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Il linguaggio di Dio. Alla ricerca dell´armonia fra scienza e fede

Francis S. Collins
trad. di Corrado Ferri
Sperling & Kupfer, Milano 2007
pp. 291
ISBN:
9788820042813

The Language of God. A Scientist Presents Evidence for Belief, Simon & Schuster, London 2006


L’Autore e il libro

Francis Collins, genetista di fama internazionale, è nato il 14 aprile 1950 a Staunton, Virginia (U.S.A.). Laureato in chimica presso l'Università della Virginia, ha conseguito il dottorato in chimica fisica presso l'Università di Yale e la laurea in medicina presso l'Università della North Carolina, Chapel Hill. È attualmente direttore dei National Institutes of Health, Bethesda (U.S.A.), è conosciuto soprattuto per aver diretto lo Human Genome Research Institute, l'istituzione pubblica che nel 2005 ha presentato la sequenza del DNA umano. Dall’ottobre del 2009 è membro della Pontificia Accademia delle Scienze. In quest'opera, Collins unisce con destrezza dei tratti marcatamente autobiografici ad una seria riflessione sull'armonia tra scienze e pensiero religioso. Fin dall'inizio del volume egli indica chiaramente l'obiettivo che si propone: provare che la fede in Dio è una scelta che non contraddice la razionalità dell’uomo, trovandosi scienza e fede in una relazione armonica e complementare. Inoltre, Collins ritiene che, per fornire una risposta soddisfacente alle domande più profonde che l'uomo si pone, è necessario operare una sintesi personale tra le conoscenze scientifìche acquisite ed un sapere di ambito sapienziale e religioso. Per questo motivo, nell'ultima parte del libro egli si rivolge ai credenti che temono che la scienza possa allontanare da Dio, segnalando loro che l’attività scientifica può divenire perfino una forma di preghiera; incoraggia gli scienziati mostrando la dimensione razionale della fede religiosa e affermando che, tra tutte le concezioni del mondo, l'ateismo pare essere proprio la meno razionale (cfr. p. 236).

L’itinerario concettuale del volume

Il volume è costituito da tre parti chiaramente differenziate e da un'appendice. Nella prima parte (capitoli 1 e 2), l’Autore racconta con franchezza ed incisività il proprio cammino dall'agnosticismo e dall'ateismo, fino alla fede nel Dio di Gesù Cristo. In un secondo momento presenta le obiezioni che egli pose personalmente all'esistenza di Dio, scoprendo successivamente che altri, prima di lui, si erano già trovati di fronte alle stesse difficoltà e avevano cercato di dar loro una risposta soddisfacente. Per rendere più agile l'esposizione, Collins formula le proprie e altrui obiezioni come domande: 1) Esiste veramente Dio, o è solo un'aspirazione umana universale, un'idea fantasiosa? 2) Come è possibile professare una religione, vedendo i danni causati, lungo la storia, in nome della religione? 3) Come può un Dio amoroso permettere la sofferenza nel mondo? 4) Come può una persona razionale credere nei miracoli? L’Autore risponde a queste domande con un ragionamento semplice e al tempo stesso profondo, nel quale si nota l'impronta lasciata nella sua forma mentis dalla lettura di alcune opere, particolarmente di C.S. Lewis e di sant'Agostino. In questi due primi capitoli la sua strategia argomentativa consiste principalmente nel mettere in evidenza la mancanza di fondamento delle precedenti obiezioni, portando il lettore cosí a dubitare del loro carattere razionale.

Nella seconda parte (capitoli 3, 4 e 5), Collins riflette sulle grandi questioni dell'esistenza umana: l'origine ed il senso dell'universo e della vita, inclusa la vita umana. Come è naturale, egli dedica molte pagine alla storia del “progetto genoma” e alle sorprese che produsse la sua decifrazione. È in questa parte dove offre argomenti secondo i quali, ragionando a partire dai dati della scienza e non di rado con una riflessione di portata metafisica, si potrebbe giungere, egli ritiene, a  proporre l'esistenza di Dio. Secondo Collins, la matematica e le scienze sperimentali hanno guidato gli scienziati fino alla soglia di alcune domande fra le più importanti – ad es. perché e come ebbe inizio tutto? –, però anche la migliore teoria scientifica sulle origini – il Big Bang – mostra chiaramente dei limiti esplicativi se ciò che si cerca è una spiegazione davvero globale. In effetti, anche quando si raggiungono le risposte ultime disponibili nell'ambito della fisica, rimane sempre una domanda imperiosa: cosa ha dato fondamento al tutto? (cfr. pp. 62-64)

Nell'ultimo capitolo dedicato all'origine della vita e alla diversificazione delle specie viventi, Collins considera l'evoluzione come un fatto di cui necessariamente tener conto, in quanto è pressoché impossibile dare ragione dell'ampia quantità di risultati sorti dallo studio dei genomi senza la teoria dell'evoluzione, come espressa da Darwin. Al tempo stesso, egli riconosce che manca ancora una spiegazione scientifica soddisfacente circa l'origine della vita. Per quanto riguarda l'origine delle specie viventi, Collins riassume senza eccessivi tecnicismi i dati più significativi della recente biologia in favore dell'evoluzione e che costituiscono una sfida angosciosa per coloro che  sostengono ancora l'idea secondo la quale le specie biologiche sarebbero state create tutte insieme. In quanto all'origine dell'uomo, gli studi comparativi del genoma umano con quello di altri organismi manifestano l'esistenza di un'origine ancestrale comune. E, nella specie umana, le ricerche realizzate nel campo della genetica delle popolazioni sembrano indicare che tutti i membri della nostra specie discendono da un insieme comune di progenitori che vissero 100.000 o 150.000 anni fa nell'Africa occidentale (cfr. pp. 123-143).

Nella terza parte (capitoli dal 6 all'11), dopo un capitolo generale dedicato a temi di ampio riflesso interdisciplinare quali la Genesi, Galileo e Darwin, l’Autore analizza il problema della compatibilità-incompatibilità tra evoluzione biologica e fede in un Dio creatore, estendendosi in un’analisi particolareggiata, che riportiamo qui di seguito per sommi capi.

Il libro si chiuderà con un'appendice dedicata a questioni di Bioetica. Anche se, a mio parere, è questa la parte meno riuscita del libro, l'esposizione dell’Autore resta, nella sua sostanza, equilibrata e corretta. Solo in un punto, al riferirsi alla clonazione per trasferimento nucleare della cellula adulta, sarebbe stata forse desiderabile una maggior cautela nelle tesi che lì si espongono (cfr. pp. 260-265).

Il rapporto fra creazione ed evoluzione

Nella terza parte del libro, Francis Collins individua quattro possibili risposte che emergerebbero oggi dallo studio del rapporto fra evoluzione e creazione.

La prima è la risposta naturalistica, che attribuisce alla scienza la possibilità de facto di dare una spiegazione completa della realtà, senza la necessità di altre istanze cognitive. R. Dawkins, D. Dennett e E.O. Wilson, tra altri, affermano che essere evoluzionisti esige necessariamente essere atei. Collins indica il lato debole – l'errore – della spiegazione di Dawkins con un argomento ad hominem: tra gli evoluzionisti più notevoli della nostra generazione vi sono personaggi quali Dobzhanky, russo-ortodosso credente, e Simpson, agnostico ma profondo umanista. Da questo semplice fatto si può ricavare che il darwinismo è di fatto compatibile tanto con le credenze religiose come con l'ateismo. Pertanto, a coloro che scelgono di essere atei, l'evoluzione biologica non serve quale elemento discriminante per sostenere tale decisione (cfr. pp. 171-172).

La seconda è la risposta del cosiddetto creazionismo. Se nella concezione naturalistica la scienza assorbiva la conoscenza filosofica e la fede fino a negarle, qui è la religione a decidere sulla verità o falsità della teoria evoluzionista. Anche se, come segnala Collins, il termine creazionismo ha un senso ampio nel quale si potrebbero includere posizioni sia deiste che teiste, in pratica esso designa coloro che per descrivere la creazione dell'universo e la formazione della vita sulla terra insistono su una lettura letterale dei primi capitoli del libro della Genesi (cfr. pp. 174-175).

Alaa terza risposta, quella dell'Intelligent Design (ID), Collins dedica il maggior numero di pagine. L'ID pone l'accento non tanto sulla spiegazione dell'origine dei primi viventi, ma sui supposti errori della teoria dell'evoluzione come formulata da Darwin. Collins enumera le idee che a suo avviso sono alla base dell'ID: 1) il pensiero che l'evoluzione promuova un concetto ateo del mondo e, pertanto, che i credenti dovrebbero rifiutarla; 2) la convinzione che l'evoluzione non possa spiegare la complessità della natura, ciò che Michael Behe chiama complessità irriducibile, ovvero l'esistenza di alcune strutture che sono costituite in modo tale da richiedere l'interazione di molteplici fattori, per cui se ne mancasse anche solo uno, queste strutture smetterebbero di funzionare; per questo, esse non potrebbero mai essere risultato di una selezione naturale; 3) infine, poiché l'evoluzione non può  spiegare la complessità irriducibile che, di fatto, si darebbe nella natura, allora deve esistere un disegnatore Intelligente, responsabile, in qualche modo, di aver fornito le componenti necessarie alla morfologia risultata lungo il corso dell'evoluzione (cfr. pp. 184-190). 

Di seguito l’Autore espone le obiezioni scientifiche all'ID. La più significativa è, forse, quella che si riferisce ai recenti progressi della biologia, capaci di mostrare come strutture che compiono la definizione di Behe della complessità irriducibile (l'occhio, il flagello batterico, la cascata di coagulazione del sangue) si siano potute assemblare per evoluzione grazie ad un processo graduale. Per questo, Collins afferma che i sostenitori dell'ID hanno confuso nuovamente il non-conosciuto con il non-conoscibile, o il non-risolto con il non-risolvibile. (cfr. pp. 190-198). Criticando l'ID, e astraendo per il momento dalla comprensione che l’Autore abbia di questo movimento di pensiero, Collins non nega che esistano buone ragioni per credere in Dio; al contrario, egli si riferisce ad esse frequentemente, quando menziona un ordine della creazione che la scienza metterebbe sempre più in evidenza. Però si tratta, in questo caso, di ragioni positive che si basano sulla conoscenza, non sulla mancanza momentanea di conoscenza (cfr. pp. 85-91).

La quarta risposta è quella sostenuta invece dallo stesso Collins: riconoscere la razionalità della scienza e quella della fede vedendole in armonia, nel rispetto delle loro rispettive prospettive metodologiche. La sua posizione si potrebbe forse chiamare “evoluzione teista” o “teismo evolutivo”, ma egli sostiene che tali denominazioni non lo convincono del tutto; non si inclina neppure ad usare parole come "creazione", "disegnatore", "intelligente", per il rischio della confusione che tali termini portano con sé. Egli propone pertanto una visione che denomina “Bios mediante Logos” o BioLogos. I punti centrali di questa visione, che ammette variazioni, sono, in sintesi, i seguenti: a) l'universo è sorto dal nulla e le sue proprietà sembrano essere state sintonizzate con precisione allo scopo di rendere possibile la vita; b) anche se il meccanismo di origine della vita sulla terra è ancora sconosciuto, una volta che questo si è avviato, il processo di evoluzione e la selezione naturale hanno permesso lo sviluppo della diversità morfologica e della complessità biologica; c) una volta iniziata l'evoluzione biologica non si richiede alcun intervento soprannaturale; d) gli esseri umani sono parte di questo processo e condividono un antenato comune con i Primati, sebbene gli uomini siano anche unici: essi sfidano una spiegazione evolutiva materialista possedendo caratteristiche che indicherebbero la loro natura spirituale (cfr. p. 204).

A differenza dell'ID, BioLogos non pretende essere una teoria scientifica: non propone un Dio per riempire i buchi che la scienza non riesce a spiegare, ma piuttosto un Dio che dà risposta alle domande alle quali la vera scienza non ha mai preteso rispondere: come si è originato l'universo? Qual è il senso della vita? Parafrasando la frase –"Il Dio di Abramo e di Isacco è il Dio dei filosofi" – Collins afferma: “Il Dio della Bibbia è anche il Dio del genoma” (p. 216).

L'ultimo capitolo di questa terza parte si pone in continuità con il primo, in cui l’Autore ha descritto il proprio cammino dall'agnosticismo-ateismo alla fede. Ora egli offre una riflessione sull'itinerario percorso successivamente, fino a concludere che questo Dio, di cui era appena arrivato a conoscere l'esistenza, doveva essere anche un Dio che si preoccupa delle persone. Il desiderio di porsi in relazione con Lui lo ha poi condotto a scoprire la preghiera. A partire da questo momento, egli dichiara coraggiosamente di aver riconosciuto poco a poco una realtà comune a tutti gli uomini – presente anche in lui – quella di essere peccatori; una consapevolezza che lo ha condotto al desiderio di esaminare la propria coscienza e ad approfondire la preghiera. Aiutato, in parte, ancora dalle opere di Lewis, Francis Collins o conclude il suo cammino abbracciando la fede cristiana secondo la confessione di una Chiesa Evangelica (cfr. pp. 223-232).

Osservazioni conclusive

Il volume di Collins ha esercitato e continua ad esercitare una notevole influenza sul dibattito contemporaneo fra fede e scienza, come mostrano le numerose citazioni guadagnate e le discussioni alle quali ha dato origine, sia sulla stampa che sugli altri media. Siamo di fronte ad un’opera certamente singolare, caratterizzata da uno stile marcatamente autobiografico, che sta comunque facendo opinione nell’ambiente scientifico internazionale. Scritta da un biologo molecolare di riconosciuta competenza, espone in modo gradevole e senza eccessivi tecnicismi i progressi più spettacolari in questo campo e le sfide che questi presentano al filosofo e al teologo. Solo per questo motivo, il libro meriterebbe una certa considerazione. Il contributo di maggior valore si trova forse nella lettura filosofica che Collins fa dei dati della scienza e nella logica trasparente con cui espone i propri argomenti. Certamente la filosofia da lui messa in gioco non è la filosofia di uno specialista, ma una filosofia propriamente spontanea. L’assenza di una portata metafisica più profonda si può riscontrare, ad esempio, nelle modalità con cui egli affronta il rapporto fra creazione ed evoluzione, sostanzialmente corretto nei risultati proposti ma più approssimativo nei tragitti concettuali che li fanno raggiungere, in stretta dipendenza dal vocabolario e dalle categorie più diffuse nella comunicazione. In questo senso, la sua esposizione ricorda quella di tutta una generazione di fisici che, alla fine del secolo XIX e nelle prime decadi del XX, sebbene entro i limiti della loro formazione filosofica, si mostrarono desiderosi di stabilire un dialogo con questioni filosofiche ed esistenziali legate alla pratica e al progresso delle scienze. Merito di Collins è il cercare l'unità e l'armonia dei saperi con una riflessione metodologicamente rispettosa. Egli esprime con chiarezza che nessuna osservazione scientifica può costituire una prova assoluta dell'esistenza di Dio (cfr. p. 75) e, in modo più generale, che la concezione scientifica non è sufficiente, per propria natura, a rispondere alle domande sull'origine del tutto. Non solo non vi è conflitto tra un Dio creatore e quello che la scienza può intravedere, ma si può piuttosto parlare di armonia e complementarietà (cfr. pp. 77-78), senza per questo convertire i testi biblici in trattati scientifici (cfr. p. 84).

Non è la profondità teologica che va cercata in un libro che ha voluto avere come oggetto “il linguaggio di Dio”, ma il valore testimoniale di uno scienziato che tale linguaggio dichiara di averlo intravisto nel complesso ordine della genetica e della biologia. L’opera è amena, incisiva, di lettura gradevole, scritta con il desiderio di dialogare con il lettore. Un'opera che mantiene magistralmente sveglio l'interesse proponendo domande che interpellano e fanno riflettere. Un saggio, ancora, capace di mostrare le dimensioni umanistiche legate ad ogni impresa scientifica seria e profonda. Squisitamente personali sono le riflessioni dell’Autore sul dolore, sulla fede come impegno di tutta la persona (cuore, mente, anima) e sulla portata umanista della scienza. Il racconto della storia del “Progetto Genoma Umano” manifesta infine come Collins abbia una visione della scienza capace di includere anche un impegno pratico di servizio al bene della persona umana (cfr. pp. 118-123).

 

 

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María Ángeles Vitoria
Facoltà di Filosofia, Pontificia Università della Santa Croce, Roma