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L’uomo tra tecnica e sete d’infinito

Gennaio 2014
LIno Conti
Lino Conti
Ordinario di Storia del pensiero scientifico all’Università di Perugia

Iniziamo il nostro viaggio con due citazioni, la prima da Aristotele: “la più naturale operazione dei viventi è produrre un simile a sé. La partecipazione al divino è la brama di ogni vivente”, la seconda dal De Trinitate di Sant’Agostino (libro II cap. 13°): “dal momento che tutti gli uomini vogliono essere felici devono essere anche immortali”.

Prima di immergerci nella spiegazione di questi profondi pensieri ricordiamo però un evento, forse a molti sconosciuto, accaduto il 13 giugno del 1993. In questa data per la prima volta un oggetto costruito da mani d’uomo varcava le soglie del sistema solare: si tratta di Voyager 1, una sonda ancora funzionante e che ora si trova a 18,60 miliardi di Km di distanza dalla Terra. Non è banale vedere verso dove la nostra sonda si sta dirigendo: verso la costellazione di “Ofiuco”.

Lo strano nome di questa costellazione è legato al mito greco di Esculapio, dio della guarigione e protettore dei malati. Si narra che Ade, il custode degli Inferi e re dei morti, infuriato per le continue guarigioni di Esculapio che ne minacciavano il regno, chiese e ne ottenne da Zeus l’uccisione. Ma Apollo, amico e protettore di Esculapio fece sì che venisse riportato in vita ed immortalato per sempre nella costellazione di “Ofiuco”. Perciò questa costellazione è il simbolo dell’immortalità, verso le quale la nostra sonda Voyager 1 sta navigando attraverso gli spazi interstellari.

Con questa immagine in mente ritorniamo alle nostre citazioni iniziali e ci chiediamo: la tecnica, in grado di costruite Voyager 1 e strumenti ancora più potenti, ci libererà infine dalla morte consegnandoci all’immortalità?

I tecnoprofeti di oggi descrivono la nostra età come il tempo in cui questo sogno è realizzabile. Si tratta di uno scenario irrealistico creato da un orgoglio esasperato? Innanzitutto è interessante notare come la sfera degli ideali utopici, un tempo propria dell’agire politico, ora è divenuta dominio della tecno-scienza. Mentre nel secolo scorso la dialettica marxista della storia era il vettore per il cambiamento definitivo della condizione umana, oggi riponiamo la medesima fiducia di palingenesi definitiva negli oggetti creati dalla tecno-scienza. Siamo entrati in una nuova epoca: l’antropocene.

L’antropocene è una nuova era dopo l’ultima era geologica, chiamata dagli scienziati “Olocene”. Oggi l’enorme potere dell’uomo è in grado di far iniziare una nuova epoca geologica: l’antropocene è l’era dell’uomo, in cui gli effetti del suo agire si riverberano sulla storia naturale nel bene e nel male (c’è chi profetizza il cataclisma antropico, una sesta estinzione di massa determinata dall’uomo). L’antropocene è l’era dell’artificialità, dove anche l’uomo è plastico alla sua medesima manipolazione: la vita è un processo di trasformazione, di rimodellazione. Nulla è stabile, tutto è storico.

Ma ora chiediamoci: da dove è partita questa strepitosa marcia trionfale? L’occidente ha dominato il mondo grazie alla sua tecnica e scienza, l’Europa moderna ha visto un diffondersi impressionante della ricerca tecno-scientifica con i suoi grandi padri come Galilei, Newton, Cartesio.

Perché questa rivoluzione non è avvenuta già in epoca antica? Eppure sappiamo che dei prototipi di macchine a vapore erano già stati disegnati dagli scienziati alessandrini. La risposta a questa domanda risiede nelle profondità del Medioevo: dal IX sec. d.C. in poi ci fu un impressionante avanzamento tecnico: aratro pesante, rotazione triennale, occhiali, mulini ad acqua e a vento, la staffa e la sellatura.

L’uomo cominciò a sentirsi non più semplicemente “parte” della natura, ma “trasformatore”. Vettore decisivo di questo cambiamento è stato il cristianesimo grazie a tre suoi principi teologici fondamentali: monoteismo, creazione dal pensiero, creazione ex nihilo e non generazione. Da qui la metafisica come ossatura del reale, che sarà la culla della scienza sperimentale.

Nella metafisica cristianamente ispirata c’è una desacralizzazione radicale della natura: la trascendenza dell’unico Dio demitizza la natura. Dio crea attraverso il Verbo e il Verbo possiede nella sua mente dall’eterno la creazione: la natura è un libro dove ciò che conta è ciò che non si vede e si disvela solo alla ragione.

La Creazione è produzione ex nihilo dell’essere, è un salto ontologico. Nella generazione un vivente produce un altro vivente, mantenendo un’identità di natura. Nella Creazione invece abbiamo tre condizioni: l’assoluta dipendenza del mondo da Dio, la reale distinzione di natura tra mondo e Dio, l’assenza di auto-sussistenza del mondo senza il continuo sostegno di Dio.

Dunque la Creazione è analoga ad un prodotto artificiale: tra artefice e artefatto non c’è identità di natura e l’artefatto dipende totalmente dalla progettualità dell’artefice. Per un cristiano la natura è fin da principio inscritta in un orizzonte di artificialità: il creato è bello perché costruito da Dio e in quanto tale è continua lode al Signore.

L’epoca moderna ha però eliminato dalla natura anche il legame con il Dio creatore, perciò l’uomo contemporaneo non si concepisce come “custode” ma come vero e proprio “costruttore”: la natura è materiale inerte disponibile al suo agire trasformante. Eccoci ritornati al concetto di antropocene.

Ma l’immortalità che la tecno-scienza potrebbe donarci è al massimo solo un infinito temporale, una continua persistenza in questo universo dato. Ciò di cui ha veramente sete il cuore umano non è l’immortalità, ma l’eternità: cioè la risposta ultima alle nostre domande di senso che solo la vita in Dio, e non una vita temporalmente infinita, può dare.