Tu sei qui

La ragionevolezza della risurrezione dei corpi nel contesto della scienza del tempo

Gregorio di Nissa
365
De hominis opificio, 26-27
Gregorio di Nissa si confronta con il tema della risurrezione del copro umano, offrendo risposte in dialogo con la scienza del suo tempo e con le obiezioni che questa poneva alla possibilità del corpo umano di "ritorno alla massa" dopo la morte e la sua dissoluzione fisica. Gregorio imposta un ragionamento, di chiara matrice platonica, in cui comprende gli elementi naturali e i dati empirici includendo in questi il mutamento fisico del corpo e, al contempo, mantenendo salda e stabile la forma ontologica dell'uomo, "il nostro essere", anche dopo la morte. Quindi, attraverso la sua spiegazione, il Padre Cappadocio ci mostra come si possa “imparare che l'annuncio della risurrezione in nessun modo è contenuto tra le cose che non si riconoscono per esperienza”.

26. Ci sono alcuni che attraverso la debolezza dei ragionamenti, giudicando la potenza divina secondo le nostre misure, ritengono neppure possibile a Dio ciò che è incomprensibile per noi. Essi mostrano l'annientamento dei morti da molto tempo, i resti di coloro che sono morti nel fuoco, e, oltre questi, rinfacciano al nostro discorso gli animali carnivori e il pesce che aggiunge al proprio corpo la carne del naufrago e, di nuovo divenuto nutrimento degli uomini, si trasforma nel corpo di colui che lo ha mangiato, attraverso la digestione.

E considerano pure simili cose di poco conto e indegne della grande forza e magnificenza di Dio per sconvolgere la dottrina come se Dio non potesse di nuovo attraversare gli stessi cammini percorsi dalla consumazione per ritornare all'uomo ciò che gli è proprio. Ma noi invece, tagliando in breve i grandi circuiti della loro vanità logica, riteniamo che la composizione del corpo avvenga nelle cose dalle quali è composto; e non solo che la terra ritorni alla terra secondo la Parola divina, ma che anche l'aria e l'umido ritornino a ciò che è della stessa specie, e che ciascuna delle cose che sono in noi si trasformino in ciò che è dello stesso genere sia che il corpo umano si sia mescolato attraverso il cibo a uccelli carnivori, a fiere, o sia giunto sotto I denti dei pesci o sia stato trasformato in fumo e cenere. Dovunque ciascuno, per ipotesi, porti l’uomo questi è certamente dentro ii cosmo e questo è nella mano  di Dio come ci insegna la Parola divinamente ispirata. [cfr. Sal 31,168] Se, dunque, non ignori che cosa hai nel palmo forse credi che la conoscenza di Dio sia più debole della tua potenza, come se essa non potesse conoscere l'esattezza delle cose che ha in mano.

27. Considerando gli elementi del tutto sembrerà molto difficile che l’aria che è in noi ritorni a ciò che le è connaturale, e mescolandosi allo stesso modo il calore dell’umido e della terra, di nuovo da questa comunanza ritorni ai singoli ciò che è loro proprio. Non hai così pensato, attraverso gli esempi umani, che ciò non oltrepassa i confini della potenza divina? Hai visto nei luoghi abitati dagli uomini un gregge di animali raccolto dalla comunità; quando il gregge si torna a dividere tra i proprietari, l'abitudine verso le dimore e i segni imposti, restituiscono a ciascuno la propria parte. Pensando qualcosa di simile anche di te stesso non errerai da ciò che e veritiero: l'anima si volge verso il corpo che con lei abita con inclinazione naturale e affetto, possedendo per la mescolanza una certa attitudine alla conoscenza di ciò che le è familiare, così essendovi impressi alcuni segni da parte della natura, attraverso i quali la comunanza, senza confusione, rimane differenziata nelle proprietà. Tirando l'anima presso di sé nuovamente ciò che le è congenere e proprio, quale fatica potrebbe impedire alla potenza divina il concorso delle cose familiari che per una attrazione misteriosa della natura sono portate verso ciò che ò loro proprio?

Infatti la conversazione del Cristo intorno all'Ade dimostra che dopo la morte rimane misto nell'anima qualche segno del composto <che noi siamo>. Quando i corpi sono deposti nella tomba rimane nelle anime qualche conoscenza corporale attraverso le quali Lazzaro è conosciuto e il ricco non rimane sconosciuto. Dunque non è per niente fuori della verosimiglianza che si compia il ritorno dalla massa comune a ciò che è proprio del singolo.

E soprattutto per chi considera con maggior cura la nostra natura. Il nostro essere non è tutto nel fluire e nel mutare: sarebbe del tutto incomprensibile se non avesse alcuna fissità dalla natura. Ma è secondo un ragionamento più accurato <che si può dire> che qualcosa in noi rimane stabile e qualcosa progredisce attraverso il cambiamento. Diventa diverso il corpo nell'accrescimento e nel declino, rivestendo come abiti le età successive. Attraverso il moto rimane immutabile la forma <del nostro essere> che non perde i segni imposti dalla natura, ma rimane visibile attraverso le caratteristiche proprie. Tra tutte le mutazioni in ordine al corpo, è da togliere il mutamento derivante dalla malattia che si aggiunge all'aspetto esteriore: quale un aspetto diverso, la deformità della malattia prende il posto della forma. Dopo averla tolta con il pensiero (come a Naaman il Siro e a coloro dei quali si racconta nell'Evangelo), di nuovo la forma velata dalla malattia appare con le proprie caratteristiche una volta ritornata la salute.

Nel composto che noi siamo, alla parte dell'anima simile a Dio è inerente non ciò che scorre nell'alterità, ma ciò che è stabile e sempre uguale. E poiché le qualità della combinazione che mutano trasformano le differenze relative all'aspetto, la combinazione niente altro è che mescolanza degli elementi <primi>. Diciamo elementi <primi> quelli che costituiscono il fondamento della creazione del tutto, dei quali anche il corpo dell'uomo consiste, rimanendo necessariamente la forma esteriore nell'anima come sigillo nella materia. Non rimangono sconosciuti all'anima i materiali che con il sigillo hanno improntato la forma, ma nell'istante della risurrezione ritornano di nuovo ad essa quelle cose che si armonizzano con l'impronta dell'aspetto esteriore; e si armonizzano completamente <con esse> quegli elementi che dal principio furono impressi all'aspetto esteriore. Dunque non è fuori del verisimile che dalla comunione del tutto ritorni a ciascuno ciò che gli è proprio. Dicono che l'argento vivo versato dal contenitore su un luogo piano e polveroso, divenuto rotondo, si disperde per terra non mescolandosi con nessuna delle cose con le quali viene a contatto. Se ciò che è disperso si riunisce di nuovo in uno, spontaneamente le parti si riuniscono con ciò che è della stessa origine, senza che niente possa impedire la commistione naturale. Simile cosa credo si debba pensare, del composto umano, se solo esso abbia da parte di Dio la possibilità che le parti si riuniscano le une alle altre, nessuna fatica derivando per queste cose al Restauratore della natura. E infatti, nelle cose che nascono sulla terra, nessuna fatica vediamo da parte della natura nei confronti del frumento o del miglio o di qualche altro seme di grano o di legume per convertirli in stelo, spiga immatura e spiga completa. Spontaneamente e senza sforzo, dal suolo comune il nutrimento conveniente passa in ciascun seme. Se, dunque, sottostando a tutte le piante la stessa sostanza umida, ciascuna di quelle che vi trova nutrimento assorbe ciò che le conviene: che cosa c'è di straordinario se nella risurrezione accade che ciascuno dei risorti, così come avviene per i semi, attragga dal comune terreno la forza di ciò che gli è proprio?

Così da queste cose è possibile imparare che l'annuncio della risurrezione in nessun modo è contenuto tra le cose che non si riconoscono per esperienza.

Eppure abbiamo passato sotto silenzio il fatto (tra quelli che ci riguardano) più conosciuto: la prima origine della nostra formazione. Chi, infatti, non conosce l'opera magnifica della natura, che cosa raccolga il seno materno, che cosa produca? Forse non vedi come sia in qualche modo semplice e in parti uguali, ciò che è depositato nelle viscere <materne> per l'origine della formazione del corpo? Quale discorso potrebbe spiegare la varietà dell’insieme formato? Chi, non conoscendo le opere comuni della natura potrebbe pensare che accade che quel piccolo elemento e di nessun conto, sia ii principio di una così grande opera? Grande non solo riguardo alla formazione del corpo, ma ciò che ancor più di questo è degno di ammirazione, la stessa anima e le cose che intorno ad essa si considerano.

da Gregorio di Nissa, De hominis opificio, 26-27, tr. it. L’uomo, a cura di Bruno Salmona, Città Nuova, Roma 2000, pp. 110-114.