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Cogito, ergo publico

Gennaio 2010
Michele Crudele
Michele Crudele
www.crudele.it

Con il trascorrere degli anni tutti accumuliamo conoscenze e, purtroppo, dimentichiamo molto di quanto abbiamo appreso in passato. Per uno scienziato o un ricercatore la sensazione di “perdere la memoria” è dolorosa, perché riflettere su ciò che si sa è fondamentale per trovare la risposta ai problemi da risolvere. Internet con i suoi motori di ricerca – per gli italiani praticamente solo Google – è un ottimo palliativo: se non so o non ricordo, scrivo qualche parola chiave e ho quasi sempre un risultato accettabile. Il merito è dell’ottimo algoritmo inventato da Brin e Page, che ha finalmente un concorrente in quello inventato dal lombardo Lorenzo Thione e acquistato da Microsoft per Bing americano (le altre lingue non lo adottano ancora). Ma nulla potrebbero questi potenti software assistiti da gigantesche reti di server se qualcuno non pubblicasse documenti sul World Wide Web. La forza è nella collettività, nella volontà di tanti sconosciuti che decidono di condividere in rete quello che sanno, possiedono, scrivono, commentano, discutono. La loro affidabilità non è garantita né certificata, eppure il risultato finale è un insieme di servizi utilissimi a tutti. Certamente c’è del marcio su Internet, ma è una fetta controllabile se si sa come difendersi: su www.ilFiltro.it raccolgo alcuni consigli sul tema. Anche nella vita quotidiana fatta di relazioni umane ci sono rischi continui, ma abbiamo imparato sin da piccoli a cercare di distinguere il bene dal male e a sospettare di quello che non riusciamo a interpretare: non accettiamo le caramelle dagli sconosciuti.

Ma tanti sconosciuti possono anche ottenere un risultato positivo. Un esempio è stato nel 2001 il progetto Clickworkers della Nasa per classificare i crateri di Marte: chiunque poteva disegnare i contorni dei rilievi marziani partendo dalle fotografie pubblicate. L’esito è stato superiore alle aspettative ed è evoluto in “Be a Martian” invitando tutti ad essere protagonisti della scoperta del pianeta. Come si sono difesi dagli inesperti o incapaci o dai vandali che magari volutamente sbagliavano la mappatura? Con la forza della collettività, perché gli stessi contorni erano disegnati da tante persone e gli strumenti statistici rilevavano le anomalie rispetto alla media.

Altro esempio molto interessante è reCAPTCHA, che sfrutta il frequente meccanismo di protezione di qualsiasi sistema di immissione di dati sul web, basato sulla richiesta di trascrivere una parola rappresentata in modo distorto. In questo modo si evita che gli spammers immettano automaticamente “spazzatura” con finalità commerciali o truffaldine: i loro computer non sono infatti in grado di riconoscere le lettere deformate. Con reCAPTCHA si ha il vantaggio che questa operazione di riconoscimento umano è associata ad un insieme di parole recuperate da vecchi documenti fotografati, per cui ogni azione di un utente migliora il riconoscimento ottico e consente di immettere in rete materiale pregiato antico. Per evitare trascrizioni errate, le parole deformate proposte sono due, di cui una è già nota: se l’utente sbaglia a scriverla, sarà scartata anche l’altra e gli sarà proposta un’altra scelta.

Un altro approccio ha Google Image Labeler che propone una fotografia di difficile classificazione contemporaneamente a due persone che non possono dialogare tra loro. Ogni persona propone etichette per descrivere la foto e, se entrambe scrivono la stessa, il sistema la accetta e cataloga l’immagine con quella descrizione, a vantaggio del motore di ricerca di immagini. Anche in questo caso i protagonisti sono sconosciuti di cui non si conoscono le capacità intellettuali né la rettitudine di intenzione: il risultato positivo si sviluppa solamente se c’è concordanza. È difficile che casualmente due persone commettano lo stesso errore di valutazione o decidano di barare nello stesso modo: è molto più frequente che rispondano correttamente in modo identico.

Si può perciò rispondere ai detrattori di quelle parti di Internet che sono fondate sull’inaffidabilità (Wikipedia in primis) che la somma di molte fonti poco affidabili può essere qualcosa di buono, proprio come in un grande mosaico in cui ogni tassello è di forma incerta e da solo non ha nessun significato. Un mosaico molto grande è YouTube, pieno di filmati futili ed effimeri, generalmente utilizzati per intrattenimento: può essere veramente utile a qualcuno? In questo caso si tratta di far leva sulla popolarità di un insieme di risorse inaffidabili e inserire qualcosa di qualitativamente positivo. L’hanno capito il Vaticano, la Presidenza della Repubblica Italiana, la RAI e anche il portale DISF.org, che ha recentemente aperto il canale www.youtube.com/scienzaefede destinato a interviste a esperti del rapporto scienza e fede. Le produzioni di questi canali sono di breve durata e spesso riutilizzano materiale già girato da professionisti per altri scopi: quindi il costo addizionale di pubblicazione su YouTube è basso e non preoccupa l’incertezza della dimensione dell’audience. I canali di Stanford e del MIT mostrano invece la potenza della quantità: riprendono le lezioni in classe, con lavagne nere tradizionali e professori che scrivono con il gesso, senza particolari accorgimenti tecnici o sofisticazioni scenografiche. Sono così moltissimi i filmati didattici disponibili, a basso costo per chi li produce e gratis per chi li utilizza, al contrario di tanti tentativi italiani di creazione di portali di e-learning con videolezioni costosissime perché prodotte ad hoc. Il risultato è stato un proliferare di sperimentazioni con pochi bellissimi esempi che non sono riusciti a sopravvivere perché economicamente poco convenienti. La Mediateca ELIS che feci nascere nel 1997 aveva invece sin dall’inizio un approccio pragmatico: filmare con telecamera fissa le lezioni nelle aule della Scuola di Formazione Superiore ELIS e sincronizzare le riprese con i lucidi, le diapositive o le foto della lavagna, montando il tutto in due o tre ore per ogni ora girata e pubblicandolo su Internet usando i primi sistemi di video streaming. Con costi così bassi è stato possibile superare le 1.500 ore di materiale didattico audiovisivo a disposizione degli studenti ELIS su Internet. Le tecnologie attuali permetteranno nei prossimi mesi una trasformazione semi automatica del formato per mettere la Mediateca ELIS a disposizione di tutti, stile YouTube. Nessuno si è preoccupato di correggere eventuali errori dei docenti durante le lezioni, statisticamente inevitabili nella vita reale di una scuola. Non importa, perché la quantità positiva supera di gran lunga la piccola quota di difetti.

È la politica della condivisione senza troppa preoccupazione della qualità tecnica: conta il contenuto, come nel progetto OpenCourseWare del Massachusetts Institute of Technology, che pubblica le dispense dei propri corsi universitari per uso gratuito mondiale. Ci sono filmati, documenti, dispense scritte a mano, fotografie, riferimenti e tutto ciò che un professore usa abitualmente per le sue lezioni, senza pretesa di uniformare stili e modi di insegnare. Qualcuno ha commentato che questa apertura può far perdere interesse per l’iscrizione all’Università visto che si può imparare gratis. Invece accade il contrario: la qualità della docenza appare chiara attraverso la pubblicazione e aumenta la voglia di andare ad ascoltare dal vivo quel professore per poter dialogare con lui. Ma soprattutto dà a persone povere o in Paesi meno sviluppati la possibilità di imparare da grandi maestri senza spesa.

L’invito è quindi a contribuire attivamente allo sviluppo della rete mondiale attraverso tutti i modi possibili. Il blog è forse il modo più semplice e diffuso di scrivere su Internet. I blogger famosi sono personaggi a volte peculiari e discutibili, ma ce ne sono moltissimi altri poco noti che diffondono idee positive o difendono cause. È da imitare l’approccio di un professore di liceo che si autodefinisce sul web “Prof 2.0 perdutamente innamorato della realtà” e propone agli alunni, non solo suoi, riflessioni profonde partendo da fenomeni di moda. In modo analogo il sito www.cogitoetvolo.it già dal suo nome vuole invitare alla riflessione pur impiegando lo stile e i modi tipici dei ragazzi di oggi. Gli autori, senza esplicitarlo, stanno cercando un antidoto alla tendenza attuale di creare relazioni senza vincoli, senza impegni, che imperano invece su Facebook dove posso unirmi a gruppi e staccarmi senza fatica: ma quanto valgono questi legami così “volatili”? Iscriversi a un’associazione, partecipare a un gruppo culturale o politico è un’azione che richiede riflessione: non basta un clic del mouse come avviene nei social networks.

Non è necessario pensare che per pubblicare su Internet bisogna partire dall’altruismo. Ci sono anche impieghi personali delle risorse Internet che hanno una portata sociale. Ho trovato la soluzione al problema di ricordarmi quali libri ho letto e che cosa ne ho tratto di buono. “Google libri” mette a disposizione uno strumento facile da usare: la biblioteca personale. Scrivo il numero ISBN del libro che ho letto e mi appare la scheda del volume, con tutto il testo o con un’anteprima limitata – dipende dai diritti d’autore concessi a Google – al quale posso collegare una mia recensione pubblica e una nota o un’etichetta ad uso più personale. I miei commenti a quanto ho letto diventano così di pubblico dominio, mentre per me resta una traccia delle mie considerazioni. Un mio amico, pioniere dei portali italiani, da sempre scrive sul suo sito – in buona parte nascosto alla vista del pubblico – tutto ciò che ha letto o visto, con commenti, analisi e riflessioni: una conseguenza di questo raccogliere idee è la sua riconosciuta facondia non superficiale, basata su vera cultura con tante citazioni dotte e opportune. Diverso, ma interessante è l’approccio dell’amministratore delegato di Microsoft Italia che scrive ogni giorno un messaggio di posta elettronica a caselle ignote ai due figli ancora piccoli, raccontando le sue emozioni con  l’intento di creare un album che loro sfoglieranno quando saranno grandi, scoprendo il “romanzo” del papà. Anche non condividendo direttamente il proprio sapere con tutto il mondo, se si pubblica su Internet, si fa un servizio della società, come accadeva con i diari personali di personaggi famosi, pubblicati solo dopo la loro morte.

Insomma, il mio è un invito alla creatività, che non è opposta a razionalità. A mio parere un creativo è colui che riesce a ottenere risultati originali dagli stessi dati e mezzi di chiunque altro, sapendo sfruttare al massimo la propria capacità di ragionamento: pensa e poi pubblica.