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Osservando il cielo con la Divina Commedia

Raffaele Barletti
Gennaio 2009

Introduzione

Da molti anni scrivo a proposito del cielo di Dante su riviste di astronomia. Quello che scrivo adesso è destinato a lettori interessati al significato esistenziale-religioso oltre che a quello tecnico-specialistico: perciò riporto anche le idee e i sentimenti più profondi che lo studio di Dante mi ha sempre suscitato. Tratto il tema, nei suoi molteplici aspetti, a livello didattico-divulgativo; limito la lunghezza del contributo fermandomi solo sui passi più significativi fra i tanti disponibili. Ricordo immediatamente che la Divina Commedia è un’opera che tratta della storia della salvezza, scritta da Dante per riflettere sulla propria salvezza e su quella di tutta l’umanità. In quest’opera il cielo è la via di salita a Dio: non solo simbolica ma reale per il viaggio immaginato dall’autore. Il cielo chiama tutti gli uomini, il cielo è il mezzo che Dio ha posto in essere per chiamare l’uomo a sé. Alla fine del canto XIV del Purgatorio, nella cornice degli invidiosi, a commento di esempi terribili di invidia punita (tra i quali quello di Caino), Virgilio dice a Dante:

Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,

mostrandovi le sue bellezze etterne,

e l’occhio vostro pur a terra mira;

onde vi batte chi tutto discerne.

Cioè: voi non guardate in alto, al cielo, voi guardate soltanto in basso, a terra: per questo Dio vi punisce. Ne risulta che l’astronomia, cioè lo studio degli astri, può diventare una via di ascesa spirituale a Dio, perché i versi citati significano “dovete osservare il cielo e lì vedere Dio”. In questi versi “cielo” è proprio il cielo che vediamo ruotare intorno a noi mostrandoci gli astri: bellezze eterne, non effimere come quelle che vediamo sulla terra. Diciamo subito però che in molti casi “cielo” sta per Dio, i suoi angeli e i suoi santi. Questa seconda accezione di “cielo” si ritrova in tutte le religioni e in tutti i sentimenti esistenziali per riferirsi a qualcosa di alto, lontano, immutabile, fuori della nostra esperienza terrena. Il cielo che si vede suscita un senso d’immensità, e con la regolarità dei suoi movimenti suggerisce un ordine universale, suggerisce l’eterno e l’infinito: per questo nel suo viaggio Dante ricorre di continuo alla sua conoscenza del cielo. Della conoscenza del cielo è opportuno parlare qui preliminarmente, prima di riferire e commentare i versi della Divina Commedia.

Si possono considerare tre domini di conoscenza e descrizione del cielo. Il primo, che potremmo chiamare “osservazione elementare”, è quello di una sfera che gira intorno a noi, con tanti punti luminosi (le stelle e i pianeti) distribuiti in modo irregolare; su questa stessa sfera ci sono anche i due grandi luminari del giorno e della notte, cioè il sole e la luna. A questo primo dominio non interessa riconoscere singole stelle e loro raggruppamenti, né osservare il variare del loro presentarsi nelle ore della notte nel corso dell’anno: basta una visione d’insieme solo qualitativa.

Il secondo dominio, che chiamiamo “osservazione informata”, è quello che riconosce le stelle più brillanti, sia come oggetti singoli sia riuniti in gruppi la cui forma richiama figure di nostra esperienza o frutto di fantasia: le costellazioni. Ne deriva la capacità di orientarsi, cioè riconoscere sul proprio orizzonte i punti cardinali e in alto il polo celeste intorno a cui sembrano girare le stelle. Questo dominio ci dice quali stelle e costellazioni sono visibili nel corso della notte alle varie stagioni, in che posizione appaiono nel cielo, in che modo l’osservazione dipende dalla latitudine e dalla longitudine dell’osservatore. Ci dice come si muovono sole, luna e pianeti fra le stelle, e la corrispondenza fra il moto del sole e le stagioni dell’anno. Arriva anche alle conoscenze più avanzate (ma sempre pertinenti a quello che si osserva): le eclissi di sole e di luna, la precessione degli equinozi, l’errore del calendario giuliano (poi corretto nel 1582 con la Riforma Gregoriana). In questo vastissimo secondo dominio ci si può fermare a un livello di conoscenza più o meno spinto: è importante chiarire subito che non ci sono stati cambiamenti nel cielo, dai tempi di Dante ad oggi (sto parlando dell’osservazione a occhio nudo) e sottolineare che la conoscenza di Dante era completa. I suoi versi sembrano difficili perché nel lettore medio è scarsa la cultura scientifica (rispetto a quella umanistica); si deve anche rilevare che è cessato l’uso pratico della conoscenza del cielo per sapere l’ora e per orientarsi.

Passiamo ora  al terzo dominio, quello della interpretazione: si tratta di capire la realtà fisica che sta dietro l’apparenza del cielo. È la “cosmologia”, o studio dell’universo: si vuol determinare la natura e le dimensioni degli oggetti, e spiegare come si producono i loro movimenti. Qui le differenze fra le conoscenze di Dante e le nostre sono abissali: in mezzo c’è stata la rivoluzione copernicana, la scoperta delle leggi che governano i moti (fondamentalmente attrazione gravitazionale e inerzia), l’invenzione del telescopio, un progresso vertiginoso nelle tecniche di osservazione e di calcolo, lo studio degli spettri luminosi, la fisica atomica e l’esplorazione spaziale. Oltre a sottostimare enormemente età e dimensioni dell’universo, oltre a porre la terra immobile al centro di un universo in rotazione intorno ad essa, si doveva ricorrere a risposte teologiche circa le cause dei moti: il motore primo era Dio e le forze motrici erano “gli angeli motori” . Chiarirò più avanti questi concetti, mi basta ora averli accennati. Mi preme invece sottolineare subito che il cosmo di Dante è tutt’uno con la sua fede nella finalità e nella Provvidenza che regge il creato: è visione di un ordine finalizzato all’uomo. La sua è una sintesi coerente di fede e di scienza, una visione lucida e serena che rende poetici anche i passi attinenti alla cosmologia.

Un chiarimento importante è necessario subito: perché a volte si dice “cielo” e a volte “cieli”?  Fino dai tempi antichi si sono dovuti spiegare i moti degli oggetti celesti che si spostano rispetto alle stelle, cioè i moti dei “pianeti”. Questi sono sette: i cinque veri pianeti visibili a occhio nudo più il sole e la luna. Ecco allora l’idea di sfere ruotanti (o “cieli” ) all’interno della sfera delle stelle fisse (che diventa “l’ottavo cielo”), sfere costituite anch’esse di materia trasparente e incorruttibile. Al centro di tutto, la terra immobile. C’è poi il“Primo Mobile”o “nono cielo”, posto intorno all’ottavo e supposto esistere, come vedremo, per poter spiegare la precessione degli equinozi. Fuori del tempo e dello spazio c’è infine “l’Empireo”, cielo della fede e non della scienza astronomica. Si dice allora “cieli” quando ci si vuol riferire all’aspetto cosmologico dell’universo, “cielo” all’aspetto visibile.

Un’ultima osservazione preliminare. Abbiamo accennato che Dante, seguendo la visione teologico-cosmologica della sua epoca, parla di cieli mossi da creature celestie dice che i moti servono a far scendere su tutti gli uomini le virtù benefiche delle stelle (il termine “stella” vale per qualsiasi corpo celeste, cioè anche per una “stella pianeta”): questo è l’aspetto salvifico fondamentale dei cieli. Vedremo però che Dante respinge la credenza astrologica che responsabilizza le stelle delle azioni degli uomini.

 

Il cielo nell’Inferno

La situazione è completamente diversa nelle tre cantiche. L’Inferno è una cavità sotterranea da dove il cielo non si vede: anzi la privazione del cielo è la prima e più dolorosa punizione per i dannati. Nel canto III, appena varcata la porta, Dante si trova in un mondo di oscurità e di dolore. Pianti, lamenti, imprecazioni risonavan per l’aere senza stelle. Caronte minaccia non isperate mai veder lo cielo ancor prima di dire i’ vegno per menarvi a l’altra riva / ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo. Basta pensare al canto V, quello di Paolo e Francesca, dove oltre al pianto e alla tempesta c’è il buio: Io venni in loco d’ogne luce muto. E quale senso di liberazione alla fine dell’Inferno: salimmo su, el primo e io secondo, / tanto ch’i’ vidi de le cose belle / che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo. / E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Nel primo canto non siamo ancora sotto terra, e Dante ci informa che era il principio del mattino e il sole era entrato in Ariete, la condizione di inizio primavera (come al momento della Creazione): Temp’era dal principio del mattino, / e ‘l sol montava ‘n su con quelle stelle / ch’eran con lui, quando l’amor divino / mosse di prima quelle cose belle. Per Dante è molto importante seguire il passaggio del tempo attraverso l’osservazione del cielo, perché in questo modo riesce a dare realismo a un racconto totalmente fantastico: ricorre dunque a Virgilio, per il quale è come se la volta della cavità infernale fosse trasparente. Alla fine del canto XI, dopo aver spiegato a Dante come sono suddivisi i peccatori, gli dice:

Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace;

chè i Pesci guizzan su per l’orizzonta,

e ‘l Carro tutto sovra ‘l Coro giace.


I Pesci sono all’orizzonte e quindi il sole, che è in Ariete, è prossimo a sorgere: diciamo che è poco prima delle sei. Il riferimento ai Pesci a oriente basterebbe, ma nel quadro c’è in aggiunta uno sguardo a occidente: il Grande Carro è disteso nel cielo a nord-ovest, la direzione del Maestrale (chiamato in antico Coro). Ho fatto per molti anni una lezione al planetario sull’astronomia di Dante, e ogni volta la presentazione di questo quadro provocava un “oh!” di meraviglia. C’è poi la fine del canto XX, quello degli indovini, con Virgilio che dice a Dante:

Ma vienne omai, chè già tiene ‘l confine

d’amendue li emisperi e tocca l’onda

sotto Sobilia Caino e le spine;

e già ier notte fu la luna tonda:

ben ten de’ ricordar, chè non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda.


Anche questo è un quadro molto bello. La luna (“Caino e le spine”, secondo la leggenda popolare) tramonta sotto Siviglia, sul confine dei due emisferi, quello delle terre e quello delle acque. Gli emisferi hanno per centro rispettivamente Gerusalemme (la sua ora è anche quella dell’Inferno) e il Purgatorio. La luna era stata piena (“tonda”) la notte del giorno precedente, nella selva. Quando è piena in prossimità dell’equinozio tramonta alle sei,  c’è poi un ritardo di quasi un’ora al giorno rispetto al sole:  quindi sono all’incirca le sette. La deduzione più importante di questo passo, insieme a  quello già visto del sole in Ariete, è che siamo nella Settimana Santa e la prossima Domenica sarà Pasqua.

Ma l’osservazione del cielo che facciamo con la Divina Commedia è molto maggiore di quella che avviene durante il viaggio: ne troviamo tanta nei racconti dei personaggi, nelle similitudini, nei riferimenti mitologici. Al canto XXVI, nel celeberrimo episodio di Ulisse, questi scorcia il racconto del suo ultimo viaggio con una sola terzina:

Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.

Per capire quello che dice Ulisse basta pensare che noi vediamo il “nostro” polo celeste, quello nord, a un angolo di altezza sul punto cardinale nord uguale al valore della nostra latitudine: tutte le stelle che distano dal polo meno di questo angolo sono per noi “circumpolari”, cioè girano intorno al polo senza mai tramontare. Noi possiamo dire “la notte vediamo tutte le stelle del nostro polo”, cioè le stelle circumpolari per noi. Se anche non si conoscesse in anticipo qual’è il nostro polo basterebbero poche ore di attenta osservazione per vedere dov’è: è il punto che sta fermo (praticamente la Stella Polare) mentre tutte le stelle gli girano intorno. A Firenze la latitudine è prossima a 44 gradi e quindi la calotta delle stelle circumpolari è amplissima e comprende i due Carri e Cassiopea, ma già 20 o 30 gradi sono più che sufficienti. Dante pone la montagna del Purgatorio (dove avviene il naufragio di Ulisse) agli antipodi di Gerusalemme, quindi alla latitudine di 32 gradi sud.  Ulisse ci dice che si era inoltrato abbondantemente nell’emisfero sud, cioè da un pezzo aveva superato l’equatore. Osservando in un qualsiasi momento il cielo all’equatore, non si vedono tutte le stelle di un polo ma si vedono metà stelle sia dell’uno che dell’altro polo: invece Ulisse aggiunge che il “nostro” polo era sotto l’orizzonte marino (tanti gradi sotto il punto cardinale nord quanto era alto il polo sud celeste sul punto cardinale sud, possiamo puntualizzare noi). Se si passa l’equatore, non è che tutto cambi di colpo: il cambiamento è graduale, in quel momento non ce ne accorgiamo nemmeno. Ho voluto chiarire questo passo (un elementare “effetto di latitudine”!) perché si capisca quanto sono scarsi negli argomenti astronomici tanti commenti della Divina Commedia, e quanto si perde l’effetto drammatico di quel “Tutte le stelle” in posizione dominante nella terzina, dato che non se ne afferra appieno il significato. Ulisse era un esperto navigatore e quindi conosceva bene il cielo. Si può immaginare come abbia  osservato il cielo ogni notte e abbia visto il progressivo sparire delle stelle del “nostro polo” e il progressivo apparire delle  “stelle de l’altro polo”: ma soprattutto ammiriamo Dante, che ci parla tramite Ulisse. 

Il cielo nel Purgatorio

Il Purgatorio è una montagna altissima in mezzo all’oceano, agli antipodi di Gerusalemme.  Dante  vede il cielo come tutti lo vediamo da terra: nel Paradiso invece sarà sospeso nello spazio e mancheranno l’orizzonte e i riferimenti alto-azimutali. Se l’Inferno è caratterizzato dalla “privazione del cielo”, il Purgatorio si può caratterizzare con il “guardare il cielo”. Già nel primo canto un bel cielo stellato annuncia un giorno sereno:

Dolce color d’oriental zaffiro,

che s’accoglieva nel sereno aspetto

del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,

tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta,

che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.


Nel canto VIII si ha l’estasi nella preghiera: e l’altre poi dolcemente e devote / seguitar lei per tutto l’inno intero, / avendo li occhi a le superne rote. Nel canto XI c’è un invito a pregare per le anime del Purgatorio: Ben si de’ loro atar lavar le note / che portar quinci, sì che, mondi e lievi, / possano uscire a le stellate rote. E la cantica finisce con Dante che si sente un uomo nuovo e leggero  puro e disposto a salire a le stelle. Come osserva Momigliano, la poesia del cielo è più grande nel Purgatorio che nel Paradiso. È chiaro il significato allegorico delle virtù cardinali per le quattro stelle viste all’arrivo la mattina (canto I), e delle virtù teologali per le tre stelle viste la sera (canto VIII).  Non importa identificarle: tanto più che si parla di stelle in prossimità del polo sud celeste, non familiari a Dante e al suo tempo.

Voglio citare subito due esempi nei quali cielo sta per Dio e  per la sede della divinità. Il primo è al canto XV, nella visione estatica del martirio di s. Stefano:

Poi vidi genti accese in foco d’ira,

con pietre un giovinetto ancider, forte

gridando a sé pur ‘martira, martira!’

E lui vedea chinarsi, per la morte

che l’aggravava già, inver’ la terra,

ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

orando a l’alto Sire, in tanta guerra,

che perdonasse a’ suoi persecutori,

con quello aspetto che pietà diserra.


Negli Atti degli Apostoli si legge: “Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio” (At 7,55-56). Dante, con quel “far porte al cielo degli occhi” esprime il sostegno supremo della fede nel momento del martirio. Come secondo esempio, nella cornice degli avari al canto XIX papa Adriano V disteso bocconi come gli altri penitenti dice a Dante: Perché i nostri diretri / rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima / scias quod ego fui successor Petri. Questa pesante constatazione è un’autocritica: la giustizia di Dio punisce in questo modo gli avari, che in vita non seppero alzare gli occhi al cielo e li rivolsero solo ai beni terreni. Quanto il primo esempio è spirituale e commovente il secondo è materiale e prosaico: così vasta è la gamma di eventi e di situazioni che Dante descrive con uguale potenza di espressione.

Tornando all’astronomia, è interessante l’esordio solenne del canto II, col quale si dà l’ora simultanea per tre meridiani fondamentali, tenendo conto dell’effetto di longitudine:

Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto,

lo cui meridian cerchio soverchia

Ierusalem col suo più alto punto;

e la Notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

sì che le bianche e le vermiglie guance,

là dov’i’ era, de la bella Aurora,

per troppa etate divenivan rance.


I meridiani sono quello di Gerusalemme (origine delle longitudini, come oggi Greenwich) dov’è il tramonto, il Gange (90 gradi a est come estremo orientale delle terre emerse) dov’è mezzanotte, il Purgatorio (a 180 gradi: in termini moderni sarebbe il meridiano del cambiamento di data) dov’è l’alba. Da notare che la Notte, vista come creatura mitologica, gira intorno alla terra in perpetua opposizione al sole (in termini moderni è il “punto antisole”: dato che il sole è in Ariete, la Notte è in Libra (Bilancia). Ugualmente solenne è l’inizio del canto XXVII, dove si ha il tramonto al Purgatorio, e dove compare il fiume Ebro (90 gradi a ovest come estremo occidentale delle terre emerse):

Sì come quando i primi raggi vibra

là dove il suo fattor lo sangue sparse,

cadendo Ibero sotto l’alta Libra,

e l’onde in Gange da nona riarse,

sì stava il sole; onde ‘l giorno sen giva,

come l’angel di Dio lieto ci apparse”.


È importante anche il canto IV, dove si spiega la posizione del Purgatorio agli antipodi di Gerusalemme: imagina Sion / con questo monte in su la terra stare / sì, ch’amendue hanno un solo orizzon / e diversi emisferi. Si osserva la posizione in cielo del sole, diversa da quella abituale per noi a causa dell’effetto di latitudine: Li occhi prima drizzai a’ bassi liti; / poscia li alzai al sole, ed ammirava / che da sinistra n’eravam feriti.

Il Purgatorio è ricco di spunti di orientamento, tanto più interessanti in quanto non derivano dall’esperienza di Dante (che non era mai stato nell’emisfero sud) ma solo dalla sua profonda comprensione della geografia astronomica. L’ombra che “si spenge” al tramonto mentre sta salendo il versante ovest del monte (canto XXVII): E di pochi scaglion levammo i saggi, / che ‘l sol corcar, per l’ombra che si spense, / sentimmo dietro e io e li miei saggi. Il sole sulla faccia al canto XV mentre, poco prima del tramonto e sul versante nord del monte, Dante sta percorrendo la cornice degli invidiosi in direzione ovest: E i raggi ne ferien per mezzo ‘l naso, / perché per noi girato era sì ‘l monte, / che già dritti andavamo inver’ l’occaso; nel canto XIX avrà alle spalle il sole del nuovo giorno: Su mi levai, e tutti eran già pieni / de l’alto dì i giron del sacro monte, / ed andavam col sol novo a le reni.

Sul significato del cielo per l’uomo, oltre al passo del canto XIV già citato  ce n’è uno analogo al XIX: Bastiti, e batti a terra le calcagne: / li occhi rivolgi al logoro che gira / lo rege eterno con le rote magne. Dio, il re eterno, fa girare le grandi sfere celesti per richiamare l’uomo, come il falconiere fa girare il logoro per richiamare il falcone. È un’immagine grandiosa nella quale l’uomo appare piccolo (e anche un po’ selvaggio). C’è poi al canto XXX un riferimento di Beatrice agli influssi positivi dei cieli per Dante, da aggiungere al presupposto di base della grazia divina:

Non pur per ovra de le rote magne,

che drizzan ciascun seme ad alcun fine

secondo che le stelle son compagne,

ma per larghezza di grazie divine,

che sì alti vapori hanno a lor piova,

che nostre viste là non van vicine,

questi fu tal ne la sua vita nova

virtualmente, ch’ogne abito destro

fatto averebbe in lui mirabil prova.


Si può citare, perchè analogo nel significato, il passo al canto XXVI dell’Inferno in cui Dante dice di frenare la sua intelligenza perchè non lo conduca al male (nonostante le stelle favorevoli e la grazia di Dio) come invece era accaduto a Ulisse:

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,

e più lo ‘ngegno affreno ch’i’ non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;

sì che, se stella bona o miglior cosa

m’ha dato ‘l ben, ch’io stesso nol m’invidi.


Vedremo al canto XXII del Paradiso il passo più alto di questo genere, l’invocazione alle “sue” stelle dei Gemelli.

Molto importante, al canto XVI, la domanda a Marco Lombardo se il male di cui è piena la terra dipenda dall’uomo o dai cieli:

Lo mondo è ben così tutto diserto

d’ogne virtute, come tu mi sone,

e di malizia gravido e coverto;

ma priego che m’addite la cagione,

sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;

chè nel cielo uno, e un qua giù la pone.

E la risposta di Marco:

Voi che vivete ogne cagion recate

pur suso al cielo, pur come se tutto

movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto

libero arbitrio, e non fora giustizia

per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia;

non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica,

lume v’è dato a bene ed a malizia,

e libero voler; che, se fatica

ne le prime battaglie col ciel dura,

poi vince tutto, se ben si notrica.


Cioè: il cielo vi dà indirizzi e tendenze, ma avete avuto da Dio il lume della ragione e il libero arbitrio e perciò voi siete responsabili del bene e del male che fate, e in base a questo meritate il premio o il castigo. Così, per bocca di Marco, Dante ci chiarisce i limiti che pone all’astrologia.

Infine voglio citare una “nozione avanzata” alla quale Dante ricorre per mostrare che la durata della fama, anche se raggiunta con il lavoro di una lunga vita, è insignificante rispetto all’eternità. Nel girone dei superbi, al canto XI, Oderisi da Gubbio dice a Dante:

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il “pappo” e ‘l “dindi”,

pria che passin mill’anni? ch’è più corto

spazio a l’eterno, ch’un muover di ciglia

al cerchio che più tardi in cielo è torto.


Rispetto all’eternità mille anni sono meno di quanto è un batter d’occhi rispetto al periodo di precessione degli equinozi (36000 anni per l’astronomia antica). È una sentenza geniale e terribile, resa meno dura dalla presenza dei dolci termini infantili.

 

Il cielo nel Paradiso

La terza cantica è quella del volo di Dante attraverso i cieli, dal Paradiso Terrestre fino all’Empireo e a una finale, folgorante visione di Dio. Il Paradiso di Dante si può caratterizzare con l’espressione nella luce e nella pace del cielo. Si tratta di un edificio eccelso fatto dai cieli tolemaici e terminato dall’Empireo. Il Paradiso è il regno della pace perché è il regno in cui la volontà delle creature non si allontana dalla volontà del Creatore, come dice Piccarda al canto III, nel cielo della luna:

Anzi è formale ad esto beato esse

tenersi dentro a la divina voglia,

per ch’una fansi nostre voglie stesse;

sì che, come noi sem di soglia in soglia

per questo regno, a tutto il regno piace

com’a lo re ch’a suo voler ne ‘nvoglia.

E ‘n la sua volontade è nostra pace:

ell’è quel mare al qual tutto si move

ciò ch’ella cria e che natura face.


Anche Dante arriva alla pace dell’anima, dopo la folgorazione suprema, e così finisce il suo racconto: A l’alta fantasia qui mancò possa; / ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, / sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Al canto IV troviamo una spiegazione di Beatrice che è fondamentale per la comprensione di tutto il Paradiso: è l’Empireo (“il primo giro”) la vera residenza dei beati, che si manifestano nei vari cieli tolemaici per mostrare a Dante una “posizione” celeste più o meno elevata. Anche la Scrittura attribuisce a Dio piedi e mani pur intendendo altro, e la Chiesa rappresenta con aspetto umano gli arcangeli:

D’i Serafin colui che più s’india,

Moisè, Samuel, e quel Giovanni

che prender vuoli, io dico, non Maria,

non hanno in altro cielo i loro scanni

che questi spirti che mo t’appariro,

né hanno a l’esser lor più o meno anni;

ma tutti fanno bello il primo giro,

e differentemente han dolce vita,

per sentir più e men l’eterno spiro.

Qui si mostraro, non perché sortita

sia questa spera lor, ma per far segno

de la spiritual c’ha men salita.

Così parlar conviensi al vostro ingegno,

però che solo da sensato apprende

ciò che fa poscia d’intelletto degno.

Per questo la Scrittura condiscende

a vostra facultate, e piedi e mano

attribuisce a Dio e altro intende;

e Santa Chiesa con aspetto umano

Gabriel e Michel vi rappresenta,

e l’altro che Tobia rifece sano.


Le anime si mostrano a Dante nel cielo che più le ha influenzate in vita.

L’ordine dei cieli tolemaici si ritrova facilmente a partire dalle nostre attuali conoscenze astronomiche: basta scambiare di posto il sole con la terra (che naturalmente si porta dietro la luna). Abbiamo i sette cieli planetari a distanza crescente dalla terra, che è al centro (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno); poi il cielo delle Stelle Fisse (ottavo cielo); infine il Primo Mobile (chiamato anche Cielo Cristallino, o nono cielo) che non porta alcun oggetto celeste, ma serve solo a dare a tutto l’insieme il veloce moto giornaliero, lasciando all’ottavo il lentissimo moto di precessione.

Nel cielo di Venere troviamo importanti contenuti d’interesse cosmologico. All’inizio del canto VIII si parla di epicicli: Solea creder lo mondo in suo periclo / che la bella Ciprigna il folle amore / raggiasse, volta nel terzo epiciclo. Terzo, perché viene dopo quelli della luna e di Mercurio. Nel sistema tolemaico si attribuivano ai pianeti due moti, entrambi circolari e uniformi (gli unici moti ammissibili, secondo gli antichi, per i corpi celesti): quello di “deferente” e quello di “epiciclo”. Il cerchio deferente aveva al centro la terra, l’epiciclo aveva il centro fissato in un punto del deferente, il pianeta era fissato in un punto dell’epiciclo. In questo modo si poteva tener la terra ferma perché del suo moto orbitale intorno al sole si rendeva conto col moto di epiciclo, mentre il moto di deferente rendeva conto di quello che è l’effettivo moto orbitale del pianeta intorno al sole. Ma l’epiciclo serviva anche per un altro scopo: quello di approssimare abbastanza bene i moti reali, che sono ellittici anziché circolari e sono anche non uniformi (cioè hanno una velocità angolare che varia come indica la seconda legge di Keplero).  Nel caso della luna, che ruota davvero intorno alla terra, l’epiciclo occorre solo per questo secondo scopo. Tolomeo usava come deferente ed epiciclo due cerchi, ma dobbiamo pensare (e Dante lo spiega in Convivio II, 3, 13-18) che questi cerchi appartengano a sfere cave (sfere deferenti) nello spessore delle quali ruotino sferette (sfere epicicli) portanti i pianeti: queste sferette sono anch’esse cieli, sono i “cieli epicicli”.

Ancora nel cielo di Venere, al canto IX troviamo un’indicazione rilevante per le dimensioni del sistema planetario: Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta / che ‘l vostro mondo face, pria ch’altr’alma / del triunfo di Cristo fu assunta. Le distanze sono molto sottostimate e il cono d’ombra della terra arriva a penetrare nel cielo di Venere (si badi bene: nel cielo, cioè nella sfera deferente, e non nel pianeta, che è un pianeta interno e non può mai essere in opposizione al sole). La cosa comunque ha conseguenze importanti: quest’ombra fisica porta con sé anche “un’ombra spirituale”. Infatti le anime che si manifestano a Dante nei primi tre cieli hanno avuto qualche macchia: alla luna si associa una volontà instabile (come il popolare “lunatici”); a Mercurio un impegno più per ambizione che per amore di Dio; a Venere un passato reprensibile in campo amoroso.

Infine, rimanendo nel cielo di Venere ma tornando al canto VIII, troviamo un personaggio che aveva conosciuto Dante e ne cita un verso: Noi ci volgiam coi principi celesti / d’un giro e d’un girare e d’una sete, / ai quali tu del mondo già dicesti: / ‘Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete’. In effetti Dante aveva scritto una canzone, poi commentata nel libro II del Convivio, che inizia “Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete”: in questa canzone si rivolgeva agli angeli motori del cielo di Venere per trovare conforto al turbamento dovuto a sentimenti d’amore. Un altro riferimento ai motori celesti si trova in Inferno VII , nella spiegazione di Virgilio sulla Fortuna:

Colui lo cui saver tutto trascende,

fece li cieli e diè lor chi conduce

sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.

Similemente a li splendor mondani

ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani

di gente in gente e d’uno in altro sangue,

oltre la difension d’i senni umani.


Può sembrare strano che vengano usati i motori celesti come modello per far capire la gestione dei beni materiali da parte della Fortuna: ma in realtà questo è un esempio della visione provvidenziale di Dante, che abbraccia tutti gli aspetti della realtà. Ancora si può citare il canto II del Paradiso dove Beatrice, trattando il problema delle macchie lunari, spiega: Lo moto e la virtù de’ santi giri, / come dal fabbro l’arte del martello, / da’ beati motor conven che spiri. Gli angeli motori governano il moto delle sfere celesti e i loro influssi sugli uomini, così come il fabbro dà al martello la forza e la precisione dei colpi che modellano il ferro. Infine si può citare il passo più suggestivo riguardante i moti celesti, nel canto XXIV: E io rispondo: io credo in uno Dio / solo ed eterno, che tutto il ciel move, / non moto, con amore e con disio. È Dante che risponde a s. Pietro nell’esame sulla Fede: ci chiarisce che gli angeli motori sono solo intermediari, è Dio il vero artefice di tutto. La chiarezza e la potenza di questa terzina ci aiuta a capire quanto sforzo è costato accettare il fatto che il grandioso moto dei cieli deriva in realtà dalla rotazione della piccola sfera su cui viviamo (basta pensare alla iniziale condanna del copernicanesimo e alla vicenda di Galileo).

Il cielo di Marte è occasione di due passi d’interesse astronomico: sono similitudini, non osservazioni dirette del cielo. Al canto XIV Dante vede una croce luminosa lungo i bracci della quale appaiono lumi, che sono anime di guerrieri della fede. Allo stesso modo si vedono stelle più o meno brillanti immerse nel chiarore della Via Lattea (la nostra Galassia):

Come distinta da minori e maggi

lumi biancheggia tra’ poli del mondo

Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi.


La Galassia biancheggia tra i poli celesti: è come una corona luminosa che si vede a tracolla dell’asse di rotazione. Nel Convivio Dante parla dell’incertezza circa la sua natura, ma accenna all’opinione – che è poi la vera nozione scientifica – che sia una moltitudine di stelle fisse in quella parte del cielo, così piccole che non le possiamo distinguere di qua giù (nel canto XVII dell’Inferno aveva invece riportato la visione mitica, il cielo che “si cosse” quando il carro del sole, guidato da Fetonte, uscì di strada). Nel commento ai versi sopra citati Momigliano scrive: “Il Purgatorio e il Paradiso sono due grandi spie delle ore che Dante deve aver passato in contemplazione del cielo” (cioè la sua non è una conoscenza solo libresca, ma quella di un esperto “astrofilo”). La seconda similitudine si trova al canto XV, dove Dante paragona il lume del suo antenato Cacciaguida, che scende lungo la croce, a quello di una stella cadente:

Quale per li seren tranquilli e puri

discorre ad ora ad or subito foco,

movendo li occhi che stavan sicuri,

e pare stella che tramuti loco,

se non che da la parte ond’el s’accende

nulla sen perde, ed esso dura poco.

Può sembrare ingenua ma in realtà è un’osservazione molto pertinente: solo chi conosce il cielo si potrebbe accorgere che una stella ha cambiato di posto!

Al cielo delle stelle fisse è dedicato il maggior numero di canti. Al XXII Dante arriva nei Gemelli, il suo segno, e a queste stelle rivolge un’appassionata invocazione:

O gloriose stelle, o lume pregno

di gran virtù, dal quale io riconosco

tutto, qual che si sia, lo mio ingegno,

con voi nasceva e s’ascondeva vosco

quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,

quand’io sentì’ di prima l’aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita

d’entrar ne l’alta rota che vi gira,

la vostra region mi fu sortita.

Subito Beatrice gli dice di guardare in basso, per vedere quanto già si è innalzato nel mondo grazie a lei che lo guida. Dante vede tutti i sette pianeti, e in fondo la terra piccola e lontana: L’aiuola che ci fa tanto feroci, / volgendom’io con li eterni Gemelli, / tutta m’apparve da’ colli a le foci. / Poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. Da notare  che Dante ha la sensazione di muoversi solidale con le stelle. Troviamo poi l’esempio più famoso di descrizione elementare del cielo, quando Dante paragona alla luna piena, che splende fra le stelle presenti su tutto il cielo, la moltitudine delle anime redente illuminate dalla luce di Cristo: Quale ne’ plenilunii sereni / Trivia ride tra le ninfe eterne / che dipingono il ciel per tutti i seni. Momigliano commenta: “L’impressione nasce dalla musica più che dal colore, come avviene ogni volta che Dante tocca temi che hanno dell’infinito”. E Sapegno: “L’immagine dantesca deriva gran parte della sua vibrazione lirica dalla cornice, in cui si colloca, di commossa adorazione e di stupefatta gratitudine per la meraviglia e la grandezza dello spettacolo celeste”. Si svolgono poi gli esami sulle virtù teologali e Dante deve rispondere ai discepoli sommi di Gesù: Pietro, Giacomo e Giovanni. Segue l’incontro con Adamo, che traccia la cronologia dell’universo dalla creazione al presente: il tempo totale è prossimo a 6500 anni. Al canto XXVII gli spiriti trionfanti risalgono all’Empireo, come fiocchi luminosi di una nevicata che avviene verso l’alto:

Sì come di vapor gelati fiocca

in giuso l’aere nostro, quando il corno

de la capra del ciel col sol si tocca;

in su vid’io così l’etera adorno

farsi, e fioccar d’i’ vapor trionfanti

che fatto avean con noi quivi soggiorno.

Ricordiamo che il sole è in Capricorno dal 22 dicembre al 20 gennaio. Beatrice invita Dante a guardare nuovamente in basso, e lui riferisce:

Da l’ora ch’io avea guardato prima,

i’ vidi mosso me per tutto l’arco

che fa dal mezzo al fine il primo clima;

sì ch’io vedea di là da Gade il varco

folle d’Ulisse, e di qua presso il lito

nel qual si fece Europa dolce carco.

E più mi fora discoverto il sito

di questa aiuola; ma ‘l sol procedeva

sotto i mie’ piedi un segno e più partito.

La permanenza nel cielo delle stelle è stata di sei ore, un quarto di giorno: ha percorso ( o meglio: il suo punto sub-stellare ha percorso) metà di un “clima”, che a sua volta è metà di un cerchio di latitudine (perché le terre emerse si estendono solo per 180 gradi). All’inizio si trovava sopra Gerusalemme (che, ricordiamo, è il centro delle terre emerse), ora sopra Cadice: a ovest vede l’oceano, a est arriverebbe a vedere il lito fenicio (in pratica Gerusalemme stessa), ma l’ultimo tratto è in ombra (il sole è in Ariete e non può illuminare fin dove arriva  lo sguardo di Dante, che è nei Gemelli: il sole è in anticipo più di trenta gradi, dato che in mezzo c’è il segno del Toro). Non si può non restare ammirati dall’apparente realismo di questo racconto fantastico.

Subito dopo si passa all’ultimo cielo dell’astronomia, il Primo Mobile, di cui Beatrice spiega la natura e le proprietà. Da lì, al canto XXVIII, Dante ha la visione di nove cerchi luminosi che ruotano intorno a un punto luminosissimo che rappresenta Dio. I cerchi angelici ruotano tanto più velocemente quanto più sono vicini al punto: è una attrazione spirituale che produce un effetto simile a quello della gravitazione nel sistema solare. Beatrice enuncia la corrispondenza fra i nove ordini di angeli e i nove cieli dell’astronomia, e spiega perché ai cerchi angelici più vicini a Dio, che sono i più veloci, corrispondono le sfere celesti più lontane dalla terra: sono anch’esse le più veloci. Questa spiegazione spazza via ogni dubbio dalla mente di Dante e gli permette di vedere la verità, come un vento di maestrale spazza via ogni caligine (“roffia”) da ogni parte (“paroffia”) del cielo e permette di vedere chiarissime le stelle:

Come rimane splendido e sereno

l’emisperio de l’aere, quando soffia

Borea da quella guancia ond’è più leno,

per che si purga e resolve la roffia

che pria turbava, sì che ‘l ciel ne ride

con le bellezze d’ogni sua paroffia;

così fec’io, poi che mi provide

la donna mia del suo risponder chiaro,

e come stella in cielo il ver si vide.

Momigliano commenta che l’ultimo verso “illumina tutta la similitudine: e allora le roffie della rima difficile scompaiono, e le parole chiare e pure disseminate nelle tre terzine dipingono nella mente limpida e sgombra la luce stellare della verità, e insieme, nella fantasia del lettore, un cielo purificato dal vento, uno dei tanti cieli della nostra terra che nel paradiso di Dante si stendono e splendono più dei cieli della sua cosmografia”.

Segue il passaggio nell’Empireo, il cielo della Fede. Qui Bernardo prende il posto di Beatrice come guida e prega la Vergine per Dante, che finalmente può vedere Dio. Ma non si può ignorare, a proposito dell’osservazione del cielo, un ultimo chiarissimo effetto di latitudine cui si accenna al canto XXXI (nonostante si sia fuori del tempo e dello spazio). Dante paragona l’immenso stupore, che lo coglie al trovarsi con gli angeli e i beati in mezzo allo splendore divino, a quello dei barbari che arrivavano a contemplare le bellezze di Roma, provenendo dalle lontane regioni dove ogni giorno passa allo zenit l’Orsa Maggiore (quindi oltre i cinquanta gradi nord):

Se i barbari, venendo da tal plaga

che ciascun giorno d’Elice si copra,

rotante col suo figlio ond’ella è vaga,

veggendo Roma e l’ardua sua opra,

stupefaciensi, quando Laterano

a le cose mortali andò di sopra.

Il cielo è un valore

Prima di concludere ritengo opportuno accennare un confronto fra Dante e Leopardi, pure interessato all’astronomia e grandissimo nella descrizione del cielo. Leopardi è sensibile alla fragilità esistenziale dell’uomo di fronte all’immensità e immutabilità del cosmo; Dante ha fede nella finalità della creazione, ed è sensibile alla fragilità morale che porta l’uomo a ribellarsi al suo Creatore.

Io spero di esser riuscito a dare un’idea della grande presenza di cielo e astronomia nella Divina Commedia. Ho evitato di proposito i passi controversi, che richiedono troppa discussione e troppe conoscenze per esser trattati in una presentazione come questa. Un esempio, importante perché posto all’inizio dell’azione del Paradiso, è quello “dei quattro cerchi e delle tre croci” (si veda in proposito il mio articolo su l’Astronomia, marzo 1985).

Nei quasi quarant’anni di lavoro all’osservatorio di Arcetri ho avuto tante occasioni di fare osservazione del cielo in compagnia di colleghi astronomi, di ragazzi delle scuole (anche al planetario), di pubblico interessato (in particolare per le stelle cadenti di s. Lorenzo e per il ritorno della cometa di Halley). La Divina Commedia è stata un centro d’interesse di grande respiro: la peculiarità di Dante è il livello ugualmente elevato in lettere, scienza e fede. So che il cardinale Silvano Piovanelli e Don Giuseppe Tagliaferri (che è stato vicedirettore dell’Osservatorio di Arcetri e presidente della Società Astronomica Italiana) quando studiavano insieme al seminario di Firenze erano i più bravi rispettivamente nelle materie umanistiche e in quelle scientifiche, ma nella Divina Commedia erano alla pari. Questo mi riporta al fine salvifico che ho accennato all’inizio: la stesura della Commedia era finalizzata all’elevazione delle coscienze, la corona d’alloro nel Battistero di Firenze non era la meta principale.

Per chiarire le conoscenze di Dante in astronomia la prassi è ricorrere al Convivio; per chiarire i suoi sentimenti verso il cielo io voglio ricorrere alla “lettera all’amico fiorentino”. Dante è in esilio da quindici anni quando un amico gli scrive che le cose a Firenze sono cambiate: può tornare, se paga una multa la condanna a morte viene cancellata. Dante risponde che non può accettare di essere trattato come un delinquente qualsiasi: tornerà a Firenze di corsa se si riconoscerà la sua innocenza, altrimenti a Firenze non tornerà mai. E ora arriviamo al cielo: E che? Forse che non vedrò dovunque gli specchi del sole e degli astri? Forse che non potrò dovunque sotto il cielo indagare le dolcissime verità? L’esilio è doloroso, ma il cielo non vi è precluso. Continuerà a guardare il cielo e a sentire la sua integrità morale, la sua dignità, il suo valore: e insieme la speranza in Dio e in una vita futura migliore. Abbiamo visto tanti aspetti del cielo di Dante  interessanti e importanti, ma in questa lettera ritroviamo l’aspetto essenziale: il cielo porta il nostro pensiero a Dio, e così ci dà pace e appagamento.

Dai tempi di Dante a oggi la visione della terra al centro dell’universo è caduta, e questo ha causato un naturale, notevole imbarazzo. Ma è aumentata la coscienza della grandezza e della complessità di quello che si trova nel cielo, e anche nella terra. Ed è rimasta intatta la domanda ultima: chi ha fatto tutto questo? E perché l’ha fatto? La coscienza dei nostri limiti dovrebbe frenare la nostra presunzione (non il nostro desiderio di conoscenza!). Io credo che l’atteggiamento di fiducioso abbandono che ci mostra Dante sia un modello ancora valido. Il cielo è un valore, l’osservazione del cielo con la Divina Commedia  ci fa capire questa verità.

Ringraziamenti

In questo lavoro mi è stato vicino l’amico Giuliano Tanturli, professore di lettere all’Università di Firenze, appassionato di Dante come professionista e di stelle come amatore (in sostanza il mio complementare): mi sento in dovere di ringraziarlo per questa preziosa vicinanza.

Bibliografia:

A. Momigliano, Commento alla Divina Commedia. Sansoni, Firenze 1945.

N. Sapegno, Commento alla Divina Commedia. La Nuova Italia, Firenze 1955.

R. Barletti, Una pausa per risolvere un enigma dantesco, «L’Astronomia», n. 42 (1985).

R. Barletti, L’Astronomia in Dante, «Giornale di Astronomia» 20 (1994), n. 2, pp. 5-11.

R. Barletti, Regalare Dante partendo dall’astronomia, «Giornale di Astronomia» 24 (1998), n. 1, pp. 20-25.

R. Barletti, Il cielo di Dante, «Giornale di Astronomia», 30 (2004), n. 2, pp. 21-26.

R. Barletti, F. Mazzucconi, Sulle mirabili corrispondenze delle sfere del cielo e della terra, «Giornale di Astronomia» 32 (2006), n. 3, pp. 17-26.