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Max Planck

1858, Kiel
1947, Gottinga
Giulio Meazzini

 

“Io avevo sempre considerato la ricerca di qualcosa di assoluto come lo scopo più elevato di tutte le attività scientifiche”. Questa potrebbe essere, forse, la sintesi della vita di Planck scienziato, che al tramonto della sua vita poteva scrivere: “La velocità della luce è per la teoria della relatività quello che il quanto elementare di azione è per la teoria dei quanti: il suo nucleo assoluto”.

Nato nel 1858 in Germania da una famiglia di pastori luterani, Max Planck è professore di fisica teorica prima a Kiel e poi, per 38 anni, all'Università di Berlino, nella prestigiosa cattedra del suo ex maestro Gustav Kirchhoff. La passione per la scienza è “conseguenza diretta di una scoperta che non ha mai cessato di riempirmi di entusiasmo fin dalla mia prima giovinezza: le leggi del pensiero umano coincidono con le leggi che regolano la successione delle impressioni che riceviamo dal mondo intorno a noi, sì che la logica pura può permetterci di penetrare nel meccanismo di quest'ultimo. A questo proposito è di fondamentale importanza che il mondo esterno sia qualcosa di indipendente dall'uomo, qualcosa di assoluto”.

A questo realismo Planck rimarrà fedele durante tutta la sua vita, in particolare durante il travagliato periodo della nascita della fisica quantistica nella prima metà del Novecento. Il suo contributo decisivo alla rivoluzione nella concezione del mondo fisico è la scoperta del “quanto di azione”, un “atto di disperazione” dopo sei anni di lotta con il problema della interpretazione della radiazione del corpo nero. Sarà premio Nobel per la fisica nel 1918.

Ma Planck fatica ad accettare le conseguenze della sua scoperta: “il mio vano tentativo di adattare in qualche modo il quanto di azione nella teoria classica continuò per un certo numero di anni, e mi costò parecchia fatica”. Planck riteneva infatti che la quantizzazione dell'energia si verificava solo localmente, durante l'emissione e l'assorbimento. La stessa enigmatica costante universale h, da lui introdotta per conciliare la teoria con i dati di laboratorio, rimaneva per lui incomprensibile dal punto di vista del significato fisico. Saranno necessarie le successive teorie e le scoperte di Einstein, Bohr e Schrodinger per vincere la sua resistenza. Ma neanche a questo punto rinunciò a cercare una via di uscita dalla difficoltà di conciliare la sua avversione all'indeterminismo con le conseguenze della quantizzazione, asserendo che “spesso l'indeterminismo è solamente il portato del metodo con cui si imposta la questione… quindi non si può mai escludere che, con un opportuno cambiamento nella scelta delle ipotesi, si possa passare da un avvenimento determinato a uno indeterminato e viceversa” ( La conoscenza del mondo fisico ). In questa battaglia Planck si ritrova in buona compagnia; neanche Einstein infatti si rassegnava ad accettare che alla base del mondo microscopico potevano esserci le leggi del caso e non quelle della causalità classica.

Dotato di un ottimismo incrollabile, Planck visse una vita travagliata sia come tedesco, attraverso due guerre mondiali e il nazismo, sia come marito e padre con la perdita della prima moglie, di un figlio nella grande guerra, delle figlie morte di parto e infine dell'ultimo figlio, nato dal secondo matrimonio, condannato a morte per complicità in un attentato a Hitler. Durante il nazismo non dichiarò apertamente il suo dissenso allo scopo di "salvare il salvabile", secondo quanto gli indicava la sua coscienza.

Planck ebbe sempre un grande rispetto per la fede e la religione, anche se non espresse mai in modo esplicito la fede in un Dio personale. Tuttavia, il suo avvicinamento alle posizioni cristiane fu notevole, al punto che nel 1947 si diffuse la notizia di una sua conversione al cattolicesimo, che venne poi smentita dallo stesso scienziato. La sintonia di Planck con i tradizionali temi religiosi traspare dalla sua vita, dai suoi scritti e dalle sue conferenze, fra cui Scienza e fede (1930) Religione e Scienza (1937) e Religione e società (1938): “Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell'altra per completarsi nella mente di ogni uomo che seriamente rifletta”. Nella sua concezione, “la fede in nessi più profondi” è “la forza che dà efficacia al materiale scientifico radunato”.

Nella premessa alla sua autobiografia scientifica, Planck scrive: “La fisica, come ogni altra scienza, contiene un certo nucleo irrazionale di cui non ci si può liberare con una definizione senza privare l'indagine della sua vera forza motrice, e che tuttavia non può mai essere completamente chiarito. L'intimo motivo di questa irrazionalità, come mostra sempre più chiaramente lo sviluppo della fisica moderna, sta nel fatto che l'uomo che indaga è egli stesso parte della natura e quindi non riesce mai a raggiungere quella distanza dalla natura che sarebbe necessaria per un'osservazione completamente obiettiva della natura stessa. A questa condizione immutabile ci dobbiamo comunque adattare, appagandoci di quella certezza che Goethe ottantenne affermava essere la massima fortuna a cui possa aspirare un pensatore: la certezza di avere indagato ciò che è accessibile alla nostra indagine, arrestandoci rispettosi dinanzi a ciò che alla nostra indagine sfugge”.

 

Bibliografia:

M. Planck, Scienza, filosofia e religione, con intr. di A. Einstein, Fabbri Editori, Milano 1973

M. Planck, La conoscenza del mondo fisico (1906-1947), Bollati Boringhieri, Torino 1993 (contiene il saggio postumo: Autobiografia scientifica)

M. GARGANTINI, Planck, Max, in DISF

 

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