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Il principio architettonico del mondo all’origine delle forme chimiche e biologiche

Robert Boyle
1661

da The Sceptical Chymist, cap. VI

Alle origini della chimica moderna, nel riflettere sulle sostanze e le loro trasformazioni, Robert Boyle manifesta la convinzione che all’origine delle diverse forme, chimiche e biologiche, debba esserci una sorta di “principio architettonico” dovuto al Creatore del mondo: «Con questo [principio] intendo quelle determinazioni e quell'abile guida di movimenti delle particelle della materia universale, da parte dell'Autore sommamente saggio delle cose, che furono necessarie all'inizio per trasformare quel caos confuso in questo mondo ordinato e meraviglioso e, soprattutto, per formare i corpi degli animali e delle piante e i semi di quelle cose le cui specie dovevano essere propagate».

Mi ricordo che una persona molto abile e attendibile mi dichiarò che, trovandosi nelle miniere ungheresi, ebbe la fortuna di vedere un minerale che vi si estraeva, nel quale crescevano, entro la sostanza grezza, dei pezzi d'oro della lunghezza e quasi anche della grossezza di un dito una mano, come se fossero stati parti e rami di un albero.

lo stesso ho visto un blocco di minerale biancastro, che fu portato come una rarità a un grande e dotto principe, e nel quale crescevano qua e la nella pietra, che sembrava una specie di spato, diversi piccoli pezzi d'oro puro (infatti mi assicurarono che dalle prove era risultato essere oro) alcuni dei quali apparivano grossi circa come dei piselli.

Ma questo e niente in confronto a quanto aggiunge il nostro Acosta, cosa veramente molto memorabile, e cioè che di pezzetti di oro nativo e puro, che gli abbiamo appena sentito nominare, egli ne aveva visto talvolta del peso di molte libbre. A questo aggiungerò che ho visto io stesso un grosso ammasso di minerale appena estratto, nelle cui parti pietrose crescevano, quasi come alberi, diversi pezzi, anche se non d'oro, tuttavia (e di ciò si meraviglieranno forse ancor di più i mineralogisti) di un altro metallo che sembrava assolutamente puro o non mescolato con alcuna sostanza eterogenea, alcuni dei quali erano grossi come un mio dito, se non di più. Ma non devo adesso soffermarmi oltre, anche se forse potrei, su osservazioni di questo genere.

Per procedere dunque ora (dice Carneade) a considerare l'analisi dei vegetali, anche se i miei esperimenti non mi danno motivo di dubitare che dalla maggior parte di essi si possano ottenere con il fuoco cinque diverse sostanze, tuttavia penso che non sarà tanto facile dimostrare che queste meritano il nome di elementi nel senso prima spiegato.

E, prima di scendere in particolari, ripeterò ancora come premessa questa considerazione generale, che queste diverse sostanze chiamate elementi o principi non differiscono le une dalle altre , come i metalli, le piante e gli animali, o come quelle creature che sono prodotte direttamente ciascuna da un seme particolare, e delle quali ciascuna costituisce una distinta specie propagabile di creature nell'universo. Al contrario queste sono solo diversi schemi di materia o sostanze che differiscono le une dalle altre soltanto per consistenza (come il mercurio sfuggente e lo stesso metallo inglobato dal vapore di piombo) e in alcuni pochi altri accidenti, quali il sapore, l'odore, l’infiammabilità e l'assenza di questi. Così, con un cambiamento di struttura, che si può operare con il fuoco e altri agenti che hanno il potere non solo di scomporre le particelle dei corpi, ma di raggrupparle successivamente in modo diverso, la stessa porzione di materia può acquistare o perdere quelle qualità accidentali che possono bastare a denominarla sale, zolfo o terra. Se dovessi chiarirti completamente le mie opinioni su questo argomento, dovrei forse metterti al corrente di molte delle congetture (non posso infatti chiamarle diversamente) da me fatte sui principi delle cose puramente corporee. Infatti, sebbene molti di quelli che mi conoscono (e forse, tra costoro, lo stesso Eleuterio) mi credano seguace dell'ipotesi epicurea (come altri mi scambiano per un helmontiano) per il fatto che io non sembro soddisfatto delle dottrine comuni, sia della scuola peripatetica sia di quella del Paracelso, tuttavia, se sapessi quanta poca familiarità ho con gli autori epicurei e quanto dello stesso Lucrezio non ho ancora avuto la curiosità di leggere, penseresti forse diversamente, soprattutto se ti dovessi intrattenere a lungo, non dico con le mie concezioni attuali, ma con le mie precedenti opinioni sui principi delle cose. Ma, come ho detto prima, chiarire del tutto le mie concezioni richiederebbe un discorso più lungo di quanto non possa ora permettermi.

Infatti dovrei dirti che talvolta ho pensato che sarebbe giusto, considerando la gran massa della materia com'era mentre l'universo era in formazione, aggiungere ai principi che si possono assegnare alle cose, cosi come e formato adesso il mondo, un principio, che si potrebbe abbastanza opportunamente chiamare principio o potere architettonico. Con questo intendo quelle determinazioni e quell'abile guida di movimenti delle particelle della materia universale, da parte dell'Autore sommamente saggio delle cose, che furono necessarie all'inizio per trasformare quel caos confuso in questo mondo ordinato e meraviglioso e, soprattutto, per formare i corpi degli animali e delle piante e i semi di quelle cose le cui specie dovevano essere propagate. Confesso infatti che non riesco a concepire come materia semplicemente messa in moto e indi abbandonata a se stessa siano potute emergere delle costruzioni tanto mirabili quanto i corpi degli uomini e degli animali perfetti, e particelle di materia ancor più mirabilmente congegnate come i semi delle creature viventi.

da Il chimico scettico, cap. VI, in R. Boyle, Opere, a cura di Clelia Pighetti, Utet, Torino 1977, pp. 698-701.