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La teoria darwiniana dell’evoluzione e la coscienza

John C. Eccles
1981

da La meraviglia di essere uomo

In questo brano tratto dal secondo capitolo del volume La meraviglia di essere uomo e intitolato “Le origini della vita. della mente e dell’uomo”, il Nobel per la neurofisiologia John Carew Eccles (1903-1997) espone la sua visione circa il rapporto fra meccanismi evolutivi darwiniani e comparsa della coscienza, applicandone le riflessioni prima agli animali e poi all’uomo. Secondo lo scienziato australiano esistono fondati motivi per ritenere che l’origine evolutiva della coscienza umana continui a rappresentare un’enigma, rendendo pertanto plausibile un giudizio di unicità, e in certo modo di irriducibilità, del fenomeno umano sul panorama della natura.

La teoria darwiniana deve essere considerata una delle più grandi conquiste scientifiche e ha un immenso potere esplicativo. Non vi è alcuna teoria alternativa. Tuttavia si deve ammetter che essa verrà notevolmente modificata dall’aumento dei reperti fossili e dal progresso della biologia molecolare. Vi è il pericolo che la teoria dell’evoluzione biologica sia prematuramente irrigidita in dogma, mentre il suo potere esplicativo è ancora insufficiente e deve essere messo alla prova.

La teoria si compone essenzialmente di due elementi. In primo luogo vi sono le mutazione del materiale genetico, i geni composti di acido deossiribonucleico (DNA). Le mutazioni sono piccoli cambiamenti nella struttura molecolare del DNA. Esse avvengono per puro caso, ad esempio in conseguenza dell’azione di elementi chimici o di radiazioni nocive, e non sono dovute in alcun modo al bisogno dell’organismo di aumentare la propria capacità di sopravvivenza. In secondo luogo, c’è la selezione naturale che garantisce la conservazione delle combinazioni di naturale che garantisce la conservazione delle combinazioni di geni più adatte alla sopravvivenza. Gli animali con una combinazione genetica sfavorevole sono eliminati nella competizione con quelli dotati in maniera più vantaggiosa. In ciascuna singola generazione avviene una selezione, effettuata tramite le prove di sopravvivenza a cui sono sottoposte le mutazioni prodotte per caso.

Più avanti vedremo che il potere esplicativo di questa teoria evolutiva è insoddisfacente per molti aspetti. Per ora è importante sottolineare che la teoria ufficiale dell’evoluzione biologica esclude che vi sia una qualsiasi “giuda” dello sviluppo evolutivo per il raggiungimento di fini a lungo termine, come propone ad esempio la teoria del finalismo legata al a nome di Teilhard de Chardin. Al contrario, la teoria ufficiale è essenzialmente opportunistica, perché la selezione naturale riguarda soltanto la sopravvivenza e la diffusione di una generazione particolare, e poi della successiva, e cosi via, sempre opportunisticamente. Questo è il dogma secondo cui, da un processo iniziale puramente casuale possono essersi sviluppate per selezione naturale tutte le meravigliose caratteristiche strutturali e funzionali degli organismi viventi, con la loro sorprendente adattabilità e inventiva. Il punto cruciale della questione è che il dogma comprende anche la nostra origine. Dobbiamo trovare accettabile che anche la nostra esistenza di esseri autocoscienti venga incorporata nel rigido dogma del caso e della necessità di cui parlò Jacques Monod?

 

La coscienza animale: introduzione

Durante gli ultimi anni biologi e psicologi sono venuti emergendo dalla lunga e oscura notte del comportamentismo nella quale era considerato scientificamente inammissibile porre domande sulla coscienza degli animali. Per fortuna questa oscurità è stata dissipata, ad esempio, da Thorpe, Lorenz, Griffin.

Possiamo dire che un animale è cosciente quando apparentemente è mosso da sentimenti e da umori, quando è capace di valutare la sua situazione presente alla luce dell’esperienza passata, ed è quindi in grado di compiere azioni appropriate che sono assai più di una stereotipa risposta istintiva. In questo modo l’animale mostra un originale esempio di comportamento che può essere appreso e include anche un gran numero di reazioni emotive. Un buon esempio è dato dal comportamento di una scimmia rinchiusa in una stanza, nella quale da un lato è posta una scatola e dall’altro è appeso un casco di banane, ad un’altezza tale da non essere raggiungibile da terra. Dopo una lunga meditazione la scimmia porta la scatola sotto le banane e riesce a prenderle. Un’altra dimostrazione di esperienza consapevole è offerta dal gioco spontaneo dei mammiferi, specialmente dei giovani.L’evoluzione della coscienza

La spiegazione evoluzionista sembra abbastanza chiara sino a quando ci chiediamo: come, nel corso del processo evolutivo, in un mondi sino ad allora privo di coscienza, apparve la mente o coscienza animale? Come gli animali, nel loro sviluppo evolutivo, giunsero per la prima volta a manifestare eventi mentali? Come comparvero barlumi di esperienza mentale dall’oscurità che sino ad allora invadeva ogni caso? Gli eventi mentali devono essere connessi ad eventi neuroni del cervello, ma in che modo essi contribuiscono al miglioramento delle prestazioni del cervello e assumono quindi grande importanza per la sopravvivenza evolutiva? Infine, quale status ontologico possiamo attribuire agli eventi mentali che si verificarono in un mondo che precedentemente poteva essere considerato monisticamente come un mondo materiale- un mondo di materiale ed energia?

Chiaramente ci dibattiamo in una profonda difficoltà. Quando nella storia del pensiero sorgono simili problemi, è usuale adottare una qualche credenza che “salvi” la situazione. Ad esempio, un facile espediente potrebbe essere quello di negare la realtà degli eventi mentali, come fa il materialismo radicale. Deve essere assai imbarazzante sostenere in pubblico una credenza che nega che i suoi stessi sostenitori abbiamo un’esperienza e un credo consapevoli! Al materialismo radicale spetterebbe un posto di rilievo nella storia della stupidità umana. L’alternativa è data dal panpsichismo (Teilhard de Chardin, Rensch, Birch). Tutti i tipi di panpsichismo evitano i problemi menzionati precedentemente affermando la presenza di una protoconscienza in tutta la materia, persino nelle particelle elementari! Secondo questa teoria, lo sviluppo evolutivo del cervello è semplicemente legato ad un ampliamento e ad un affinamento di una proprietà che appartiene già a tutta la materia, e che è soltanto più evidente nelle complesse organizzazioni degli animali superori. Questa soluzione del problema posto dalla comparsa della mente e dal miglioramento delle prestazioni cerebrali non può essere considerata accettabile. È troppo facile evitare il problema proponendo una radicale trasformazione della fisica, come diremo più avanti.

Se studiamo il comportamento degli organismi semplici, comprese le api, come neurofisiologi, possiamo fornire una spiegazione plausibile anche del comportamento più complesso basandoci sul concetto di istinto ereditario al quale si sovrappone l’apprendimento. La presentazione istintiva di un animale dipende dalla costruzione genetica del suo sistema nervoso e delle strutture ad esso collegate, che segue le istruzioni genetiche codifica. E l’apprendimento può essere l’aumentata efficacia delle sinapsi conseguente all’uso. In questo modo restiamo interamente all’interno del quadro materialista. Il comportamento animale più studiato, dopo quello degli uccelli e dei mammiferi, è quello delle api, ma noi non accettiamo l’ipotesi mentalistica di Griffin basata sul fatto che la danza delle api rivela un elaborato simbolismo codificato con riferimenti spazio-temporali. Non vi è alcuna ragione per presumere che le api sappiano quello che fanno.

Anche a livello degli anfibi è possibile spiegare la capacità delle rane di catturare al volo le prede in termini di individuazione visiva (rivelatori di insetti) e di reazioni ad essa. Konrad Lorenz descrive modelli comportamentali degli uccelli, che egli conosce benissimo, che indicano la presenza di stati mentali. Willam Thorpe riporta numerosi casi sperimentali sull’attività degli uccelli che gli fanno concludere che: «Abbiamo testimonianze estremamente convincenti della possibilità che gli animali compiano astrazioni mentali di qualità e di numero tali che nei piccoli umani possono essere compiute soltanto dall’attività cerebrale conscia».

Ci pare di poter restringere il discorso sulla filogenesi mentale agli uccelli e ai mammiferi. Il più semplice metodo di indagine probamente è quello di studiare la coscienza nell’attività degli animali non-umani più evoluti, le scimmie antropoidi, e poi prendere in considerazione i casi più marginali rappresentati dalle famiglie di mammiferi meno evolute e dagli uccelli.

Gli studi effettuati su scimpanzé allo stato libero hanno rivelato u’attività piuttosto limitata: un uso marginale di “strumenti”, che non vengono conservati; incapacità di utilizzare pietre o bastoni nel combattimento; interessi ristretti a considerazioni pragmatiche concernenti il cibo, la dominazione sociale e l’attività sessuale; l’aggressività è limitata soltanto da in temperato altruismo nella divisione del cibo. Invece, a scimpanzé educati sin dalla prima infanzia è stato possibile insegnare una mimica notevole (ad esempio 130 segni a “Washoe” dei Gardner)  che essi usano abilmente per richiedere il cibo, per divertimento, per esprimere emozioni, sati d’animo e sentimenti, come fa un bimbo di un anno e mezzo o due anni di età. È difficile dubitare che essi abbiano esperienze dello stesso tipo di quelle che chiamino conscie. Tuttavia gli scimpanzé non si sviluppano linguisticamente come fanno i bimbi attraverso la mimica, perché il loro uso del linguaggio è pressoché interamente pragmatico. Essi non tentano, se non in modo trascurabile, di porre domande sul mondo circostante per capirlo (uso matetico [mathetic] del linguaggio) come invece fanno i bimbi di due o tre anni con il loro fiume di domande. Ciò che rende perplessi è il carattere rudimentale dell’attività mentale delle scimmie antropoidi che contrasta con la notevole dimensione del loro cervello, caratteristica tipicamente umana.

Non vi sono dubbi sulla presenza di esperienze mentali negli animali domestici come il cane, il gatto e il cavallo. Il gioco degli animali giovani è un convincente criterio di coscienza, come anche la curiosità e la manifestazione di emozioni, in particolare la testimonianza di un devoto attaccamento. Tuttavia dobbiamo essere cauti nel paragonare questi presunti stati mentali negli animali con quelli esperiti umanamente: non abbiamo con gli animali una comunicazione simbolica che possa uguagliare quella tra esseri umani.

Ora potremo chiederci: quale vantaggio deriva dell’emergere di esperienza mentali unite alla’attività del cervello? Ad esempio, William James ha suggerito che la mente è una capacità acquista dal cervello quando è divenuto troppo complesso per controllare se stesso. Altri hanno suggerito che la coscienza è utile perché fornisce agli animali una esperienza globale. Desideriamo sviluppare più approfonditamente questa idea in relazione all’esperienza visiva.

Durante gli ultimi venti anni è stato effettuato un immenso studio scientifico sull’elaborazione dell’informazione visiva nel cervello dei gatti e delle scimmie. Nel corso dell’elaborazione avviene una progressiva astrazione dei tratti dell’immagine originale che si era impressa nella retina. A nessuno stadio della elaborazione nervosa è possibile trovare neuroni che potrebbero contribuire ad un’eventuale ricostruzione neurale dell’immagine, recando ciascuno soltanto un’immagine particolare – le mitiche “cellule della nonna” che ci avvertirebbero quando la nonna viene vista! Eppure noi percepiamo l’immagine. L’immensa varietà dell’attività svolta dai neuroni porta l’informazione codificata che potrebbe essere usata perla ricostruzione dell’immagine, ma sembra che una tale operazione globale non posso essere eseguita dai meccanismi della corteccia cerebrale. Essa tuttavia si realizza nell’esperienza visiva conscia che compare magicamente quando apriamo gli occhi e che cambia di momento in momento, in apparente sincronia con gli stimoli visivi. Le complesse operazioni di elaborazione compiute dal meccanismo neurale della corteccia visiva portano l’informazione codificata, che è rappresentata nei modelli spazio-temporali dell’attività neuronica nella corteccia cerebrale.    

Si può ipotizzare che nel corso dell’evoluzione l’emergere dell’esperienza mentale conscia abbia armonizzato l’evoluzione del meccanismo di elaborazione visiva e il suo uso nel guidare il comportamento dell’animale.

Gli stimoli visivi più elementi che guidano il comportamento degli animali più semplici possono non richiedere un’integrazione in un’immagine globale. Ad esempio, come abbiamo detto precedentemente, il sistema visivo della rana può funzionare senza alcuna operazione integrativa. Invece, nel caso dei sistemi visivi molto complessi degli animali più evoluti, mammiferi e uccelli, un’immagine globale costituirebbe un grande vantaggio nella selezione naturale. Tale integrazione comprenderebbe inoltre altri dati sensibili, sonori, olfattivi e tattili, producendo una esperienza mentale unificata, come quella di cui noi usufruiamo.

Abbiamo così sviluppato l’ipotesi secondo cui la comparsa delle esperienze mentali contribuisce all’integrazione della vasta gamma di stimoli che giungono al cervello degli animali più evoluti. Gli animali che possiedono un sistema nervoso più semplice e quindi stimoli e reazioni comportamentali più limitati, non hanno bisogno di ulteriori integrazioni oltre a quelle che possono essere date dal sistema nervoso centrale. Si riconosce che questa ipotesi non fornisce alcuna spiegazione della misteriosa comparsa evolutiva delle esperienza mentali in un mondo sino ad allora puramente fisico. Essa suggerisce soltanto in che modo tale comparsa potrebbe rappresentare un vantaggio evolutivi.

 

L’enigma dell’origine evolutiva della coscienza

Sarà chiaro ormai che la moderna teoria darwiniana è difettosa perché non sempre riconosce lo straordinario problema posto dagli organismi viventi che acquistano esperienze mentali di tipo non materiale, appartenenti ad un mondo diverso dal mondo di materia ed energia che precedentemente comprendeva ogni cosa. Non possiamo più accettare la soluzione cartesiana, secondo la quale le esperienze conscie degli esseri umani sono attribuibili alla creazione divina delle anime, mentre gli animali sono macchine simili ad automi prive di esperienze mentali. Allo stesso modo, come abbiamo mostrato prima, non è accettabile la proposta panpsichista che elude il problema.

Vi è anche il problema di come le esperienze mentali derivino dai meccanismi neurali e di come retroagiscono per provocare le reazioni adeguate dell’animale.

È un peccato che gli evoluzionisti abbiano ampiamente ignorato il tremendo enigma posto alla loro teoria materialistica dalla comparsa dell’attività mentale nel corso dell’evoluzione animale. Ad esempio, non si fa cenno all’evoluzione dell’attività mentale nel classico libero di Mayr Animal Species and Evolution, né nell’opera di Monod Il caso e la necessità, né in quella di Wilson Sociobiology: The New Synthesi.Il motivo probabilmente è che, come mostra Griffin nel suo libro The Questione of Animal Awareness, le opinioni dei biologi sono state dominate dal dogma del comportamentismo. Ma la “consapevolezza animale” ora deve essere accettata, almeno per gli animali più complessi, e questa è una sfida per gli evoluzionisti. Siamo ad un punto in cui ignorare un problema non lo fa sparire. Darwin si chiese molto ingenuamente: «Perché il pensiero, che è una secrezione del cervello, desta più meraviglia della gravità, una proprietà della materia?». In questo modo egli diede avvio alla tendenza di tutti i successivi evoluzionisti a ignorare il problema della comparsa della coscienza nell’evoluzione degli animali, compresi gli esseri umani. Essa è stata considerata semplicemente come un prodotto dello sviluppo cerebrale. Invece Popper afferma che: «L’emergere della coscienza nel mondo animale è un mistero grande forse quando l’origine della vita stessa. Tuttavia si deve presumere, nonostante l’impenetrabile difficoltà, che sia un prodotto dell’evoluzione, della selezione naturale».

Noi crediamo che il problema della comparsa della coscienza sia lo scheletro nell’armadio dell’evoluzionismo ortodosso. Abbiamo visto che la concezione precedentemente esposta fornisce una spiegazione dello sviluppo della coscienza animale avvenuto per opera della selezione naturale, ma non dice niente a proposito della sua comparsa. Questo problema resta così enigmatico per un evoluzionista ortodosso perché egli lo considera nei termini di un processo esclusivamente naturale in un mondo esclusivamente materiale. Nell’Epilogo della prima Gifford Lecture The Human Mistery, concludiamo con un’affermazione di particolare rilievo per il problema dell’emergere della coscienza: «Nel contesto della teologia naturale, io credo in una Divina Provvidenza e opera su e al di sopra degli accadimenti materialisti dell’evoluzione biologica. […] Non dobbiamo asserire dogmaticamente che l’evoluzione biologia nella sua forma attuale è la verità ultima. Dobbiamo piuttosto credere che essa è la vicenda principale, e che in qualche modo misterioso esiste una guida nella catena di contingenza che ha portato fino a noi» [Il Mistero Uomo, Il Saggiatore, Miliano 1981, p. 275].

Specialmente in America c’è stata la cosiddetta “Rinascita Creazionista” ed è stato fondato persino un Istituto per la Ricerca sulla Creazione. La strategia di questo movimento consiste nell’evidenziare le debolezze della teoria dell’evoluzione biologica e nel fare sfoggio poi della dottrina creazionista basata su una interpretazione letterale della Genesi. I creazionisti citano brani di Gould e Eldridge per sollevare dubbi sula teoria darwiniana; senza dubbio utilizzeranno allo stesso scopo le nostre affermazioni. Per difendersi da questo anacronistico movimento occorre presentare la teoria dell’evoluzione biologica come un’ipotesi scientifica dall’immenso potere esplicativo, che non ha alternative per gli aspetti essenziali, ma allo stesso tempo occorre riconoscerne le debolezze ed essere pronti ad accettare le critiche e le modifiche che vengono suggerite dagli specialisti. Dovrebbe esserci disponibilità verso un dialogo flessibile, come è richiesto dalla attività scientifica, e non l’intransigente difesa di un dogma.

Attualmente la situazione dell’evoluzione è assai più aperta di quanto lo fosse negli anni ’30 e ’40, all’epoca della pubblicazione di Modern Synthesis. Si dovrebbe notare che Alfred Wallace, che scoprì con Darwin il Principio di Selezione Naturale sottolineò più volte che una spiegazione puramente materialistica dell’evoluzione biologica non rende conto della natura spirituale dell’uomo: «Noi possiamo trovare una causa di questa origine soltanto nell’invisibile universo dello spirito».

da J. Eccles, D. Robinson, La meraviglia di essere uomo, a cura di M. Pera, tr. it. di R. Camedda, Armando, Roma 1988, pp. 20-29. La presentazione dei titoli delle sezioni è stata ritoccata dalla redazione