre ortodosse vicende, doveva appunto esser ricondotta, per somma benevolenza del Salvatore, sul declinare degli anni, verso lo sbocco di un salutare cammino dell’anima, con il prezioso insegnamento del dolore!». Un sigillo completato, possiamo aggiungere noi, dalla data della morte analogamente significativa: l’8 dicembre 1961, Festa dell’Immacolata Concezione.

Rimasto orfano di padre all’età di 10 anni, si ingegna per poter studiare fino ad ottenere una borsa di studio per iscriversi alla Facoltà di Ingegneria all’Università di Torino dove però si laurea in matematica pura nel 1900. Continua tuttavia gli studi di ingegneria, ricevendo la laurea honoris causa dopo aver diretto la Scuola di Ingegneria di Padova. Nel frattempo ha scalato rapidamente i gradini della carriera accademica vincendo il concorso di professore ordinario a soli 26 anni presso l’ateneo patavino. Nel 1921 accetta il trasferimento all’Università di Roma dove insegnerà Analisi algebrica, Analisi Infinitesimale e poi Geometria superiore «mentre prima a Parma e a Padova avevo insegnato Geometria proiettiva, descrittiva, analitica e matematiche superiori: questo continuo cambiar di cattedra era da me desiderato per conservare freschezza alle mie lezioni e dar loro maggior efficacia didattica» (Dalla scienza alla fede, p. 14).

La carriera universitaria culmina con la nomina a Rettore dell’Università di Roma; incarico che lascerà nel 1925 dopo il delitto Matteotti, in profondo disaccordo col governo di allora. Nel 1939 fonda a Roma l’Istituto di Alta Matematica, assumendone la presidenza che terrà fino al 1956.

I suoi meriti accademici e scientifici gli sono valsi la nomina di socio di ventisei accademie e società scientifiche, tra le quali l’Accademia dei Lincei, l'Accademia dei XL, la Pontificia Accademia delle Scienze e l'Académie des sciences. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, come il premio Bordin (1907) dell’Accademia di Parigi e la medaglia Guccia al IV Congresso Internazionale di matematica del 1908.

Per tutto questo ha ricevuto diversi inviti a tenere corsi, lezioni e conferenze in tutto il mondo: lui stesso ricorda in particolare l’anno passato a Tokyo (1936-37), dove uno dei suoi allievi, Kunihiko Kodaira, è diventato un celebre geometra algebrista, vincitore della Medaglia Fields e del Wolf Prize.

La sua opera scientifica prende le mosse dalla geometria proiettiva e dalla geometria algebrica. A lui si deve lo sviluppo della teoria delle serie e dei sistemi di equivalenza sopra superfici e varietà algebriche; ha inoltre dato inizio alla teoria generale della base per le curve di una superficie algebrica, alla teoria delle funzioni quasi abeliane, alla teoria delle corrispondenze algebriche. Importanti contributi ha portato anche nel campo della geometria differenziale come pure dell'analisi matematica; e ha contribuito, tra i primi, a diffondere in Italia l’interesse per la topologia. Tra le sue opere ricordiamo: Lezioni di geometria algebrica (1908); Geometria proiettiva (1922); Trattato di geometria algebrica (1926); Topologia (1931); Serie, sistemi di equivalenza e corrispondenze algebriche sulle varietà algebriche (1942); Fondamenti di geometria algebrica (1948); Lezioni sulle funzioni analitiche di più variabili complesse (1958); Geometria dei sistemi algebrici sopra una superficie e sopra una varietà algebrica (1958-59).

In tutta la sua attività di matematico emergono anzitutto la passione per la ricerca e l’entusiasmo per l’esperienza della scoperta, per ogni anche piccolo avvicinamento alla verità: «è vivo il ricordo e l’impressione di entusiasmo e di soddisfazione che lo scienziato prova di fronte alla prima conquista scientifica, anche piccola e modesta»; e ancora: «se dovessi scegliere il tipo del mio lavoro per ripercorrere una seconda vita terrena, tornerei ad occuparmi di scienza» (Dalla scienza alla fede, p. 19). Una passione, quindi, non solo giovanile ma continuamente rinnovata e sorretta dalla visione del lavoro scientifico come di un’esperienza più vicina a quella dell’artista: «La soddisfazione che mi ha dato il lavoro scientifico dipende certamente dal fatto che il nostro è una specie di lavoro artistico, nel senso che la produzione scientifica, specie in matematica, che è una scienza astratta e non sperimentale, non è possibile poggiandola soltanto sulle doti logiche del cervello, ma anche sulla forza dell’intuizione e sul fervore dell’immaginazione» (Dalla scienza alla fede, p. 19).

È sempre stata una sua preoccupazione quella di sottolineare l’importanza, nell’indagine matematica, dell’intuizione che affianca e spesso precede l’altro pilastro che è la logica: «è certo che la fonte prima della scoperta e della creazione originale è l’intuizione. La logica è la sua ancella, che ne elabora e critica i prodotti e li dispone in sillogismi. Ma con quale altro mezzo, se non con l’intuizione, si sceglierebbe la via giusta per giungere al risultato fra le infinite possibili catene di deduzioni derivanti dalle premesse?» (Dalla scienza alla fede, p. 250). Va precisato che l’intuizione matematica «non è la percezione immediata (l’Anschauung di Kant) di quanto nativamente o in virtù delle sensazioni ci troviamo formato dentro. Essa è qualcosa di più. È il riflesso delle idee che balzano improvvise alla mente, in conseguenza di tutta la precedente esperienza personale, logica e psicologica. È insomma una intuizione di secondo grado, che completa quella nativa e che può ascendere sino all’astrazione» (Dalla scienza alla fede, p. 249).

È in forza di questa esperienza diretta e vissuta che Severi approfondisce la sua critica al neopositivismo e al neoempirismo; soprattutto a quelle posizioni estreme che si traducono nel disinteresse, ben più grave dell’opposizione, per la prospettiva metafisica e portano alla riduzione di tutta la scienza a pura “metodologia”. Così esprime la sua divergenza dai neoempiristi del Centro torinese di metodologia (che si rifanno al Circolo di Vienna), sintetizzandola «nella ammissione o meno di taluni principi metafisici, cui i neoempiristi negano diritto d’intervento nella scienza, non riconoscendo nessuna realtà controllabile diversa dal linguaggio. Io invece penso che nessun simbolismo o linguaggio può mai essere chiuso in sé, ma che abbisogna sempre di certe intuizioni fondamentali, che sole gli danno vita e senso; e che i postulati di ogni scienza devono in ogni caso soddisfare a condizioni di legittimità, non derivanti a posteriori dalla riuscita esperienza del loro uso, ma a priori, immediatamente o mediatamente, dal postulato metafisico della compatibilità o coerenza di una realtà che preesiste al linguaggio» (Dalla scienza alla fede, p. 259). In questa sua critica, arriva a deplorare «l’atteggiamento assiomatico e rigorista ad oltranza della matematica contemporanea, [che] costituisce (e sono tutt’altro che isolato in questo avviso) un sintomo di stanchezza della fantasia creatrice e sarebbe causa di grave decadenza, se i matematici non ritornassero presto di nuovo alle fonti fresche e pure dell’intuizione» (Dalla scienza alla fede, p. 85).

Quel che emerge, nel pensiero di Severi è l’immagine della matematica come di una scienza in evoluzione, dove le teorie non sono mai definitive e «i problemi non si esauriscono mai; per ogni nuova scoperta o conquista matematica l’orizzonte che ci si apre dinanzi si amplia» (Dalla scienza alla fede, p. 18). Più in generale, Severi è convinto che con le nostre sole forze conoscitive «possiamo intravedere soltanto lembi di assoluto. Ogni tanto un ardimento della nostra intelligenza ci apre uno squarcio e ci mostra qualcosa dell’eterna verità, ma il destino dell’uomo nella vita naturale, non in quella soprannaturale, è soltanto di approssimarsi indefinitamente alla verità, senza raggiungerla mai»; in un altro passaggio, parlando della relatività delle «posizioni orgogliose delle certezze scientifiche» userà una efficace metafora: «quella relatività è sempre in funzione di un assoluto che si oppone come barriera elastica, ma tuttavia infinitamente profonda, al suo superamento con i mezzi conoscitivi» (Dalla scienza alla fede, p. 103).

Severi vede tutto ciò non solo nella matematica ma in tutte le scienze. Da sempre interessato agli sviluppi delle altre discipline, in particolare della fisica, ha dedicato studi e riflessioni approfondite sulla teoria della relatività, della quale non ha mai smesso di evidenziare il carattere “assoluto”: «La relatività non è in fondo che il carattere fatale delle umane misure, che alimentano la scienza. Ma la relatività delle misure non implica per nulla affermare la inesistenza di una realtà, che le sovrasti e sia da esse indipendente. Ed ecco ora una seconda e ben più importante considerazione. La relatività ha forse cacciato dalla scienza le ultime vestigia dell’assoluto, relegandole nel mondo metafisico? Neanche per sogno. Direi anzi che essa è la più squisita ricerca dell’assoluto, in quanto si propone come scopo precipuo di scoprire verità indipendenti dai soggetti che pensano e osservano (le leggi invarianti)» (Dalla scienza alla fede, p. 225). L’insistenza su questa visione della relatività è sostenuta anche dal rapporto personale con Einstein, dal quale ha raccolto pochi giorni prima della morte, in una memorabile intervista (“Scoppiò cinquant’anni fa la «rivoluzione» di Einstein”, Corriere della Sera, 20 aprile 1955) un’ultima testimonianza di scienziato aperto alla dimensione del mistero, condensata nella celebre espressione: «Chi non ammette l’insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato».

E ciò in sintonia con la visione che Severi ha maturato dopo la conversione e ribadito in numerosi scritti e conferenze. Dopo l’esperienza della conversione — o meglio del ritorno alla fede della fanciullezza, maturato presso la comunità monastica dei Camaldolesi — Severi rilegge la sua attività di matematico e prende le distanze sia dalla posizione scientista di tanti colleghi che non riconoscono il carattere limitato e parzialità della conoscenza scientifica, sia dallo scetticismo che minaccia come un tarlo ogni impresa conoscitiva. Nello stesso tempo, egli riconosce l’esperienza scientifica come parte integrante del suo itinerario verso la fede: «Che cosa mai può dare la scienza sul terreno della fede? A me molto ha dato, conducendomi alla soglia del mistero e lasciandomi intendere che, al di là della soglia, il mistero è invalicabile coi mezzi scientifici. Così la scienza ha contribuito a spingermi sul sentiero erto e faticoso che sale verso la luce della piena fede (L’eterno nel tempo, Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi 1956, p. 81).

Per arrivare infine ad indicare lo scopo ultimo e il gusto profondo dell’avventura della ricerca scientifica nel dialogo vertiginoso col mistero. «Credo di aver dimostrato nelle direzioni esplorate, che la scienza muove dal mistero. Ciò che le dà coerenza interna, concordanza crescente col mondo reale e applicabilità concreta, è soltanto la forza intuitiva dello spirito, infallibile nei suoi principi supremi … La scienza muove dal mistero e in ogni sua tappa alle soglie di questo ritorna. Invero i suoi risultati, le sue leggi, sono sempre in funzione di un assoluto, che inevitabilmente risorge proprio quando più si afferma il relativismo … La scienza non sbocca nel nulla ma nel mistero, dinanzi al quale è giocoforza si pieghi riverente» (Dalla scienza alla fede, p. 97).

 

Bibliografia:

F. SEVERI, L’eterno nel tempo, Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi 1956
F. SEVERI, Dalla scienza alla Fede, Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi 1959