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Albert Einstein e il relativismo: radici storiche di un fraintendimento

Claudio Tagliapietra
Maggio 2016

In questa comunicazione mi occuperò delle origini storiche del fraintendimento fra teoria della relatività e relativismo.[1] La figura di Albert Einstein è certamente un esempio di come lo scienziato possa essere frainteso dai media nel tentativo di popolarizzare le proprie teorie. Il problema, come spesso avviene, insorge quanto sono altri a voler popolarizzare la conoscenza scientifica che lo scienziato produce, e che in buona fede cerca di trasmettere al mondo.

La figura di Einstein diventa quindi una specie di mascotte degli scienziati, tanto da diventare addirittura Genius, l’assistente di Office 2000, ed essere oggetto di pubblicità: magliette, gadget, e persino testimonial di alcune pubblicità di prodotti di consumo di massa (Apple, Coca-cola, Menthos solo per citarne alcune). Il web è popolato di aforismi e presunte dichiarazioni di Einstein, e il lettore deve farsi strada tra quanto è stato attribuito ad Einstein e quanto effettivamente egli ha affermato. Leggendone alcune potremmo pensare che l’associazione fatta tra relatività e relativismo, presente in molte voci enciclopediche, articoli, tesine delle scuole superiori e addirittura un articolo sulla prestigiosa rivista Nature, non è poi così grave. [2]

Einstein stesso si oppose fermamente ai tentativi di interpretazione extra-scientifica della teoria della relatività. G. J. Holdon riporta un interessante aneddoto in proposito: una volta uno storico dell’arte inviò ad Einstein una bozza di un saggio intitolato “Cubism and the theory of relativity” contenente una argomentazione che lo avvicinavano arditamente a posizioni relativiste. Lo scienziato rispose in maniera gentile ma risoluta che “L’essenza della teoria della relatività non è stata correttamente interpretata [nel suo saggio], pur concedendo che questo errore sia stato suggerito dai tentativi di popolarizzazione della teoria”. Nel prosieguo della risposta, Einstein espone in sintesi cosa sia la relatività e conclude: “Questo non è affatto il caso della pittura di Picasso, senza che elabori ulteriormente. […] Questo nuovo “linguaggio” artistico non ha niente in comune con la Teoria della Relatività”. [3]

Quello che vorrei mostrare oggi è non solo il fatto che la associazione tra relatività e relativismo sia sostanzialmente falsa, ma che è anche un processo da cui possiamo imparare qualcosa. Faremo ora un percorso nell’accademia italiana delle scienze fisiche del primo novecento, nell’ambiente della divulgazione scientifica, per mostrare le radici storiche di questo fraintendimento che molti ancora oggi ignorano.

La teoria della relatività è senza dubbio tra le scoperte che nel secolo scorso hanno maggiormente contribuito al progresso della fisica e influenzato la nostra visione del mondo. Nominato “uomo del secolo” dalla rivista Time nel 2000, Albert Einstein è ancora oggi associato allo sviluppo delle correnti artistiche avanguardiste e al relativismo filosofico e morale.

Negli ultimi anni numerosi contributi hanno gettato luce sulla questione. Questi illustrano principalmente le differenze fra relatività e relativismo, e documentano la distanza del pensiero di Albert Einstein da posizioni relativiste. Sono invece quasi assenti gli scritti che documentano l’origine storica di questo luogo comune: in questo lavoro presento la ricostruzione effettuata dalla ricercatrice Barbara J. Reeves sulla base di documenti e corrispondenza dell’epoca.


La relatività tra scienza e politica: una teoria “rivoluzionaria”?

Quando scrisse “Einstein Politicized: The Early Reception of Relativity in Italy” (1987), Barbara J. Reeves (Ph.D 1980, Harvard University) era ricercatrice di Filosofia della Scienza presso la Ohio State University. L’anno precedente Reeves aveva pubblicato un primo scritto sul tema, intitolandolo “L'appropriazione politica delle teorie della relatività di Einstein nell'Italia fascista, ovvero, come Mussolini può avere avuto un ruolo indiretto per lo sviluppo della fisica teorica in Italia”. La ricostruzione compiuta dall’autrice presenta in maniera autorevole e documentata il processo che ha condotto dal recepimento della teoria della relatività nei circoli accademici, al suo accoglimento nell’ambiente culturale e filosofico italiano, alla sua politicizzazione, e al suo impatto sullo sviluppo della fisica teorica nell’Italia del primo dopoguerra. Si può intuire già dai titoli dei contributi che la sua tesi si sviluppa lungo una traccia ben precisa: la teoria della relatività (1905), sarebbe stata mutuata dall’élite culturale e politica fascista per diffondere posizioni filosofiche relativiste e così fornire supporto agli ideali rivoluzionari del primo dopoguerra. I risultati di questa articolata operazione culturale vengono raggiunti con l’ascesa al potere del partito fascista nel 1922. In seguito, il relativismo contemporaneo ha potuto diffondersi nelle scienze umane e artistiche.

A tutt’oggi Einstein è considerato non solo il padre della teoria della relatività nella fisica, ma anche il teorico del relativismo filosofico del primo dopoguerra. Come è potuta transitare questa teoria, che si proponeva esclusivamente come teoria sul mondo fisico, alla filosofia e alla politica? Secondo Reeves si devono distinguere in proposito due fattori. Un primo fattore è stato l’uso del linguaggio che si è fatto negli scritti degli scienziati destinati al grande pubblico di “non addetti ai lavori”. In molti di questi testi la teoria della relatività è stata associata ad aggettivi come “rivoluzionaria”, “evoluzione”, “distruzione”, “nuova costruzione” spesso con riferimento alla visione scientifica della teoria in relazione alla sua verifica sperimentale e al progresso scientifico che essa rappresentava. Il secondo fattore invece fu l’errata associazione della teoria di Einstein, considerato come un “relativizzatore” dei tradizionali assoluti concettuali (tempo e spazio) e della oggettività della scienza, con i contemporanei movimenti “relativizzatori” in filosofia, analisi culturale, letteratura, arte, e soprattutto politica.

I due aspetti, visti in concomitanza al particolare clima di rapido cambiamento politico e culturale nell’Italia del primo dopoguerra hanno contribuito a generare una confusione tra il linguaggio scientifico e le categorie di “assoluto” e “relativo” usate per valutare Einstein in contesto non-scientifico. Il filosofo e critico culturale Adriano Tilgher (1887-1941), ad esempio, nel suo scritto “Relativisti Contemporanei” (1921) collegò la teoria della relatività di Einstein al relativismo filosofico di Hans Vaihinger (1852-1933), al relativismo culturale di Oswald Spengler (1880-1936), e all’idealismo Gentiliano. Mussolini, dal canto suo, era più che lieto di associare le sue azioni come duce a queste “grandi filosofie” di cui l’azione del movimento fascista era una sublime incarnazione.

Un evento di capitale importanza per l’impatto della relatività nell’ambiente culturale italiano fu la visita accademica di Albert Einstein in Italia nel 1921. Lo scienziato fu invitato dal professor Federigo Enriques (1871-1946) presso l’Università di Bologna per dare alcune lezioni sulla relatività (speciale e generale), e sulla cosmologia. Einstein sapeva parlare italiano, avendo vissuto da giovane a Pavia, e le lezioni furono impartite Sabato 22, Lunedì 24, Mercoledì 26 ottobre 1921. Il 27 ottobre Einstein fu invitato a dare una lezione all’Università di Padova (e presso altre istituzioni) nella stessa aula in cui Galileo tre secoli prima aveva esposto le sue lezioni.

L’articolo di Reeves ripercorre l’itinerario che ha portato alla politicizzazione della teoria della relatività di Einstein in maniera molto dettagliata, riportando anche la copertura mediatica della scoperta e la diffusione della relatività e la sua recezione nella propaganda politica e al suo ritorno alla accademia italiana con la costituzione delle prime cattedre di Fisica Teorica in Italia.

Il processo in sintesi, segue sei tappe che intendo proporre in sintesi nei paragrafi successivi: la prima è il recepimento della teoria della relatività da parte dei fisici italiani dopo il 1905; il recepimento da parte della stampa internazionale e italiana; il recepimento nell’ambiente culturale e filosofico; il recepimento nella politica; l’identificazione del fascismo con la filosofia relativista; il relativismo fascista e lo sviluppo dello studio della fisica teorica in Italia.

Il recepimento della relatività da parte dei fisici italiani (1905-1919)

La prima tappa del processo consiste nel recepimento della relatività nell’accademia scientifica italiana. Nel circolo dei fisici italiani la teoria della relatività incontrò entusiasmi, scetticismo, e anche detrattori. Sin qui non vi fu problema perché la discussione fu mantenuta fra “addetti ai lavori”. Il periodo cui ci riferiamo è quello dei primi anni dalla pubblicazione dell’articolo di Einstein intitolato “Zur Elektrodynamik bewegter Körper” (“Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento”, 1905), l’articolo che contiene l’enunciazione della relatività ristretta. In questo articolo Einstein afferma che le difficoltà sorte per riconciliare la meccanica classica Netwoniana con l’elettrodinamica del tardo Ottocento erano dovute a una scorretta interpretazione del movimento relativo dei corpi, in particolare dei corpi che si muovono con velocità costante relativamente agli altri.

L’articolo di Reeves mostra quanto Einstein fosse lontano dal relativismo: piuttosto, la sua si presentava come una teoria degli assoluti, non del “relativo”. Come possiamo vedere, neanche il titolo originale dell’articolo ha a che vedere con la “relatività” dal punto di vista terminologico. Secondo la ricostruzione storica, il titolo di Relativitätstheorie fu attribuito da Max Planck durante una presentazione sulle teorie di Lorentz ed Einstein presso la German Physical Society nel 1906.

Tra gli studiosi di fisica italiani la relatività fu accolta da alcuni con scetticismo. Lo scetticismo si rivolgeva alla presunta innovatività di quella che era a tutti gli effetti una “teoria”. Da altri invece fu in un primo tempo accolta con grande entusiasmo. Ad esempio il fisico palermitano Michele La Rosa (1880-1933) in alcuni scritti del tardo 1911 la definì rivoluzionaria, demolitrice del vecchio impianto della fisica e costruttrice di un nuovo e magnifico edificio. Altri entusiasti sino al primo dopoguerra furono il professor Tullio Levi-Civita (1873-1941) e Roberto Marcolongo (1862-1943). Al contrario, il fisico sperimentale Orso Mario Cobino (1876-1937) nel 1907, e Federigo Enriques nel 1906, manifestarono le prime riserve sulla teoria preferendo invece il concetto di etere assoluto per spiegare i fenomeni legati all’elettromagnetismo; riserve del medesimo tenore furono espresse nel 1911 a Princeton anche dal professor William Francis Magie (1858 – 1943) durante il discorso presidenziale della American Physical Society e alla Sezione B dell’American Association for the Advancement of Sciences. Altra voce contraria fu quella di Max Abraham (1875-1922), allievo di Max Planck a Berlino, e professore di Meccanica al Politecnico di Milano dal 1909 al 1915; un altro oppositore fu Augusto Righi (1850-1920), decano della fisica sperimentale in Italia. Anche Michele La Rosa, inizialmente entusiasta, ebbe modo di cambiare rapidamente idea e scambiò sul punto una interessante corrispondenza con Max Abraham nel tardo 1911 e nel primo 1912, quasi a giustificarsi per il danno inferto al dialogo scientifico con le sue considerazioni forse troppo avventate.

Il recepimento della relatività da parte della stampa internazionale e italiana (1919-1921)

A partire dal 1919 la stampa internazionale e italiana diede una certa rilevanza alla relatività iniziando a definirla come “rivoluzionaria”, cui fecero eco le reazioni di sconcerto da parte del mondo scientifico su tali considerazioni. Fu l’anno dell’esperimento dell’astrofisico Arthur Eddington: le sue misurazioni durante l’eclissi solare in Brasile il 29 maggio confermarono le predizioni della relatività generale (ovvero che la luce emanata da una stella veniva deviata dalla gravità del sole).

La sequenza temporale della pubblicistica internazionale fu la seguente: il 7 novembre 1919 il London Times intitolò un articolo Revolution in Science / New Theory of the Universe / Newtonian ideas overthrown”;[4] il 10 novembre 1919 gli fece eco il New York Times;[5] l’11 novembre 1919 il Corriere della Sera ripeté la colonna del Times sotto nella sezione “London Courier” con il titolo: “Scientific revolution / Light is matter and not motion / Prediction of a scientist / The cosmic ether passes into history” .[6]

Nel frattempo iniziò la divulgazione popolare della teoria della relatività. In questa divulgazione, gli scienziati la interpretavano come inserita nel solco della continuità con le teorie fisiche del passato, correggendo l’impatto sortito dalle espressioni di entusiasmo iniziale. In questo modo si cercava di preservare la “scoperta” da interpretazioni errate: così fecero in riviste come Scientia ed Elettrotecnica professori come Tullio Levi-Civita, Attilio Palatini (1889-1941, suo studente), Roberto Marcolongo, Guido Castelnuovo (1865-1952) e Luigi Donati (1846-1932). Si trattava di proporla come una “evoluzione” della fisica, non di una “rivoluzione”. Con linguaggio analogo si esprimeva Marcolongo nel giornale La provincia di Padova il 28 Ottobre 1921, dopo che Einstein diede la sua lezione nel prestigioso ateneo veneto. La teoria della relatività, secondo Marcolongo, andava interpretata parte di un processo di avvicinamento alla verità, processo che era in corso e che comprendeva l’integrazione con le precedenti conoscenza fisiche, e soprattutto ancora da sottoporre a verifica sperimentale. E così si fece in molti altri casi di divulgazione della teoria. Lo stesso Einstein nel 1921, sia nelle sue dichiarazioni a Bologna che nella stampa, si era definito come un continuatore del lavoro di Newton, non come un suo antagonista. Quando Einstein giunse negli USA nell’aprile 1921, il New York Times lo intervistò e disse che il suo lavoro era semplicemente uno sviluppo ulteriore della teoria di Newton.[7] Nell’articolo del New York Times Einstein afferma la falsità dell’opinione diffusa sulla radicale differenza tra la sua teoria e le precedenti di Galileo e Newton. Le affermazioni fatte da Einstein durante il tour universitario statunitense del 1921 e un report apparso su Nature riconoscono la natura di evoluzione e non di rivoluzione alla teoria di Einstein nelle sue parole, apprezzandone l’onestà intellettuale. Anche in Italia, le acque – almeno in ambito accademico – si quietarono un poco.

L’interesse accademico si stava tuttavia dirigendo sempre più allo sviluppo teorico della fisica, e a una progressiva svalutazione del lavoro sperimentale. Dal canto loro, i primi lettori “sperimentalisti” della relatività, come ad esempio Augusto Righi, non indulgevano a critiche aspre verso la relatività, che consideravano come “troppo metafisica”. Gli sperimentalisti erano infatti estremamente realisti, e  consideravano la relatività come troppo “intuitiva”. Tra gli astronomi invece il rigetto era quasi universale: ad effettuare questo rigetto era ad esempio il professor Giovanni Boccardi (1859-1936), sacerdote, e professore di astronomia presso l’Università di Torino, oltre che direttore dell’osservatorio. Questi, tre settimane prima dell’arrivo di Einstein in Italia (e quindi a inizio ottobre del 1921) pubblicò sul giornale La Stampa un articolo in difesa della legge di Newton in aperta polemica contro la relatività di Einstein. L’allora presidente della Associazione Italiana di Astronomia, Vincenzo Cerulli (1859-1927), prese decisamente le distanze dalla teoria di Einstein, che non solo considerava per nulla innovativa, ma addirittura perniciosa scientificamente.

In definitiva, ad affermare che la relatività rappresentava una discontinuità, sovversiva, ripugnante e innecessaria erano i detrattori della relatività, mentre i suoi sostenitori (incluso Einstein) la ponevano nel solco della continuità con il passato, come una naturale evoluzione della scienza fisica.

Il recepimento della relatività nell’ambiente culturale e filosofico (1919-1921)

Alcuni intellettuali (non-tecnici), seguendo i primi entusiasmi, iniziarono a vedere nella teoria di Einstein una nuova visione dell’Universo, enfatizzandone la maggiore sintesi e armonia della nuova struttura rispetto a quelle precedenti. La riflessione filosofica inizia a ricercare contenuti utili nella relatività, soprattutto nel lavoro di alcuni scienziati come Wildon Carr (1857-1931), Robert George Collingwood (1889-1943), Arthur Eddington (1882-1944), Alfred North Whitehead (1861-1947) e i loro corrispondenti neoidealisti italiani: Ugo Spirito (1896-1979), Alessandro Bonucci, Antonio Aliotta (1881-1964). Tali intellettuali rigettavano anche solo l’idea di una scienza idealista, che vedevano come una contraddizione in termini. L’idealismo considerava infatti la ricerca scientifica e matematica solo come produttrice di schemi conoscitivi funzionali ad applicazioni pratiche, ma non come genuina conoscenza.

Benedetto Croce (1866-1952) ad esempio, in un articolo del 1905 (“Logica come scienza del concetto puro”) afferma che scienza e matematica non sono attività creative dello spirito, e quindi non permettono di giungere alla verità. Il fisico gesuita Giuseppe Gianfranceschi (1875-1934), laureato all’Università di Roma (che in seguito sarebbe divenuto direttore di Radio Vaticana e professore di fisica, Rettore della Gregoriana, e Presidente della Accademia Pontificia dei Nuovi Lincei) considerava la relatività priva di valore come teoria fisica, perché composta di postulati soggettivi che non riproducevano il mondo reale. Come teoria filosofica invece egli la considerava una teoria demolitrice del mondo esterno. Riuscì addirittura a riscontrarvi appiglio per una interpretazione in chiave religiosa.

Il connubio culturale tra relatività e relativismo avvenne nell’opera di intellettuali come Adriano Tilgher. Venne gradualmente a istituirsi in maniera esplicita la correlazione illusoria tra relatività e relativismo. Tilgher nel suo saggio “Relativisti Contemporanei” (pubblicato, nell’ottobre 1921, poco dopo la visita italiana di Einstein) considera Einstein come il terzo duce dell’assalto del relativismo di stampo tedesco a fianco del filosofo Hans Vaihinger e del relativismo culturale di Oswald Spengler. Vi aggiunge poi come rappresentante del relativismo contemporaneo anche Giovanni Gentile (1875-1944). Per Tilgher l’essenza della teoria della relatività sarebbe l’introduzione del soggettivismo nelle scienze della natura, per cui la natura non sarebbe più indipendente dalla mente. La relatività quindi viene posta in correlazione diretta (sia cronologica che intellettuale) con visioni pragmatiste, il titanismo, la rivolta contro la tradizione nelle arti, l’imperialismo e la politica nazionalista, e la prima guerra mondiale. Dal momento che tutto divenne una questione di volontà e azione, la filosofia attivista di Gentile andava ben d’accordo con una tale interpretazione relativista della teoria della relatività.

Tilgher aveva pubblicato su La Stampa nel luglio 1921 un saggio su Einstein, circa tre mesi prima del saggio di Boccardi sullo stesso giornale “In difesa della legge di Newton”. Il saggio venne ristampato su Il Resto del Carlino il 22 luglio del 1921, fino a che la prima edizione di Relativisti Contemporanei apparve con La Stampa il 26 ottobre 1921.

Relatività, relativismo e fascismo (1919-1921)

Il clima politico recepì l’interpretazione relativista di Einstein per motivare il proprio attivismo, e per sopperire all’assenza di contenuti dottrinali; il supporto culturale conferì ulteriore forza al movimento politico fascista, che nel 1921 compiva il suo terzo anniversario e che si istituzionalizzò in partito. La valutazione che offre Reeves, seguendo lo sviluppo della dottrina fascista sino al suo culminare nel congresso del 1922, è piuttosto dura: lo vede come un movimento di un gruppo di uomini al margine, composto di sindacalisti interessanti alla ribalta, una élite di veterani di guerra e un proletariato intellettuale che avrebbe aderito poi al futurismo. Si trattava di un “antipartito” contrario a ogni credo, disilluso, ribelle a ogni regola, organizzazione e burocrazia, antimonarchico, anticlericale, antiborghese e antisocialista.

Il 22 novembre 1922 Mussolini intitolò l’editoriale su Il Popolo d’Italia “Nel solco delle grandi filosofie: relativismo e Fascismo”. Mussolini si propose come colui che aveva realizzato il relativismo politico, come massima espressione pratica di quello che sarebbe la relatività. Le affermazioni di Mussolini contenute nel “Programma”[8] sono molto eloquenti sul punto. Alla fine del discorso, proclamato in Germania undici mesi prima della marcia su Roma, Mussolini affermò che il proprio agire era la più completa espressione della “volontà di potenza” Nietzschiana, riferendosi agli scritti di Vaihinger.

L’identificazione del fascismo con la filosofia relativista (1921-1923)

Mussolini a più riprese aveva associato il fascismo alla filosofia relativista già dal 22 novembre 1921, undici mesi prima della Marcia su Roma (1922), procedendo nell’anno successivo alla ristampa e la diffusione di contributi che sottolineassero la vicinanza tra fascismo e la filosofia del relativo sia ne Il Popolo d’Italia (“Relativismo e Fascismo”, novembre 1921), sia nel primo numero del suo supplemento Gerarchia (“Relativismo e Politica”, gennaio 1922). L’élite culturale fascista fece propria questa associazione, in cui appare evidente la confusione tra interpretazione filosofica, idee politiche in fieri, programmi politici fumosi e pieni di retorica, e una intenzione politica chiaramente sovversiva avida di contenuti.

Ardengo Soffici (1879-1964), pittore, scrisse un apparente attacco alle idee mussoliniane nel saggio Relativismo e Politica (gennaio 1922) che la dottrina del relativismo era stata fondata da un gruppo di tedeschi ed ebrei, o ebrei tedeschi, capeggiati da Einstein. Soffici considerava la relatività una offensiva estetica e intellettuale montata dai tedeschi dopo la loro sconfitta, un complotto premeditato da parte degli Ebrei tedeschi contro la “nostra” intelligenza. Infine, Soffici affermava che una filosofia del relativo è una contraddizione in termini, poiché rigettare una qualunque possibilità di scoperta o teoria scientifica potrebbe modificare la nostra concezione del mondo, che è una creazione dello spirito: d’altra parte Einstein stesso non supportava l’interpretazione filosofica relativista tratta dalla teoria della relatività. Affermava poi che nessuna dottrina che nega la verità può servire come fondamento per l’azione politica, in quanto potrebbe portare all’anarchia, al bolscevismo, al caos. Soffici prosegue con una interpretazione della teoria di Einstein in termini dispregiativi, rapportandola alla “mentalità” italiana in chiave nazionalista. Soffici ritrova nel concetto di “patria” l’unico principio di azione politica fascista, su cui poggiavano altri principi indiscussi, assoluti: ordine, gerarchia, autorità, etc. Anche nel nuovo saggio di Tilgher “Relativismo e Rivoluzione” (incluso nella terza edizione di Relativisti contemporanei, 1922) viene evidenziata la necessità di fondare l’azione fascista su principi assoluti, cercando in questa forma di relativismo naïf una base per fondare il soggettivismo, e infine l’ideologia totalitaria.

Il relativismo fascista e lo sviluppo della fisica teorica in Italia (1923-1926)

La relatività, dopo essere stata recepita nei circoli accademici italiani ed essere fuoriuscita dal dialogo tra “tecnici” per finire nelle mani della politica attraverso il percorso che abbiamo appena descritto, ritornò nel mondo dell’istruzione per influenzarne lo sviluppo. La politica fascista associò la relatività di Einstein a posizioni filosofiche relativiste in funzione rivoluzionaria, e ne incoraggiò l’approfondimento istituendo la prima cattedra di fisica teorica presso l’Università di Roma.

A inizio secolo in Italia non esisteva ancora una cattedra o un istituto di ricerca di fisica teorica. L’insegnamento della fisica teorica era allora una “terra di nessuno” collocato nelle intercapedini fra altre discipline tradizionali: fisica sperimentale, fisica matematica e la meccanica. I suoi primi studiosi in questi anni provenivano dalla meccanica (Levi-Civita, Marcolongo, Palatini, Max Abraham – lui sì fisico teorico, allievo di Planck), dall’analisi matematica (Guido Fubini, 1879-1943), dalla geometria (Castelnuovo, Enriques, Fano). Vito Volterra (1860-1940, professore di fisica matematica) insegnò il suo primo corso sulla relatività negli anni accademici 1919-1920 e 1920-1921; Carlo Somigliana (1860-1955), altro fisico matematico, non la insegnò mai; Luigi Donati, altro fisico matematico, sembra essere stato il primo a incorporare la relatività tra i suoi corsi nel 1910-1911, ma non fu sostituito dopo il pensionamento nel 1921. La pressione per l’istituzione di una cattedra in fisica teorica in Italia iniziò subito nel 1905 ma si risolse in un nulla di fatto. Le pressioni aumentarono nel dopoguerra, proponendo come possibile candidato il giovane Enrico Fermi (1901-1954, che si era laureato solo nel 1922 – a 21 anni – con una tesi sulla relatività).

Nel 1923 il regime diede inizio al grandioso progetto di riforma degli studi superiori, tra cui quelli universitari, affidandolo al filosofo neoidealista Giovanni Gentile (annoverato tra i campioni del relativismo nel saggio di Tilgher del 1921), allora Ministro della Pubblica Istruzione. In virtù della riforma, le università potevano dotarsi di statuti individuali e sviluppare i propri programmi didattici. Il primo statuto provvisorio della Università di Roma fu approvato con un decreto ministeriale il 22 novembre 1924, ma non includeva la fisica teorica. Si crearono nei mesi successivi tre concorsi per una cattedra di fisica teorica, e si diede inizio alle manovre di politica accademica per l’assegnazione, costituendo un comitato di cinque membri che doveva portare alla nomina di un professore a Roma per il 1925. Nel frattempo Fermi si era trasferito a Göttingen per lavorare con Max Born e a Leiden con Paul Ehrenfest e si era già qualificato secondo nel concorso per un posto come professore di fisica matematica a Cagliari. L’altro candidato per Roma era Giovanni Giorgi (1871-1950), di trent’anni più anziano di Fermi e quindi con molta più esperienza. Alla fine vinse il secondo per la sua maturità e la maggiore produzione scientifica anche se Fermi esprimeva grande originalità e capacità innovative e dava grandi speranze per il futuro – questo a dire del comitato, che nella scelta si era diviso in un due contro tre per Giorgi, che entrò in ruolo nel 1926. Nel dibattito sulla scienza fisica, non solo sulla relatività, in questi anni – come già abbiamo accennato – l’interesse sembrava essersi trasferito sugli studi teorici più che sulle discipline sperimentali.

Nel frattempo in sede politica il legame fra relativismo e relatività si faceva sempre più forte, e gli eventi che seguirono non fecero che rinforzare questo legame: nel 1924 Mussolini mandò in ristampa l’editoriale “Relativismo e Fascismo” (1921) nella sua Diuturna, dove il Fascismo è mostrato come un relativismo per eccellenza, che incorpora Vita e Azione, mentre l’unico punto di riferimento fisso era la Nazione: già possiamo notare come il fascismo ponesse il relativismo alla base di quella che fu in seguito una dittatura.

L’anno 1926 fu molto importante per la vita culturale italiana diretta dal fascismo: fu l’anno in cui venne fondata l’Accademia d’Italia (Decreto Legge 7 gennaio 1926, convertito in legge il 25 marzo 1926), anche se questa fu poi inaugurata solo il 28 ottobre 1929; il 1926 è poi l’anno in cui fu emessa una circolare ministeriale con cui si affermava che il governo intendeva incoraggiare la ricerca scientifica nei laboratori universitari. Furono sollecitare proposte di ricerca e il governo bandì un nuovo concorso per un’altra cattedra in Fisica Teorica il 23 giugno 1926.

Possiamo vedere come Mussolini decise non solo di adottare il relativismo come filosofia di partito, ma di associarvi una dichiarazione di supporto agli studi teorici e matematici a servizio della pratica della propria ideologia. Reeves conclude il suo articolo affermando che probabilmente lo sviluppo e la diffusione in Italia della Fisica Teorica deve alla figura di Mussolini più di quanto non gli sia stato sinora riconosciuto.


[1] Questa presentazione è la prima parte di un mio contributo più esteso sul tema che nella sua seconda parte documenta l’impatto di questo fraintendimento sul pensiero teologico.

[2] Tra le risorse che riportano il luogo comune: AA.VV., “Relatività” in Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, sezione dedicata alle tesine di maturità; AA.VV., “Relativismo”, in Dizionario delle Scienze Fisiche, ed. 1996; Stolzenberg G. & Dawkins R., “Relativity and relativism: who's confused?”, Nature 396, 510, 10 December 1998; Baghramian M, Carter J. A., “Relativism”, Stanford Encyclopedia of Philosophy, 11 settembre 2015; Colombo F., “Il diavolo relativista”, Diario, n. 26, anno X.

[3] Si veda Holdon G. J., The Advancement of Science and Its Burdens, Cambridge University Press, New York, 1986, pp. 108-109 (mia traduzione).

[4] Times (London), 7 novembre 1919.

[5] New York Times, 10 novembre 1919, 17.

[6] Corriere della Sera (Milano), 11 novembre 1919, 2.

[7] New York Times, 3 aprile 1921, 1, 13.

[8] Il Popolo d’Italia, 22 dicembre 1921.