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La crisi delle scienze quale espressione della crisi di vita dell'umanità europea

Edmund Husserl
1938

da La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale

Pubblicato postumo, il saggio di Husserl La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale esprime un importante giudizio sulle conseguenze del riduzionismo e del funzionalismo delle scienze, le quali, incapaci di render conto della complessità dell’umano, terminano con entrare esse stesse in una crisi di significato. Proponiamo alla lettura alcuni passi fondamentali della tesi esposta nel volume.

Esiste davvero una crisi delle scienze malgrado i loro continui successi?

Devo aspettarmi che in questa sede, consacrata alle scienze, già il titolo di queste conferenze: La crisi delle scienze europee e la psicologia susciti qualche obiezione. Si può seriamente parlare di una crisi delle nostre scienze in generale? Questo discorso, oggi consueto, non costituisce forse un'esagerazione? La crisi di una scienza comporta nientemeno che la sua peculiare scientificità, il modo in cui si è proposta i suoi compiti e perciò in cui ha elaborato la propria metodica, siano diventati dubbi. Ciò potrà valere per la filosofia, che attualmente minaccia di soccombere alla scepsi, all'irrazionalismo, al misticismo. Fintanto che la psicologia avanza ancora pretese filosofiche e non vuol essere una mera scienza positiva tra le altre, ciò potrà valere anche per essa. Ma come è possibile parlare in generale e seriamente dì una crisi delle scienze, quindi anche delle scienze positive, della matematica pura, delle scienze naturali esatte, che noi non cesseremo mai di ammirare quali esempi di una scientificità rigorosa e destinata a continui successi? Certo esse, nello stile complessivo della loro teoresi sistematica e della loro metodica si sono dimostrate passibili di evoluzione. Esse sono riuscite recentemente a spezzare, proprio da questo punto di vista, un irrigidimento che, sotto il titolo di fisica classica, le minacciava, in quanto presunto compimento classico di uno stile che durava da secoli. Ma la lotta vittoriosa contro l'ideale della fisica classica, e la disputa ancora attuale attorno a una forma autentica, conforme al suo senso, nella costruzione della matematica pura, significa forse che la precedente fisica e la precedente matematica non fossero ancora scientifiche e che esse, per quanto ipotecate da certe oscurità o da certi abbagli, non fossero giunte, nel loro campo di lavoro, a nozioni evidenti (Einsichten) ? E queste nozioni evidenti non sono forse, per noi che siamo stati liberati da questi paraocchi, nozioni necessarie? Non ci è forse possibile comprendere in base ad esse, riadottando l'atteggiamento dei classici, come m esse si siano elaborate tutte quelle grandi scoperte che sono valide per sempre e che hanno fornito buoni motivi all'ammirazione delle passate generazioni? Sia che la fisica sia rappresentata da un Newton da un Planck o da un Einstein o da qualsiasi altro scienziato del futuro, essa è sempre stata e continua ad essere una scienza esatta. E lo rimane anche se hanno ragione coloro i quali ritengono che non sia possibile aspettarsi né perseguire una forma ultima dello stile secondo cui la teoresi è venuta costruendosi nel suo complesso. 

Qualcosa di analogo vale evidentemente anche per altri grandi gruppi di scienze che noi usiamo annoverare tra le scienze positive, cioè per le scienze concrete dello spirito - qualunque sia il nostro atteggiamento di fronte alla loro controversa adozione dell'ideale di esattezza delle scienze naturali -, una problematicità che del resto investe anche il rapporto che corre tra le discipline biofisiche («concretamente» scientifiche) e quelle delle scienze naturali matematiche esatte. Il rigore scientifico di tutte queste discipline, l'evidenza delle loro operazioni teoretiche e dei loro successi, che ormai si sono imposti in modo vincolante e per sempre, resta fuori discussione. Soltanto riguardo alla psicologia, che pure pretende di essere la scienza fondamentale, astratta, definitivamente esplicativa rispetto alle scienze concrete dello spirito, non saremo, forse, tanto sicuri. Ma considerando che l'evidente scarto nel metodo e nelle operazioni deriva da uno sviluppo per natura più lento, si sarà generalmente disposti a riconoscere anche ad essa la sua validità. In ogni modo il contrasto tra la «scientificità» di questo gruppo di scienze e la «nonscientificità» della filosofia è indiscutibile. Perciò noi riconosciamo le buone ragioni dell'interiore protesta degli scienziati, sicuri del loro metodo, contro il titolo di queste conferenze. 

La riduzione positivistica dell'idea della scienza all'idea di una scienza dei fatti

Tuttavia può darsi che, procedendo da un altro ordine di considerazioni, cioè dalle diffuse lamentele sulla crisi della nostra cultura e sul ruolo che in questa crisi viene attribuito alle scienze, ci vengano incontro motivi che ci inducano a sottoporre a una critica seria e peraltro estremamente necessaria la scientificità di tutte le scienze, senza pertanto rinunciare al primo senso della loro scientificità, quel senso che è inattaccabile data la legittimità delle sue operazioni metodiche.

In effetti ci proponiamo di porci sulla via di quel mutamento, a cui già abbiamo alluso, di tutte le nostre considerazioni. Attuando questo mutamento ci renderemo conto ben presto che alla problematicità che è propria della psicologia, non soltanto ai giorni nostri ma da secoli, - alla «crisi» che le è peculiare - occorre riconoscere un significato centrale; essa rivela le enigmatiche e a prima vista inestricabili oscurità delle scienze moderne, persino di quelle matematiche, essa rivela un enigma del mondo di un genere che era completamente estraneo alle epoche passate. Tutti questi enigmi riconducono all'enigma della soggettività e sono quindi inseparabilmente connessi all'enigma della tematica e del metodo della psicologia. Tutto ciò non costituisce clic una prima indicazione del senso profondo di ciò che queste conferenze si propongono.

Adottiamo come punto di partenza il rivolgimento, avvenuto allo scadere del secolo scorso, nella valutazione generale delle scienze. Esso non investe la loro scientificità bensì ciò che esse, le scienze in generale, hanno significato e possono significare per l'esistenza umana. L'esclusività con cui, nella seconda metà del XIX secolo, la visione del mondo complessiva dell'uomo moderno accettò di venir determinata dalle scienze positive e con cui si lasciò abbagliare dalla «prosperity» che ne derivava, significò un allontanamento da quei problemi che sono decisivi per un'umanità autentica. Le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto. Il rivolgimento dell'atteggiamento generale del pubblico fu inevitabile, specialmente dopo la guerra, e sappiamo che nella più recente generazione esso si è trasformato addirittura in uno stato d'animo ostile. Nella miseria della nostra vita - si sente dire - questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l'uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino; i problemi del senso o del non-senso dell'esistenza umana nel suo complesso. Questi problemi, nella loro generalità e nella loro necessità, non esigono forse, per tutti gli uomini, anche considerazioni generali e una soluzione razionalmente fondata? In definitiva essi concernono l'uomo nel suo comportamento di fronte al mondo circostante umano ed extra-umano, l'uomo che deve liberamente scegliere, l'uomo che è libero di plasmare razionalmente se stesso e il mondo che lo circonda. Che cos'ha da dire questa scienza sulla ragione e sulla non-ragione, che cos'ha da dire su noi uomini in quanto soggetti di questa libertà? Ovviamente, la mera scienza di fatti non ha nulla da dirci a questo proposito: essa astrae appunto da qualsiasi soggetto. Per quanto riguarda, d'altra parte, le scienze dello spirito, che pure, in tutte le loro discipline particolari e generali, considerano l'uomo nella sua esistenza spirituale, cioè nell'orizzonte della sua storicità, la loro rigorosa scientificità, si dice, esige che lo studioso eviti accuratamente qualsiasi presa dì posizione valutativa, tutti i problemi concernenti la ragione o la non-ragione dell'umanità tematizzata e delle sue formazioni culturali. La verità scientifica obiettiva è esclusivamente una constatazione di ciò che il mondo, sia il mondo psichico sia il mondo spirituale, di fatto è. Ma in realtà, il mondo e l'esistenza umana possono avere un senso se le scienze ammettono come valido e come vero soltanto ciò che è obiettivamente constatabile, se la storia non ha altro da insegnare se non che tutte le forme del mondo spirituale, tutti i legami di vita, gli ideali, le norme che volta per volta hanno fornito una direzione agli uomini, si formano e poi si dissolvono come onde fuggenti, che così è sempre stato e sempre sarà, che la ragione è destinata a trasformarsi sempre di nuovo in non-senso, gli atti provvidi in flagelli? Possiamo accontentarci di ciò, possiamo vivere in questo mondo in cui il divenire storico non è altro che una catena incessante di slanci illusori e di amare delusioni?

La fondazione dell'autonomia dell'umanità europea con la nuova concezione dell'idea della filosofia nel Rinascimento

Ma non è sempre stato così, la scienza non ha sempre inteso la sua esigenza di una verità rigorosamente fondata nel senso di quella obiettività che ora domina metodicamente le nostre scienze positive e che, andando al dì là di esse, ha creato le basi e ha provocato la diffusione di un positivismo che investe anche la filosofia e la visione del mondo. Non sempre gli interrogativi specificamente umani sono stati banditi dal regno della scienza e non sempre ne sono state misconosciute le intime relazioni con tutte le scienze, anche con quelle che (come le scienze naturali) non hanno come tema l'uomo. Fintanto che ci si comportò in modo diverso, la scienza poté pretendere di rivestire un significato per quell'umanità europea che, a partire dal Rinascimento, venne plasmandosi in modo completamente nuovo, anzi, come sappiamo, la scienza poté pretendere di avere il significato di una guida per questa stessa riplasmazione. Perché abbia smarrito questa funzione di guida, perché sia pervenuta a un mutamento essenziale, alla limitazione positivistica dell'idea della scienza - comprendere tutto ciò nei suoi motivi pùi profondi, riveste una grande importanza nei propositi di queste conferenze.

Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, tr. it. di Enrico Filippini, Il Saggiatore, Milano 1983, pp. 33-37.