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Il valore filosofico-mistico dell'Itinerario Mentis in Deum

Vincenzo Cherubino Bigi

L'Itinerarium mentis in Deum è lo scritto bonaventuriano che non ha cessato di interessare le generazioni e la cultura occidentale, come lo dimostrano le numerose traduzioni nelle varie lingue; d'altra parte, chi si è avvicinato a questo capolavoro, insieme ad una intima commozione ha sempre avvertito un certo smarrimento, una inafferrabilità concettuale pur nella rigorosa schematicità della costruzione [1].

In effetti, questo opuscolo, oggetto anche di valutazioni contrastanti presso i vari interpreti, e irriducibile ad un genere letterario unico; non è un trattato di filosofia, di teologia e di mistica. È una vita che si approfondisce gradualmente arricchendosi e promovendosi, traendo alimento dai motivi essenziali di ordine filosofico, teologico e mistico che S. Bonaventura aveva già approfondito e sistematizzato nelle sue poderose opere dell'insegnamento parigino e in lunghe meditazioni sull'esperienza mistica di S. Francesco. Di qui la notevole difficoltà per il lettore che trova accostamenti repentini di metodi e posizioni dottrinali a livelli diversi la cui adeguata comprensione implicherebbe la conoscenza di tutto il pensiero bonaventuriano.

Evidentemente il tempo concesso a questa nostra relazione non permette l'analisi circostanziata delle molteplici dottrine la cui eco vibra e illumina i tornanti severi di questo itinerario dello spirito. Ci limiteremo ad accentuate quel valore filosofico-mistico che è inteso quale conquista e perfezione spirituale dal procedere itinerante, concreto ed esistenziale dell'opuscolo bonaventuriano.
    

Il senso dell’Itinerario

A differenza del vagabondare ozioso o del riposante passeggiare, l’itinerario esige un cammino impegnato e orientato che trae significato dalla meta verso cui si muove. All'inizio quindi della nostra ricerca dobbiamo fissare l'attenzione sul traguardo finale del cammino bonaventuriano come ci è dato conoscerlo dalla esplicita dichiarazione dell'autore stesso: «Mentre dunque, io peccatore, sull'esempio di S. Francesco di cui sono indegno settimo successore nel governo dell'Ordine, anelavo con tutta l'anima la pace, il Signore mi ispiro di ritirarmi nella tranquilla solitudine del monte della Verna» [2].

E ancora: «Incomincio con l'invocazione al primo Principio, cioè all'Eterno Padre, dal quale come Padre della luce e origine di ogni bene e di ogni perfezione (Giac. 1, 17) vengono tutte le illuminazioni, e lo prego nel nome di Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Signore, affinché per l'intercessione della Santissima Madre di Dio Maria Vergine e di S. Francesco, nostro Padre e guida, illumini la nostra mente e diriga i nostri passi nella via di quella pace (Ef. 1, 17), che supera ogni umana comprensione (Lc. 1, 79). Questa pace fu predicata e donata da nostro Signore Gesù Cristo, e poi di nuovo annunziata dal nostro Padre S. Francesco, il quale cominciava e terminava ogni discorso invocando la pace, in ogni saluto augurava la pace, in ogni contemplazione sospirava la pace dell'estasi, sentendosi già cittadino di quella Gerusalemme, della quale il Salmista, uomo di pace, pacifico con i nemici della pace (Sal. 119, 7) dice: Invocate la pace per Gerusalemme (Sal. 121, 6). Poiché egli sapeva che il trono di Salomone non poggiava che sulla pace, essendo scritto: E sulla pace che ha stabilito la sua dimora e la sua residenza in Sion (Sal. 75, 3) [3]. In questo testo programmatico si raccolgono i motivi essenziali dell'itinerario bonaventuriano; esso si risolve essenzialmente nella ricerca della pace, che è conquista personale attraverso un succedersi graduale di esperienze subordinate le une alle altre, espresse e promosse da un discorso aperto alla luce divina. Inoltre viene precisato il fonda menta esistenziale di tale ricerca: « l'Io peccatore »; espressione che non riguarda qui tanto l'ordine morale, quanto la situazione esistenziale umana, originata dalla colpa che ha infranto l'armonia e cospirazione delle diverse facoltà (sensi, intelligenza e volontà) ed ha originato la rottura tra l'uomo e il mondo, tra l'uomo e Dio.

A illuminazione e conferma di questa affermazione di fondo, giova qui ricordare quella dottrina degli «status» rilevata da odierni bonaventuristi, quali Lazzarini e Moretti Costanzi [4], come una tra le chiavi di volta del pensiero bonaventuriano.

Lo status è la situazione esistenziale quale fonte e possibilità di una certa esperienza. Gli «stauts» principali dell'uomo sono quattro:

status naturae institutae,
status naturae lapsae,
status viae,
status gloriae
.

Il primo indica la condizione di integrità, di innocenza e pienezza del primo uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio; il secondo dice lo scadimento o la diminuzione dell'uomo causata dal peccato; il terzo è lo «status» in cui noi siamo inseriti; uomini redenti e itineranti, con opposte possibili direzioni, impegnati e chiamati a scelte possibilizzatrici di salvezza. Il quarto rappresenta la condizione finale, concreta e ideale insieme, del nostro itinerario terreno vissuto con autenticità. Ovviamente lo «status» che interessa l'itinerario bonaventuriano e quello di cammino di via che è intimamente drammatico e rischioso, in quanto ha in sé e lo scadimento originato dalla colpa e la tensione verso la redenzione, cioè verso il ripristino dell'innocenza originaria.

Ora il problema di fondo che investe lo stato di via è questo: se, causa la colpa, noi siamo scaduti di fronte a noi stessi, a Dio e al mondo, onde avvertiamo fratture tra spirito e carne, tra noi e Dio, come è possibile iniziare un cammino di elevazione progressiva che ci restituisca la pienezza primitiva di essere di significato e di azione? «Noi non possiamo, osserva S. Bonaventura, elevarci sopra noi stessi, senza una forza elevante superiore che è data soltanto a coloro che la chiedono con cuore umile e devoto, cioè a coloro che in questa valle di lacrime si rivolgono a Dio con preghiera fervente. La preghiera pertanto è la madre e l’origine della nostra azione verso l’alto». [5] 

Ai nostri giorni, G. Marcel ha riproposto la possibilità del superamento dello scacco nella ricerca dell'essere, attraverso l'invocazione: Du refus a l'invocation [6]. Per S. Bonaventura la preghiera costituisce quella forza interiore che permette all'uomo di iniziare il cammino verso la pace; scrive pertanto: « Incomincio con l'invocazione al Primo Principio».

Per concludere l'analisi della situazione concreta da cui trae le mosse il cammino bonaventuriano verso la pace, possiamo rivelare come l'ambiente storico in cui si dimensionava la vita di S. Bonaventura riflettesse anche troppo il radicale dissidio introdotto dalla colpa; basta ricordare la confusione e mancanza di sicurezza che caratterizzavano la vita ecclesiastica del tempo, la lotta dei maestri secolari di Parigi contro il valore religioso riproposto dagli Ordini Mendicanti, il Libellus de periculis novissorum temporum di Guglielmo di Sant'Amore del 1256, l'opposizione alla candidatura di S. Tommaso e S. Bonaventura a «Magistri», superata solo nel 1257 per l'intervento diretto del Papa.

Ma più drammaticamente investivano l'animo di S. Bonaventura le lotte intestine dell'Ordine Francescano di cui egli era da due anni Ministro Generale; lotte che minacciavano di isterilire alle radici il rinnovato messaggio di pace portato da San Francesco. Bonaventura, per la sua alta responsabilità si trovava così a fronteggiare opposte fazioni, impegnato in una sua testimonianza di autenticità cristiana che ne assumeva il peso e la sofferenza. Di qui il suo anelito profondo e sincero di pace cercata nella solitudine del monte. Possiamo ora chiederci che cosa portava con sé, in tale distacco, l'uomo Bonaventura quale viatico del suo cammino interiore. La risposta si ricava facilmente dalla lettura stessa dell'Itinerario, che rivela, come già è stato illustrato da vari interpreti [7]:

a) una spiritualità intensa incentrata sul Cristo e sulla vita esemplare di S. Francesco, la cui esperienza religioso-mistica è presa come modello all'inizio, al centro e al termine dell'Itinerario;

b) una vasta cultura che aveva già posto a confronto il mondo della rivelazione e il mondo della ragione, cercando le relazioni delle grandi sfere della realtà: Dio, l'uomo e il mondo; e pervenendo a un sistema unitario che resta uno dei più significativi nella storia del pensiero. Platone, Aristotele, Agostino, Boezio, lo Pseudoareopagita, Ugo e Riccardo da S. Vittore, Bernardo, Anselmo, Alessandro di Hales erano stati posti a confronto nei vasti orizzonti della mente bonaventuriana che, dal loro dialogo stesso, aveva tratto profonde suggestioni per intuizioni geniali e nuove soluzioni di pensiero nella sua tensione di ridurre all'unità il molteplice sia ideale che esistenziale.

Anche la stessa concezione di un Itinerario dello spirito era suggerita dai grandi pensatori familiari a Bonaventura. Tralasciando il Convito di Platone di cui Bonaventura poteva aver letto frammenti nelle Catene d'oro, è palese l'influsso del processo agostiniano, ab extra - ad intra - ad supra, della gerarchizzazione dello Pseudodionigi, e della elevazione mistica di Ugo e Riccardo da S. Vittore. Tuttavia l'Itinerario bonaventuriano non e una semplice adozione o riecheggiamento di esperienze del passato; e il linguaggio di una esperienza nuova, personale, impegnata, vissuta realmente dall'uomo Bonaventura che rimane come un appello e una indicazione al nostro desiderio di pace.


NOTE

[1] Cfr. E. Gilson, La Philosophie franciscaine, in S. François d’Assise, Son œuvre. Son influence, Parigi 1972, 152.

[2] Itinerarium Mentis in Deum, Prol. N. 2 (V, 295a)

[3] Itinerarium Mentis in Deum, N. 1 (V, 295a)

[4] Cfr. R. Lazzarini, S. Bonaventura, Milano 1946; S. Moretti Costanzi, L’attualità della filosofia mistica di S. Bonaventura, Assisi 1956; L’ora della filosofia, Bologna 1969.

[5] Itinerarium Mentis in Deum, c. 1, n. 1 (V 297a)

[6] Parigi 1940

[7] Cfr. E. Sauer, Die religïose Wertung der Wlet in Bonaventuras Itinerarium Mentis in Deum, Werl. i. W. 1937

   


V. C. Bigi, Studi sul pensiero di San Bonaventura, Edizioni Porziuncola, Assisi 1988, pp. 275- 279