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Riflessioni sulla vita nel cosmo

Duccio Macchetto
1998

Intervista a Duccio Macchetto

Il Direttore scientifico dell’Hubble Space Telescope parla del ruolo che le nuove conoscenze astronomiche possono avere per la fede dei credenti. «Dal punto di vista personale, la mia fede si accresce con queste scoperte, perché mi rendo conto che Dio ci sa davvero fare. Ma la fede è un dono, e la mia probabilmente aumenterebbe anche se studiassi biologia, oppure se guardassi fuori dalla finestra le meraviglie del mondo. Ogni scoperta scientifica, però, porta sempre ad uno stadio oltre il quale le spiegazioni umane non bastano più...»

D. Lei è convinto che esista la vita fuori dalla Terra?

R. «Senz'altro: basta guardare i numeri. Puntando il telescopio su un pezzetto di cielo grande come un chicco di riso, abbiamo potuto calcolare che nell'universo ci sono circa 100 miliardi di galassie, e in ogni galassia circa 100 miliardi di stelle. Se anche solo la metà di queste stelle avesse dei pianeti intorno, le probabilità matematiche di trovare qualche forma di vita sarebbero enormi».

D. Sarà possibile un incontro diretto con queste forme di vita?

R. «L'esplorazione tramite i telescopi diventerà molto facile, ma l'incontro fisico è più difficile. Noi sappiamo che la velocità massima con cui ci si muove nell'universo è quella della luce, e alcune delle stelle più vicino a noi si trovano a 100 anni luce di distanza. Dunque se qualcuno partisse per raggiungerle, impiegherebbe almeno 100 anni. Se poi decidessimo di mandare un segnale elettronico come una telefonata, servirebbero 100 anni per farlo arrivare, e altri 100 per ricevere la possibile risposta. Quindi dovremmo fare un esperimento che coinvolgerebbe circa 20 generazioni diverse. Naturalmente fra un milione di anni la tecnologia sarà completamente diversa, e il bello della fisica è che ogni 50 anni nasce un Einstein che rivoluziona tutto. Allo stato attuale però, un incontro fisico con altre forme di vita è piuttosto difficile».

D. Lei è un credente. Che genere di riflessioni provoca il fatto di sapere che la vita potrebbe esistere fuori dalla Terra?

R. «Sono domande che dobbiamo cominciare a porci, anche se io non conosco la risposta. San Paolo però disse agli ebrei che Gesù era venuto per salvare tutti, compresi i gentili. Naturalmente è facile dire una cosa del genere in teoria, mentre sarebbe molto più difficile accettarla nel momento in cui ci trovassimo davvero di fronte ad una forma di vita diversa dalla nostra. Però dobbiamo cominciare a porci il problema, preparandoci forse a rispondere come San Paolo».

D. Come concilia la sua fede con il lavoro che fa, e le scoperte davanti a cui si trova quasi ogni giorno?

R. «Dal punto di vista personale, la mia fede si accresce con queste scoperte, perché mi rendo conto che Dio ci sa davvero fare. Ma la fede è un dono, e la mia probabilmente aumenterebbe anche se studiassi biologia, oppure se guardassi fuori dalla finestra le meraviglie del mondo. Ogni scoperta scientifica, però, porta sempre ad uno stadio oltre il quale le spiegazioni umane non bastano più. Il Big Bang, ad esempio, è attualmente la teoria più coerente per spiegare l'origine dell'universo, e io la condivido. Però analizzandola si arriva comunque ad un punto in cui diventa impossibile spiegare tutto. Ad esempio come si è creato il vuoto da cui è cominciato il movimento? Oppure, da dove vengono le stesse eleggi della fisica? L'errore che fanno gli uomini, secondo me è pensare che Dio sia fatto a loro immagine e somiglianza, e quindi misurarlo sulle nostre forze. Semmai è il contrario. Noi siamo fatti un po' a sua immagine e somiglianza, ma Dio è molto meno limitato, e può agire in modi a noi incomprensibili. Dunque possiamo comprendere qualcosa, ma poi dobbiamo ammettere ed accettare i nostri limiti».

D. Come vede oggi il rapporto tra scienza e fede?

R. «È molto migliorato. Anche perché soprattutto la religione, e in particolare la Chiesa cattolica, hanno fatto dei grandi passi in avanti per superare certe incomprensioni del passato. La separazione dei compiti è importante, e quindi la scienza dovrebbe smettere di interferire nelle cose della fede, così come la religione non deve cercare di dire agli scienziati come fare il loro lavoro. Alcuni studiosi però vorrebbero ancora provare a dimostrare che Dio non esiste, basandosi sull'ambizione di sapere come funziona l'universo. Secondo me, invece, anche la conoscenza più completa resterebbe irrilevante ai fini della fede. Capire come funziona l'universo, infatti, non ci trasforma nei suoi creatori, e non ci permette comunque di metterci al posto di Dio».

D. Ma ci sono anche studiosi che dicono di potere provare l'esistenza di Dio con le leggi della fisica.

R. «Io diffido di loro, così come degli antireligiosi a tutti i costi. Infatti se qualcuno comincia a misurare Dio per provare la sua esistenza, poi verrà certamente qualche altro che proverà ad usare le stesse misurazioni per dimostrare il contrario. Dio invece non è misurabile, e la fede non si spiega con le formule matematiche.»

D. Negli Stati Uniti molti osservatori notano un aumento dell'interesse per la spiritualità. Secondo lei da cosa è determinato?

R. «Non ho dati statistici su questo fenomeno, ma parlando con la gente mi rendo conto che è vero. Potrebbe dipendere dalla stanchezza per il materialismo dominante, che alla lunga non dà tutte le risposte necessarie. La mia speranza, però, è che si tratti invece di una positiva tendenza di maturazione».

Fonte: Avvenire, 26 giugno 1998