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La porta delle stelle è aperta

Settembre 2011
Marco Casolino
Ricercatore INFN, Dipartimento di Fisica - Università di Roma Tor Vergata; Blog su fisica e cosmologia: www.casolino.it

Il 12 Aprile 2011 scorso abbiamo ricordato l’anniversario dello storico volo di Yuri Gagarin. Oltre al giovane cosmonauta andrebbe ricordato Sergei Korolev [nella foto 1 TASS, alla destra di Yuri Gagarin], capo progettista del programma spaziale sovietico e progettista  dei razzi e delle capsule spaziali utilizzate sino ad oggi. Per motivi di segretezza, il nome di questo pioniere dello spazio fu tenuto segreto sino a dopo la sua morte e solo dopo il crollo dell’URSS è stato possibile rendergli il dovuto omaggio anche in occidente. Korolev disegnò il missile intercontinentale balistico R-7 da cui derivò il razzo che lanciò il primo satellite artificiale, lo Sputnik-1 (che in russo significa satellite) nell’ottobre 1957. Avuta conferma del riuscito lancio dello Sputnik, Korolev disse ai suoi colleghi, “Congratulazioni, la strada delle stelle è aperta”. A questo successo  seguì un solo mese dopo lo Sputnik-2 con a bordo il cane Laika [1].

La strada per le stelle partiva dal segretissimo cosmodromo spaziale di Baikonur, in Kazakistan. Assieme a quello di  Plesetsk assicurano ancor oggi la maggior parte della capacità di messa in orbita della Russia. Plesetsk [2] è rivolto principalmente ai lanci polari per la sua elevata latitudine (62° N, vicino alla città di Arkangelsk), mentre Baikonur, sito a 51° nelle steppe del Kazakhistan, è più vicino all’equatore ed è utilizzato per porre satelliti in orbita geostazionaria e per i voli con equipaggio umano. 

Il 12 Aprile 1961 una nuova conquista: Yuri Gagarin è il primo uomo a raggiungere lo spazio. A bordo della sua Vostok 1 [nella foto 2 dell'autore dal Museo di Baikonur, la consolle utilizzata per lanciare la Vostok con a bordo Yuri Gagarin; al centro della consolle è presente il logbook  della rampa di lancio] orbitò intorno alla terra per circa 108 minuti prima di atterrare nelle steppe del Kazakistan. Il primo  cosmonauta russo dovette sopportare le intense accelerazioni del lancio [nella foto 3 dell'autore del 14/6/2006, Gagarinsky Start, la rampa di lancio da cui sono stati lanciati lo Sputnik e Gagarin; a bordo del razzo Soyuz in foto è presente il satellite russo Resurs-DK1 con l’esperimento italo-russo PAMELA], l’assenza di gravità e soprattutto il duro atterraggio, nel quale dovette prima espellersi dalla capsula con il seggiolino eiettabile e poi sganciarsi da esso per paracadutarsi al suolo. Al suo arrivo fu acclamato come eroe, sia in URSS che nel resto del mondo.

Secondo  il colonnello Valentin Petrov – amico di Gagarin –  fu questa notorietà ad indurre Khrushchev ad attribuire al giovane pilota la frase “Sono stato nello spazio ma non ho visto Dio”. Sempre secondo Petrov, la frase  fu pronunciata per la prima volta dal premier sovietico al congresso del partito dell’URSS e poi da lui attribuita a Gagarin per il maggiore peso che avrebbe avuto – sia in Russia che nel mondo – se proveniente sulle labbra del famoso cosmonauta [3].

L’importanza di Gagarin gli impedì purtroppo di raggiungere nuovamente le stelle ed il famoso ma sfortunato cosmonauta perì il 27 marzo 1968 in un incidente aereo.

Gli anni ’60 furono  testimoni della corsa alla Luna [4]: dopo la prima storica foto della faccia nascosta del nostro satellite nel 1959 (missione russa Luna-2) giunse l’annuncio di Kennedy che, nel 1961, promise di far giungere un uomo sulla Luna prima della fine del decennio [5].

In questa nuova “gara” fu l’URSS ad avere la peggio: il primato del volo umano attorno alla Luna spetta all’Apollo 8 nel dicembre 1968 e Neil Armstrong scese nel mar della tranquillità il 21 luglio del 1969. Le ragioni del fallimento sovietico  sono da attribuirsi alla rivalità tra i dipartimenti ed i progetti coesistenti nell’apparato sovietico, un budget inferiore a quello americano ma soprattutto  la prematura morte di Korolev nel 1966, a soli 59 anni, a seguito di problemi medici accumulatisi negli anni di permanenza nei gulag stalinisti. Dell’enorme razzo lunare N-1 restano ormai solo alcuni frammenti nella base di  Baikonur usati come garage.

Questo tipo di rivalità e duplicazione di sforzi, e relative spese ha sempre accompagnato l’avventura spaziale sovietica: già nel 1959 Korolev propose a Khrushchev di riorganizzare ed unificare i vari settori di ricerca e sviluppo, ricevendo una risposta negativa. Nel programma lunare ciò ebbe conseguenze catastrofiche in assenza di un leader carismatico e competente come Korolev. A differenza di quanto avvenuto in precedenza, non vi fu un secondo posto in questa classifica: i sovietici cancellarono il programma umano dopo il successo delle missioni Apollo e ne negarono addirittura l’esistenza sino al 1989. Il motivo di questa scelta è da ricercarsi negli alti costi del programma ma, soprattutto, nella differente natura delle missioni lunari: per la loro distanza dalla Terra queste erano a carattere unicamente scientifico e di propaganda, mancando di ogni  elemento di vantaggio  strategico/militare legato allo stabilire una permanenza umana, eventualmente armata, in orbita terrestre.

Baikonur è oggi un enclave russo grazie ad accordi speciali con il governo Kazako. La “vera” città di Baikonur si trova in realtà a circa 200 chilometri di distanza, mentre il villaggio sulle rive del fiume Syr Darya era chiamato Tyuratam e poi Leninsk. La designazione Baikonur fu data ai tempi della guerra fredda per confondere gli aerei spia.

La base occupa un’area grande quanto il Lazio, in cui sono presenti decine di rampe di lancio, due aeroporti, ed installazioni di ogni genere. Alla città vera e propria si aggiungono altri distretti abbandonati dopo il crollo dell’URSS e la chiusura di alcuni programmi spaziali come quello dello shuttle russo Buran. La città vera e propria è a circa 40 minuti di treno o autobus dalla zona di integrazione e lancio dei razzi. Ben presto Korolev, stufo di fare su e giù ogni giorno, si trasferì in uno spartano edificio vicino alla rampa di lancio. Nella casa gemella Gagarin dormì la notte prima del suo storico volo.

Nel 1992, poco dopo l’indipendenza del Kazakistan dall’Unione Sovietica, i residenti della città di Baikonur chiesero al vescovo ortodosso di Akmolinsk di aprire una parrocchia. Padre Sergey iniziò presto ad officiare la Messa in un piccolo negozio abbandonato [6] e nel 1994 ebbe inizio la consuetudine di benedire i cosmonauti prima della loro partenza per lo spazio. I lavori di costruzione della nuova chiesa, sulle rive del fiume Syr Darya  iniziarono nel 1997 e nel 2005 la chiesa di San Giorgio [nella foto 4 dell'autore] il Vittorioso fu completata, con icone donate dal monastero di Sergiev Posad, vicino Mosca. Già nei primi anni ’90 anche la stazione spaziale russa Mir [nella foto 5 della NASA] iniziò ad arricchirsi di una collezione di icone, portate con loro dagli astronauti nelle loro lunghe permanenze nello spazio. La gloriosa stazione bruciò al rientro nell’atmosfera il 23 marzo 2001, dopo 15 anni di onorato servizio, sopravvivendo ad  una collisione con una navicella-cargo Progress, ad un incendio ed al crollo stesso dell’Unione Sovietica.

Nel frattempo il nucleo della Stazione Spaziale Internazionale [nella foto 6 NASA e nell'ingrandimento 7, il modulo abitativo russo: sullo sfondo, oltre a varie icone sono presenti le foto di Gagarin (centro) e del padre dell’astronautica Konstantin Ziolkovsky (destra)], realizzata con la cooperazione di tutte le agenzie spaziali del mondo, era già in orbita. I primi moduli di realizzazione statunitense e russa fornirono il nucleo dell’ampia stazione, solo recentemente completata dopo 13 anni di lenta costruzione. Naturalmente  le icone russe non mancano: tra loro è presente anche la foto del giovane cosmonauta che mezzo secolo percorse per primo la strada delle stelle [nella foto 8 dell'autore, la frase “la Strada delle stelle è aperta”,  detta da Sergei Korolev, campeggia nel piazzale da cui Gagarin ed i cosmonauti sono partiti per le missioni spaziali].

 

 

 

 

 

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 [1] Al di là dell’oceano fu solo dopo una serie di ritardi e lanci falliti che  l’Explorer-1, primo satellite  statunitense venne lanciato nel gennaio 1958 grazie alla direzione del tedesco Von Braun.

[2] Plesetsk nacque come base per il lancio di ICBM verso gli Stati Uniti, anche se l’unica volta che i missili furono armati con testate nucleari fu nella crisi di Cuba del 1961. Nel 1962 Plesetsk fu selezionata come base per i lanci spaziali e le rampe degli ICBM furono riconvertite.

[3] Vedi http://www.interfax-religion.ru/orthodoxy/?act=interview&div=73&domain=1

[4] È possibile riconoscere approcci e soluzioni diverse tra russi ed americani: ad esempio, il sistema di rientro dei primi consiste in un ammaraggio mentre l’Unione Sovietica, con meno coste, preferisce un più duro rientro  sulla terraferma. Nel caso dei satelliti spia, gli americani preferirono lanciare un numero basso di satelliti  sofisticati e dalla lunga vita operativa, sviluppando sistemi di trasmissione e codifica per trasmettere a terra le immagini raccolte dallo spazio. I sovietici, in grado di effettuare una produzione in serie di missili con costi più contenuti, lanciarono un numero maggiore di satelliti, di progettazione più semplice e continuamente rimpiazzati. Le pellicole fotografiche contenenti le immagini erano, quindi, lanciate a terra in speciali capsule.

[5] Cfr. A. Chaikin, “A Man on the Moon”, Penguin books, 1994.

[6] Vedi http://www.msnbc.msn.com/id/10729300/ns/technology_and_science-space/