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Un commento a L’origine delle specie

Etienne Gilson
1971

da Da Aristotele a Darwin e ritorno

Il brano propone i commenti che il filosofo francese E. Gilson (1884-1978) redasse dopo la sua attenta lettura dell’opera di Darwin. Confessando la sua ignoranza in materia biologica, e non senza tradire una insofferenza verso de dettagliate descrizioni contenute nel testo, Gilson si sforza tuttavia di analizzarne l’epistemologia. Interessato di più al Darwin filosofo, Gilson si chiede cosa egli davvero cercava e cosa intendesse dimostrare. Sebbene alcune considerazioni di Gilson siano certamente legate al modo di interrogarsi del lettore non esperto, esse non cessano di costituire un interessante stimolo affinché le affermazioni della biologia evolutiva, proprio in merito alla nozione di specie, vengano oggi offerte entro un più rigoroso quadro epistemologico.

L’origine delle specie fu pubblicato nel 1859 ed ebbe un successo inatteso sia per l’autore che per l’editore. Darwin ha riveduto e completato ogni edizione successiva fino alla morte, avvenuta nel 1882, quando l’opera era alla sua sesta edizione. Nel 1890 ne erano state vendute 39.000 copie e non è possibile calcolare quante copie siano state vendute ad oggi, che l’opera figura in tutte le collezioni del grandi capolavori dell’umanità, senza contare le edizioni economiche, rilegate in brossura, e le traduzioni in lingua straniera.

Per un libro così impegnativo, un tale successo è sorprendente. Rileggendolo per la terza volta, e constatando ancora una volta quanto fossi poco qualificato per leggerlo, non ho trovato che due spiegazioni plausibili per questa popolarità: o io stesso ero incredibilmente ignorante in geologia, paleontologia, botanica e zoologia, o la straordinaria diffusione del libro era dovuta a ragioni diverse da quelle scientifiche.

Spero che la prima ragione sia quella giusta, perché la mia ignoranza mi è nota, ma devo averla ritenuta più vasta di quanto non sia. Darwin non solo è uno scienziato competente nelle sue discipline, ma ha anche una sterminata erudizione scientifica, dovuta in gran parte alle sue personali osservazioni, ma anche alla lettura critica dei suoi predecessori e contemporanei. Quando descrive un determinato particolare di un fiore, di un’articolazione ossea, della struttura di un insetto, egli ha visto ciò di cui parla; a meno che non sia lui stesso un biologo competente, il suo lettore non ne ha visto alcuno, non ha spesso nemmeno visto nulla di simile e non prova alcun desiderio di vederlo. Per quanto mi riguarda, è con segreta vergogna che leggo tante descrizioni di fenomeni a me sconosciuti e che sento Darwin dirmi, assillato com’è dal desiderio di fare qualcosa di più che fornire esempi del suo sapere e delle sue dimostrazioni, che completerà la dimostrazione in un prossimo libro. I suoi unici lettori competenti a lui contemporanei furono scienziati quali Lyell, Fallace, Huxley, Asa Gray o Agassiz; dopo la sua morte, ha avuto molti lettori qualificati, almeno in parte, tra i biologi, ma milioni di filosofi, teologi, giornalisti, pubblicisti e anche politici di ogni parte hanno liberamente discusso Darwin e il darwinismo, da sostenitori e da avversari, senza aver mai esaminato un solo scheletro o un semplice fiore.

Per spiegarmi meglio, citerò, assolutamente a caso, il paragrafo seguente del capitolo IV dell’Origine delle specie:

«Alcuni animali composti, o zoofiti, come sono chiamati, cioè i Polyzoa, sono provvisti di curiosi organi chiamati avicularia che hanno una struttura molto diversa a seconda delle diverse specie. Nel loro stato più perfetto, assomigliano in modo curioso alla testa e al becco di un avvoltoio in miniatura, sistemati su un collo e capaci di movimento come lo sono del resto la mascella e la mandibola inferiore. In una specie da me osservata, tutti gli avicularia sullo stesso ramo si muovevano contemporaneamente avanti e indietro, con la mascella inferiore largamente aperta, formando un angolo di circa 90°C, in un tempo di 5 secondi, e il loro movimento faceva tremare tutto il polizzario. Se le mascelle vengono toccate con un ago, lo afferrano così strettamente che il ramo può venir scosso».

L’intera dottrina di Darwin si basa su migliaia di fatti di questo genere, di cui egli ha citato solo una piccola parte, e di cui la maggior parte dei lettori comuni non ha alcuna esperienza né alcuna chiara idea. Per attenerci alla specie dei lettori filosofi, quante tra loro possono seguire le dimostrazioni di Darwin basate sulle branchie dei cirripedi? E non si tratta semplicemente in questo caso di ineguaglianze culturali, ma di differenze specifiche tra gli interessi intellettuali. Il filosofo, dei capitoli pieni zeppi di fatti che legge in Darwin, trattiene solo le conclusioni generali sfrondate dall’esperienza scientifica su cui si basano e che, nella mente dello scienziato, ne costituisce allo stesso tempo il significato e la giustificazione. Il filosofo non fa che ignorare questi fatti e non desidera farne esperienza quando gli vengono descritti; Darwin non ha probabilmente mai spinto un solo filosofo a guardare una sola ape entrare in un fiore d’orchidea per fecondarlo o fecondarne in seguito un altro; potrei scommettere che, dopo aver letto e riletto tutto ciò che Darwin ha detto delle sue care patelle, nessun filosofo s’è preso la briga di esaminarne una sola. Domandare quanti, tra tutti quelli che ne parlano, hanno letto L’origine delle specie, sarebbe una domanda scortese. È meglio supporre che ne parlino per sentito dire. In ogni caso, anche se ha letto e riletto Darwin, ciò che un filosofo ne pensa e dice si pone in un ordine diverso da quello in cui si muove il pensiero di Darwin stesso. La base propriamente scientifica della dottrina manca nel pensiero del filosofo; ciò che egli ne dice è strettamente, come avrebbe detto Darwin stesso, irrelevant.

Il filosofo non ha alcuna presa sul pensiero di Darwin, se non dove quest’ultimo, oltrepassando i limiti della sua conoscenza scientifica, diventa una sorta di filosofo senza saperlo. L’ha fatto spesso, nel modo meno consapevole, e non si può nascondere l’impressione che la sua stessa teoria scientifica ne abbia sofferto. Possiamo infatti dire, senza timore di essere ingiusti, che non appena egli esce dall’osservazione e dall’interpretazione immediata dei fatti, in cui è maestro, Darwin mostra un’indolenza intellettuale è un’imprecisione nelle sue idee di cui non pare rendersi conto in alcun modo.

Il titolo della sua opera principale era il più esplicito possibile, lo era dalla prima edizione del 1859 e Darwin non l’ha mai cambiato: Dell’origine delle specie attraverso la selezione naturale, o la conservazione delle razze favorite nella lotta per la vita.

Già dall’inizio, una grave imprecisione si inserisce nella definizione dell’oggetto stesso del libro, perché Darwin non tenterà in nessun luogo di chiarirvi l’origine delle specie, se si intende con ciò l’origine dell’esistenza delle specie. Non si chiede come possano esser sorte delle specie, ma piuttosto, assodato che ne esistano, come possano essere tali quali esse sono. I problema dell’origine assoluta delle specie non verrà posto da Darwin; solo incidentalmente egli ne farà qualche rara allusione. Gli si farà anche notare che, nei limiti in cui egli lo pone, il problema dell’origine della forma attuale delle specie non è quello che egli ha risolto. Effettivamente, la soluzione che egli propone è la lotta per la vita a partire dalle variazioni spontanee che favoriscono la sopravvivenza di certi individui e, grazie alla trasmissione ereditaria di questi caratteri favorevoli, la formazione progressiva di una nuova specie. Se è così, gli si è detto, sono queste variazioni individuali spontanee che costituiscono le vere origini delle specie, e sono esse, piuttosto che la lotta per la vita o la sopravvivenza del più adatto, che bisognerebbe spiegare innanzitutto. È palese che Darwin non ha mai tentato di farlo col risultato che il suo proponimento rimane sospeso a mezz’aria.

Ammesso che siamo d’accordo sul significato della parola “origine”, resta da definire cosa s’intende per “specie”. Tutti sanno in generale cosa significhi: una specie è un insieme di piante o animali che presentano dei tratti di somiglianza tali che si possano distinguere facilmente da altri gruppi. Nessuno ha esitazioni nel distinguere un individuo della specie rondine da un individuo della specie elefante. Il difficile viene nel momento in cui, presa una specie qualunque, si tenti di descrivere le caratteristiche che la definiscono non si trovano due individui identici; considerando solo quelli che si assomigliano abbastanza da classificarli senza dubbio in un unico gruppo, ci si accorge presto che esistono dei sottogruppi, o sottospecie, poi delle varietà che sembrano inizialmente situarsi all’interno delle specie, ma di cui in seguito ci si chiede se non siano altrettante specie distinte. Darwin stesso si è trovato in una situazione di perplessità inestricabile, suddividendo inizialmente una specie di varietà, per poi riportarle all’unità della specie, facendo e disfacendo venti volte lo stesso lavoro senza riuscire a trovare un criterio sicuro per chiudere la questione.

La situazione è ben nota e può riassumersi nel celebre detto di un moderno naturalista: più si conoscono degli individui, meno si trovano delle specie. Nessuno ha avuto più chiara consapevolezza del problema dei predecessori di Darwin del XVII e XVIII secolo. Li chiama spesso i “classificatori”, perché il problema principale per loro era  di classificare le specie viventi per trovare il “piano della natura”.

Essi avevano assolutamente bisogno di specie, e naturalmente di specie fisse, perché che interesse ci sarebbe a classificare le specie se queste dovessero poi cambiare? Dire che ci sono delle specie classificabili e dire che ci sono delle specie fisse, era per essi al stessa cosa. Ma siccome  conoscevano meglio di chiunque la difficoltà di classificare, non hanno esitato a dire, come già Aristotele e Buffon, che le specie non sono altro che concetti astratti e che le uniche realtà viventi sono gli individui.

L’atteggiamento di Darwin non differisce sostanzialmente da quello dei suoi predecessori su questo punto [1] , se non che egli è stato l’unico ad aver scritto un libro sull’origine delle specie e di conseguenza è più importante per lui che per loro sapere in cosa consiste ciò di cui egli tenta di spiegare l’origine. Egli stesso non ha difficoltà a riconoscere che la specie è un concetto piuttosto vago:

«Dalle osservazioni precedenti si può vedere che io considero il termine specie come attributo arbitrariamente, per comodità, a gruppi d’individui molto somiglianti tra loro, e che esso non differisce sostanzialmente dal termine “varietà”, che è attribuito a  forme meno distinte e più variabili. A sua volta, il termine varietà, nei confronti delle semplici variazioni individuali, è anch’esso impiegato arbitrariamente, per ragioni di comodità».

Nel capitolo II de  L’origine delle specie si fa più volte riferimento all’impossibilità di dare delle definizioni assolute per distinguere l’individuo dalla varietà e la varietà dalla specie. Darwin sottolinea con vigore il disordine che quest’incertezza introduce nelle classificazioni, che sono tuttavia necessarie al naturalista se vuol sapere di cosa parla, ma non può farci niente: «Si deve riconoscere che molte forme, che giudici altamente competenti considerano varietà, possiedono in perfetta misura il carattere proprio della specie, tanto che altri giudici competentissimi le considerano vere e autentiche specie». È dunque molto difficile sapere di cosa Darwin intende spiegare l’origine, a meno che non sia quella di qualcosa che non esiste. Si resta particolarmente sorpresi dal fatto che il termine “specie” rivesta così grande importanza nel titolo dell’opera quando occupa una parte così modesta nella dottrina. Un titolo come L’origine delle varietà avrebbe riguardato lo stesso problema in tutta la sua estensione. Essendo dati gruppi di piante o di animali simili, e nessuno ne può negare l’esistenza, come spiegare la parte di stabilità e la parte di variabilità che li caratterizza? Nascono essi gli uni dagli altri e si devono considerare le loro classificazioni come alberi genealogici? Tutto ciò poteva essere discusso senza utilizzare il termine di specie che non sembra rispondere a nulla di definito.

A ciò si può obiettare che, innanzitutto, Darwin ha fatto tutto il contrario, come dimostra il titolo stesso del suo libro, e inoltre, che ha anche insistito nel parlare delle specie per dire che non esistono. Aveva bisogno della parola proprio per poter negare la cosa.

Si deve fare uno sforzo d’immaginazione per comprendere lo sviluppo del suo pensiero su questo problema tutti i suoi predecessori, ad eccezione di Buffon e Lamarck, credevano che esistessero delle specie e le consideravano come fisse. La loro posizione era dunque coerente, poiché non si può definire una specie se non come una classe di  esseri viventi definibile attraverso dei caratteri irriducibili a quelli di qualunque altra classe. La specie è dunque per definizione una tipologia rigidamente definita; per essa, cambiare significherebbe cessare d’essere se stessa, dunque cessare d’esistere. Dire che le specie sono fisse è una tautologia, dire che cambiano è come dire che non esistono. Perché Darwin si ostina a dire che si trasformano, invece di dire semplicemente che non esistono?

Il fatto è che egli non perde di vista i suoi avversari. In perfetta coerenza tra loro, essi sostengono che, poiché le specie sono fisse, non ci sono varietà. Salutiamo questi eroi della logica e della coerenza mentale: se tutte le specie non sono in fondo che delle varietà, perché tutte le varietà non potrebbero essere delle specie? Darwin non lo ammette e l’ultima ragione che ne dà potrebbe davvero aiutarci a  uscire da questa impasse. Siamo ancora al capitolo II de L’origine:

«Alcuni naturalisti sostengono che gli animali non presentano mai varietà; ma poi, questi stessi naturalisti considerano le più piccole differenze come carattere specifico; e quando la medesima forma viene trovata in due paesi distanti, o in due formazioni geologiche distinte, essi credono che due specie diverse siano nascoste sotto la stessa forma. Il termine specie viene ad essere così un’inutile astrazione, implicante e presupponente un atto separato di creazione».

L’ultima osservazione chiarisce il pensiero di Darwin a questo proposito, sebbene non gli fosse forse allora così chiaro come lo è oggi per noi. Percepisce, quanto meno confusamente, l’affinità esistente tra i concetti di specie, fissità e creazione divina. Vera o falsa, la posizione di Linneo e Buffon era chiara: le specie esistono e sono fisse, perché all’inizio Dio le ha create tali quali esse sono ancor oggi. Darwin sa che esiste un legame nella mente dei suoi avversari tra la nozione di fissità delle specie e quella di creazione, ma è meno filosofo di Lamarck e non vede chiaramente che le due nozioni non hanno un rapporto necessario; fa dunque del suo meglio per polverizzare il concetto di specie in una moltitudine praticamente infinita di varietà, perché, se non ci sono delle specie, non possono esserci delle creazioni separate.

La critica della nozione di specie occupa dunque un posto  importante nella dottrina di Darwin, e il capitolo II de L’origine è particolarmente istruttivo a questo riguardo, perché riflette le incertezze in cui si è trovato Darwin stesso agli inizi della sua carriera di naturalista.  A questo punto, egli raggiunge però almeno una certezza: un cammino porta l’individuo ad attraversare una successione di varietà sempre più stabili e distinte che conducono a loro volta a delle sottospecie e infine a delle specie; queste ultime appaiono solo al termine di numerose variazioni accumulate senza che le transizioni siano sempre percepibili:

«Certamente non è stata tracciata una netta linea di demarcazione tra specie e sottospecie, cioè le forme che secondo alcuni naturalisti sono molto vicine al rango di specie, ma non l’hanno raggiunto, o anche tra sottospecie e varietà ben definite o tra varietà minori e differenze individuali».

Si capisce da qui che Darwin dà molta importanza alle differenze individuali che interessano così poco i classificatori, perché queste differenze iniziali, il più spesso minime, sono i veri punti di partenza del cambiamento che porta alle future specie, ma vediamo nello stesso tempo quanto indeterminata resti la nozione di specie nella sua mente. Gli capita di dire nella stessa frase che la loro esistenza è certa, sebbene non sappia come definirle. Per esempio, nel capitolo IV, “Selezione naturale”:

«Anche le varietà più nettamente caratterizzate, pur possedendo entro certi limiti carattere di specie – come è dimostrato dai dubbi insolubili che si incontrano in molti casi quando si tratta di classificarli – differiscono tuttavia tra loro molto meno  delle autentiche (good) specie distinte».

Ad ogni attento lettore di Darwin sono familiari le espressioni good species true species, la specie autentica come se potessero esisterne di inautentiche, la vera specie come se ne esistessero di false. Darwin dirà nuovamente  al capitolo IX: “È di primaria importanza ricordarsi che i naturalisti no hanno una regola aura per distinguere le specie dalle varietà”. Bisogna rimettersi al giudizio di coloro che conoscono bene la classe in oggetto; soprattutto, “bisogna ammettere una piccola variabilità per ogni specie, ma quando i naturalisti si imbattono in una qualche maggiore differenza tra due forme qualsiasi, essi le classificano entrambe come specie, ameno che non possano collegarle attraverso gradazioni più ravvicinate”. Quando Darwin assicura, per rassicurare se stesso, che le buone specie differisconocertainly tra loro più delle varietà, il suo certainly è dunque un certamente d’incertezza. Chi non l’ha mai fatto scagli al prima pietra! Lo scusarlo non dispensa tuttavia dal dovere di sottolineare l’estrema indeterminatezza del concetto di specie in un’opera che si propone di  spiegarne l’origine. “Per determinare se una forma dev’essere classificata come una specie o una varietà, dice Darwin molto semplicemente, l’unica guida da seguire è rappresentata dal criterio di naturalisti avveduti ed esperti”. È palese come la parola si usi solo per abitudine; scientificamente parlando, non corrisponde più a niente.

La profonda tendenza di Darwin a distruggere la specie il cui studio costituisce l’oggetto del suo libro si mostra in maniera più evidente nel capitolo VIII, sull’ibridismo. Lo sappiamo dai tempi di Aristotele, la sterilità degli ibridi è un segno evidente del fatto che il maschio e la femmina da cui provengono appartengono a specie diverse; in altre parole, due specie sono realmente distinte quando i loro incroci sono sterili. Darwin si guarda dal negare una  tale evidenza, ma la discute. Si vede che il fatto lo preoccupa un po’: “La fecondità delle varietà, cioè di quelle forme che si sa, o si pensa, originate da un antenato comune, bastardi, è secondo la mia teoria, tanto importante quanto la sterilità delle specie, poiché mi sembra che tracci un’ampia e netta distinzione tra specie e varietà”. È dunque perché i loro incroci sono geneticamente sterili che le varietà più marcatamente definite meritano il nome di specie. Per un paradosso un po’ inquietante, questa teoria della trasformazione delle specie stabilisce innanzitutto che la loro fissità genetica è il segno più evidente della loro realtà. Si capisce che Darwin ne abbia provato un certo imbarazzo, ma cerca di diminuirne per quanto possibile la portata del fatto. È qui che il semplice filosofo si sente incapace di seguire i suoi argomenti con cognizione di causa, perché essi si basano su fati che si riducono per lui alle parole di cui fa uso il naturalista. La portata generale dell’argomento gli è tuttavia percepibile, poiché egli sembra portato alla conclusione che, anche se c’è sterilità, la causa non è quell’astrazione chiamata specie.

Due osservatori di grande esperienza, Kolreuter e Gartner, facendo esperimenti sugli stessi gruppi di piante per stabilire, attraverso la fecondità o sterilità dei loro incroci, se si trattasse di varietà o di specie, sono arrivati a  risultati diametralmente opposti. In realtà, “né la sterilità né la fecondità forniscono una chiara distinzione tra specie e varietà; le prove che si ottengono seguendo questo criterio sono incerte e dubbie quanto quelle tratte da altre differenze strutturali e costituzionali”. Fidiamoci dunque dei numerosi argomenti raccolti dall’immenso studio di Darwin per mostrare che la sterilità degli ibridi non dipende dal fatto che a incrociarsi siano delle specie. A volte, è un terzo botanico di gran fama che assicura che i suoi incroci di specie perfettamente pure si sono rivelate fertili ( come se la loro fertilità non passasse di solito come prova certa che non si tratta altro che di varietà), a volte egli sottolinea il caso in cui la specie può essere ibridizzata, e rimanere fertile, più facilmente di quanto non possa rendersi fertile da sola! Darwin è imbattibile su ogni caso particolare, con l’eccezione forse di qualche suo collega di pari livello, ma tutta la discussione si dibatte su un terreno comune d’incertezza. Come essere certi che la sterilità degli ibridi “sebbene si tratti di un risultato estremamente diffuso, non possa, allo stato attuale delle nostre conoscenze, essere assolutamente considerato come universale”, poiché la distinzione delle specie e delle varietà non è mai perfettamente sicura? Si comincia qui a sentire che lo scienziato è in realtà un avvocato che sostiene una causa. La fertilità degli ibridi si avvantaggia, nella sua mente, di un pregiudizio favorevole, malgrado l’estrema diffusione dei casi contrari. Tutto ciò che può contribuire a ridurre la certezza della specie porta acqua al mulino di Darwin. Ci si chiede sempre più, man mano lo si segue sempre più lontano nella sua dimostrazione, perché continua a parlarne, dal momento che non era assolutamente necessario al suo scopo. In un certo senso, tutte le piante sono delle varietà del regno vegetale e tutte le cosiddette specie animali sono delle varietà del regno animale, ma bisogna pure che ci siano delle specie in un senso qualsiasi se si vuole dimostrare che non sono state create tali e quali dall’inizio. Questo, che è lo scopo principale di Darwin, lo lascia dunque alle prese col problema di spiegare come, senza essere state create come sono, le specie, sottospecie o varietà abbiano potuto formarsi da sole.

La risposta alla questione consiste nella legge della Lotta per la Vita, chiamata anche legge della Sopravvivenza del più adatto, la cui idea abbiamo visto derivargli dalla lettura di un libro di Malthus, che Darwin affrontò solo per  distrarsi, e in cui tuttavia trovò la direzione da seguire. La legge della selezione naturale, che gli stava a cuore come  un figlio, gli consentiva di spiegare come certe vecchie forme specifiche, rese più idonee a sopravvivere dalla felice circostanza delle variazioni individuali favorevoli e trasmesse per via ereditaria di generazione in generazione, potessero gradualmente lasciar spazio a nuove forme. In una di quelle illuminazioni in cui le idee si alimentano reciprocamente e si mettono insieme come da sole, tutta l’esperienza già acquisita da Darwin nel campo dell’allevamento delle specie domestiche veniva a offrirgli un modello per spiegare la formazione delle specie a partire da altre specie. Gli spaniel, i bassotti e i levrieri non si assomigliano molto, un cavallo da corsa inglese è ben diverso da un cavallo da tiro, tuttavia tutti sono allo stesso modo dei cani o dei cavalli. Perché la selezione naturale, favorendo in continuazione i più adatti, non potrebbe produrre la stessa diversità nella stessa unità?

È sufficiente formulare la domanda per vedere quale difficoltà si oppone a una risposta affermativa. Non si tratta di sapere se gli allevatori ottengono nuove specie o solamente nuove varietà; al punto della discussione in cui siamo, si può ammettere che questa distinzione sia inutile; la vera difficoltà sta nel sapere chi sostituisce l’allevatore assente nella trasformazione naturale delle specie. La risposta di Darwin è ben nota: è la selezione naturale che guida l’operazione, ma l’obiezione non è meno nota: come possono tante piccole variazioni spontanee crescere e organizzarsi da sole secondo una stessa direzione in modo da produrre le strutture infinitamente complesse degli esseri viventi e dei loro organi? Per ricordare solo un celebre esempio, Darwin stesso diceva che quando si poneva la domanda il solo pensiero dell’occhio gli faceva venire freddo alla schiena. Ha tuttavia sostenuto coraggiosamente fino in fondo che se si vuole davvero prendere in considerazione l’immensa durata delle epoche geologiche, e il numero incalcolabile degli individui in cui la natura si manifesta, la formazione spontanea e progressiva degli esseri viventi a partire da forme elementari più semplici, fors’anche di una materia vivente qualunque, non può essere considerata impossibile.

Le ultime pagine de L’origine, in cui Darwin si oppone con coraggio contemporaneamente sia a Moise che a Cuvier, sostengono fermamente che “le specie sono prodotte e distrutte da cause che agiscono lentamente e che sono tuttora esistenti, e non in seguito ad atti di creazione miracolosi né per catastrofi”. Senza dubbio “autori di altissima levatura sembrano perfettamente soddisfatti dell’opinione che ciascuna specie sia stata creata separatamente”, ma lui stesso preferisce “vedere tutti gli esseri non come  creazioni speciali, ma come discendenti dalla stirpe di un piccolo numero di esseri vissuti molto tempo prima che si depositassero i primi strati del sistema siluriano”; in quest’ottica, gli sembra che questi esseri ne escano nobilitati [2].

Non si può negare la grandezza di questa concezione, piuttosto cupa e fin tragica secondo cui, “dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, nasce la cosa più alta che si possa immaginare: la produzione degli animali più elevati”. Bisogna anche riconoscere che sarebbe inutile tentare di respingerla, sia agli occhi di Darwin stesso, sia a quelli di chiunque altro. Come la creazione distinta della specie, dottrina teologia che egli contesta vivacemente senza nemmeno chiedersi su quale autorità cosiddetta rivelata si fondi, questa progressiva creazione degli esseri viventi che si sarebbe protratta autonomamente “mentre questo pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità”, è una semplice costruzione mentale il cui merito è di giustificare in maniera soddisfacente una moltitudine di fatti letteralmente innumerevole, osservati o osservabili, presenti, passati o anche futuri. L’intera storia universale dipende in questo caso da un unico e semplice punto di vista umano. Si può capire che Darwin ne sia stato entusiasta, ma si tratta semplicemente della sostituzione di una teologia con un’altra e tutte e due sono ugualmente indimostrabili. Si poteva del resto dubitarne; una sobria verità scientifica avrebbe potuto suscitare l’ammirazione, perfino l’entusiasmo, ma quello dell’intelligenza e non quella sorta di culto popolare di cui, sotto il nome di evoluzionismo che le è estraneo, la selezione naturale è divenuta l’oggetto.

Chi ha familiarità con il metodo del grandi scolastici si ritrova qui, nell’ordine preciso della spiegazione razionale e nonostante la differenza degli oggetti, su un terreno noto. Tommaso d’Aquino, per esempio, ricercava continuamente delle spiegazioni razionali, ma sapeva che ciò che è di per sé oggetto di fede religiosa sfuggirà sempre in ultima analisi ad una spiegazione razionale completamente soddisfacente. Quantomeno credeva di poter fare due cose a sostegno dell’oggetto della sua fede: mostrare che non contiene alcuna impossibilità razionale propriamente detta, cioè che non è in sé contraddittoria, poi rifiutare le obiezioni sollevate contro queste verità mostrare così che non ci sono prove che  dimostrino che siano false. Poiché parla di scienza, Darwin non dice nulla che sia di per sé inaccessibile alla ragione.

Al contrario, la distribuzione degli esseri viventi di ogni classe in specie, generi e famiglie, che i naturalisti chiamano “sistema della Natura”, è un oggetto assolutamente comprensibile e adeguato al nostro sistema mentale. Ciò che non lo è, è il modo di concepirne e spiegarne l’origine.

All’inizio del capitolo XIII de L’origine delle specie, Darwin esprime ciò che ha di straordinario questa possibilità di ordinare in una sorta di sistema tutti gli esseri viventi: “L’ingegnosità e l’utilità di questo sistema sono indiscutibili. Ma molti naturalisti pensano che il sistema naturale voglia significare qualche cosa di più; credono che riveli il piano del Creatore”. Darwin aggiunge qui una riserva che esprime perfettamente la base del suo pensiero: il fatto di dire che il sistema naturale rivela il piano del Creatore “aggiunge nulla alle nostre conoscenze”. Ciò che egli desidera conoscere come scienziato, sono al causa naturale e la legge che hanno presieduto alla formazione della gerarchia degli esseri secondo questo piano. Darwin sembra voler dire che, anche se si potesse dimostrare che questo piano è stato voluto da Dio non si saprebbe come Dio ha voluto che le cose si svolgessero per costituire questo sistema naturale. L’intimo proponimento di Darwin è proprio quello di svelare la legge naturale secondo la quale, creato o no, il sistema si è costituito. Si potrebbe dire in altri termini che il Sistema Naturae di Linneo, di cui non si possono tenere in mano le sobrie tavole senza emozione, rappresenta per Darwin più un punto di partenza che una conclusione, più un interrogativo che una risposta. Come il teologo che s’interroga sulla verità della fede cattolica, Darwin si pone solamente una domanda che non richiede una risposta scientifica in via teorica, ma in quella pratica. A prescindere dal fatto che il sistema naturale sia stato creato, nessuno sa il come; se il Creatore ha semplicemente creato l’essenziale affinché si facesse da solo, nessuno sa come si è fatto. Come dire che nessuno ha una conoscenza scientificamente dimostrabile di come si sia costituito il mondo degli esseri viventi; e non se ne sa di più, sia che l’abbia creato un Dio, sia che si sia fatto da sé.

Quando una ferma convinzione non può essere dimostrata, di qualunque natura essa sia, deve dimostrarsi valida. È ciò che Tommaso d’Aquino indicava con: “apportare delle ragioni probabili” a favore della fede. Darwin ha dimostrato una capacità inventiva straordinaria nel persuadere il suo lettore della verità della selezione naturale. Anche nella sua discussione puramente scientifica di punti particolari, gli capita di dire: “Non trovo gran difficoltà a indicare ciò come l’effetto della selezione naturale”. Ma l’ignorante non deve rendersi ridicolo nel criticare degli argomenti squisitamente scientifici; ci accontenteremo quindi di esaminare l’attitudine di Darwin verso ciò che si può ben chiamare il punto critico della sua dottrina. Lui stesso ha detto e ripetuto di concepire la selezione naturale come analoga alla selezione artificiale; le nuove specie nascono in natura come nascono negli allevamenti, con la differenza che, i natura, non c’è allevatore.

Nei momenti in cui non pensa alla difficoltà, Darwin non fa nulla per rendere più facile la soluzione. Egli non minimizza l’importanza del ruolo dell’allevatore né la lucidità dei suoi calcoli. Parlando di ciò che gli allevatori hanno fatto col montone, lord Somerville ha detto: “Si direbbe che abbiano dapprima disegnato col gesso sul muro una forma in sé perfetta e le abbiano in seguito dato vita”. Un demiurgo platonico che lavorasse con gli occhi fissi sulle Idee non farebbe di meglio, ma appare chiaro che, se si opprime il demiurgo, l’allevatore e l’Idea, diventa difficile spiegare la nascita di una tale forma. Darwin l sa, ma si rimane esitanti riguardo l’atteggiamento da attribuirgli di fronte a questa difficoltà.

In un passaggio de L’origine, unico per quanto abbia potuto constatare, egli dice che, poiché gli allevatori possono creare delle forme nuove, a maggior ragione la natura è capace di farlo. Nel capitolo IV dedicato alla selezione naturale, dopo aver fornito alcune ragioni che spiegano l’armamento e l’ornamento dei maschi in certe specie, Darwin si rivolge questa osservazione:

«Può sembrare puerile attribuire un effetto qualsiasi a degli strumenti apparentemente così deboli; non posso in questa sede addentrarmi nei particolari a sostegno di questa tesi, ma se l’uomo può in breve tempo conferire ai suoi bantam eleganza di portamento e bellezza, secondo i propri canoni i bellezza, non vedo alcuna ragione valida per dubitare che le femmine degli uccelli possano produrre effetti notevoli scegliendo, nel corso di migliaia di generazioni, i maschi più melodiosi e belli secondo i propri canoni di bellezza».

Questo breve richiamo al concetto di selezione sessuale, che egli svilupperà largamente altrove, non ha nulla che offenda la ragione, poiché in questo caso c’è almeno una scelta animale cosciente, una preferenza spontanea per delle qualità percepite e note; l’immensa classe delle femmine agendo collettivamente nell’arco di millenni, gioca in questo caso il ruolo dell’allevatore, ma come spiegare la scelta, necessaria alla nascita di nuove specie, quando si tratta di favorire la trasmissione ereditaria di piccolissime modificazioni psicologiche favorevoli alla sopravvivenza della specie? Si cerca invano ciò che resta per effettuare una scelta.

Darwin ci aveva pensato forse introducendo, nello stesso capitolo IV, una distinzione inaspettata tra due generi di selezione artificiale, la selezione metodica e la selezione che egli chiama incosciente. Da qui sorgono nuove difficoltà [3] .

La selezione metodica praticata dagli allevatori e dagli orticoltori si attua con l’espressa intenzione di produrre delle nuove varietà. Si dovrà ammettere senza discussioni e con un certo piacere che Darwin non fa nulla per minimizzare le qualità richieste da un buon allevatore. Le ha osservate e ammirate attentamente. Questi uomini hanno un colpo d’occhio straordinario, poiché per la riuscita della selezione non è sufficiente separare delle varietà nettamente distinte e riprodurle, ma bisogna saper osservare l’effetto “prodotto dalla convergenza cumulativa, nel corso di successive generazioni, di differenze che l’occhio inesperto non riesce nemmeno ad apprezzare”, differenze che, aggiunge Darwin, “io per primo mi  sono vanamente sforzato di cogliere”. Sta di fatto che, in questo I capitolo in cui vuol sottolineare l’importanza della Variazione allo stato domestico, Darwin utilizza il linguaggio più efficace di cui dispone per esaltare il ruolo dell’allevatore: “Neppure un uomo su mille possiede una tale lucidità di sguardo e di giudizio richiesta per fare un grande allevatore”. Ma non è ancora abbastanza: “Se una persona dotata di queste qualità studia l’argomento per anni e dedica l’intera vita ad esso con una incrollabile perseveranza, riuscirà potrà realizzare magnifici risultati; se gli manca una sola di queste qualità, destinato a fallire”.

Ecco dunque la rara dote che presiede al successo della selezione metodica diretta dall’uomo, ma nel capitolo IV, dove egli vuole persuaderci che i semplici allevatori di bestiame ottengono dei risultati paragonabili a quelli della natura, lavorando come essa, se non proprio alla cieca, quantomeno in maniera approssimativa e senza calcolo, non si tratta più di doni così rari e si arriva a chiedersi come questa selezione possa operare in maniera efficace. La nozione di selezione inconscia è essa stessa poco precisa; si tratta alla fin fine della scelta ottenuta per tramite degli allevatori, tuttavia è come se avvenisse da sola, poiché essi scelgono in virtù di una sorta di fiuto spontaneo e naturale senza l’espressa intenzione di produrre una nuova specie e senza avere una chiara idea di quella che andranno a produrre. Nel capitolo IV sulla “Selezione naturale”, si trova a più riprese il concetto:”Poiché l’uomo può ottenere, e sicuramente ha ottenuto, un notevole risultato coi suoi mezzi di selezione, metodici e inconsci, che cosa non potrà fare la natura?”.

Si vede che la domanda è lungi dal mettere in imbarazzo Darwin, tuttavia la sua coraggiosa affermazione non può passare per una risposta né evitarla. Che cosa può fare la natura in assenza di qualsiasi selezione cosciente, poiché Darwin ha detto e ridetto che, nel caso della natura, selezione  è una semplice metafora, e se l’espressione “selezione inconscia si rivela” si rivela all’esame altrettanto metaforica e arbitraria? Poiché nel caso dell’evoluzione progressiva di uno stelo, di una conchiglia o di un osso, si può dire, se si vuole, che tutto avviene come se ci fosse una scelta, ma non c’è. Le femmine scelgono i maschi, mente le foglie, le radici o le ossa non scelgono assolutamente; si è costretti allora a spiegare il cambiamento come occasionato da un immenso accumulo di puri casi, dei quali ciascuno preso singolarmente non è che un’assenza di spiegazione e di cui il regolare verificarsi rimane enigmatico. Non si può dimostrare che sia impossibile, si può però quantomeno osservare che l’affermazione è totalmente arbitraria, e non si giustifica che attraverso il rifiuto preliminare di qualsiasi altra spiegazione.

Non è possibile che Darwin, che ha riflettuto sul problema così a lungo, non abbia inteso quale radicale differenza ci sia tra il parlare di selezione riguardo gli esseri viventi dotati di coscienza, dunque capaci di giudizio, e riguardo le cose, viventi o no, prive di ogni coscienza dei mutamenti organici di cui sono oggetto. Darwin tuttavia lo fa, lasciando però intendere la distanza che separa i due casi.

Gli piace parlare di selezione inconsciamente praticata dagli allevatori che scelgono in maniera spontanea e approssimativa le variazioni individuali più interessanti da preservare e propagare, m anche se non sono coscienti di preparare in tal modo la nascita di una nuova specie, sono perfettamente consci di effettuare una scelta, la cui ragione non sfugge loro assolutamente: “L’uomo seleziona soltanto a proprio beneficio, la natura soltanto a beneficio dell’essere che accudisce”. Ammettiamolo pure, resta ancora il fatto che l’uomo sceglie veramente tra le variazioni da favorire, trascurare o sfavorire: “Egli comincia spesso la sua selezione partendo da qualche forma semimostruosa, o quantomeno da qualche modificazione abbastanza appariscente da colpire l’attenzione o che semplicemente gli torna utile”. Non si nota nulla di definito nella cosiddetta selezione naturale che prenda il posto di questa scelta, ma argomentando come se avesse riposto alla questione, Darwin insiste nel dire che, poiché dura da più tempo della scelta dell’uomo, l’assenza di qualsiasi scelta da parte della natura deve condurre a dei risultati di gran lunga migliori. Quest’uomo solitamente così calmo, si esprime allora con toni lirici: “Quanto fugaci sono i desideri dell’uomo, e quanto breve la durata della sua vita! E di conseguenza, quanto miseri saranno i suoi risultati al confronto con quelli accumulati dalla natura nel corso di interi periodi geologici! Possiamo dunque meravigliarci se i prodotti della natura hanno un carattere “più vero” rispetto ai prodotti dell’uomo, se essi sono infinitamente più adatti alle più complesse condizioni di vita, e se portano l’impronta di un’arte di gran lunga superiore? Si può dire che la selezione naturale esamini minuziosamente, giorno per giorno ed ora per ora, le più lievi variazioni in tutto il mondo, eliminando quelle cattive e conservando e assommando tutte quelle buone; che lavori silenziosamente e impercettibilmente, ogni volta che se ne offra l’opportunità, al miglioramento di ogni essere vivente organizzato in relazione alle sue condizioni di vita organica e inorganica”. L’entusiasmo di Darwin per la selezione naturale è giustificato se essa esiste, ed essa per lui esiste in maniera incontestabile.

Più si procede nella lettura, più si rimane sorpresi della sua sicurezza, o piuttosto, della sua assenza di preoccupazione nel passare dalla seleziona naturale a quella artificiale [4] . Egli non ne è totalmente privo. Parlando del “brutale” allevatore di galli da combattimento, che senza dubbio non è un biologo, Darwin osserva “che egli sa bene come migliorare la razza selezionando accuratamente i galli migliori”, cosa che difficilmente si può intendere come selezione inconscia. Ma lo è tuttavia agli occhi di Darwin, che un po’ più avanti parla di “questa selezione inconscia attuata da chiunque cerchi di assicurarsi i cani migliori senza nemmeno pensare a modificarne la razza”. Questo era il testo della prima edizione del 1859; più tardi, nella sesta e ultima edizione riveduta che pubblicò nel 1872, invece di by that unconscious selection, fa questo ritocco ben ispirato: by that kind of unconscious selection. Si tratta della sua massima espressione sulla via di una chiara coscienza del problema. Non era ancora abbastanza, perché non è sufficiente che una scelta non sia professionalmente sistematica per considerarla inconscia. Quando la conchiglia di una patella si modifica, la modifica è veramente inconscia, e se è il punto di partenza per la formazione di una nuova specie, la selezione che la produce è veramente inconscia. Nulla assomiglia meno a questo caso di una scelta umana qualsiasi. È propriamente contraddittorio parlare, come fa Darwin nello stesso capitolo IV, dei “risultati della selezione inconscia praticati dall’uomo, che consiste nel mantenimento degli individui più adattati di più valore, e nella distruzione dei meno buoni”. È ben vero che spesso ciò non avviene “in maniera scientifica” e nemmeno “in maniera metodica”, ma non significa assolutamente che ciò avvenga “inconsciamente”.

Perché Darwin ci tiene tanto a questo avverbio? Non conosco alcun testo dove l’abbia detto, e forse nemmeno lui aveva chiaro il motivo del suo insistere nell’uso di un termine che, si è appena visto, egli sapeva inesatto. Senza aver diritto d’affermarlo, sono intimamente convinto che Darwin trovasse nell’impiego di questa parola una sorta di alibi. Egli sapeva bene, e questo lo sappiamo,  quale colossale estrapolazione implicava, a partire dalla selezione per addomesticamento, l’ipotesi della selezione naturale. Il principale argomento in suo favore, era che, se fosse stata vera, essa spiegava moltissime cose! Ma, come diceva Claude Bernard, spiegare non è dimostrare. In mancanza di poterne apportare la prova, se ne avrebbe un’impressionante conferma se si potesse pensare che in fondo la selezione artificiale praticata dagli allevatori dai tempi più antichi non è altro che una forma particolare di selezione naturale. Se ci si potesse raffigurare la selezione artificiale inconscia come la selezione naturale, questa beneficerebbe subito della certezza quasi sperimentale che abbiamo della prima. Per farlo, bisognerebbe che la selezione artificiale non scientifica fosse inconscia.

Di quali astuzie sono capaci le intime certezze, di qualsiasi tipo siano, per farsi riconoscere dall’intelletto come verità oggettivamente fondate! Darwin è estremamente simpatico, nessuno può dire il contrario, ed è incontestabilmente un eminente scienziato degno del massimo rispetto; non si può tuttavia fare a meno di sorridere quando si seguono, parola per parola, gli artifici a cui talvolta ricorre e di cui è la prima vittima. Ciascuno se ne può rendere conto da solo leggendo una frase come la seguente, tratta dallo stesso capitolo IV:

«Nella selezione metodica praticata dall’uomo, l’allevatore si propone una meta ben definita e il libero incrocio ne arresterà completamente il lavoro. Ma quando  molti uomini, senza intenzione di alterare la razza, perseguono un modello di perfezione quasi identico, e si sforzano tutti di ottenere e produrre i miglior animali, questo processo di selezione inconscia sarà seguito sicuramente, ma lentamente, da notevoli miglioramenti e modificazioni, nonostante il gran numero di incroci con animali inferiori».

Chi non si accorge che qui Darwin tesse un conveniente decoro alla sua teoria? Si parte da molti uomini per assicurare l’impersonalità dell’evento; questi uomini operano, come la natura, sena intenzione di modificare la razza; essi si trovano inoltre ad avere spontaneamente in comune l’ideale della razza da produrre che guida le loro operazioni, e poiché questa razza risulterà da un concorso di sforzi spontaneamente accordati, essa sarà un prodotto tanto naturale quanto quelli della selezione naturale; infine, inconsciamente come avviene in natura, tutto questo processo porterà alla formazione di una specie più perfetta di quella che va sostituire. Come se procedesse egli stesso a un incrocio concettuale molto ardito, egli attribuisce all’arte l’incoscienza della natura per potere attribuire alla natura un “organizzazione” precisa come quella dell’arte. Le parole sono di Darwin stesso: “nature […] in its polity; the polity of nature; the natural polity”, questo linguaggio è veramente quello della scienza? Ma quanto c’è di sapere scientifico nel pensiero più esigente in materia di scienze? Gli scienziati, invece di cercare di farci prendere per delle certezze scientifiche il fiume di fantasticherie in cui indugia a loro immaginazione, ci farebbero un grande favore avvertendoci ogni volta, nella maniera più precisa possibile, del punto in cui la loro mente, nell’attesa impaziente della certezza della prova, si concede il piacere d’immaginare ciò che essa non spera più di sapere. Ma bisogna forse immaginare molto per sapere poco.

 

Note

[1] Come Darwin, anche Lamarck aveva esitato tra la realtà e l’irrealtà della specie. Si tratta di creazioni della mente. “Ma questa classificazioni […], così come le loro suddivisioni e divisioni, sono mezzi del tutto artificiali. Nulla di ciò, lo ripeto, s trova in natura malgrado il fondamento che sembrano fornire loro certe parti della serie naturale che ci sono note e che sembrano essere isolate. Possiamo senz’altro assicurare che, tra i suoi prodotti, l natura non ha in realtà formato né classi, né ordini, né famiglie, né generi, né specie costanti, ma solamente individui che si succedono gli uni agli altri e che assomigliano a quelli che li hanno generati. Ora, questi individui appartengono a razze infinitamente diversificate, che sfumano le une nelle altre in ogni loro aspetto, e che si conservano, ciascuna, senza modificazioni, finché una qualche causa di cambiamento non agisca su di esse” (LAMARCK, Philosophie zoologique, cit., 41). Ma un po’ più avanti Lamarck chiede che si studi “il metodo naturale”, cioè che si cerchi “nelle nostre distribuzioni l’ordine stesso che è proprio della natura, perché quest’ordine è l’unico che sia stabile, indipendente da qualsiasi arbitrarietà e degno dell’attenzione del naturalista” (ivi, 43). La base del suo pensiero è che la specie è uno stato stazionario provvisorio tra due mutazioni la cui stabilità è legata a quelle delle sue condizioni d’esistenza:”le specie […] non hanno che una costanza relativa, e non sono invariabili che temporaneamente” (ivi, 90). È utile chiamare specie “qualsiasi insieme d’individui simili, che la generazione perpetua nello stesso stato, finché le circostanze della loro situazione non cambiano abbastanza da far variare le loro abitudini, il loro carattere e la loro forma” (ivi, 91).

[2] Un filosofo americano ha lodato “il grande teologo Sertillanges” per aver protestato, del resto invano, nel 1945, contro l’opposizione artificialmente sostenuta tra i concetti di evoluzione e creazione. Infatti, “nulla ci impedisce di vedere nell’evoluzione, invece di un sostituto per la creazione, semplicemente un’altra ispettiva sul modo in cui il fatto creatore (creative fact per act?) […] è legato ai fatti della natura”. Lamarck non ha mai inteso diversamente la sua teoria. “È stato definito specie ogni gruppo d’individui simili e generati da altri individui simili a essi. Questa definizione è esatta e […] a questa definizione si aggiunge l’ipotesi che gli individui che compongono una specie non mutino mai le loro caratteristiche specifiche, e che conseguentemente la specie sia assolutamente costante in natura. È unicamente questa ipotesi che mi propongo di combattere, poiché prove evidenti ricavate dall’osservazione dimostrano che non ha fondamento” (LAMARCK, Philosophie Zoologique, cit., 72). “Si è supposto che ciascuna specie fosse invariabile e antica quanto la natura, e creata con le sue particolarità dall’Autore supremo di tutto quanto esiste” (ivi, 74). “Rispettando dunque i decreti di questa saggezza infinita, mi mantengo entro i limiti di un semplice osservatore della natura. Pertanto, se arrivo a discernere qualcosa nel cammino che la natura ha seguito nel compimento della propria opera, potrò dire, senza paura di sbagliarmi, che al suo Autore è piaciuto che essa avesse questa facoltà e questa potenza” (ivi, 74 s.). Come si dice talvolta in America: “That is God’s way of doing things”. Ricordiamo solamente che la conclusione de L’origine delle specie si accorda completamente con quest’ottica.

[3] In molte frasi, Darwin aggiunge astutamente una parola per suggerire che gli allevatori hanno fatto ciò “inconsciamente”. Per esempio: “King Charles’s Spaniel has been unconsciously modified since the time of that monarch” (L’origine delle specie, cit., 109); a proposito del pointer inglese: “what concerns us is that the change has been effected unconsciously and gradually” (ivi, 110); “in this case there would be a kind of unconscious selection going on” (ivi, 111); la pera di prima qualità, così diversa da quella selvatica: “l’opera  […] è stata eseguita quasi inconsciamente” (ivi, 111); questo almost ha una valenza inestimabile, poiché comunque, Darwin non è sicuro che la pera di prima qualità sia stata ottenuta da una serie di scelte assolutamente incoscienti! A volte Darwin sottolinea che gi allevatori non hanno un’idea precisa dello scopo che perseguono, a volte, al contrario, “che l’animale o la pianta devono essere così utili all’uomo, o così considerati da lui, che si deve prestare una grande attenzione alla più piccola variazione nelle qualità o nella struttura di ciascun individuo” (ivi, 115). Insomma, un’estrema attenzione alla più piccola variazione senza coscienza dello scopo perseguito. Il rigore scientifico di questo ragionamento non è estremo, la sua noncuranza è tipicamente darwiniana.

[4] L’analogia tra l’addomesticamento e la selezione naturale ha colpito Lamarck prima di Darwin:”Ora, se un solo fatto dimostra che un animale addomesticato da molto tempo differisce dalla specie selvaggia da cui deriva e se, in questa specie addomesticata, si riscontra una grande difficoltà di conformazione tra gli individuatale da portarli ad abitudini diverse, allora sarà certo che la prima conclusione (cioè, che l’organizzazione di ogni animale è costante e le sue parti sono invariabili) non è affatto conforme alle leggi della natura e che, al contrario, la seconda è perfettamente d’accordo con esse (cioè, ogni animale è modificabile dall’influenza delle circostanze sulle sue abitudini)” (LAMARCK, Philosophie Zoologique, cit., cap. VII). Citato con plauso da L. BRUNELLE, Lamarck, cit., 96, nota 2, come anticipante l’opera di Daniel in Francia e, in Russia, quella di Mitchourine che, al termine della sua carriera, ebbe la fortuna “di ricevere tutto l’aiuto desiderabile dal governo sovietico affinché l’unione della teoria e della pratica costituisse una regola aurea”. Al contrario, per ragioni legate alla sua concezione della storia della scienza, C.LIMOGES (La selection…, cit., 101 e 147 s.) sottolinea il fatto che la selezione natural era concepibile, ed è stata concepita da Darwin, senza l’aiuto di questo “modello” pedagogico accessorio. È in ogni caso certo che l’analogia con l’addomesticamento è un elemento necessario della dottrina quale Darwin stesso la concepiva. L’addomesticamento è il solo fatto empiricamente dato sul quale si possa fondare la teoria; da cui l’importante opera di Darwin, pubblicata nove anni dopo L’origine, The variation of animals and plants under domestication (2 voll., Murray, London 1868). Come dice esattamente Darwin stesso nell’Introduzione de L’origine: “Dedicherò il primo capitolo alla variazione nello stato domestico. Vedremo così come sia possibile ottenere quanto meno un gran numero di mutamenti ereditari”. E non c’è altra prova, poiché la selezione naturale è una teoria, mentre nell’addomesticamento si vede la modificazione per via ereditaria ancora oggi all’opera. Si trattava per lui di una di quelle “agencies which we see still at work”.

Etienne Gilson, Biofilosofia. Da Aristotele a Darwin e ritorno, Marietti 1820, Genova - Milano 2003, tr. it. di Silvia Corradini, pp. 223-247.