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Benedetto XVI e La Sapienza: la posta in gioco

Gennaio 2008
Giuseppe Tanzella-Nitti
ordinario di Teologia fondamentale - Pontificia Università della Santa Croce

I recenti eventi che hanno suggerito a Benedetto XVI di soprassedere l’invito rivoltogli dal Rettore della Università “La Sapienza” di Roma, prof. Renato Guarini, a visitare giovedì 17 gennaio quell’Ateneo, sono stati ormai oggetto di numerosi commenti, fin dalle prime ore successive alla decisione, diffusa in un comunicato stampa della Santa Sede. Le esigue e poco ragionevoli contestazioni alla visita, tuttavia sufficienti a creare un “caso”, probabilmente senza precedenti, non sono state condivise da ampi strati dell’opinione pubblica, da esponenti della vita universitaria come della vita politica. Attenti analisti hanno messo in luce l’erronea contestualizzazione della citazione di Paul Feyerabend tratta da un discorso di Joseph Ratzinger del 1990, impiegata in modo strumentale e capzioso dai 67 firmatari della lettera di protesta (o da chi ne ha preparato il testo da sottoporre alle loro firme); altri hanno giustamente sottolineato l’intrinseca contraddizione di non voler accogliere un Romano Pontefice in un Ateneo da lui fondato nel 1303, quando il Vescovo di Roma portava il nome di Bonifacio VIII (il discorso vale anche per Bologna, Parigi, Oxford, Perugia, Padova, Salamanca, Lovanio, ecc.); altri, ancora, hanno qualificato la protesta come una reazione ideologica, settaria, provinciale, lamentando l’umiliazione che ne deriva per la vita intellettuale e universitaria italiana; qualcuno, infine, ha fatto riflettere sul semplice dato che gli oltre 100 libri stampati e i quasi 600 titoli di pubblicazioni del prof. Joseph Ratzinger rappresentano un numero probabilmente superiore a quello della somma delle pubblicazioni dei firmatari della lettera inviata al Rettore.

Condividiamo in larga parte le osservazioni qui appena riportate, anche se non facciamo altrettanto per alcuni toni o aggettivi impiegati nel dibattito. Vorremmo qui brevemente riflettere su due cose. La prima riguarda l’immagine di cosa sia una Università. Dispiace che questo ambiente, che rappresenta insieme alla Chiesa cattolica in assoluto la più vecchia Istituzione della società Occidentale, l’unico luogo dove si è chiamati ad esporre le idee e a confrontarsi per la forza che le idee hanno per la ragionevolezza e il rigore con cui esse vengono fondate, debba essere in questa occasione teatro del rifiuto, operato nei confronti di un docente universitario, a parlare di fronte ad altri docenti universitari. Da Fichte a von Humboldt, da Newman a Ortega y Gasset, da Jaspers a Guardini, tutti i grandi pensatori che hanno riflettuto sulla missione dell’Università nella società libera, sono concordi nel ritenerla un luogo super partes, libero da condizionamenti politici, economici e ideologici, dove il sapere può godere del sereno confronto, dove gli errori vengono chiariti ed eventualmente contraddetti mediante il ricorso alle fonti e ai dati, l’uso attento del ragionamento. Nell’Università non ha diritto di cittadinanza la superficialità, il “sentito dire”, la sottoscrizione acritica di una tesi. Non devono entrare i luoghi comuni, le frasi fatte, i cliché, siano essi riferiti a personaggi o a interpretazioni più o meno maggioritarie di eventi storici. Se i luoghi comuni abbondano fuori, nelle Università, al contrario, si produce pensiero: pensiero anche dialettico, critico, ma pensiero. Attaccarsi a frasi fatte e a citazioni virgolettate è un’operazione universalmente riconosciuta ai dottor Azzeccagarbugli, non a chi ricopre una cattedra. Inoltre, nelle Università le firme hanno un valore che in altri luoghi è stato perso, e questo un docente lo sa bene, perché alla sua ci tiene in modo particolare. Ritenere che un docente universitario di fama consolidata non possa parlare in un Ateneo, che dargli la parola sia un “atto contro la scienza”, è una opinione la quale, per essere legittimata, richiederebbe che l’interessato fosse notoriamente conosciuto come un reo di crimini contro l’umanità, un violento o qualcosa del genere, un personaggio di fronte al quale l’espressione di pubblico dissenso risultasse a sua volta dettata dalla logica della ragione, un caso che sarebbe però in palese contrasto con il ruolo di docente universitario, almeno come lo conosciamo fino a questo momento. Nell’evento “Benedetto XVI alla Sapienza” non è in gioco il rapporto fra la Chiesa e la cultura, né il dialogo fra fede e ragione, bensì cosa sia una Università. Nelle contemporanee incertezze attorno alla sua identità, che paiono talvolta far dimenticare che questa Istituzione non la abbiamo inventata ieri ma è vecchia di nove secoli, uno svolgimento diverso dei fatti avrebbe forse contributo a far riscoprire la sua vera missione, oggi più necessaria che mai, in un mondo ove il deficit di pensiero, di libertà ma anche di capacità di fondare le proprie opinioni diviene sempre più tangibile. Non è un caso che Benedetto XVI, nel discorso che aveva preparato per l’occasione, avesse scelto di parlare in modo non circostanziale proprio di questa missione.

Un secondo elemento di riflessione riguarda l’immagine della scienza e dello scienziato che questa vicenda può aver contribuito a creare nell’opinione pubblica. Il cliché che gli scienziati, per essere buoni scienziati, debbano essere atei è semplicemente una mancanza di rispetto per tutti quei colleghi che atei non sono e che lavorano da buoni scienziati. Il contrasto fra uomini di scienza e uomini di fede è un luogo comune che non possiamo continuare a veicolare in modo così banale e superficiale. L’opinione pubblica ha il diritto di sapere che le cose non stanno così, anche se chi vuole farcelo credere ha la voce più forte e controlla con maggiore potere e disinvoltura il mondo dei media. Ritenere che la Chiesa si sia opposta storicamente al progresso delle scienze è una tesi condivisibile solo da chi non ha mai studiato la storia. Chi scrive ha lavorato per vari anni negli Osservatori Astronomici Italiani, Enti fondati tra Settecento e Ottocento da sacerdoti, religiosi o ecclesiastici: un semplice dato che parla da solo.

Esiste però, infine, un elemento di fondata speranza. Il confronto e lo studio dei rapporti fra pensiero scientifico e cristianesimo, fra scienza, filosofia e teologia, è rientrato nuovamente nelle Università europee e statunitensi ormai da alcuni decenni, con iniziative, pubblicazioni e cattedre che sono sotto gi occhi di tutti. Un incidente accaduto a Roma non interrompe certo questo dialogo, anzi, per alcuni versi, lo rende più interessante.