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Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano

Galileo Galilei
Einaudi, Torino 1970
ISBN:
8806294881

Edizione originale: Dialogo di Galileo Galilei Matematico Straordinario dello Studio di Pisa e Filosofo e Matematico Primario del Serenissimo Gr. Duca di Toscana, dove ne i congressi di quattro giornate si discorre sopra i due Massimi Sistemi del Mondo, Tolemaico e Copernicano, proponendo indeterminatamente le ragioni filosofiche e naturali tanto per l’una, quanto per l’altra parte, Fiorenza, per Gio. Batista Landini, MDCXXXII.

Edizione critica (tiene conto anche delle correzioni autografe di Galileo presenti in una edizione conservata nella Biblioteca del Seminario di Padova - Cod. 352): Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, in Galileo Galilei, Opere, 20 voll., a cura di A. Favaro, Barbéra, Firenze 1890-1909 (ristampata per il medesimo editore nel 1929-39 a cura di Garbasso-Abetti e nel 1968 a cura di Abetti-Fermi-Mazzoni), vol. VII, pp. 33-489.


Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo può essere considerato l’opera più significativa della produzione galileiana. Il testo viene stampato nel 1632 a Firenze, recando l’imprimatur ecclesiastico datato 1630. Appare, dunque, circa 15 anni dopo il decreto del Sant'Uffizio che prescriveva l'insegnamento soltanto ex suppositione dell'eliocentrismo, che Galileo nell’Introduzione nomina “salutifero editto”. In quei tre lustri Galileo aveva a lungo pensato e studiato, intervenendo nel dibattito sulle comete, sia indirettamente, con il tramite dell’allievo Mario Guiducci, sia direttamente, con il Saggiatore (1623), opera in cui Galileo sostiene l’errata tesi che le comete siano fenomeni illusori di riflessione, proponendo tuttavia un approccio conoscitivo decisamente nuovo e notevole.

Il Dialogo, scritto a Firenze, è dedicato al Gran Duca Ferdinando de’ Medici (1610-70) figlio di Cosimo II, presso il quale Galileo nel 1610 aveva cercato e ricevuto accoglienza come “matematico e filosofo”. A venti anni di distanza, nella “Dedica” del Dialogo, Galileo può ringraziare i Medici proprio per l’otium concessogli: «per la cui liberal magnificenza non solo mi s’è dato ozio e quiete da potere scrivere, ma per mezo di suo efficace aiuto, non mai stancatosi in onorarmi, s’è in ultimo data in luce».

Nella produzione galileiana, le forme letterarie sono strettamente legate alla modalità di ricerca e trasmissione delle scienze: i giovanili trattati in latino, in linea con la tradizione accademica, sono seguiti dalle opere della maturità che sono lettere firmate e dialoghi a più voci, fino agli ultimi e incompiuti Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, scritti durante il dorato esilio di Arcetri e stampati a Leida nel 1683in cui il dialogo diventa la cornice per una somma di trattati, come se infine la retorica letteraria possa lasciare la voce alla scrittura impersonale delle scienze, senza bisogno di introduzioni e mediazioni.  Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo è, da questo punto di vista, il capolavoro galileiano, nell’acme in bilico tra narrazione e relazione, tra soggettività e oggettività dello stile.

Il Dialogo è, innanzitutto, un’opera teatralmente riuscita. Galileo domina bene il volgare, sa gestire con abilità le regole del dramma e la dinamica della finzione nel suo rapporto con la verità. Tale dinamica è tenuta insieme dal racconto del “ricordo” secondo la migliore tradizione filosofica (basti pensare all’invenzione platonica di Fedone ed Echecrate, che si raccontano un ricordo); il ricordo, infatti, consente a Galileo di entrare nella narrazione letteraria a partire dalla porta principale della verità. Nella dedica “Al discreto lettore”, Galileo esordisce  raccontando i propri ricordi: «Mi trovai, molt’anni sono, più volte nella maravigliosa città di Venezia…».

Il Dialogo è, dunque, collocato in un tempo (passato) e in un luogo (lontano) reali della vita di Galileo. Anche i tre protagonisti del Dialogo –Salviati, Sagredo e Simplicio– sono introdotti come persone reali, sebbene soltanto i primi due siano descritti come tali: Sagredo di Venezia «illustrissimo di nascita, acutissimo d’ingegno» e Salviati di Firenze «nel quale il minore splendore era la chiarezza del sangue e la magnificenza delle ricchezze; sublime intelletto, che di niuna delizia più avidamente si nutriva, che di specolazioni esquisite»; il terzo, invece, è introdotto come anonimo e apolide: «un filosofo peripatetico, al quale pareva che niuna cosa ostasse maggiormente per l’intelligenza del vero, che la fama acquistata nell’interpretazioni Aristoteliche», e successivamente viene definito Simplicio –un soprannome, dunque, più che un nome–, «pel soverchio affetto verso i comenti di Aristotile». Il tempo del ricordo, già reso lontano dalla locuzione «molti anni or sono», si allontana ulteriormente con la precisazione che Sagredo e Salviati sono ormai morti: «Ora, poiché morte acerbissima ha nel più bel sereno de gli anni loro, privato di quei due gran lumi Venezia e Firenze, ho risoluto prolungar, per quanto vagliono le mie debili forze, la vita alla fama loro sopra queste mie carte, introducendoli per interlocutori della presente controversia». A questo punto, non si comprende più se Galileo intenda raccontare un ricordo o inventare un omaggio. A questa particolare situazione, si aggiunge la brusca eclisse di Galileo dalle sue stesse parole, infatti non parlerà più come un “io” per tutto il corso del Dialogo. Senza soluzione di continuità, avviene un passaggio dai ricordi alla finzione letteraria, dalle persone ai personaggi, nello spazio compreso tra la fine della Dedica e l’inizio della prima delle quattro giornate del Dialogo.

Veramente notevole è la particolare posizione di Galileo come soggetto letterario e scientifico; egli, infatti, narra una situazione nella quale però appare descritto non come un “io” ma come un “egli”; infatti i tre protagonisti si riferiscono a lui nominandolo “un comune amico accademico”, dunque una terza persona singolare. Questa peculiare posizione di personalità-impersonalità, tipica della procedura delle scienze e messa poi in evidenza dalla epistemologia del Novecento, consente a Galileo di palesare le teorie che ritiene vere, celandole e nascondendole con quelle che ritiene false. Il dialogo dei tre personaggi consente, infatti, a Galileo di gestire con abilità l’esibizione e il mascheramento della verità. 

Il Dialogo consiste nel copione di quattro conversazioni scientifiche, tenute dai tre protagonisti in quattro giornate diverse nell’elegante e ricco palazzo di Sagredo a Venezia. Nella dinamica del Dialogo, Salviati è una figura centrale; egli incarna lo stile e la metodologia del nuovo scienziato e si maschera da “copernichista”; Simplicio rappresenta la difesa passionale e letterale dell’aristotelismo e del geocentrismo, nel terrore del “conquasso del cielo della terra e di tutto l’universo” che l’eliocentrismo può recare; Sagredo è l’uomo ben dotato e disponibile a farsi convincere dalla logica e dalla retorica di Salviati. 

La struttura dialogica, inoltre, costituisce  anche una efficace sottolineatura della dimensione intersoggettiva delle nuove scienze, che si costituiscono da e per una comunità scientifica.

Risulta estremamente interessante il rapporto tra la vitalità dei personaggi e delle situazioni e l’impersonalità delle teorie scientifiche, come se Galileo già avesse presente, e quasi volesse prevenire, l’husserliana accusa di occultamento del mondo-della-vita.

Galileo presenta la sua opera come “filosofica”, credendo che le nuove scienze siano l’ultimo sviluppo della filosofia e non, piuttosto, un sapere diverso dalla filosofia e non alternativo ad essa. L’alto oggetto della filosofia, ovvero la costituzione dell’universo, viene presentata al centro di una disputa su una duplice possibilità: i sistemi del mondo sono almeno due, appunto quello tolemaico e quello copernicano.  Nella “Dedica al lettore”, Galileo presenta i “tre capi principali”, ovveri i tre argomenti di fondo del Dialogo: «Prima cercherò di mostrare, tutte l’esperienze fattibili nella Terra essere mezi insufficienti a concluder la sua mobilità, ma indifferentemente potersi adattare così alla Terra mobile, come anco quiescente; e spero che in questo caso si paleseranno molte osservazioni ignote all’antichità. Secondariamente si esamineranno li fenomeni celesti, rinforzando l’ipotesi copernicana come se assolutamente dovesse rimaner vittoriosa, aggiungeno nuove speculazioni, le quali però servano per facilità d’astronomia, non per necessità di natura. Nel terzo luogo proporrò una fantasia ingegnosa. Mi trovavo aver detto, molti anni sono, che l’ignoto problema del flusso del mare potrebbe ricever qualche luce, ammesso il moto terrestre». Dunque, possiamo discernere che il primo argomento semplicemente non è a favore del sistema tolemaico, mentre sono a favore del sistema copernicano il secondo in via ipotetica e il terzo per probabilità. Durante il Dialogo, si impone progressivamente, e quasi per sua propria forza, la verità della posizione copernicana, mentre di contro l’invenzione tolemaica appare sempre più lontana dalla realtà, sebbene difesa da Simplicio con passione crescente; quasi a dire che la verità di una teoria si dà indipendentemente dalla foga con cui la si asserisce o dall’indifferenza con cui la si prende;  proprio qui si misura peraltro la distanza tra il passionale Galileo e l’in-differente soggetto del sapere scientifico che Galileo stesso intende presentare. Ma si tratta di un intreccio difficilmente districabile.

Galileo mette in bocca a Salviati il moto di ammirazione nei confronti di Aristarco e Copernico, sostenitori della mobilità della terra e della staticità del sole: «non posso trovar termine all’ammirazione mia, come abbia possuto in Aristarco e in Copernico, far la ragione tanta violenza al senso, che contro a questo ella si sia fatta padrona della loro credulità». Viene definita, dunque, la priorità della ragione sulla sensibilità; la scienza di Galileo non si fonda sull’esperienza, ma sulla ragione e sulle esperienze costruite dalla ragione stessa, ovvero gli esperimenti. La facoltà razionale viene definita da Galileo con un termine preciso.“discorso”, termine per certi versi “tecnico” del linguaggio filosofico; esso sta ad indicare il procedimento dimostrativo, il ragionamento. Nel Dialogo, la capacità conoscitiva umana viene misurata e definita nel paragone con la conoscenza divina. In un celeberrimo passaggio, Salviati afferma: «convien ricorrere a una distinzione filosofica, dicendo che l’intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive, o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’infinità è come uno zero». Galileo afferma, dunque, che la conoscenza umana rispetto a quella divina è uguale a zero, perché qualunque cifra finita rispetto all’infinità è nulla. Subito dopo questa sottolineatura del limite conoscitivo, egli sorprendentemente istituisce una uguaglianza: «ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, di che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n’abbia l’istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore». Dunque se extensive la conoscenza umana è molto limitata, intensive pareggia, però,  quella divina nella dimensione matematica. Il “discorso” di cui parla Galileo è essenzialmente e fondamentalmente matematico. La matematica è per Galileo la vera logica: «il dimostrare [s’impara] dalla lettura dei libri pieni di dimostrazioni, che sono i matematici soli, e non i logici».

La maggiore innovazione metodologica recata da Galileo consiste nell’uso della matematica in fisica, e Galileo ne è ben consapevole, proponendo i termini centrali della questione nell’interloquire dei tre protagonisti: «Sagredo: ed è forza confessare che il voler trattar le quistioni naturali senza geometria è un tentar di fare quello che è impossibile ad esser fatto. Salviati: Ma il signor Simplicio non dirà così; se bene io non credo ch’ei sia di quei Peripatetici che dissuadono i lor discepoli dallo studio delle mattematiche, come quelle che depravano il discorso e lo rendono meno atto alla contemplazione. Simplicio: Io non farei questo torto a Platone, ma dire bene con Aristotile che ei s’immerse troppo e troppo s’invaghì di quella sua geometria; perché finalmente queste sottigliezze mattematiche, signor Salviati, son vere in astratto, ma applicate alla materia sensibile e fisica non rispondono».

Galileo individua nel rapporto tra la geometria astratta e la materia sensibile il cuore della questione. Egli, in virtù di questa consapevolezza, non cade in un astrattismo geometrizzante, anzi sembra piegare geometria e matematica alla possibilità di misurare la complessità imperfetta della realtà; tanto da affermare che ogni realtà, persino una locusta, ha la sua “figura perfetta”: «figura d’una sfera perfetta, che d’una perfetta piramide o d’un perfetto cavallo o d’una perfetta locusta».

La possibilità di applicare le matematiche alla realtà fisica in modo veritiero, implica una operazione inventata da Galileo con il prestito della terminologia  propria del calcolo economico e commerciale: il “difalcare gli impedimenti della materia”: «sì come a voler che i calcoli tornino sopra i zuccheri, le sete e le lane, bisogna che il computista faccia le sue tare di casse, invoglie ed altre bagaglie, così, quando ilfilosofo geometra vuol riconoscere in concreto gli effetti dimostrati in astratto, bisogna che difalchi gli impedimenti della materia; che se ciò saprà fare, io vi assicuro che le cose si riscontreranno non meno aggiustatamente che i computi aritmetici. Gli errori dunque non consistono né nell’astratto né nel concreto, né nella geometria o nella fisica, ma nel calcolatore, che non sa fare i conti giusti».

Dunque, il sapere galileiano non si istituisce come esclusivamente fisico, né come esclusivamente matematico, ma come una nuova scienza capace di sottrarre non la materia tutta, ma solo le sue imperfezioni. Il “difalcare gli impedimenti della materia” non si configura tecnicamente come una astrazione, piuttosto si declina nei termini dell’operazione matematica. Presuppone si possa dare conto di tutto quanto costituisce la realtà naturale: sia esso perfetto o imperfetto.

Un mondo fisico, cui siano difalcati gli impedimenti della materia, ovvero il pressappoco, le qualità, gli attriti, le imprecisioni, si dà di fatto nella costruzione degli esperimenti, le “artifiziali esperienze”.

Il noto esperimento del piano inclinato –narrativamente descritto nelle Nuove Scienze– nel Dialogo viene presentato solo nei suoi termini essenziali; si tratta di un triangolo rettangolo ABC però materiale,difalcati gli impedimenti: «un piano inclinato esquisitamente pulito e duro, sopra il quale scenda una palla perfettamente rotonda e di materia durissima».

È notevole che la matematica, classicamente usata in astronomia, divenga la chiave di scrittura e lettura anche della realtà sublunare, ma ancora più notevole è che la materia terrestre, difalcati gli impedimenti, sia descritta al pari dell’etere delle sfere della cosmologia antica: perfetta, inalterabile, dotata solo di movimento locale.

Avviene così una reale unificazione di astronomia e fisica terrestre, essendo gli astri e la terra conosciuti mediante un unico metodo, dominati dalle stesse regole del calcolo, retti dalle stesse leggi del movimento.

In questa avventura cosmologica ed epistemologica, Aristotele è per Galileo un punto di riferimento ineludibile. Galileo sembra, infatti, voler demolire non tanto e non solo il sistema astronomico tolemaico, ma tutta la visione del mondo di matrice aristotelica: “tutta la fabbrica del mondo aristotelico”. Eppure al fondo c’è la rivendicazione da parte di Galileo, di essere un vero aristotelico, perché capace di guardare e pensare la realtà fisica, invece che leggerla sui libri: «e voi ditemi, di grazia, sete così semplice che non indendiate che quando Aristotile fusse stato presente a sentir il dottor che lo voleva far autor del telescopio, si sarebbe molto più alterato contro di lui che contro quelli che del dottore e delle sue interpretazioni si ridevano? Avete voi forse in dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cielo, e’ non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e per accostarsi alle più sensate dottrine, discacciando da sé quei così poveretti di cervello che troppo pusillanimanente s’inducono a vole sostenere ogni suo detto, senza intendere che quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un voler tirannico, che, reputando tutti gli altri come pecore stolide, volesse che i suoi decreti fusseor anteposti a i sensi, alle esperienze, alla natura istessa? Sono i suoi seguaci che hanno data l’autorità ad Aristotile, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è più facile il coprirsi sotto lo scudo d’un altro che ‘l comparire a faccia aperta, temono né si ardiscono d’allontanarsi un sol passo, e più tosto che mettere qualche alterazione nel cielo di Aristotile, vogliono impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della natura».

Il Dialogo mantiene una sua vitalità, non solo perché il sistema copernicano ha vinto definitivamente nel confronto con quello tolemaico, ma soprattutto perché in esso troviamo al lavoro, teoretico e tecnico, la genesi delle scienze moderne.

Lorella Congiunti
Pontificia Università Urbaniana