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Il concetto di evoluzione

Georg W. F. Hegel
1837

dalle Lezioni di filosofia della storia

In questo brano, tratto dalle Lezioni sulla Filosofia della storia di Georg Hegel (1770-1831), pubblicate postume nel 1837 da suo figlio Karl, il filosofo tedesco discute il contenuto del concetto di evoluzione prima del suo impiego in biologia da parte di Charles Darwin. Dalla lettura di queste pagine si coglie l’originale collocazione del concetto in sede filosofica, come parte della riflessione dell’idealismo tedesco sulla storia. Si può anche notare come questa, e non altre accezioni dell’evoluzione, veniva da Hegel originariamente posta in dibattito proprio con la religione cattolica, ancor prima dell’opera di Herbert Spencer (1820-1903). Anche a motivo dello sviluppo ricevuto da tale prospettiva da parte del materialismo storico-dialettico marxista, includendovi l’importante Dialettica della natura di F. Engels, le successive riflessioni del Magistero cattolico ebbero come sfondo implicito tale accezione, più correttamente indicata con il termine di “evoluzionismo”, come specialmente evidente nella enciclica Humani Generis (1950) di Pio XII.

Dell’astratto cangiamento, per sé preso, che ha luogo nella storia, si ha da lungo tempo il concetto generale, giusta il quale esso, insieme, implica un progredire verso il meglio, verso il più perfetto. Nella natura i mutamenti, per infinitamente molteplici che siano, manifestano solo un moto circolare, che si ripete sempre: nella natura non accade nulla di nuovo sotto il sole, e in tal senso il giuoco, pur così multiforme, dei suoi fenomeni porta con sé una certa noia. Solo nei mutamenti che hanno luogo sul terreno spirituale nascono novità. L’avverarsi di ciò in tale ambito fece scorgere in generale, nell’uomo, una natura e finalità diversa da quella delle cose meramente materiali — nelle quali si manifesta sempre la stessa nota, un carattere stabile per sempre, in cui si risolve ogni mutamento, e nel cui ambito il mutamento stesso s’include come qualcosa di subordinato — : fece scorgere cioè una reale capacità di mutamento, diretta invero, come si è detto, verso il meglio, verso il più perfetto: - un impulso di perfettibilità. Questo principio, che eleva il cangiamento stesso a legge, è stato male accolto dalle religioni, come la cattolica, e parimenti dagli stati, in quanto di per sé stessi considerano loro vero diritto il rimanere stazionari, o per lo meno stabili. Se in generale si ammette la mutabilità delle cose mondane, come degli stati, tuttavia o se ne eccettua la religione, come religione di verità o resta aperta la possibilità di spiegare i cambiamenti, i rivolgimenti, le distruzioni di quanto era legittimo, attribuendoli ad accidentalità o ad inettitudine o, soprattutto, alla leggerezza, alla corruzione e alle cattive passioni degli uomini. La perfettibilità, infatti, è in sé quasi tanto indeterminata quanto la mutabilità in genere: è senza fine e scopo, ché quel meglio e quel più perfetto, verso cui esso dovrebbe tendere, è totalmente indeterminato.

È essenziale notare come il processo dello spirito sia un progresso: idea, questa, del resto ben nota, ma, come si è detto, non perciò meno oppugnata. Essa può infatti sembrare opposta al senso del tranquillo sussistere delle cose, alla costituzione e legislazione esistente.

E certo quel che sussiste esige il più grande rispetto, e ogni attività, rispetto ad esso, deve contribuire a conservarlo. L’idea del progredire non soddisfa perché vien prospettata soprattutto nel senso che l’uomo abbia una perfettibilità, cioè una possibilità reale, ed anche una necessità, di diventar sempre più perfetto. Qui lo stato sussistente non viene considerato come l’elemento supremo: tale, bensì, sembra la mutazione. In quest’idea non vi è altra nota che quella del perfezionamento, la quale è assai indeterminata, e non lascia al suo fondo altro che quelle della mutabilità: non sussiste alcun criterio di misura né per il cambiamento né per quanto già esiste, in modo che si possa stabilire fino a che punto essa sia quel che è giusto e sostanziale. Non vi è implicito un principio d’esclusione, non vi è posto un termine, uno scopo finale determinato: l’unico suo elemento di determinazione è piuttosto la mutazione, che è il residuo della sua analisi. L’idea dell’educazione del genere umano (Lessing) è geniale, ma non sfiora che da lontano ciò di cui qui si tratta. In genere, in simili concezioni il progredire è prospettato quantitativamente. Sempre più conoscenze, cultura sempre più raffinata — nient’altro che comparativi di tal genere: si può continuare a lungo a parlar così senza precisare nulla, senza esprimere nulla di qualitativo. La cosa, il momento qualitativo sussiste già, ma non è significato alcuno scopo che debba venir raggiunto: ciò resta affatto indeterminato. Ma, se vogliam proprio parlare del progredire, il quantitativo è appunto ciò da cui il pensiero è assente. Il fine, che dev’esser raggiunto, va conosciuto. È la natura stessa dello spirito ad esigere che le produzioni e i cambiamenti determinati dalla sua attività vengano rappresentati e conosciuti come mutamenti qualitativi.

Il principio dell’evoluzione implica invece, come momento ulteriore, che a fondamento stia una determinazione interna, un presupposto sussistente in sé, il quale si traduca in esistenza. Questa determinazione formale è esistenziale: lo spirito, che ha la storia del mondo a teatro, dominio e campo della sua realizzazione, non è qualcosa che si aggiri nel giuoco estrinseco delle casualità, ma è piuttosto in sé il determinante assoluto; la sua determinazione particolare è affatto salda di fronte alla casualità, che esso utilizza e domina pei suoi scopi. Ma l’evoluzione compete parimenti alle cose della natura organica: l’esistenza di queste non si presenta come meramente immediata, alterabile solo dal di fuori, ma come tale procede da un principio inferiore e mutabile, da una semplice essenza, la cui esistenza come germe è dapprima parimenti semplice, e poi produce da sé  differenze che si congiungono con altre cose, e così vivono un costante processo di mutazioni, il quale d’altronde viene con egual costanza invertito nel suo contrario, e cioè, piuttosto, trasformato nella conservazione del principio organico e della sua formazione. Così l’individuo organico produce sé stesso: esso fa di sé medesimo quello che esso medesimo è in sé. E così anche lo spirito è solo ciò a cui esso porta se stesso nel suo farsi, ed eleva sé a ciò che esso stesso è in sé. Ma quale primo sviluppo ha luogo in modo immediato, privo di contrasti e di ostacoli; nulla si può intromettere fra il concetto e la sua realizzazione, fra la natura del germe, determinata in sé e la congruenza con cui le risponde quanto viene ad esistenza. Nello spirito invece le cose vanno diversamente. Il trapasso della sua determinazione nella sua realizzazione è mediato da coscienza e volontà: questa stesse sono bensì, da un primo punto di vista, immerse nella loro vita immediata e naturale; loro oggetto e scopo è in primo luogo la determinazione naturale come tale, la quale, per il fatto che è lo spirito che l’anima, è essa medesima di infinita esigenza, forza e ricchezza. Così lo spirito è in se stesso opposto a  se stesso, deve superare sé medesimo come il vero ostacolo ostile per il raggiungimento del suo fine: l’evoluzione, che come tale è un tranquillo prodursi — essa è infatti un estrinsecarsi che è insieme un permanere nella propria interiorità e identità a sé medesimo — è nello spirito, ad un tempo, una lotta dura e infinita contro sé stesso. Ciò che lo spirito vuole, è raggiungere il suo proprio concetto: ma esso stesso se lo oscura, si inorgoglisce e gode di questo estraniarsi a se stesso.

L’evoluzione è in tal  modo non il semplice  prodursi innocuo e pacifico, com’è quello della vita inorganica, ma i lavoro duro e riluttante contro se stesso; e inoltre non è il solo momento formale dell’evolversi in genere, ma la produzione di un fine con un determinato contenuto. Quale sia questo fine, l’abbiamo stabilito sin da principio: è lo spirito, e lo spirito secondo la sua essenza, cioè secondo il concetto della libertà. Questo è l’oggetto principale e perciò il principio conduttore dell’evoluzione, che le fornisce il suo significato e la sua importanza: così ad es. nella storia romana Roma è l’oggetto, e con ciò il filo conduttore dell’osservazione di quanto è accaduto, nello stesso modo in cui, viceversa, l’accaduto non è sorto che da questo oggetto, e solo in relazione ad esso ha un senso, solo in esso il suo contenuto. Vi sono nella storia del mondo parecchi grandi periodi evolutivi, che sono trascorsi, senza che apparentemente l’evoluzione abbia proceduto oltre, e dopo i quali, anzi, sono piuttosto risultate distrutte tutte le enormi conquista della civiltà, e si è dovuto disgraziatamente ricominciare da capo, per raggiungere di nuovo, con l’aiuto di qualche superstite frammento di quei tesori e con  rinnovato enorme dispendio di tempo e di forze, di delitti e di sofferenze, alcune delle zone, già tanto tempo prima conquistate, di quella civiltà. Parimenti, vi sono evoluzioni persistenti, ricchi edifizi e sistemi di civiltà, finiti in tutte le loro parti e peculiarmente determinati nei loro elementi. Il principio formale dell’evoluzione non può, nella sua generalità, dar la preferenza all’una o all’altra di tali [forme], né render comprensibile il perché di quella decadenza di periodi evolutivi più antichi, ma è costretta a considerare tali eventi, e specialmente i regressi, come casualità estrinseche, né può giudicare degli aspetti onde l’una di quelle forme si avvantaggia sull’altra che secondo punti di vista incerti, i quali, proprio per il fatto che l’evoluzione e  il criterio ultimo, sono fini relativi e non assoluti.

È conforme al concetto della spirito che lo sviluppo della storia cada nel tempo. Il tempo implica la nota del negativo. Vi è qualcosa, un evento, per noi positivo; ma il fatto che possa darsi anche il suo contrario, questa relazione al non essere, è il tempo: e questa relazione è propriamente tale che noi non solo la pensiamo, ma anche l’intuiamo. Il tempo è questo momento del tutto astratto, sensibile. Ove il non essere non interviene in qualcosa, noi diciamo che essa dura. Se confrontiamo i mutamenti dello spirito e della natura, vediamo che in questa il singolo  sottoposto alla vicenda, nel quale però le specie restano immobili. Così il pianeta abbandona questo o quel luogo, ma il suo corso complessivo è costante. Lo stesso avviene per le specie animali. Il mutamento è un ciclo, una ripetizione dell’identico. Tutto sta, così, entro circoli, e solo nell’ambito di questi, fra i singoli, vi è mutamento. Nella natura la vita, che si sprigiona dalla morte, è a sua volta soltanto vita singola; e se la specie vien considerata come ciò che vi è di sostanziale in questo mutare, allora il venir meno del singolo è un ricadere della specie nella singolarità. La conservazione della specie sussiste, con ciò, solo come uniforme ripetizione dello stesso modo di esistenza. Diversamente avviene nella spiritualità; qui il mutamento ha luogo non solo nella superficie, ma nel concetto. È il concetto stesso che viene rettificato. Nella natura la specie non progredisce; nello spirito, invece, ogni cambiamento è pregresso. È vero che anche la serie delle forme naturali costituisce una gradazione, dalla luce fino all’uomo, in modo che ogni grado è una trasformazione del precedente, un principio superiore, sorto dal superamento e dall’eliminazione di quello che precede. Ma nella natura questi momenti si separano, e tutti i singoli germogli coesistono uno accanto all’altro: il trapasso si manifesta solo allo spirito pensante, che comprende tale nesso. La natura non comprende se stessa, e perciò non esiste per essa il momento negativo delle sue forme. Nella sfera spirituale, invece, si fa manifesto come la forma superiore sia prodotta dall’elaborazione di quella precedente e inferiore. Questa perciò ha cessato di esistere; ed è appunto perché si manifesti questo, cioè il fatto che ogni forma sia la trasfigurazione della precedente, che l’apparire delle forme spirituali cade nel tempo. La storia del mondo è così, in generale, il dispiegarsi dello spirito nel tempo, nello stesso modo in cui l’idea si dispiega come natura nello spazio.

Georg W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, cap. III, 1 (2a. ed. del 1840), tr. it a cura di Guido Calogero e Corrado Fatta, la Nuova Italia, Firenze 1941, rist. an. 1981, 150-156.