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Scienza, ragione e fede nell’accesso alla verità: antitesi o convergenza?

Luglio 2010
Sandro Turrini
Dipartimento di Fisica - Università di Bologna

Come è noto, la scienza sorse storicamente quattro secoli fa all'inizio del Seicento, e per la prima volta propose un accesso al vero in modo reale e quantitativo, mentre il precedente acceso filosofico alla verità era solo un approccio qualitativo, pur se profondo. Il punto più delicato del metodo scientifico consisteva però nel fatto che esso era distinto per sua natura dalla Rivelazione: essendo  distinto, poteva darsi che le sue risposte fossero (almeno dopo una prima lettura) diverse da quelle che si pensava venissero fornite dalla Fede. Per sciogliere  questo nodo occorre tuttavia rispondere ad alcune domande: a) La scienza ha un accesso reale al vero? Essa è in grado di conoscere  veramente ed in modo indipendente dalla Rivelazione? b) Può la scienza giungere ad intuire l'esistenza di una trascendenza a partire dal proprio campo di indagine? Può, cioè, giungere a confrontarsi a un Dio creatore ed a credere in lui studiando la natura con i propri metodi? c) La scienza, o più genericamente la ragione, può condurre al Dio della Rivelazione ebraico-cristiana, cosa ben maggiore dell'accesso al Dio creatore, perché il Dio della fede è anche un Dio salvatore?

La gente comune ha spesso una fiducia illimitata nella scienza, molto maggiore di quella posseduta dagli stessi uomini di scienza, che conoscono l'estrema complessità dei problemi e sanno quindi (di solito) limitarsi al proprio ambito. In modo del tutto contrastante siamo però anche talmente scettici da ritenere la scienza — ed ogni giudizio umano — anche così debole da non poter dare nessuna risposta conclusiva; inoltre, molte altre volte non riconosciamo come validi i giudizi dati dalla scienza ufficiale quando questi contrastano con le nostre convinzioni personali. Se ci pensiamo bene, questo atteggiamento, oggi diffuso, equivale a ritenere che la scienza non abbia un "accesso al vero", riteniamo cioè che essa possa solo dare una rappresentazione del mondo utile, dopo tutto, solo per il progresso tecnico, senza però sostenere che questa rappresentazione possa giungere alla verità.

Questa medesima valutazione è piuttosto diffusa anche nel mondo filosofico-teologico, forse a causa della separazione tra questo ed il mondo scientifico, una separazione che più che alle vicende storiche, è dovuta probabilmente alla necessità di leggere la scienza con forme matematiche, non immediatamente comprensibili a chi non se ne occupa a tempo pieno.

Su questa linea si colloca anche il rifiuto del concetto di verità tipico del mondo moderno, che porta oggi molti pensatori, anche dell'ambito scientifico, a rimarcare giustamente che la scienza può essenzialmente solo dimostrare la falsità di certe proposizioni (sia spiegazioni che teorie), portandoli invece a rifiutare quasi apoditticamente di prendere in considerazione il costante  avvicinarsi della conoscenza al vero, (troppo) spesso negato in sé. Questa posizione, alquanto problematica se portata agli estremi, si rivelerà  però comunque preziosa in un aspetto dell'analisi che qui proponiamo circa il rapporto tra scienza e fede.

La grande novità introdotta dalle scienze nello studio della natura è stata senza dubbio il metodo sperimentale. In passato gli antichi (salvo poche eccezioni) facevano solo osservazioni esterne al fenomeno e cercavano di inquadrare la natura in considerazioni generali, prive di vero fondamento. Al tempo di Galileo (1564-1642), e molto per opera di Galileo stesso, nacque invece il metodo  sperimentale, che consiste nell'interrogare con esperimenti la natura, variando le condizioni in cui avviene un fenomeno allo scopo vedere come variano i risultati (è il lavoro del fisico sperimentale), formulando poi teorie che forniscono una descrizione quantitativa e matematica, almeno per la fisica (è il lavoro del teorico), e confrontarne infine le previsioni con i risultati sperimentali da spiegare.

Con la nascita del metodo sperimentale divenne sempre possibile costruire sui risultati precedenti, anche quando si presentarono problemi quasi rivoluzionari, come accadde all'inizio del Novecento, quando lo studio dell'elettromagnetismo e della Fisica atomica innescarono la Teoria della Relatività (corpi con velocità prossime a quelle della luce) e la Meccanica  Quantistica (corpi delle dimensioni atomiche).

Allargando i confini della conoscenza, la nuova Fisica del Novecento non  distrusse la Fisica di Galileo e di Newton, perché questa era vera scienza. Per il mondo quotidiano la Fisica Classica fa predizioni praticamente esatte, mentre la Relatività e la Meccanica Quantistica danno risultati che differiscono per quantità ben più piccole di ogni errore (o meglio incertezza) sperimentale del mondo macroscopico.

Analogamente, se un giorno vi saranno correzioni alla Fisica odierna, possiamo ragionevolmente supporre che esse riguarderanno ambienti estremi; ma senza per questo scardinare la scienza precedente, poiché quello che la scienza ha compreso del mondo non è solo un'ipotesi che può essere rovesciata dalle fondamenta, bensì un reale accesso al vero. È questa la ragione per cui il progresso scientifico diventa sempre più rapido: di volta in volta si costruisce senza dovere ritornare indietro e ricominciare sempre da capo, perché nel lavoro precedente era stato già conseguito un reale accesso al vero.

Non dobbiamo vergognarci di parlare di accesso alla verità. La differenza proposta da Giambattista Vico (1668-1744) tra "certo" e "vero" è preziosa per capire il rapporto tra scienza e  verità. La verità resta difficile e forse anche impossibile per l'uomo: l'uomo di Fede può dire che è nota a Dio, e forse a Lui soltanto. Ma la conoscenza dell'uomo giunge effettivamente alla certezza dei risultati che ottiene, certezza che è anch'essa solo una parte della verità, ma ne partecipa davvero, e quindi non può venire distrutta dalle indagini successive.

La domanda che ci poniamo ora è se la conoscenza scientifica può superare il ristretto orizzonte della conoscenza sperimentale. Quale spazio essa lascia alla Fede ed a quel mondo che si  trova al di là della natura tangibile che ne costituisce l'oggetto? Può essere interessante muoversi in proposito lungo una via che non segue i ragionamenti autonomi dell'uomo, ma la via che Dio percorre verso  l'uomo, cioè la Parola di Dio. Stando a quanto afferma la Sacra Scrittura, sembrerebbe che la scienza stessa possa proiettarsi verso il mistero del Dio creatore: ce lo suggerisce in due passi spesso forse troppo dimenticati, perché non fanno fare un gran bella figura ai cosiddetti "sapienti". Si tratta della "conoscenza estetica" di Dio attraverso il mondo, conoscenza che nella Scrittura pare tuttavia in relazione con la condanna della cecità degli  uomini "sapienti".

Il primo testo è nel Libro della Sapienza, scritto ad Alessandria d'Egitto forse solo pochi decenni prima della nascita di Gesù. Sorto nel tempo in cui il mondo ebraico era entrato contatto con gli altri popoli, una pagina del Libro della Sapienza si interroga proprio sulla possibilità degli uomini di giungere ad intuire l'esistenza di Dio, e si  meraviglia del loro insuccesso (cfr. Sap 13,1-9). In seguito Paolo, nella Lettera ai Romani, pur svolgendo lo stesso tema, è perfino più duro (cfr. Rm 1,18-25).

A Paolo interessa dimostrare, secondo il tema della Lettera ai Romani, che  tutto il mondo è racchiuso nel peccato, ma è comunque sconcertante vedere che secondo la Scrittura l'uomo, nonostante la sua la scienza, è accecato dalla propria stoltezza: egli non non conosce Dio e la sua scienza diventa il suo atto  di accusa.

Pur se la scienza di cui parla la Scrittura non è in senso stretto quella odierna, sperimentale e matematico-quantitativa, questi testi suggeriscono che è sì possibile giungere a riconoscere Dio tramite la contemplazione della bellezza del creato, ma che gli uomini, senza l'intervento salvatore del Verbo incarnato, sembrerebbe non riuscire a compiere questo passo.

Se l'uomo agisce senza l'apertura a Dio che gli viene data dallo Spirito, pur  obbedendo al comando di lavorare e di... ricercare la verità, come dice il libro del Qoelet (cfr. Qo 1,13-14), nell'accrescere la propria cultura termina con l’accrescere la propria tristezza (cfr. Qo 1,17-18), in quanto non riesce a raggiungere ciò a cui è chiamato. Sotto la guida dello  Spirito il lavoro, lo studio, la ricerca vengono invece aperti alla contemplazione di Dio.

Il discorso sulla scienza (e sulla ragione umana) si deve allora chiudere con il passaggio dal Dio creatore, la cui grandezza sembra potere essere come intuita dall'uomo, al Dio cristiano salvatore, che per amore interviene nella  storia dell'uomo attraverso l'Incarnazione.

Il cammino dell'uomo di scienza (e di ragione) verso il Dio cristiano salvatore va dunque compiuto in due passi. Dapprima con la possibilità di accettare razionalmente la trascendenza, cioè qualcosa che ci superi non solo nella quantità del conosciuto, ma anche nella qualità, cioè in qualcosa che non è attingibile alle sole forze dell’intelletto umano, e poi il confronto diretto con la Rivelazione ebraico-cristiana.

Il desiderio della verità ultima della trascendenza si staglia ineliminabile ed interroga la nostra conoscenza razionale. Tale conoscenza, e principalmente quella scientifica, può inchinarsi di fronte alla trascendenza, ma solo quando questa non fa violenza alla ragione. quando non obbliga la ragione umana a smentire se stessa. In questo modo già un primo passo viene compiuto verso l'opzione della Fede: quello del discernimento.

Al di là di altre questioni, tutto si riconduce i fondo alla risposta da fornire alla domanda fatta da Gesù a Pietro e agli altri discepoli:  “Ma voi, chi dite che io sia?” (Mt 16, 15).

La ragione, ed in particolare la scienza con la sua metodologia e la sua  oggettività, ci libera dagli infiniti idoli del mondo e dai falsi profeti, usando proprio la capacità di dimostrare la falsità di certe proposizioni, come le viene riconosciuto, anche se a volte in modo un po’ troppo riduttivo.

Facendoci riconoscere la loro inconsistenza, ci fa giungere all'assolutezza della domanda di Cristo Signore, e ci lascia così, liberati dal mondo, soli di  fronte a lui, come lo era Pietro di fronte a Gesù, che per porgli questa domanda lo aveva condotto fuori dai confini di Israele, a Cesarea di Filippo, e lontano da ogni condizionamento. E come  Pietro diventiamo così liberi di potere ricevere il dono della Fede: “Né la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt  16, 17).