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Coronavirus e futuro tecnologico

Andrea Tomasi
Associato, Dipartimento di Ingegneria dell'Informazione, Università di Pisa
Marzo 2020

Si rincorrono sulla rete le ipotesi più terribili e indimostrabili: il virus è stato creato in laboratorio, il virus si diffonde per colpa degli effetti climatici, il virus nasce da condizioni igieniche malsane, di commistione tra uomini e animali (possibilmente quelli che più colpiscono il nostro immaginario: pipistrelli, serpenti).

Non mi interessa per il momento confutare le varie ipotesi, né giudicare la diffusione virale di fake-news, ma piuttosto offrire qualche riflessione sul significato profondo di quello che sta succedendo. In questo senso l'epidemia è la tragica evidenza di una condizione a cui il nostro tempo e il nostro mondo appartengono. Vorrei invece prendere spunto dal monito di Romano Guardini: riuscirà l'uomo a crescere come uomo in maniera tale da dominare il potere della tecnica che egli stesso ha creato? Da scienza e tecnica risulta un potere dell’uomo sulla natura – e sullo stesso essere dell’uomo, in quanto anch’egli è natura vivente – potere che cresce in tempi sempre più rapidi. Ma può il potere crescere con qualsiasi rapidità e a qualsiasi altezza e l’uomo rimanere uomo in senso pieno?

Noi ci siamo abituati a pensare che gli sviluppi della tecnologia debbano rispondere solo a logiche interne al mondo tecnologico, che segue le regole della produzione industriale per soddisfare le richieste del mercato e produrre utili. Certo anche con effetti in molti casi benefici. Però ci dimentichiamo che il potere della tecnica non è sempre e solo positivo, deve essere controllato e indirizzato. In realtà lo sappiamo, ma siamo indotti a pensare che ciò sia vero solo in alcuni settori, mentre è una caratteristica di tutte le tecnologie.

Circola in questi giorni un intervento di Bill Gates nel 2015, a un TED Talk, in cui afferma: i virus possono creare danni più di un disastro nucleare. Ma andando più indietro, già nel 2000, su Wired, un articolo di Bill Joy “perché il futuro non ha bisogno di noi” affermava che “la combinazione di tecnologie robotiche, di ingegneria genetica, di nanotecnologie costruisce sistemi sempre più complessi, il cui funzionamento coinvolge interazioni e reazioni tra le molte parti. Qualsiasi cambiamento a questo sistema produrrà effetti a cascata che sono difficili da prevedere; questo è specialmente vero quando sono coinvolte azioni umane. Tali tecnologie sono così potenti che possono proliferare un’intera nuova classe di incidenti e abusi. Ancora più pericoloso, per la prima volta, questi incidenti ed abusi sono largamente alla portata di individui o piccoli gruppi. Non richiederanno grosse infrastrutture o materiali primari. Il solo sapere ne permetterà l'uso. Così abbiamo la possibilità non solo di armi per la distruzione di massa ma anche del sapere abilitato alla distruzione di massa”.

Bill Joy non si limita a delineare possibili esiti apocalittici, ma va al centro del problema, non casualmente ripetendo lo stesso interrogativo di Guardini: “Se noi siamo scaricati nella nostra tecnologia, quali sono le possibilità che da li in poi rimarremo noi stessi o addirittura umani?” Proseguendo poi: “Tuttavia mentre ero consapevole dei dilemmi morali riguardo alle conseguenze tecnologiche in campi come la ricerca sulle armi, non mi aspettavo di dover confrontare tali dilemmi nel mio campo, o almeno non così presto”. Le conclusioni di Bill Joy, nel 2000, si adattano a ciò che viviamo oggi.

1) Quando si sviluppano tecnologie di cui non abbiamo pieno controllo, gli incidenti possono avere effetti incontrollabili. E poco importa, in questo caso, l'origine del virus. Il vero "incidente" è quello di non aver immaginato controlli e contromisure in tempo utile, rispetto alla diffusione facilitata dalla riduzione delle distanze e dalla aumentata circolazione delle persone su scala mondiale. Contromisure che passano anche attraverso strumenti tecnologici, necessari ma non del tutto sufficienti, per ragioni di tempo (gli “scudi” tecnologici rincorrono le tecnologie che vogliono contrastare) sia per ragioni intrinseche, che si possono riassumere nel fatto che le tecnologie “scudo” possono a loro volta produrre effetti imprevisti, in una catena interminabile.

2) Occorre, alla radice, esercitare il senso di responsabilità. “Se potessimo concordare, come specie, che cosa volessimo, dove vogliamo arrivare, e perché, allora il nostro futuro sarebbe molto meno pericoloso. Invece siamo spinti avanti in questo nuovo secolo senza nessun piano, nessun controllo, senza freni. Siamo già andati troppo in là per cambiare direzione?” (B. Joy) È la strada indicata da Guardini: “Il quadro che abbiamo tracciato mostra un mondo che non scorre da se stesso, ma deve essere guidato. In esso l’uomo non è posto al riparo, ma deve osare con la propria iniziativa. Questo mondo esige perciò l’uomo che è capace di governarlo. Ciò che si intende qui per governare è una posizione umana, morale e spirituale. Contiene anzitutto la coscienza del come il mondo futuro sarà e del come esso è affidato all’uomo, a ciascun uomo nel posto che occupa. A ciò si aggiunge il sapere quale immensità di potere sta a disposizione dell’uomo. E la coscienza che un tale potere può essere tenuto a freno solo dalla responsabilità”.

3) Governare il futuro tecnologico con responsabilità richiede però la capacità di "stare dentro" il tempo, vedere ciò che accade e avere le competenze necessarie per comprenderne gli sviluppi. “Il nostro posto è nel divenire. Noi dobbiamo inserirvici, ciascuno al proprio posto. Non dobbiamo irrigidirci contro il nuovo tentando di conservare un bel mondo destinato a sparire. E neppure costruire in disparte, mediante una fantasiosa forza creatrice, un mondo nuovo che si vorrebbe porre al riparo dai danni dell’evoluzione. A noi è imposto il compito di dare una forma a questa evoluzione e possiamo assolvere questo compito soltanto aderendovi onestamente; ma rimanendo tuttavia sensibili, con cuore incorruttibile, a tutto ciò che di distruttivo e di non umano è in esso. Il nostro tempo è dato a ciascuno di noi come terreno sul quale dobbiamo stare e ci è proposto come compito che dobbiamo eseguire. Noi stessi siamo il nostro tempo”. (R. Guardini)

4) Non sarà possibile alcuna forma di governo delle tecnologie, cioè, in sostanza, di governo del futuro dell'umanità, senza una riflessione etica, senza una visione antropologica che ne sia fondamento, senza una adeguata tensione educativa che ne ponga le basi. Non è un impegno per singole persone o singoli gruppi, è una strada da percorrere necessariamente con il confronto reciproco e con la libertà di spirito di lasciare alle spalle pregiudiziali ideologiche e riflettere con serietà sulle acquisizioni culturali che ci hanno condotto al punto in cui siamo, per rivedere quanto è sbagliato e trattenere ciò che è positivo.

Senza cedere al pessimismo, perché “in realtà non si può calcolare a priori il corso della storia, ma solo accettarlo ovvero determinarlo. La storia ricomincia nuovamente a ogni istante, in quanto viene continuamente decisa nella libertà di ogni uomo, ma anche in quanto emergono dal suo fondo creatore nuove figure e nuove forme di accadimenti, una nuova realtà umana, che sia al livello dell’immensità del potere che l’uomo ha sino ad oggi esercitato e che non sa più dominare” (R. Guardini)


pubblicato sulla pagina Facebook dell'Autore, 26 marzo 2020