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Il decreto del 1616 sul Copernicanesimo

Rafael Martínez
2016

Il 5 marzo 1616 la Sacra Congregazione dell’Indice, creata da Pio V nel 1571 allo scopo di esaminare le pubblicazioni sospette di errori dottrinali o morali, ed eventualmente includerle nell’Indice dei libri proibiti, pubblicò un nuovo Decreto che condannava il De revolutionibus orbium caelestium, di Niccolò Copernico, e altre due opere: In Iob Commentaria, di Diego di Zúñiga, e la Lettera di P.A. Foscarini (…) della mobilità della terra e stabilità del sole. Il Decreto includeva anche un divieto generale dei libri copernicani (omnes libros idem docentes).

La condanna del copernicanesimo fu il primo episodio critico del caso Galileo, e costituì un presupposto essenziale della sua condanna diciassette anni dopo. All’interno della vicenda che vide lo scienziato pisano avversato dalle autorità romane, il Decreto del 1616 fu l’unico documento pubblico di tipo dottrinale. Tuttavia, la questione “della mobilità della terra e la stabilità del sole”, come allora veniva posta, non era stata esaminata propriamente dalla Congregazione dell’Indice, che emise il Decreto, bensì dal Santo Uffizio, che secondo una pratica non infrequente si rivolse all’Indice per dar seguito ad una condanna ormai decisa.
  

Le peculiarità del Decreto

Non fu questa l’unica peculiarità del Decreto. Anche se la condanna del copernicanesimo ne era la ragione, essa appariva come secondaria. Dopo una lunga premessa volta a specificare il senso e la portata delle condanne, il Decreto inizia presentando un elenco di cinque opere di autori protestanti. Il fatto sorprendente è che, tranne in un caso, si tratta di opere già condannate in decreti precedenti. La condanna del copernicanesimo appare soltanto successivamente, chiaramente distinta dalle opere precedenti da un punto di vista tipografico. Inoltre, essa prende la forma di un lungo paragrafo sulle ragioni della condanna, diversamente dal solito breve elenco di libri condannati.

Quali sono le ragioni di queste peculiarità? Esse hanno a che fare con il processo che ha dato origine alla condanna.

La decisione di condannare i libri copernicani non partì dall’Indice, bensì dal Santo Uffizio, a conclusione di un lungo processo iniziato l’anno precedente, quando le prime accuse contro Galileo arrivarono a Roma provenienti dagli ambienti fiorentini. Quando, alla fine di questo processo, il Papa Paolo V determinò che la Congregazione dell’Indice si occupasse della condanna dei libri copernicani, stabilì anche che vi fossero aggiunta altre opere, già condannate o da condannare, scelte tra quelle ritenute più pericolose. Il cardinale di S. Cecilia, Paolo Sfrondati, si occupò di sceglierle; l’elenco sembra quindi poco meno che casuale. Quattro delle cinque opere incluse erano già state condannate l’anno precedente; soltanto una, attribuita ad Achilles Friedrich, Duca di Wurtemberg (in realtà una raccolta di commenti politici, curata da Thomas Lancius), veniva condannata per la prima volta.

Dietro questa scelta inusuale sembra esserci la volontà di non dare troppo rilievo alla censura del sistema copernicano, “mascherandola”, por così dire, dietro la censura di altre opere protestanti, la cui condanna poteva allora essere vista come un fatto normale. Tuttavia quest’ipotesi contrasta con l’urgenza con cui si agì nelle ultime settimane di febbraio 1616. Anche se la questione si protraeva da più di un anno, essa ricevette a fine febbraio una forte accelerazione. In quindici giorni passò al vaglio dei consultori, fu esaminata dal Santo Uffizio e successivamente dall’Indice, fino alla pubblicazione del Decreto. Non era percepita, quindi, come questione di poca importanza, ma tuttavia non si volle presentarla in modo troppo esplicito. Si potrebbe ipotizzare una certa consapevolezza, da parte degli estensori, che la questione non fosse del tutto fondata dal punto di vista dottrinale. Di fatto, il Santo Uffizio non accolse il parere espresso dai teologi e preferì non pronunziarsi pubblicamente. La pubblicazione di un Decreto che includeva delle altre opere, apertamente contrarie alla fede cattolica, serviva quindi a “trasferire” in qualche modo la loro “gravità dottrinale” anche ai libri copernicani. In questo modo sarebbe stato possibile prevenire meglio eventuali reazioni contrarie da parte dei difensori di Galileo.
   

La gestazione del Decreto: il “caso Galileo”

Il Decreto dell’Indice contro i libri copernicani si pone, come abbiamo detto, all’interno del caso Galileo. La pubblicazione del De Revolutionibus Orbium Caelestium di Niccolò Copernico nel 1543 non diede origine a particolari reazioni da parte delle autorità cattoliche, se si eccettua il tentativo di Bartolomeo Spina, Maestro di Sacro Palazzo, di esaminare l’opera di Copernico allo scopo di condannarla, secondo la testimonianza di Giovanmaria Tolosani. Successivamente, nessun altra reazione contraria alle dottrine di Copernico si produsse negli ambienti romani. Al contrario, l’astronomia copernicana ebbe un suo ruolo nella riforma del calendario ordinata da Gregorio XIII nel 1582, e diretta da Christopher Clavius, professore di matematica al Collegio Romano.

La comparsa di Galileo nel dibattito astronomico nel 1610, come risultato dell’impiego del telescopio e delle sue scoperte astronomiche, trasformò la questione copernicana in questione di attualità, ma diede anche luogo alle prime accuse. Il 7 febbraio 1615 il domenicano Niccolò Lorini scrisse al cardinale Sfrondati per denunciare la lettera di Galileo a Benedetto Castelli, in cui Galileo esponeva la sua visione della compatibilità tra scienza e sacra Scrittura. Poche settimane più tardi, Tommaso Caccini, anch’egli domenicano, presentò spontaneamente la sua testimonianza contro Galileo davanti al Santo Uffizio. La questione progredì lentamente. I tentativi fatti per ottenere l’originale della lettera a Castelli non ebbero successo, e d’altra parte un esame dottrinale della copia presentata da Lorini non sortì effetto, perché la lettera, nel suo insieme, fu giudicata conforme alla dottrina cattolica. Anche le accuse di Caccini, che aveva accennato a discorsi eterodossi tenuti tra i “galileiani”, finirono per svanire quando a fine novembre risultò finalmente possibile interrogare i testimoni. Galileo intanto decise di trasferirsi a Roma nel dicembre 1615, per cercare di prevenire gli attacchi al copernicanesimo, di cui era a conoscenza sin dal inizio.

Il Santo Uffizio stabilì, comunque, che venissero esaminate le Lettere sulle macchie solari, pubblicate da Galileo nel 1612. Non si hanno informazioni sull’esito di tale esame, ma forse come conseguenza, nel mese di febbraio 1616 fu deciso di esaminare la questione copernicana nella forma di due tesi: la mobilità della terra e la stabilità del sole. Anche se questa era una versione estremamente riduttiva dell’astronomia copernicana, lo stesso Galileo aveva presentato queste due proposizioni come “principalissimo punto di tutta la sua dottrina”.

Si arriva così ai fatti che condussero alla pubblicazione del Decreto del 1616. Le due questioni riguardanti la mobilità della terra e la stabilità del sole furono sottoposte ai qualificatori del Santo Uffizio venerdì 19 febbraio. La loro risposta era già pronta mercoledì 24 febbraio, e l’indomani ebbe luogo la riunione del Santo Uffizio. Il giudizio dato dai qualificatori fu estremamente rigoroso. Entrambe le proposizioni furono qualificate come “assurde e false in filosofia”; l’immobilità del sole era ritenuta formalmente eretica, e la mobilità della terra “almeno erronea nella fede”. Tuttavia, la Congregazione del Santo Uffizio, presieduta dal Papa Paolo V, non convalidò formalmente tale giudizio, cosa che avrebbe richiesto qualche atto pubblico che in realtà non ebbe luogo. Le decisioni, prese direttamente dal Papa, secondo il tenore dei verbali (il che tuttavia non toglie che fossero prese con l’autorità della Congregazione) sembrano essere state due. La prima fu chiaramente messa a verbale: l’ordine di ammonire Galileo perché abbandonasse tale dottrina. Infatti l’indomani, venerdì 26 febbraio, Galileo fu convocato dal Cardinal Bellarmino, e gli fu ordinato di abbandonare tale opinione. Trattandosi di un’ingiunzione personale, essa non aveva rilevanza dal punto di vista disciplinare o dottrinale per la generalità dei cristiani, ma esclusivamente per Galileo.

La seconda decisione non appare sul verbale, ma è pensabile che sia stata presa già allora: l’ordine alla Congregazione dell’Indice di procedere alla condanna dei principali libri che sostenevano la compatibilità dell’opinione copernicana con la Sacra Scrittura. Martedì 1° marzo il Cardinal Bellarmino, nel cui palazzo si teneva la riunione, propose alla Congregazione dell’Indice, a nome del Santo Padre, di deliberare circa la proibizione dei libri di Foscarini, Copernico e Zúñiga. Dopo un’approfondita discussione, i cardinali presenti determinarono di sospendere donec corrigantur (finché fossero corretti) il De Revolutionibus di Copernico e il Commento in Giobbe di Zúñiga, e di proibire in modo assoluto la Lettera di Foscarini. Si decise di proibire allo stesso modo omnes libros idem docentes, ovvero tutti i libri che in futuro avrebbero sostenuto la stessa dottrina. Giovedì 3 marzo, nella riunione del Santo Uffizio, il Papa approvò il contenuto del Decreto, e ne ordinò la pubblicazione, avvenuta sabato 5 marzo, quattrocento anni fa.
   

Il valore del Decreto

Quale portata dottrinale aveva il Decreto della Congregazione dell’Indice? Il Santo Uffizio evitò di pronunciarsi pubblicamente sulla qualifica dottrinale del copernicanesimo (della mobilità della terra e la stabilità del sole). E anche se trasferì alla Congregazione dell’Indice la risoluzione finale sul caso, sotto forma di condanna o sospensione di alcuni scritti, la decisione dottrinale di fatto non fu trasferita, perché solo di sua competenza. La Congregazione dell’Indice non possedeva delle competenze sulla dottrina, ma soltanto la missione di vietare o correggere i libri dannosi, fondandosi sulla dottrina esistente. Il Decreto non poteva avere quindi la pretesa di definire dottrinalmente il copernicanesimo. Doveva invece limitarsi ad enunciarlo utilizzando una qualifica ormai certa, che servisse a rispecchiare la ragione del conflitto. In tal modo il copernicanesimo non viene definito dottrinalmente, ma solo presentato in modo generico come una “dottrina pitagorica, falsa e del tutto contraria alla divina scrittura”. Il riferimento a Pitagora era già presente nel titolo dell’opera di Foscarini, mentre la qualifica di “falsa” faceva riferimento al punto di vista filosofico o naturale. Dal punto di vista teologico, il Decreto qualifica il copernicanesimo come contrario alla Sacra Scrittura. Ma tale espressione non era una “definizione dottrinale”, bensì l’indicazione di ciò che aveva dato origine al caso: l’opposizione tra la mobilità della terra e immobilità del sole, come sostenuto da Copernico, e le affermazioni della Sacra Scrittura secondo l’interpretazione allora corrente. La cosiddetta “condanna del copernicanesimo” consistette solo nella sospensione o proibizione dei testi copernicani, “affinché tale opinione non penetri di più in detrimento della verità cattolica”.

Il Decreto del 5 marzo 1616 costituiva, tuttavia, un errore di giudizio da parte delle autorità ecclesiastiche. Esso fu corretto soltanto nel 1757, quando Benedetto XIV diede ordine di togliere dall’Indice dei Libri Proibiti il divieto generale contro i libri copernicani, anche se le singole opere condannate vi rimasero fino al 1822.

Alla base di questo errore è possibile vedere tre diverse prese di posizione erronee da parte dell’autorità ecclesiastica.

Una prima, di ordine filosofico, condusse ad accettare il giudizio della  “scienza” allora ammessa, che riteneva falso il sistema copernicano. Tale accettazione, non sufficientemente vagliata, costituì il primo e fondamentale errore da parte dei teologi qualificatori e delle autorità della Curia romana: di fronte ad una novità intellettuale, da tempo diffusa e strenuamente difesa da Galileo e da altri, mancò la sufficiente apertura epistemologica per riconoscere che si faceva ormai strada un nuovo tipo di indagine scientifica sulla realtà.

La seconda presa di posizione è quella propriamente teologica, e riguarda la qualifica delle tesi copernicane come “contrarie alla Scrittura”. Anche ammettendo che essa descrivesse una situazione di fatto, avrebbe dovuto dar luogo ad un esame teologico nella linea dell’esegesi agostiniana, ripetutamente citata da Galileo nella Lettera a Cristina di Lorena, e di quella tomistica, in cui il senso letterale della Scrittura non si identifica affatto con ciò che Galileo denominò “il puro significato delle parole”. Tale esame, che avrebbe potuto mostrare l’irrilevanza dal punto di vista della Rivelazione di una questione di ordine fisico come la struttura del cosmo, fu purtroppo totalmente assente dal processo al copernicanesimo nel 1616, e anche successivamente dal processo a Galileo del 1633.

Su queste insufficienti basi filosofiche e teologiche, la decisione della Congregazione dell’Indice di proibire o sospendere i libri copernicani per evitare che una dottrina, non formalmente condannata ma ritenuta pericolosa, potesse recare danno alla fede del popolo cristiano, appare chiaramente come un terzo errore, anche se formulato solo su un piano prudenziale.

Il Decreto di condanna del copernicanesimo aprì una crisi tra scienza e fede, che fu difficile risanare nel tempo. Anche se il Decreto, in senso proprio, non aveva rilevanza dottrinale o dogmatica, fu interpretato così da molti. La condanna di Galileo nel 1633 rese il problema ancora più acuto. Paradossalmente, Galileo aveva colto la portata del Decreto. L’indomani della sua pubblicazione, egli scrisse a Curzio Picchena, primo segretario del Granduca Cosimo II, affermando che la Santa Chiesa “altro non ha risoluto se non che tale opinione non concordi con le Scritture Sacre”. Galileo era consapevole che la misura non aveva carattere dottrinale e poteva essere revocata, e per questo cercò di riaprire la questione dopo  l’elezione di Urbano VIII, mediante il suo Dialogo sui massimi sistemi del mondo, pubblicato nel 1632.